«La meraviglia si annida fra le pieghe della realtà quotidiana». Pietrangelo Buttafuoco racconta “I baci sono definitivi”

Pietrangelo Buttafuoco

«La verità travalica la realtà, la meraviglia si annida fra le pieghe di ciò che accade tutti i giorni, dobbiamo solo saperla interpretare». Lo scrittore e saggista catanese Pietrangelo Buttafuoco – editorialista per Radio24 e firma su diversi quotidiani – torna in libreria con “I baci sono definitivi” (La Nave di Teseo), un libro denso d’amore e di storie, abbandoni e illusioni, rileggendo la realtà e trasfigurandola, chiamando in causa la Natura, il dio Mercurio e il Diavolo, fra rimandi cinematografici e letterari. Sono rapidi racconti di un osservatore, un diario di viaggi lungo la metropolitana di Roma e poi ancora a Fiumicino, Teheran, sulla nave traghetto per Messina e sulla strada statale 121 per Agira. Ogni mattina, all’alba, lo scrittore – celebre per “Buttanissima Sicilia” (2014) e “Le uova del drago”(2005) – zaino in spalla si tuffa nella metro, osserva i viaggiatori, prende nota ma poi «lascia emergere la meraviglia», trasfigura i fatti fra vero e verosimile, del resto – assicura alla Gazzetta – «streghe, santoni e maghi esistono, sono intorno a noi ogni giorno». Venerdì 16 giugno, Pietrangelo Buttafuoco presenta a Messina il suo nuovo romanzo presso la libreria La Gilda dei Narratori (Via G. Garibaldi, 56) alle 18.30 Leggi il resto di questa voce

«Le storie? Servono a portare il mare in montagna, a scacciare la paura della notte». Maurizio De Giovanni racconta “I Guardiani”.

Maurizio De Giovanni

Maurizio De Giovanni risponde al telefono dalla sua casa napoletana. Lo interrompiamo mentre è immerso nella scrittura del nuovo libro che uscirà a luglio, “Rondini d’inverno. Sipario per il Commissario Ricciardi”. Celebre per i suoi ritmi di lavoro forsennati, il 2017 di questo autore – classe 1958 – è iniziato felicemente visti gli ottimi dati d’ascolto registrati dalla la serie tv del suo Commissario Lojacono sugli schermi Rai (interpretato da Alessandro Gassman, cui l’autore partenopeo ha dedicato anche il recente volume “Vita quotidiana dei Bastardi di Pizzofalcone”, edito da Einaudi, dando voce ai suoi personaggi in prima persona). Ma presto farà ritorno sul piccolo schermo con una fiction prodotta da Cattleya e tratta dalla sua nuova trilogia, iniziata con il romanzo “I Guardiani” (edito da Rizzoli, pp. 362 euro 19). De Giovanni rimane saldamente ancora alla sua Napoli ma cambia completamente scenario, sfornando un noir avventuroso che inizia nelle aule universitarie – grazie a due dei protagonisti, il brillante antropologo Marco Di Giacomo e l’assistente devoto Brazo Moscati – sfociando poi fra vicoli e cunicoli della città sotterranea, fra segreti, culti misteriosi e assassini efferati, una lunga catena di reati e strani eventi, scoprendosi parte di un disegno che potrebbe coinvolgere l’intera umanità. Maurizio De Giovanni sarà uno degli ospiti di punta della kermesse letteraria palermitana, “Una Marina di Libri” – in programma dall’8 all’11 giugno – presentando il suo nuovo romanzo venerdì 9 (ore 20 all’Orto Botanico) con lo scrittore Gian Mauro Costa.

Da Ricciardi a Lojacono sino ai Guardiani, la scena è sempre Napoli. Perché?

«Esistono una miriade di Napoli, è una città antichissima, sedimentata nel tempo, meticcia e bastarda per sua natura che costantemente propone un punto di vista differente all’osservatore. Chiaramente ciò significa che offre una sequenza infinita di spunti ad un narratore come me, che ama questa città visceralmente. Ma a differenza delle altre serie, ne “I Guardiani” c’è poca strada, poco costume, lasciando spazio al fascino irrequieto della città sotterranea, un’atmosfera intensa e senza eguali».

Con che spirito scrive le sue storie?

«Con gioia. Sono convinto che un narratore abbia non semplicemente il diritto ma il dovere di divertirsi perché solo così può contagiare i lettori».

