Fra Caravaggio e la vendetta spietata. Il ritorno di Lisa Hilton, aspettando “Ultima”.

DOMINA, LISA HILTON, LONGANESI pp.416 EURO 16,90

FRANCESCO MUSOLINO

Bionda, occhi cerulei, una laurea in Storia dell’arte ad Oxford e un talento per la scrittura che mescola adrenalina e ambientazioni suggestive, ironizzando sull’ego dei nuovi ricchi e concedendosi venature d’eros. La scrittrice inglese Lisa Hilton parla perfettamente l’italiano e con il suo libro d’esordio, Maestra (Longanesi), ha venduto  un milione nel mondo, tradotta in quarantadue paesi e destinata a sbarcare in tv con una serie prodotta da Amazon Studios. Con il secondo capitolo della sua trilogia, Domina riporta al centro della scena la sua eroina Judith Rashleigh, una donna bellissima, fiera e altamente pericolosa, disposta a seminare cadaveri sul proprio cammino per prendersi ciò che la vita le ha negato. Dimenticate le protagoniste remissive alla Rossella O’Hara perché Judith non crede nell’amore, considera i sentimenti un mero impedimento e rivendica il diritto di concedersi il piacere carnale senza alcun senso di colpa. Nelle primissime pagine di Domina, Judith ha provato a cambiare identità e ha aperto una piccola galleria d’arte nella sua amata Venezia – in cui la Hilton progetta di trasferirsi presto, con la figlia adolescente – cogliendone le sfumature di luce, incensandone la bellezza decadente. Occasione perfetta soprattutto per mettere all’indice il mondo dell’arte moderna e l’idea che si possa decidere a tavolino chi sarà il prossimo artista che il pubblico adorerà, immolando le emozioni dinnanzi al portafoglio. Ma la Hilton non crede nel lieto fine e nel giro di poche pagine quel mondo dorato e intoccabile, andrà in frantumi, ridotto in polvere e pulviscoli proprio alla stregua di un vetro di Murano. La trappola scatta con le sembianze di un ricco oligarca, Pavel Yermolov, che convoca Lisa per sottoporle la sua maestosa collezione e ottenere una valutazione; abbagliata dall’offerta e dalla possibilità di posare i propri occhi su alcune opere inestimabili, Judith vacilla e troppo tardi si renderà conto di essere finita in una trappola fatale. Centrale, come detto, è il contesto delle case d’asta e del mondo dell’arte tout-court e se nel primo libro l’artista di riferimento era Artemisia Gentileschi, stavolta al centro della scena troviamo Caravaggio, cogliendo sia i lati oscuri della biografia che le suggestioni per il presunto ritrovamento di una sua opera inedita, scatenando una adrenalinica battaglia fatta di mosse e contromosse, depistaggi e abboccamenti, destinata a lasciare sul campo altre vittime, più o meno colpevoli. Come andrà a finire? Presto per dirlo, ma la Hilton ha appena annunciato che la prossima primavera sarà pubblicato anche il terzo volume, Ultima, ambientato in parte in Calabria, decisa a “raccontare l’Italia da un punto di vista non convenzionale”, lasciandosi ispirare dalla controversa vita di Paul Gauguin.

FONTE: IL MESSAGGERO, 2017

Il grande ritorno di Rocco Schiavone, fra complotti e tradimenti.

