Archivi Blog

Ascanio Celestini: «L’ergastolo è disumano»

Attore teatrale di successo, regista e sceneggiatore cinematografico, scrittore e drammaturgo, il poliedrico artista romano Ascanio Celestini, non si è precluso alcun itinerario creativo per raggiungere il pubblico ideale con la forza delle proprie parole. Oggi Celestini è annoverato fra le più apprezzate realtà teatrali italiane, sia per merito della sua narrazione “a scatole cinesi” sia per i temi toccati, legati all’impegno etico e alla memoria, come in “La Pecora Nera” o “Scemo di Guerra”, per citare due fra i suoi successi. Dopo “Lotta di Classe” e “Io cammino in fila indiana”, Celestini torna in libreria con “Pro Patria” (Einaudi, pp. 136 Euro 17,50) in cui racconta il mondo carcerario, narrando la storia di «un erbivoro, un detenuto condannato alla reclusione fino al giorno 99 del mese 99 dell’anno 9999». Firmatario dell’appello per l’abolizione dell’ergastolo, Celestini (che ad aprile sarà in teatro con “Discorsi alla Nazione”) ricorda le parole del medico Franco Basaglia sul parallelismo fra carceri e manicomi e sottolinea le mancanze dell’istituzione carceraria italiana, paventando una utopica ma razionale, soluzione finale…

Cosa intende quando afferma che in Italia il carcere supplisce al Welfare?

«Il settanta per cento dei detenuti stanno in carcere per reati connessi alle droghe e all’immigrazione. Visto che la società non riesce ad occuparsene direttamente, li abbandona come cittadini e aspetta di recuperarli come delinquenti».

A proposito di carcere, qual è il loro stato nel nostro paese?

«Sono le peggiori carceri in Europa. La Corte Europea di Strasburgo in questi giorni ha nuovamente condannato l’Italia per violazione dell’art. 3 della Convenzione dei Diritti dell’Uomo, quello contro la tortura e i trattamenti inumani. Le normative comunitarie sul trattamento dei maiali impongono sei metri quadrati per ogni suino. In molte galere del nostro paese ci sono letti a castello di quattro piani e soprattutto, quasi la metà dei detenuti sconta una pena senza aver ricevuto una condanna in via definitiva».

Lei ha partecipato con un appello online, alla richiesta della fondazione Veronesi per l’abolizione dell’ergastolo. Perché?

«Perché l’ergastolo è anticostituzionale oltre che semplicemente disumano. L’articolo 27 della nostra Costituzione dice che le pene devono tendere alla rieducazione, perciò che senso ha rieducare un individuo per farlo morire in carcere? La vulgata giustizialista ironizza su questo particolare e ci ricorda che molti condannati all’ergastolo, in realtà, scontano solo venti o trent’anni. Lo dicono come se passare tutto quel tempo in pochi metri quadrati fosse una vacanza. E poi non ricordano che esiste l’ergastolo ostativo che non da la possibilità di accedere a nessun beneficio e soprattutto alla riduzione della pena».

Come si spiega il fallimento del ddl sulle pene alternative alla detenzione, tanto auspicato dal ministro della giustizia, Paola Severino?

«Il discorso, apparentemente progressista, sul carcere ruota sempre attorno alla stessa questione: le galere sono sovraffollate, perciò dobbiamo trovare una maniera per decongestionarle. In automatico si trovano due soluzioni: quella temporanea dell’indulto e delle pene alternative, e quella palazzinara della costruzione di nuovi penitenziari.In Italia si sono applicate decine di misure straordinarie di decongestionamento dalla fine della seconda guerra mondiale. La misura straordinaria è, in realtà, la prassi. Ed è stato così fino all’ultimo indulto, quello approvato con la più larga maggioranza degli ultimi sessanta anni, ma anche quello più odiato dai cittadini e persino dai politici che l’hanno votato.

Costruire nuove carceri, come spesso auspicato, sarebbe una soluzione?

«Erigere nuovi penitenziari è una misura altrettanto discutibile visto che, come sappiamo, la grande maggioranza dei reati compiuti sono un servizio che la società illegale fornisce alla società legale. Il problema non consiste nel mandare la gente in galera, ma intervenire sulla relazione che sussiste tra la società illegale e quella legale che si serve dell’illegalità. Oltre a questo bisognerebbe ragionare anche sul fatto che molti reati, se considerati con un po’ d’attenzione, sono azioni immorali, ma, forse, non dovrebbero essere sanzionati».