I suoi personaggi saranno invischiati in una indagine rischiosa, coinvolti in

Antichi culti. Crede davvero ci siano dei luoghi fisici carichi di un’energia spirituale che trascende le epoche?

«Esistono, senza dubbio. Capita a tutti, credo, di aver avvertito una sensazione di benessere o malessere, una condizione inspiegabile provata in una chiesa, nell’androne di un palazzo o in un parcheggio. Dobbiamo accettare un lato misterioso e spirituale della vita, un’energia che risiede nei luoghi e che qualcuno può anche provare a sfruttare».

Brazo e Marco, i suoi protagonisti maschili, come sono nati?

«I personaggi arrivano da soli. In un secondo momento giunge il contesto. Brazo e Marco, come tutti gli altri nati dalla mia penna, sono figli della strada, della memoria e delle circostanze. Il mio pregio, forse, è quello di saper ascoltare con onestà le storie che mi raccontano, non le altero né le manipolo. E sono il primo a stupirmi dei finali».

Napoli è legata a doppio filo con la scaramanzia. Lei cosa ne pensa?

«Non sono superstizioso. Invece mi interessa la casualità degli eventi, mi affascinano i superstiziosi e il loro modo di vedere il mondo».

Anche “I Guardiani” sbarcherà sul piccolo schermo?

«Cattleya ha già acquistato i diritti per una serie in tre stagioni. È un progetto ambizioso cui stiamo lavorando in fase di scrittura».

Lei si considera con modestia un narratore, non uno scrittore. Ma le storie a cosa servono?

«Le storie servono per portare il mare in montagna. Le storie aiutano ad aprire spazi dove non ci sono, ad abbattere gli ostacoli, a far passare la paura della notte. Facendone nascere altre».

Nel volume “Vita quotidiana dei Bastardi di Pizzofalcone” ci sono le foto del set ma soprattutto lei dà voce ai suoi personaggi.

«È stata un’esperienza molto intensa. Ho voluto che parlassero in prima persona per la prima volta e loro mi hanno raccontato un sacco di cose che non sapevo».

Un personaggio l’ha mai tradita?

«Lo fanno continuamente. Ma il bello è proprio questo e ormai sono rassegnato».

Nel 2020 chiuderà con i suoi personaggi?

«Dal 2020 non vorrei più scrivere serie, solo libri singoli. Bisogna fermarsi un libro prima di stufare».

E i lettori come la prenderanno?

(Ride) «Spero bene!»

FRANCESCO MUSOLINO®

FONTE: GAZZETTA DEL SUD, 6 GIUGNO 2017

Il piccolo Giovanni Falcone, eroe senza età nel racconto di Angelo Di Liberto.

«Un invito rivolto a tutti noi a compiere sino in fondo le nostre scelte, ad agire senza temere di essere troppo piccoli o deboli per stare dalla parte del bene». Con queste parole, Maria Falcone dona la propria benedizione al libro “Il piccolo Giovanni Falcone. Un ricordo d’infanzia”, pubblicato da Mondadori (pp. 92 euro 10). La sorella del magistrato barbaramente ucciso il 23 maggio 1992 con la strage di Capaci, firma la prefazione del suddetto volume, scritto dal palermitano Angelo Di Liberto, il tenace ideatore – con Carlo Cacciatore – della comunità facebook “Billy, il vizio di leggere” (che vanta oltre quindicimila membri e ha ideato “Modus Legendi”, una modalità d’acquisto consapevole per far leva sui lettori e la rete, riportando in auge libri meritori passati sotto traccia). La pubblicazione di “Il bambino Giovanni Falcone” è un successo perché questo libro era stato pubblicato nel 2014 dalla palermitana :duepunti edizioni (con il titolo “La stanza del presepe”) ma se ne erano perse le tracce. Oggi, ripescato dall’oblio editoriale, il titolo torna sugli scaffali, con una veste grafica accattivante, impreziosito dalle illustrazioni di Paolo d’Altan. Il tono del racconto voluto da Di Libero è intimo, aulico a tratti, ma non agiografico. Giovanni è ancora un bambino di sette anni con tutte le sue innocenti passioni, su tutte quella per i Tre Moschettieri, mettendo in scena duelli infiniti armato solo d’una spada di legno. E della propria fantasia. Finché la comparsa di un piccolo pastorello nel presepe dentro la sua stanza, lo mette di malanimo. È tutto vestito di rosso, sembra rievocare un delitto di mafia avvenuto a Palermo. E una volta girata l’ultima pagina, al lettore rimarrà l’amarezza per la sorte toccata al giudice Falcone (il volume si chiude con una appendice dedicata alla sua storia) e con essa qualche domanda retorica: in che momento si decide il nostro destino? Quando scegliamo da che parte stare nella lotta eterna fra il Bene e il Male? Di Liberto firma un libretto delicato e rivolto ai giovani lettori in cui si ribadisce l’importanza di ricordare il sacrificio dei tanti uomini giusti caduti per mano della mafia.