PULVIS ET UMBRA – ANTONIO MANZINI – Sellerio, pp. 416 euro 15

FRANCESCO MUSOLINO

Pulvis et Umbra (edito da Sellerio) è la sesta avventura del vicequestore Rocco Schiavone, creato dalla penna di Antonio Manzini e felicemente già approdato sugli schermi di RaiDue, interpretato da Marco Giallini. Romano verace, Schiavone è stato strappato all’Urbe come punizione per la sua condotta non certo irreprensibile e il suo inserimento nella fredda Aosta stenta a decollare, fra giornalisti vendicativi e superiori ostili. Nel frattempo dal Ministero continuano a tenerlo nel mirino e a rendergli la vita difficile – verrà privato persino del suo ufficio e confinato in una sorta di sgabuzzino delle scope – e Schiavone reagirà malissimo, delegando tutto ai colleghi con esiti tragicomici. Il vicequestore Schiavone continua a rimpiangere e a vivere nel rimorso per la scomparsa della sua defunta Marina ma, nel frattempo, due figure femminili si fanno più prossime: il commissario alla scientifica, la siciliana Michela Gambino che crede nei complotti e soprattutto l’agente Caterina Rispoli, con la quale il feeling sembra già scattato da tempo e stuzzica il lettore. Schiavone inquadra tutta la propria esistenza nel tentativo di scansare le seccature eppure spiazza il lettore accogliendo il giovane Gabriele, il vicino di casa scapestrato, rivelando nei suoi confronti una tenerezza insospettabile, tanto da impartirgli persino burbere lezioni di vita da strada. Con questo libro Manzini conduce il proprio personaggio ad un giro di boa. Sarà impegnato in una doppia indagine per omicidio apparentemente non collegata e finirà per incassare una sonora sconfitta, chinando il capo, con amarezza alla Ragion di Stato e obbedendo agli ordini dei propri superiori. Ma Rocco dovrà fare i conti con gli amici di una vita e il loro voltafaccia inaspettato. Tempi duri si profilano all’orizzonte per il vicequestore Rocco Schiavone e in attesa della seconda serie su RaiDue – già in lavorazione – il libro è scattato, con merito, in cima alle classifiche di vendita. Riuscirà Schiavone a mandar giù i rospi e tenere a bada il suo amor proprio o prossimamente – con buona pace della sua passione per le Clark’s – sarà trasferito direttamente sulle Dolomiti, fra bufere e skylift?

 

Ricerca dello scoop o etica? Simi svela i vicoli ciechi della cronaca nera.

LA RAGAZZA SBAGLIATA, GIAMPAOLO SIMI – SELLERIO, pp.400 euro 15

FRANCESCO MUSOLINO

Ogni giornalista di cronaca nera è ossessionato da un caso, un crimine, risolto o meno. Non si sottrae alla regola nemmeno Dario Corbo, il protagonista de “La ragazza sbagliata” (Sellerio, pp.400 euro 15) il nuovo libro di Giampaolo Simi. Simi gioca con il tempo, fra flashback, indizi e ricordi che riemergono dalle nebbie del tempo, per raccontare la storia di una ragazza comune, Irene, scomparsa nel nulla la notte del 9 luglio 1993 a Marina di Pietrasanta. La sua scomparsa, prima scambiata per una fuga d’amore o una voglia di libertà, come suggerisce la traccia di maturità ispirata da una massima di Tocqueville, mobiliterà la stampa nazionale e sarà il vero e proprio crocevia nella giovane carriera del protagonista, giunto ad un passo dal licenziamento per aver trattato la notizia con fin troppa enfasi da rotocalco. Ma erano altri tempi. Infatti lo scenario presente per lui è impietoso. Dopo essere stato un cronista arrembante, Dario ha avuto un lampo di notorietà ed è arrivato alla direzione di un magazine di successo, “Chi è stato?”. Poi è arrivata la crisi e nonostante tutto andasse bene, il CdA ha scelto di liquidare tutto e abbassare la saracinesca. Sono pagine dolorose quelle in cui Simi – mediante il suo protagonista – svela ciò che spesso può accadere in una redazione, la ricerca di un facile scoop per aizzare i lettori e aumentare la tiratura, la dura lotta quotidiana per la ricerca delle inserzioni, la pista del pregiudizio razziale per aumentare i click e i lanci a caratteri cubitali, salvo poi essere costretti a smentire tutto. Ma domani è un altro giorno, ciò che conta è non bucare lo scoop, no? La narrazione avvolge presto il lettore in un vortice e se la tragica fine della giovane ragazza è palese e ben presto nota – con tanto di torture e sevizie sul cadavere nascosto per giorni e giorni su una rupe – il vero dilemma è: sarà stata davvero Nora Beckford, figlia del noto artista, a compiere il misfatto? Era sotto gli influssi di alcool e sostanze o ha agito per motivi passionali? E i suoi presunti complici? Nora sta per uscire di galera e il presente si infiltra sotto il passato. Dopo la chiusura del magazine, Dario ha il conto in rosso, ha rotto con la moglie e deve fare i conti con un figlio adolescente con tendenze autolesioniste. È un uomo in caduta libera. Un libro-verità sul caso di Irene potrà sanare le sue finanze? Dovrà dunque riaprire i vecchi faldoni e mettere in dubbio tutto il processo, ribaltare la sentenza. Ma varrà la pena dare tutto in pasto ai media e alle telecamere? L’editore vuole farci un istant book, esige autofiction e così il nostro protagonista dovrà giocare sporco per poter pagare le bollette e recuperare l’onore perduto. Ma a quale prezzo? Simi riflette sul sistema mediatico senza moralismi. Perché dietro ogni scoop che affolla tg e carta stampata, si nascondono vite e segreti infranti e gettati in pasto alla pubblica piazza, affamata di crimini e vogliosi di un facile colpevole. Dov’è il confine fra la ricerca della verità e l’esigenza dello scoop?