E per quanto riguarda le pene alternative?

«Fa paura che si arrivi ad esse partendo dalla situazione contingente della sovrappopolazione carceraria e non dal fallimento della galera come istituzione. Il fallimento di un’istituzione che nasce, così com’è ora, con la borghesia e l’illuminismo. Un’istituzione che, nel migliore dei casi, considera il condannato come un bambino da rieducare e non come un essere umano che deve riconciliarsi con la società. E che poi, in realtà, è soltanto una discarica sociale. Non a caso lo stesso sistema che vorrebbe nuove carceri e congestiona quelle esistenti, è il sistema che congestiona le discariche esistente e ne vorrebbe costruire altre».

Lei crea un significativo parallelo fra carcere e manicomio. Di cosa si tratta?

«Franco Basaglia vi si riferisce quando, parlando del campo di concentramento e della scuola, della fabbrica e della caserma, del manicomio e della galera, scrive “Sono istituzioni basate sulla netta divisione dei ruoli: la divisione del lavoro (servo e signore, maestro e scolaro, datore di lavoro e lavoratore, medico e malato, organizzatore e organizzato). Ciò significa che quello che caratterizza le istituzioni è la netta divisione tra chi ha il potere e chi non ne ha”».

Quanto è attuale il problema del razzismo in Italia?

«Ciò che chiamiamo razzismo è un dispositivo culturale che si muove attraverso un doppio meccanismo. Da una parte è una forma di difesa individuale, dall’altra un sistema di controllo sociale. Sono due elementi che vivono in simbiosi, l’uno serve all’altro. Il singolo si difende individuando come corpo estraneo il nuovo arrivato, lo straniero, il povero. Gli impone un’omologazione alla quale lui stesso non crede, dicendo “se vuole stare nel mio paese, deve rispettare le regole”. Lo dice anche se queste regole non esistono e lui stesso, l’indigeno, se ne frega. Non vuole realmente difendere la religione che frequenta come cliente saltuario, né la sicurezza che non ha più nulla a che fare con la presunta comunità in cui vive perché si è ristretta al suo piccolo mondo privato, né tantomeno alla tradizione che ormai s’è trasformata in un ridicolo teatrino folkloristico. L’indigeno difende la propria posizione dominante. Intuisce che il sistema capitalistico è fondato sullo sfruttamento delle risorse ambientali, del tempo e della vita delle persone. Il razzismo è una qualità della relazione tra gli individui che serve a mantenere un rapporto di egemonia-subalternità».

Lei ha dichiarato: “Bisognerebbe arrivare all’anarchia, concedendo alle autorità la possibilità di autoregolamentarsi senza ricorrere alle leggi”. La  soluzione definitiva o solo un’utopia?

«È l’ottimismo della volontà che cerca di contrapporsi al pessimismo della ragione».

 Francesco Musolino

©Intervista pubblicata sabato 9 febbraio sul quotidiano La Gazzetta del Sud

 

Dalla marijuana al comunismo: Oliver Stone a Taormina

TAORMINA. «L’Italia ha partecipato attivamente alle missioni della NATO in Afghanistan, Iraq e Libia. Siete un paese delegittimato che non può ribellarsi alla smania degli Stati Uniti di mettere le mani sul mondo intero».

Il regista americano Oliver Stone, tre volte premio Oscar, è senza dubbio la punta di diamante della 57a edizione del Taormina Film Fest e non ha certamente deluso le attese. Attualmente è al lavoro su un documentario da dieci ore dal promettente titolo – The Unknow Story of United States – nel quale vuole mettere in luce il peso dell’America sul mondo come lo conosciamo oggi: «Sono certo che se i servizi segreti americani non fossero intervenuti nel ’48, l’Italia sarebbe diventata un paese comunista».

Stone non si tira indietro e rilancia ancora: «La Morgan Bank ebbe un peso fondamentale per la storia italiana perché finanziò direttamente Mussolini e la diffusione del fascismo. Inoltre nel mio documentario dimostro con l’aiuto di storici, che le truppe alleate liberando la Sicilia avrebbero potuto agire in modo assai diverso, senza bombardare in modo indiscriminato».