FRANCESCO MUSOLINO®

FONTE: GAZZETTA DEL SUD, MAGGIO 2017

Fuggire ovvero la storia vera di Christophe André, disegnata da Guy Delisle.

L’artista francese Guy Delisle è stato fra gli ospiti più attesi alla neonata kermesse milanese “Tempo di Libri” presentando il suo nuovo lavoro, “Fuggire. Memorie di un ostaggio”, pubblicato da Rizzoli Lizard (pp. 432 euro 22). Artista di spicco nel panorama del graphic novel, Delisle (classe ’66) è un punto di riferimento del graphic journalism – reportage disegnati a fumetti – scegliendo di porsi al centro delle storie che disegna come in “Shenzhen” (2001), “Cronache Birmane” (2007) e “Cronache da Gerusalemme” (2012), tutti editi da Rizzoli Lizard in Italia. In questo nuovo lavoro, abbandona la sfumatura comico-surreale, scegliendo di raccontare la vicenda Christophe André, responsabile delle finanze e dell´amministrazione di Medici Senza Frontiere nel Caucaso, rapito l’1 luglio del 1997 e rimasto ben 111 giorni ostaggio di criminali ceceni, sino alla rocambolesca fuga finale. Questa intervista per Gazzetta del Sud è stata anche l’occasione propizia per poter parlare anche delle elezioni in patria e delle tensioni USA-Corea del Nord, del resto Delisle nel 2003 ha pubblicato “Pyongyang”, dove narrava la propria personale esperienza nel regime di Kim Jong-Un.

Come mai per raccontare la storia di Christophe ha scelto di sottrarsi, raccontando tutto dal punto di vista di Christophe?

«È stata una scelta difficile. Sin dall’inizio è stato necessario coinvolgere Christophe nel processo di lavorazione. Mettere delle parole nella bocca di qualcun altro era qualcosa di inedito per me, mi sentivo in difficoltà, soprattutto non volevo allontanarmi dalla verità. Ho iniziato a scrivere e via via gli mandavo le tavole. All’inizio lui correggeva qualcosa, aggiustavamo il tiro e piano piano ho capito il personaggio e quell’atmosfera claustrofobica che è la chiave della storia. Non volevo che avesse nessuna brutta sorpresa, per questo era fondamentale poter lavorare fianco a fianco con lui».

Perché ha scelto di raccontare la sua storia?

«Ho letto i fatti sul giornale e avevo degli amici in comune che facevano parte di Medici senza frontiere. Finché una sera ci siamo trovati insieme a cena. Pensavo non avesse alcuna voglia di raccontare ciò che gli era accaduto ma in realtà lui non si sente traumatizzato, perché si è riscattato riuscendo a fuggire. Lo ascoltavo parlare ed ero incollato ad ogni sua parola. Gli ho proposto subito di fare un fumetto e lui ha accettato subito».

Voilà?

«Sì ma non è stato così semplice iniziare a lavorare su questa storia. Ci ho messo del tempo per trovare il ritmo e la sintonia con una materia così delicata».

Dover raccontare una lunga prigionia ovvero la stessa stanza senza tracce di mobilio né elementi esotici, è stato arduo?

«Esattamente ma sapevo in che tipo di storia mi stavo imbarcando. Non avevo intenzione di aggiungere elementi stravaganti o inquadrature particolari. Tutta l’attenzione doveva essere centrata sul trascorrere del tempo durante la sua prigionia, sul senso di impotenza dell’ostaggio. Questa è una storia vera, non un film hollywoodiano. Avevo bisogno di sobrietà per riuscire a far percepire al lettore come si è sentito Christophe».

Christophe non era una pedina fondamentale in quella ONG. Il fatto che sia un uomo qualunque fa più paura?