FONTE: GAZZETTA DEL SUD, 2017

Goldfinger vs James Bond: chapeau mr. Fleming

Goldfinger – Ian Fleming – Adelphi, pp. 295 euro 20

FRANCESCO MUSOLINO

Grazie al cielo Adelphi prosegue nella ripubblicazione della collana 007 firmata da Ian Fleming. Maestro assoluto delle spy stories, leggendo i suoi libri – da “Il Dottor No” a “Moonraker”, da “Casino Royale” a “Dalla Russia con amore” – riscopriamo le tracce e gli spunti che avrebbero ispirato quasi tutti gli autori da allora in poi, fra best seller e titoli discutibili (proprio come accade per Agatha Christie e i giallisti). Scritto nel 1959 e tradotto con grazia da Matteo Codignola, “Goldfinger” (pp. 295 euro 20), è uno dei titoli più famosi di Fleming, il settimo del ciclo di James Bond, l’agente segreto doppio zero con licenza di uccidere più famoso al mondo. L’azione si svolge fra Miami, Londra, Ginevra e Fort Knox e, come sempre, Fleming tira fuori dal cappello un cattivo con i fiocchi, un uomo detestabile – Auric Goldfinger – emblema del male e colluso con i servizi segreti russi deviati, la SMERSH. L’incontro con Goldfinger è casuale, Bond lo smaschera come baro ingegnoso e così facendo lancia un guanto di sfida che, purtroppo per lui, verrà raccolto. Nel frattempo si consuma sul suolo inglese un traffico d’oro senza pari che sfugge al controllo della Banca d’Inghilterra, oro usato – si teme – per finanziare le manovre russe e proprio Goldfinger, con la sua Rolls-Royce blindata e un fido coreano al seguito, Oddjob, dalle movenze animalesche e la cieca fedeltà al padrone, è l’indiziato numero uno. Ad un passo dalla morte, Bond verrà graziato e arruolato dal super cattivo ma più non si può dire senza rovinare la lettura. Ma ciò che colpisce in Fleming è sempre la sua capacità di cogliere i particolari, l’ironia british tagliente e un po’ sessista, il consumo di alcool smodato di Bond, la bellezza atipica delle donne per cui perde la testa e la classe, ça va sans dire, con cui descrive e veste gli attori in scena in avventure sempre brillanti. Chapeau, mr. Fleming.

FONTE: GAZZETTA DEL SUD, 2017

Il grande ritorno di Harry Hole contro un serial killer assetato di sangue.

