Patrizia Wächter: «Vi racconto chi era Papà Leo»


Leggendo le belle e accorate pagine di “Papà Leo” (Bompiani editore, pp. 204, €16,50) riviviamo l’incredibile vita dell’impresario Leo Wächter guidati dalla prosa semplice e piacevole della figlia Patrizia, che per quindici anni ha gestito con lui il “mitico” Teatro Ciak di Via San Gallo n°33, a Milano. Oggi Patrizia è un’affermata figura nel mondo cinematografico, collabora con diversi registi sia italiani che stranieri e tra gli altri, con il Noir in Festival, il Festival del film di Locarno, le Giornate degli autori a Venezia, il Torino Film Festival.

A dieci anni di distanza dalla morte del padre, Patrizia Wächter ha deciso di farne rivivere la figura e con essa il suo coraggio, il grande intuito e la sua famosa generosità. Leo Wächter, ancora bambino, finì nel campo di lavoro di Dachau dal quale fuggì finendo in Olanda, poi in Jugoslavia e infine in Italia ma solo nel 1966 ottenne la cittadinanza e ciò lo costrinse a rinunciare a due sogni. Partecipò alla Resistenza, finì in carcere e conobbe la famiglia Fo.

I suoi risultati come impresario privato sono incredibili: fu lui a organizzare la storica tournée dei Beatles nel giugno 1965. Oltre ai Beatles, portò nel nostro paese artisti del calibro di Louis Armstrong, Duke Ellington, Ella Fitzgerald, Jimi Hendrix, i Rolling Stones, The Who, il grande Frank Sinatra, senza dimenticare la sua grande passione per il mondo circense e l’avventura della balena Jonas…

 

Patrizia, come mai ha voluto raccontare la vita di suo padre a dieci anni dalla sua scomparsa?

Alla base di questa scelta ci sono una serie di motivi. Innanzitutto per elaborare i lutti serve parecchio tempo ma anche perché, col passare degli anni, le persone che ricordavano il suo impegno e i suoi successi erano sempre meno. Quando morì non organizzammo nulla e non partecipammo a nessuna commemorazione in suo nome ma non vi fu alcuna decisione alla base, era semplicemente la nostra risposta, il nostro modo di sopravvivere alla sua scomparsa. Però mi dispiaceva tantissimo rendermi conto che quando si parlava di jazz, di circo, di teatro o di rock, quasi nessuno lo citava. Scriverlo è stato molto duro: è servito oltre un anno di ricerche per reperire il materiale e per me, che odio scrivere persino i comunicati stampa, mettermi alla prova con un romanzo è stato come entrare in terapia. Delle ricerche si sono occupati Leonard e mio marito Antonello che hanno ricostruito tutto con grande cura anche grazie a delle associazioni polacche che hanno permesso di ricostruire la prima parte della sua vita. Anche Umberto Veronesi e Dario Fo mi hanno aiutato a ricostruire degli aspetti della sua vita che non potevo conoscere, come la sua militanza partigiana che la sorella di Dario, Bianca, ricostruisce in parte nel suo libro Io, da grande, mi sposo un partigiano. La ringhiera dei miei vent’anni (Einaudi).

Per via del suo vissuto ma anche del suo attuale lavoro sottolinea senza snobismo che la fascinazione per la celebrità non l’hai mai davvero vissuta. Forse l’unica volta fu in quella foto accanto ai Fab Four…

Beh, l’emozione di aver conosciuto i Beatles venne anni dopo. Ero una persona talmente fortunata che anche quella tournée mi sembrava normale. Credo ci siano due tipi di emozioni quando si conoscono personaggi davvero importanti, quella artistica e quella da autografo. Quest’ultima, davvero, non l’ho mai provata ma quella artistica la provo ancora oggi. La storia della foto è davvero particolare perché, all’improvviso mi hanno seduta accanto a loro e quella foto, mi è giunta anni dopo dalla famiglia di mio padre che vive in America. Invece la foto in cui sono immortalata mentre scendo dall’aereo con i Beatles l’ha trovata casualmente mio marito Antonello in una libreria. Pensate che io non sapevo nemmeno che esistesse quella foto.

Però Antonello lei non lo faceva nemmeno entrare al Derby…

Allora ero una ragazzina un poco viziata e al Derby facevo entrare solo i miei amici. E lui non lo era!