Stone è a lavoro anche su Savages un serial tv nel quale narrerà come Los Angeles sia diventata la capitale mondiale della marijuana, rivelando anche un’ampia conoscenza dell’argomento: «Prima dominava l’hashish afghano ma oggi il massimo sul mercato è l’erba della California del Sud. Hanno fatto grandi investimenti genetici e oggi la qualità Original Gangster, la più saporita,  costa quasi come un buon bordeaux».

 

 

Fonte: Stretto Indispensabile del 14 giugno 2011

 

Patrizia Wächter: «Vi racconto chi era Papà Leo»

Leggendo le belle e accorate pagine di “Papà Leo” (Bompiani editore, pp. 204, €16,50) riviviamo l’incredibile vita dell’impresario Leo Wächter guidati dalla prosa semplice e piacevole della figlia Patrizia, che per quindici anni ha gestito con lui il “mitico” Teatro Ciak di Via San Gallo n°33, a Milano. Oggi Patrizia è un’affermata figura nel mondo cinematografico, collabora con diversi registi sia italiani che stranieri e tra gli altri, con il Noir in Festival, il Festival del film di Locarno, le Giornate degli autori a Venezia, il Torino Film Festival.

A dieci anni di distanza dalla morte del padre, Patrizia Wächter ha deciso di farne rivivere la figura e con essa il suo coraggio, il grande intuito e la sua famosa generosità. Leo Wächter, ancora bambino, finì nel campo di lavoro di Dachau dal quale fuggì finendo in Olanda, poi in Jugoslavia e infine in Italia ma solo nel 1966 ottenne la cittadinanza e ciò lo costrinse a rinunciare a due sogni. Partecipò alla Resistenza, finì in carcere e conobbe la famiglia Fo.

I suoi risultati come impresario privato sono incredibili: fu lui a organizzare la storica tournée dei Beatles nel giugno 1965. Oltre ai Beatles, portò nel nostro paese artisti del calibro di Louis Armstrong, Duke Ellington, Ella Fitzgerald, Jimi Hendrix, i Rolling Stones, The Who, il grande Frank Sinatra, senza dimenticare la sua grande passione per il mondo circense e l’avventura della balena Jonas…

 

Patrizia, come mai ha voluto raccontare la vita di suo padre a dieci anni dalla sua scomparsa?

Alla base di questa scelta ci sono una serie di motivi. Innanzitutto per elaborare i lutti serve parecchio tempo ma anche perché, col passare degli anni, le persone che ricordavano il suo impegno e i suoi successi erano sempre meno. Quando morì non organizzammo nulla e non partecipammo a nessuna commemorazione in suo nome ma non vi fu alcuna decisione alla base, era semplicemente la nostra risposta, il nostro modo di sopravvivere alla sua scomparsa. Però mi dispiaceva tantissimo rendermi conto che quando si parlava di jazz, di circo, di teatro o di rock, quasi nessuno lo citava. Scriverlo è stato molto duro: è servito oltre un anno di ricerche per reperire il materiale e per me, che odio scrivere persino i comunicati stampa, mettermi alla prova con un romanzo è stato come entrare in terapia. Delle ricerche si sono occupati Leonard e mio marito Antonello che hanno ricostruito tutto con grande cura anche grazie a delle associazioni polacche che hanno permesso di ricostruire la prima parte della sua vita. Anche Umberto Veronesi e Dario Fo mi hanno aiutato a ricostruire degli aspetti della sua vita che non potevo conoscere, come la sua militanza partigiana che la sorella di Dario, Bianca, ricostruisce in parte nel suo libro Io, da grande, mi sposo un partigiano. La ringhiera dei miei vent’anni (Einaudi).

Per via del suo vissuto ma anche del suo attuale lavoro sottolinea senza snobismo che la fascinazione per la celebrità non l’hai mai davvero vissuta. Forse l’unica volta fu in quella foto accanto ai Fab Four…

Beh, l’emozione di aver conosciuto i Beatles venne anni dopo. Ero una persona talmente fortunata che anche quella tournée mi sembrava normale. Credo ci siano due tipi di emozioni quando si conoscono personaggi davvero importanti, quella artistica e quella da autografo. Quest’ultima, davvero, non l’ho mai provata ma quella artistica la provo ancora oggi. La storia della foto è davvero particolare perché, all’improvviso mi hanno seduta accanto a loro e quella foto, mi è giunta anni dopo dalla famiglia di mio padre che vive in America. Invece la foto in cui sono immortalata mentre scendo dall’aereo con i Beatles l’ha trovata casualmente mio marito Antonello in una libreria. Pensate che io non sapevo nemmeno che esistesse quella foto.