Jo Nesbø – Sete – Einaudi, pp. 640 €22 tr. Eva Kampmann

FRANCESCO MUSOLINO

Jo Nesbø non è solo uno scrittore best-seller noto in tutto il mondo. L’ideatore del detective Harry Hole, protagonista di una serie di grande successo, prima di darsi alla scrittura di fiction è stato un calciatore di Seria A in Norvegia, giornalista free-lance e broker di borsa. Ma forse la sua passione più grande è la musica e il suo gruppo “Di Derre”. Nesbø dà la sensazione di conoscere il mondo là fuori, oltre il proprio studio e lontano dalla tastiera del pc, nei suoi libri si avverte la passione per la narrazione e al contempo, traspare la percezione della realtà, della vita vera. Dalla sua prima crime-novel, “Il pipistrello” (pubblicato nel 1997) Hole è cresciuto e ha acquistato spessore e cicatrici, libro dopo libro (imperdibile “Il Leopardo”, Einaudi 2011). Lo ritroviamo in pagina sposato da tre anni con Rakel; Hole si è ritirato dalla vita in strada e adesso insegna all’accademia di polizia di Oslo. Ormai cinquantenne ha scelto di rinunciare agli orrori e alla violenza delle indagini, ha chiuso con l’alcool ma il male torna a cercarlo, inesorabile. “Sete” (Einaudi) ruota attorno al sito di dating online più famoso, Tinder, difatti tramite la app per il sesso occasionale, uno spietato serial killer dà la caccia alle sue prede e Nesbø gioca con il lettore seminando numerose false piste e facendo crescere la suspense ad arte. Tutto ha inizio con l’uccisione di tre donne in rapida successione nelle proprie case ad Oslo – il pericolo non è fuori ma dentro le mura domestiche – e su ciascuna c’è una macabra firma: morsi profondi sul collo, pelle lacerata brutalmente e il sospetto che il fondato sospetto che killer abbia bevuto il loro sangue. Spietato nel sospingere il lettore innanzi, Nesbø firma l’undicesimo libro della serie con protagonista Harry Hole (“Polizia” era uscito nel 2013 sempre per Einaudi e sembrava poter essere il capitolo finale), un eroe pieno di ombre, “forse il migliore, forse il peggiore, a ogni modo il più leggendario investigatore della polizia di Oslo”, molto amato dal pubblico femminile perché, nonostante tutto, mostra tutte le sue debolezze e non nasconde i propri sentimenti per Rakel e dovrà far scudo anche al proprio figlio, Oleg. Jo Nesbø, considerato il re del thriller scandinavo, danza sulla pagina e scatena la violenza del proprio serial killer, richiamando in causa il vampirismo, i giochi sadomaso e persino la tradizione nipponica, dando spessore ad un personaggio che non è soltanto cattivo, ma un vero incubo in carne ed ossa.

FONTE: GAZZETTA DEL SUD, 2017

Alan Friedman: «mi vergogno di Donald Trump. Non ci meritiamo questo presidente».

Alan Friedman

«Donald Trump è il simbolo della democrazia illiberale. Al G7 di Taormina Trump si è comportato da cafone, mi vergogno di essere rappresentato da un uomo così». Senza mezzi termini, il giornalista americano Alan Friedman, celebre volto sulla tv italiana, giudica con disprezzo l’inquilino della Casa Bianca e nel suo nuovo libro, “Questa non è l’America” (Newton Compton, pp. 348 €12,90) racconta un viaggio nel cuore degli Stati Uniti, una vera e proprio contro storia degli ultimi sessant’anni che ruota attorno ad un assunto provocatorio: «il sogno americano è morto. Era un ideale meritocratico che ha fatto sognare intere generazioni ma oggi il paese è spaccato, impoverito e preda del razzismo più becero». Alan Friedman è uno degli ospiti internazionali della settima edizione del TaoBuk – ideato e diretto da Antonella Ferrara. Leggi il resto di questa voce

«La meraviglia si annida fra le pieghe della realtà quotidiana». Pietrangelo Buttafuoco racconta “I baci sono definitivi”

Pietrangelo Buttafuoco

«La verità travalica la realtà, la meraviglia si annida fra le pieghe di ciò che accade tutti i giorni, dobbiamo solo saperla interpretare». Lo scrittore e saggista catanese Pietrangelo Buttafuoco – editorialista per Radio24 e firma su diversi quotidiani – torna in libreria con “I baci sono definitivi” (La Nave di Teseo), un libro denso d’amore e di storie, abbandoni e illusioni, rileggendo la realtà e trasfigurandola, chiamando in causa la Natura, il dio Mercurio e il Diavolo, fra rimandi cinematografici e letterari. Sono rapidi racconti di un osservatore, un diario di viaggi lungo la metropolitana di Roma e poi ancora a Fiumicino, Teheran, sulla nave traghetto per Messina e sulla strada statale 121 per Agira. Ogni mattina, all’alba, lo scrittore – celebre per “Buttanissima Sicilia” (2014) e “Le uova del drago”(2005) – zaino in spalla si tuffa nella metro, osserva i viaggiatori, prende nota ma poi «lascia emergere la meraviglia», trasfigura i fatti fra vero e verosimile, del resto – assicura alla Gazzetta – «streghe, santoni e maghi esistono, sono intorno a noi ogni giorno». Venerdì 16 giugno, Pietrangelo Buttafuoco presenta a Messina il suo nuovo romanzo presso la libreria La Gilda dei Narratori (Via G. Garibaldi, 56) alle 18.30 Leggi il resto di questa voce

«Le storie? Servono a portare il mare in montagna, a scacciare la paura della notte». Maurizio De Giovanni racconta “I Guardiani”.