Nel libro riporta il contratto coi Beatles: era un semplice foglio di carta con quattro righe e due firme in calce, quasi un gentleman agreement. Che differenza con i contratti di oggi…

Mio padre aveva amici sparsi per il mondo che gli mandavano telegrammi con poche righe. In quello dei Rolling Stones, dietro, ci sono solo le date di nascita. Oggi è cambiato tutto. Basta pensare ai miei contratti o quelli con i festival, roba di pagine su pagine. Oppure, quando curo un grosso film a livello nazionale, arrivano dagli uffici stampa una serie di condizioni ferree, come domande da non fare e richieste più o meno comprensibili da parte degli attori. Da una parte tutto si è semplificato grazie ad Internet ma d’altra parte tutto si è complicato, incasinato.

Suo padre era affascinato dal mondo circense. Organizzò la tournée del Circo di Mosca che venne anche ricevuta in Vaticano, un evento storico. E il giorno delle tue nozze le fece anche una proposta shock…

Non voleva che mi sposassi e mi propose un giro del mondo. Era davvero gelosissimo e per dieci anni, prima che nascesse mia sorella, fui anche figlia unica. Voleva che restassi per sempre la sua bambina ma onestamente era anche un po’ maschilista…

Ad un certo punto ricorda che suo padre, seduto alla cassa del Ciak con accanto il suo cane, le rimproverava di voler cambiar vita.

Intanto credo che in generale lavorare con i propri genitori sia difficilissimo. Nel migliore dei casi ci si vuole talmente bene che si finisce per litigare su tutto. Ma nel caso specifico, il problema è che lui amava moltissimo il rischio, era un vero incosciente, aveva milioni di idee che voleva mettere in pratica. E vi riusciva sempre. Al contrario io sono una persona che detesta il rischio. Anzi, forse lo sono diventata col tempo, prendendo le distanze da lui e da quella vita. Ma non metto in dubbio il fatto che il vero impresario privato, per avere successo, doveva agire esattamente come faceva lui, doveva amare il rischio.

Scrivi che se tuo padre avesse saputo in anticipo l’esito degli spettacoli sarebbe divenuto milionario ma si sarebbe annoiato. Per questo rifiutò il contributo pubblico per il Ciak. Ma decise anche di non seguire Mina, Celentano e abbandonò un locale importante come il Piper. Insomma fece scelte coraggiose.

Credo che Mina e Celentano li rifiutò perché non voleva fare l’agente, non voleva prendersi cura dei personaggi. E questa scelta, ammetto, la condivido in pieno. Io seguo i film come ufficio stampa ma non i singoli attori anche perché credo che sia un lavoro difficilissimo per il quale sei costretto ad annullare la tua personalità, mettendoti a totale disposizione del tuo assistito. Invece il Piper, penso che lo lasciò perché una discoteca, al contrario di un teatro, ad un certo punto porta con se un ambiente non proprio “pulito”. Altrimenti non si spiegherebbe perché d’improvviso, nonostante il successo, decise di lasciarlo.

Di tuo padre dice che lui ascoltava sempre tutti…ma poi faceva sempre di testa sua…

Assolutamente sì. Ma forse aveva anche ragione a fare così. Io all’inizio ero molto impreparata ma di sicuro mio padre, pur essendo una persona meravigliosa, non aveva un buon carattere e si fidava soltanto di se stesso. In fondo, sin dall’infanzia, dovette lottare sempre per affermarsi.

Eppure la tournée di Paul Anka nacque grazie a lei…

Ma in realtà credo che sia una leggenda metropolitana. Lui disse che ero stata io a convincerlo perché a me piaceva moltissimo ma credo che alla fine ci sarebbe arrivato lo stesso e visto che quell’operazione andò benissimo me ne diede il merito.