Però Antonello lei non lo faceva nemmeno entrare al Derby…

Allora ero una ragazzina un poco viziata e al Derby facevo entrare solo i miei amici. E lui non lo era!

Nel libro riporta il contratto coi Beatles: era un semplice foglio di carta con quattro righe e due firme in calce, quasi un gentleman agreement. Che differenza con i contratti di oggi…

Mio padre aveva amici sparsi per il mondo che gli mandavano telegrammi con poche righe. In quello dei Rolling Stones, dietro, ci sono solo le date di nascita. Oggi è cambiato tutto. Basta pensare ai miei contratti o quelli con i festival, roba di pagine su pagine. Oppure, quando curo un grosso film a livello nazionale, arrivano dagli uffici stampa una serie di condizioni ferree, come domande da non fare e richieste più o meno comprensibili da parte degli attori. Da una parte tutto si è semplificato grazie ad Internet ma d’altra parte tutto si è complicato, incasinato.

Suo padre era affascinato dal mondo circense. Organizzò la tournée del Circo di Mosca che venne anche ricevuta in Vaticano, un evento storico. E il giorno delle tue nozze le fece anche una proposta shock…

Non voleva che mi sposassi e mi propose un giro del mondo. Era davvero gelosissimo e per dieci anni, prima che nascesse mia sorella, fui anche figlia unica. Voleva che restassi per sempre la sua bambina ma onestamente era anche un po’ maschilista…

Ad un certo punto ricorda che suo padre, seduto alla cassa del Ciak con accanto il suo cane, le rimproverava di voler cambiar vita.

Intanto credo che in generale lavorare con i propri genitori sia difficilissimo. Nel migliore dei casi ci si vuole talmente bene che si finisce per litigare su tutto. Ma nel caso specifico, il problema è che lui amava moltissimo il rischio, era un vero incosciente, aveva milioni di idee che voleva mettere in pratica. E vi riusciva sempre. Al contrario io sono una persona che detesta il rischio. Anzi, forse lo sono diventata col tempo, prendendo le distanze da lui e da quella vita. Ma non metto in dubbio il fatto che il vero impresario privato, per avere successo, doveva agire esattamente come faceva lui, doveva amare il rischio.

Scrivi che se tuo padre avesse saputo in anticipo l’esito degli spettacoli sarebbe divenuto milionario ma si sarebbe annoiato. Per questo rifiutò il contributo pubblico per il Ciak. Ma decise anche di non seguire Mina, Celentano e abbandonò un locale importante come il Piper. Insomma fece scelte coraggiose.

Credo che Mina e Celentano li rifiutò perché non voleva fare l’agente, non voleva prendersi cura dei personaggi. E questa scelta, ammetto, la condivido in pieno. Io seguo i film come ufficio stampa ma non i singoli attori anche perché credo che sia un lavoro difficilissimo per il quale sei costretto ad annullare la tua personalità, mettendoti a totale disposizione del tuo assistito. Invece il Piper, penso che lo lasciò perché una discoteca, al contrario di un teatro, ad un certo punto porta con se un ambiente non proprio “pulito”. Altrimenti non si spiegherebbe perché d’improvviso, nonostante il successo, decise di lasciarlo.

Di tuo padre dice che lui ascoltava sempre tutti…ma poi faceva sempre di testa sua…

Assolutamente sì. Ma forse aveva anche ragione a fare così. Io all’inizio ero molto impreparata ma di sicuro mio padre, pur essendo una persona meravigliosa, non aveva un buon carattere e si fidava soltanto di se stesso. In fondo, sin dall’infanzia, dovette lottare sempre per affermarsi.

Eppure la tournée di Paul Anka nacque grazie a lei…

Ma in realtà credo che sia una leggenda metropolitana. Lui disse che ero stata io a convincerlo perché a me piaceva moltissimo ma credo che alla fine ci sarebbe arrivato lo stesso e visto che quell’operazione andò benissimo me ne diede il merito.