Maurizio De Giovanni

Maurizio De Giovanni risponde al telefono dalla sua casa napoletana. Lo interrompiamo mentre è immerso nella scrittura del nuovo libro che uscirà a luglio, “Rondini d’inverno. Sipario per il Commissario Ricciardi”. Celebre per i suoi ritmi di lavoro forsennati, il 2017 di questo autore – classe 1958 – è iniziato felicemente visti gli ottimi dati d’ascolto registrati dalla la serie tv del suo Commissario Lojacono sugli schermi Rai (interpretato da Alessandro Gassman, cui l’autore partenopeo ha dedicato anche il recente volume “Vita quotidiana dei Bastardi di Pizzofalcone”, edito da Einaudi, dando voce ai suoi personaggi in prima persona). Ma presto farà ritorno sul piccolo schermo con una fiction prodotta da Cattleya e tratta dalla sua nuova trilogia, iniziata con il romanzo “I Guardiani” (edito da Rizzoli, pp. 362 euro 19). De Giovanni rimane saldamente ancora alla sua Napoli ma cambia completamente scenario, sfornando un noir avventuroso che inizia nelle aule universitarie – grazie a due dei protagonisti, il brillante antropologo Marco Di Giacomo e l’assistente devoto Brazo Moscati – sfociando poi fra vicoli e cunicoli della città sotterranea, fra segreti, culti misteriosi e assassini efferati, una lunga catena di reati e strani eventi, scoprendosi parte di un disegno che potrebbe coinvolgere l’intera umanità. Maurizio De Giovanni sarà uno degli ospiti di punta della kermesse letteraria palermitana, “Una Marina di Libri” – in programma dall’8 all’11 giugno – presentando il suo nuovo romanzo venerdì 9 (ore 20 all’Orto Botanico) con lo scrittore Gian Mauro Costa.

Da Ricciardi a Lojacono sino ai Guardiani, la scena è sempre Napoli. Perché?

«Esistono una miriade di Napoli, è una città antichissima, sedimentata nel tempo, meticcia e bastarda per sua natura che costantemente propone un punto di vista differente all’osservatore. Chiaramente ciò significa che offre una sequenza infinita di spunti ad un narratore come me, che ama questa città visceralmente. Ma a differenza delle altre serie, ne “I Guardiani” c’è poca strada, poco costume, lasciando spazio al fascino irrequieto della città sotterranea, un’atmosfera intensa e senza eguali».

Con che spirito scrive le sue storie?

«Con gioia. Sono convinto che un narratore abbia non semplicemente il diritto ma il dovere di divertirsi perché solo così può contagiare i lettori».

I suoi personaggi saranno invischiati in una indagine rischiosa, coinvolti in

Antichi culti. Crede davvero ci siano dei luoghi fisici carichi di un’energia spirituale che trascende le epoche?

«Esistono, senza dubbio. Capita a tutti, credo, di aver avvertito una sensazione di benessere o malessere, una condizione inspiegabile provata in una chiesa, nell’androne di un palazzo o in un parcheggio. Dobbiamo accettare un lato misterioso e spirituale della vita, un’energia che risiede nei luoghi e che qualcuno può anche provare a sfruttare».

Brazo e Marco, i suoi protagonisti maschili, come sono nati?

«I personaggi arrivano da soli. In un secondo momento giunge il contesto. Brazo e Marco, come tutti gli altri nati dalla mia penna, sono figli della strada, della memoria e delle circostanze. Il mio pregio, forse, è quello di saper ascoltare con onestà le storie che mi raccontano, non le altero né le manipolo. E sono il primo a stupirmi dei finali».

Napoli è legata a doppio filo con la scaramanzia. Lei cosa ne pensa?

«Non sono superstizioso. Invece mi interessa la casualità degli eventi, mi affascinano i superstiziosi e il loro modo di vedere il mondo».

Anche “I Guardiani” sbarcherà sul piccolo schermo?