Dietro le figure di Jimi Hendrix e Frank Sinatra ci sono due aneddoti gustosi…

Jimi Hendrix doveva fare un concerto il pomeriggio ma non stava affatto bene, non si reggeva in piedi. E ovviamente nacquero mille leggende metropolitane su quale fosse l’origine del suo malanno… Ma la sera, i giornali raccontano, fece un concerto meraviglioso. Per quanto riguarda Sinatra accadde che il primo concerto andò malissimo mentre il secondo fu un successone e lui, da gran signore, pretese di coprire le spese del primo spettacolo. Ma successi e insuccessi, per un impresario privato, si alternano spessissimo. Delle volte organizzavi uno spettacolo e pensavi che non venisse nessuno eppure capitava che si formassero le file al botteghino perché, evidentemente, quello era il momento perfetto per organizzarlo. Altre volte invece eri convinto che sarebbe stato un successo, come nel caso di un grosso concerto di Franco Battiato al Palazzo dello Sport di Milano, e invece si rivelava un tremendo flop. Eppure Battiato era già famoso… Per questo poi gli venivano gli infarti…

A proposito della generosità di tuo padre, lei afferma che il periodo trascorso a Dachau ha sicuramente avuto un peso non indifferente…

Certamente. Però tengo a precisare che Dachau, quando lui fu lì, era ancora un campo di lavoro e non vi giunse perché ebreo ma perché suo padre era social-democratico. Ma di sicuro l’esser costretto a fuggire lo costringeva a cercare di vivere al massimo, aveva paura di non avere abbastanza tempo davanti. In realtà ha vissuto moltissimo e ha avuto grandi soddisfazioni ma da giovane ha cominciato a star male. Ha avuto ben 6 infarti e nell’82, a soli sessant’anni, ebbe un ictus importante. Era ancora molto giovane.

L’elenco degli artisti che dal ’77 in poi passarono da via San Gallo n°33, è davvero impressionante e molti di questi lo chiamavano Papà Leo.

Soprattutto lo faceva Jango Edwards, uno dei comici più divertenti e di successo di quel periodo. Papà non voleva che lui finisse nudo ma, inevitabilmente, alla fine lui si spogliava e poi andava da lui e gli diceva “Scusa Papà Leo”. Ma molti dei comici lo presero come un secondo padre perché gli volevano davvero molto bene e lo vezzeggiavano.

Suo padre ebbe la possibilità di lasciare l’Italia ma poi decise di abbracciare la causa partigiana e ciò lo portò a far conoscenza dell’intera famiglia Fo.

Conobbe casualmente Bianca che ricostruì nel suo libro questa storia e si nascose dal capostazione, che era il papà di Dario. Molti anni dopo, quando un giornale attaccò duramente Dario, papà lo andò difendere. Magari Dario vestiva davvero una divisa ma molti giovani, a quel tempo erano obbligati a farlo. Anzi, magari la vestivano per poter meglio aiutare i partigiani e Dario era un noto antifascista. Poi quando nacque il Ciak, Dario e Franca vennero spesso a lavorarci ma, come scrivo, il palcoscenico era davvero troppo piccolo. Ciò non toglie che quando lasciarono il Ciak mio padre si offese a morte e ci mise molto a perdonarli.

Il successo è sempre frutto di un insieme di tanti fattori. Ma secondo lei perché il Ciak era un luogo così speciale?

Il periodo trascorso al Ciak fu uno dei più belli della mia vita anche se alla fine non ne potevo davvero più, un teatro così ti costringe a viverci dentro senza alcuna pausa compresi Natale e Capodanno. Era un periodo fantastico dal punto di vista dello spettacolo perché rinascevano il mimo e un certo tipo di cabaret dopo un lungo periodo di calma piatta. La cosa bella è che da quell’esperienza sono nate anche vere amicizie come quella con Alessandro Bergonzoni.

Il suo personale ricordo di tuo padre è il primo di un lungo elenco con il quale si chiude il libro. Come mai lui per primo?

Perché Alessandro lascia “un rigo di silenzio” per ricordare mia sorella e in fondo questo libro è dedicato interamente a lei visto che quel lutto non l’ho mai davvero elaborato.

Solo nel 1966 suo padre divenne italiano e per questo fu costretto ad abbandonare il calcio e la medicina. Ma nonostante una vita così frenetica e ricca d’avventura suo padre ebbe sempre due rimpianti…

Barbra Streisand e il festival di San Remo. Della Streisand l’ho scoperto solo dopo, per quanto riguarda San Remo…ci mancava solo quello!

 

Fonte: Satisfiction del 14 ottobre 2010

 

Informazioni su Francesco Musolino

Francesco Musolino, giornalista siciliano, classe '81. Scrive di libri e cultura su diverse testate nazionali. Ha ideato il progetto lettura noprofit @Stoleggendo su Twitter.

Pubblicato il 2010/10/14, in Interviste con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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