Dietro le figure di Jimi Hendrix e Frank Sinatra ci sono due aneddoti gustosi…

Jimi Hendrix doveva fare un concerto il pomeriggio ma non stava affatto bene, non si reggeva in piedi. E ovviamente nacquero mille leggende metropolitane su quale fosse l’origine del suo malanno… Ma la sera, i giornali raccontano, fece un concerto meraviglioso. Per quanto riguarda Sinatra accadde che il primo concerto andò malissimo mentre il secondo fu un successone e lui, da gran signore, pretese di coprire le spese del primo spettacolo. Ma successi e insuccessi, per un impresario privato, si alternano spessissimo. Delle volte organizzavi uno spettacolo e pensavi che non venisse nessuno eppure capitava che si formassero le file al botteghino perché, evidentemente, quello era il momento perfetto per organizzarlo. Altre volte invece eri convinto che sarebbe stato un successo, come nel caso di un grosso concerto di Franco Battiato al Palazzo dello Sport di Milano, e invece si rivelava un tremendo flop. Eppure Battiato era già famoso… Per questo poi gli venivano gli infarti…

A proposito della generosità di tuo padre, lei afferma che il periodo trascorso a Dachau ha sicuramente avuto un peso non indifferente…

Certamente. Però tengo a precisare che Dachau, quando lui fu lì, era ancora un campo di lavoro e non vi giunse perché ebreo ma perché suo padre era social-democratico. Ma di sicuro l’esser costretto a fuggire lo costringeva a cercare di vivere al massimo, aveva paura di non avere abbastanza tempo davanti. In realtà ha vissuto moltissimo e ha avuto grandi soddisfazioni ma da giovane ha cominciato a star male. Ha avuto ben 6 infarti e nell’82, a soli sessant’anni, ebbe un ictus importante. Era ancora molto giovane.

L’elenco degli artisti che dal ’77 in poi passarono da via San Gallo n°33, è davvero impressionante e molti di questi lo chiamavano Papà Leo.

Soprattutto lo faceva Jango Edwards, uno dei comici più divertenti e di successo di quel periodo. Papà non voleva che lui finisse nudo ma, inevitabilmente, alla fine lui si spogliava e poi andava da lui e gli diceva “Scusa Papà Leo”. Ma molti dei comici lo presero come un secondo padre perché gli volevano davvero molto bene e lo vezzeggiavano.

Suo padre ebbe la possibilità di lasciare l’Italia ma poi decise di abbracciare la causa partigiana e ciò lo portò a far conoscenza dell’intera famiglia Fo.

Conobbe casualmente Bianca che ricostruì nel suo libro questa storia e si nascose dal capostazione, che era il papà di Dario. Molti anni dopo, quando un giornale attaccò duramente Dario, papà lo andò difendere. Magari Dario vestiva davvero una divisa ma molti giovani, a quel tempo erano obbligati a farlo. Anzi, magari la vestivano per poter meglio aiutare i partigiani e Dario era un noto antifascista. Poi quando nacque il Ciak, Dario e Franca vennero spesso a lavorarci ma, come scrivo, il palcoscenico era davvero troppo piccolo. Ciò non toglie che quando lasciarono il Ciak mio padre si offese a morte e ci mise molto a perdonarli.

Il successo è sempre frutto di un insieme di tanti fattori. Ma secondo lei perché il Ciak era un luogo così speciale?

Il periodo trascorso al Ciak fu uno dei più belli della mia vita anche se alla fine non ne potevo davvero più, un teatro così ti costringe a viverci dentro senza alcuna pausa compresi Natale e Capodanno. Era un periodo fantastico dal punto di vista dello spettacolo perché rinascevano il mimo e un certo tipo di cabaret dopo un lungo periodo di calma piatta. La cosa bella è che da quell’esperienza sono nate anche vere amicizie come quella con Alessandro Bergonzoni.

Il suo personale ricordo di tuo padre è il primo di un lungo elenco con il quale si chiude il libro. Come mai lui per primo?

Perché Alessandro lascia “un rigo di silenzio” per ricordare mia sorella e in fondo questo libro è dedicato interamente a lei visto che quel lutto non l’ho mai davvero elaborato.

Solo nel 1966 suo padre divenne italiano e per questo fu costretto ad abbandonare il calcio e la medicina. Ma nonostante una vita così frenetica e ricca d’avventura suo padre ebbe sempre due rimpianti…

Barbra Streisand e il festival di San Remo. Della Streisand l’ho scoperto solo dopo, per quanto riguarda San Remo…ci mancava solo quello!