«Cattleya ha già acquistato i diritti per una serie in tre stagioni. È un progetto ambizioso cui stiamo lavorando in fase di scrittura».

Lei si considera con modestia un narratore, non uno scrittore. Ma le storie a cosa servono?

«Le storie servono per portare il mare in montagna. Le storie aiutano ad aprire spazi dove non ci sono, ad abbattere gli ostacoli, a far passare la paura della notte. Facendone nascere altre».

Nel volume “Vita quotidiana dei Bastardi di Pizzofalcone” ci sono le foto del set ma soprattutto lei dà voce ai suoi personaggi.

«È stata un’esperienza molto intensa. Ho voluto che parlassero in prima persona per la prima volta e loro mi hanno raccontato un sacco di cose che non sapevo».

Un personaggio l’ha mai tradita?

«Lo fanno continuamente. Ma il bello è proprio questo e ormai sono rassegnato».

Nel 2020 chiuderà con i suoi personaggi?

«Dal 2020 non vorrei più scrivere serie, solo libri singoli. Bisogna fermarsi un libro prima di stufare».

E i lettori come la prenderanno?

(Ride) «Spero bene!»

FRANCESCO MUSOLINO®

FONTE: GAZZETTA DEL SUD, 6 GIUGNO 2017

Il piccolo Giovanni Falcone, eroe senza età nel racconto di Angelo Di Liberto.

«Un invito rivolto a tutti noi a compiere sino in fondo le nostre scelte, ad agire senza temere di essere troppo piccoli o deboli per stare dalla parte del bene». Con queste parole, Maria Falcone dona la propria benedizione al libro “Il piccolo Giovanni Falcone. Un ricordo d’infanzia”, pubblicato da Mondadori (pp. 92 euro 10). La sorella del magistrato barbaramente ucciso il 23 maggio 1992 con la strage di Capaci, firma la prefazione del suddetto volume, scritto dal palermitano Angelo Di Liberto, il tenace ideatore – con Carlo Cacciatore – della comunità facebook “Billy, il vizio di leggere” (che vanta oltre quindicimila membri e ha ideato “Modus Legendi”, una modalità d’acquisto consapevole per far leva sui lettori e la rete, riportando in auge libri meritori passati sotto traccia). La pubblicazione di “Il bambino Giovanni Falcone” è un successo perché questo libro era stato pubblicato nel 2014 dalla palermitana :duepunti edizioni (con il titolo “La stanza del presepe”) ma se ne erano perse le tracce. Oggi, ripescato dall’oblio editoriale, il titolo torna sugli scaffali, con una veste grafica accattivante, impreziosito dalle illustrazioni di Paolo d’Altan. Il tono del racconto voluto da Di Libero è intimo, aulico a tratti, ma non agiografico. Giovanni è ancora un bambino di sette anni con tutte le sue innocenti passioni, su tutte quella per i Tre Moschettieri, mettendo in scena duelli infiniti armato solo d’una spada di legno. E della propria fantasia. Finché la comparsa di un piccolo pastorello nel presepe dentro la sua stanza, lo mette di malanimo. È tutto vestito di rosso, sembra rievocare un delitto di mafia avvenuto a Palermo. E una volta girata l’ultima pagina, al lettore rimarrà l’amarezza per la sorte toccata al giudice Falcone (il volume si chiude con una appendice dedicata alla sua storia) e con essa qualche domanda retorica: in che momento si decide il nostro destino? Quando scegliamo da che parte stare nella lotta eterna fra il Bene e il Male? Di Liberto firma un libretto delicato e rivolto ai giovani lettori in cui si ribadisce l’importanza di ricordare il sacrificio dei tanti uomini giusti caduti per mano della mafia.

FRANCESCO MUSOLINO®

FONTE: GAZZETTA DEL SUD, MAGGIO 2017

Fuggire ovvero la storia vera di Christophe André, disegnata da Guy Delisle.