 

Fonte: Satisfiction del 14 ottobre 2010

 

Marco Bellocchio sulla banalità del cinema italiano: «Oggi viviamo in tempi di guerra»

TAORMINA. A soli 26 anni, nel 1965, Marco Bellocchio esordì e divenne famoso con “I pugni in tasca”, un film che coglieva pienamente lo spirito di ribellione e protesta di quegli anni che sfociò nel Sessantotto. Con gli anni Bellocchio non ha mai messo da parte la sua grinta – si pensi a “L’ora di religione”, “Buongiorno, notte” e “Nel nome del padre” – attaccando spesso le convenzioni sociali e l’industria cinematografica: «Il diploma al Centro Sperimentale di Roma è stato ridicolo, non mi è servito a nulla. Sono andato via dall’Italia per capire se volevo davvero fare il regista e credo che il distacco sia stato benefico». Alla 56a edizione del Taormina film fest ha ricevuto il Taormina Arte Award ma anche oltreoceano il film ha riscosso grande successo. A gennaio porterà a teatro la riduzione teatrale del suo film d’esordio, con il figlio Piergiorgio e Ambra Angiolini nei ruoli dei protagonisti. Dopo i successi di “Vincere”, Bellocchio sta cominciando a lavorare ad un viaggio nell’Italia dei giorni nostri, «fra i tanti paradossi e i fasti del potere».

Lei ha spesso attaccato le “scuole cinematografiche”. A cosa servono?

«A nulla. Oggi i giovani apprendono molto velocemente l’abc del cinema e sono molto ferrati sulle innovazioni tecniche, molto più di me. Il vero problema sta nel saper scrivere la sceneggiatura e nel lavoro con gli attori. Oggi ci sono film ben montati, con una buona musica e una bella fotografia ma spesso sono recitati male. Magari è anche colpa del soggetto ma il più delle volte è la diretta conseguenza della devastazione televisiva che continua a sfornare dei divi da reality o da fiction che non recitano, mormorano come nella vita quotidiana. Non sono dei cani, non sono proprio attori. Nessuno di questi potrebbe recitare Shakespeare o Pirandello».

Le piace il cinema italiano contemporaneo?

«Il cinema oggi è messo in un angolo, la tv ha assorbito tutti gli spazi. Ovviamente sarebbe meglio puntare su storie e visioni originali evitando di cadere nella banalità. Ma tutto questo è contraddetto dal fatto che la gran parte del cinema italiano è di una qualità davvero mediocre che incassando molto riesce a far sopravvivere anche quei pochi film buoni. E’ un discorso davvero complesso. I film natalizi incassano moltissimo perché viviamo in anni di grande inquietudine e il pubblico cinematografico desidera divertirsi ed evadere. Oggi il genere drammatico attrae poco, esattamente come accadeva negli anni della guerra. Anche oggi siamo in anni di guerra. Non è tutto da buttare perché ci sono tanti singoli autori davvero validi ma manca una visione d’assieme, credo che il cinema italiano sia inferiore alla somma delle sue parti».

Taormina ha ospitato al Teatro Antico l’anteprima mondiale di Toy Story3D. Le è piaciuto?

«Negli anni ’50 avevo visto qualche film in 3d che poi scomparve per ricomparire oggi. E’ un film molto americano, un po’ stucchevole e con l’inevitabile lieto fine. A dire la verità ero incerto se restare o andar via, alla fine sono rimasto anche sorpreso dalle sequenze finali che mi hanno persino emozionato».

Dopo “Vincere” sta realizzando “Italia Mia”. Un atteso ritorno all’attualità.

«Ho creduto molto in“Vincere” soprattutto perché lo ritengo un film molto attuale, addirittura la critica estera si è soffermata sul paragone Mussolini-Berlusconi a cui io non pensavo affatto. Sto realizzando “Italia Mia”, un film sui nostri anni che sarà molto difficile da realizzare vista la prudenza dei produttori oggigiorno. In questo film parlerò dei paradossi di una certa Italia. Ad esempio dell’assurdità di realizzare un museo a Ravamusa che non ha avuto neanche un visitatore per diversi mesi. Sarà un film complesso, difficile da finanziare, perché voglio rappresentare anche i fasti di chi domina e detiene il potere».

A proposito di tempi di guerra, la riduzione teatrale de “I pugni in tasca” è un segnale di un rinnovato impegno?

«C’è curiosità e interesse attorno a questo lavoro teatrale, conseguenza di un interesse del mercato. E’ certamente un segnale positivo ma visti gli anni in cui viviamo sarà necessario attendere il responso del pubblico».

 

Fonte: L’Editoriale, Luglio 2010