L’artista francese Guy Delisle è stato fra gli ospiti più attesi alla neonata kermesse milanese “Tempo di Libri” presentando il suo nuovo lavoro, “Fuggire. Memorie di un ostaggio”, pubblicato da Rizzoli Lizard (pp. 432 euro 22). Artista di spicco nel panorama del graphic novel, Delisle (classe ’66) è un punto di riferimento del graphic journalism – reportage disegnati a fumetti – scegliendo di porsi al centro delle storie che disegna come in “Shenzhen” (2001), “Cronache Birmane” (2007) e “Cronache da Gerusalemme” (2012), tutti editi da Rizzoli Lizard in Italia. In questo nuovo lavoro, abbandona la sfumatura comico-surreale, scegliendo di raccontare la vicenda Christophe André, responsabile delle finanze e dell´amministrazione di Medici Senza Frontiere nel Caucaso, rapito l’1 luglio del 1997 e rimasto ben 111 giorni ostaggio di criminali ceceni, sino alla rocambolesca fuga finale. Questa intervista per Gazzetta del Sud è stata anche l’occasione propizia per poter parlare anche delle elezioni in patria e delle tensioni USA-Corea del Nord, del resto Delisle nel 2003 ha pubblicato “Pyongyang”, dove narrava la propria personale esperienza nel regime di Kim Jong-Un.

Come mai per raccontare la storia di Christophe ha scelto di sottrarsi, raccontando tutto dal punto di vista di Christophe?

«È stata una scelta difficile. Sin dall’inizio è stato necessario coinvolgere Christophe nel processo di lavorazione. Mettere delle parole nella bocca di qualcun altro era qualcosa di inedito per me, mi sentivo in difficoltà, soprattutto non volevo allontanarmi dalla verità. Ho iniziato a scrivere e via via gli mandavo le tavole. All’inizio lui correggeva qualcosa, aggiustavamo il tiro e piano piano ho capito il personaggio e quell’atmosfera claustrofobica che è la chiave della storia. Non volevo che avesse nessuna brutta sorpresa, per questo era fondamentale poter lavorare fianco a fianco con lui».

Perché ha scelto di raccontare la sua storia?

«Ho letto i fatti sul giornale e avevo degli amici in comune che facevano parte di Medici senza frontiere. Finché una sera ci siamo trovati insieme a cena. Pensavo non avesse alcuna voglia di raccontare ciò che gli era accaduto ma in realtà lui non si sente traumatizzato, perché si è riscattato riuscendo a fuggire. Lo ascoltavo parlare ed ero incollato ad ogni sua parola. Gli ho proposto subito di fare un fumetto e lui ha accettato subito».

Voilà?

«Sì ma non è stato così semplice iniziare a lavorare su questa storia. Ci ho messo del tempo per trovare il ritmo e la sintonia con una materia così delicata».

Dover raccontare una lunga prigionia ovvero la stessa stanza senza tracce di mobilio né elementi esotici, è stato arduo?

«Esattamente ma sapevo in che tipo di storia mi stavo imbarcando. Non avevo intenzione di aggiungere elementi stravaganti o inquadrature particolari. Tutta l’attenzione doveva essere centrata sul trascorrere del tempo durante la sua prigionia, sul senso di impotenza dell’ostaggio. Questa è una storia vera, non un film hollywoodiano. Avevo bisogno di sobrietà per riuscire a far percepire al lettore come si è sentito Christophe».

Christophe non era una pedina fondamentale in quella ONG. Il fatto che sia un uomo qualunque fa più paura?

«Ha ragione. È la storia vera di una persona normale che si è trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato. La sua storia mi ha colpito subito perché è davvero molto facile proiettarsi al suo posto, immaginarsi su quel giaciglio, con il polso incatenato al termosifone, con un secchio per i propri bisogni e nulla da fare se non aspettare e ipotizzare scenari di fuga o la reazione al suo ritorno a casa».

Ad un certo punto Christophe potrebbe afferrare il fucile di un rapitore ma non coglie l’attimo. E lei, l’avrebbe fatto al suo posto?

«No. Lo so con certezza. E dopo quando si ritrova da solo deve convincersi d’aver fatto bene a non essere impulsivo».

Lei è stato a Pyongyang. Noi europei non sappiamo praticamente nulla di quella realtà, cosa dobbiamo aspettarci?

«Forse dovremmo chiederci se per noi sia più pericoloso Kim Jong-Un o Donald Trump. Del resto la settimana scorsa Trump ha scagliato missili su una base in Siria e poi ha puntato la sua attenzione sulla Corea del Nord ma oggi già pensa a qualcos’altro…».

FRANCESCO MUSOLINO®

FONTE: GAZZETTA DEL SUD