«Ha ragione. È la storia vera di una persona normale che si è trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato. La sua storia mi ha colpito subito perché è davvero molto facile proiettarsi al suo posto, immaginarsi su quel giaciglio, con il polso incatenato al termosifone, con un secchio per i propri bisogni e nulla da fare se non aspettare e ipotizzare scenari di fuga o la reazione al suo ritorno a casa».

Ad un certo punto Christophe potrebbe afferrare il fucile di un rapitore ma non coglie l’attimo. E lei, l’avrebbe fatto al suo posto?

«No. Lo so con certezza. E dopo quando si ritrova da solo deve convincersi d’aver fatto bene a non essere impulsivo».

Lei è stato a Pyongyang. Noi europei non sappiamo praticamente nulla di quella realtà, cosa dobbiamo aspettarci?

«Forse dovremmo chiederci se per noi sia più pericoloso Kim Jong-Un o Donald Trump. Del resto la settimana scorsa Trump ha scagliato missili su una base in Siria e poi ha puntato la sua attenzione sulla Corea del Nord ma oggi già pensa a qualcos’altro…».

FRANCESCO MUSOLINO®

FONTE: GAZZETTA DEL SUD

 

Simona Lo Iacono racconta la Palermo d’antan. E la pazzia per amore.

Lucia Salvo è realmente esistita. Trattasi di una donna siciliana che visse nella seconda meta dell’800 e – come racconta Luigi Natoli in “Cronache e leggende di Sicilia” – ebbe il ruolo di portare messaggi ai detenuti reclusi a Palermo allo Steri, per volontà di una famiglia d’ispirazione antiborbonica. La ragazza per passare inosservata, si fingeva “babba” e i carcerieri la lasciarono sempre passare, interessati solo alla sua bellezza. Di fatto lei fu una delle artefici dei moti rivoluzionari del 1848 in Sicilia. Parte da questo spunto “Il morso” (edito da Neri Pozza) il nuovo romanzo dell’autrice siracusana Simona Lo Iacono che con il precedente, “Le streghe di Lanzavacche” (edito da E/O) era stata selezionata per la dozzina del Premio Strega 2016 e le è valso la vittoria del Premio Chianti. Lo Iacono torna sulla biografia di Lucia Salvo per raccontare un vivido spaccato siciliano, aprendo la narrazione sulla Palermo del 1847, a ridosso della rivoluzione che avrebbe messo in fuga Ferdinando II di Borbone. Lo Iacono immagina che Lucia faccia parte di una famiglia decaduta, offerta come serva alla casa dei Ramacca a Palermo e sua madre spera che il Conte figlio – erede del titolo e grandi ricchezze – possa invaghirsene. Lui è un dongiovanni senza scrupoli che sazia i suoi appetiti in attesa che la sua promessa sposa – la giovanissima Assunta degli Agliata – sia matura per l’altare. In una casa ricca di servitù – con tanto del nano Minnalò e di un castrato d’animo nobile – Lucia resiste alle avances del Conte finché accade “il fatto”. Lucia è epilettica e viene presa per pazza. Ma la sua salute precaria innescherà una serie di conseguenze che porteranno sino alla rivolta dei palermitani e ad un destino assai poco favorevole per la protagonista. Lo Iacono firma un romanzo storico dall’incastro lodevole, in cui narra le vicende di una donna dimenticata da tutti che ebbe un ruolo importante per il cambiamento. Lei e Assunta – in modo molto dissimile – tentano di riscattarsi dalle rigide regole imposte dalla società borbonica e dai casati e anche il Conte figlio si rivelerà essere un personaggio dall’inaspettata profondità, a caccia non solo di sottane ma del senso del tutto. Fra verità e finzione Lo Iacono ricostruisce anche la Palermo d’antan restituendocene i suoni, gli odori e il vivace vocio dei mercati.

FRANCESCO MUSOLINO®

FONTE: GAZZETTA DEL SUD, MAGGIO 2017

Chi sta male non lo dice. Antonio Dikele Distefano torna in libreria

Ventiquattro anni, nato nel varesotto da genitori d’origini angolane, Antonio Dikele Distefano ha raggiunto la notorietà con i social network, con determinazione e forte ambizione. Con il suo libro d’esordio nel 2015, “Fuori piove, dentro pure, passo a prenderti?” ha raggiunto le centomila copie; un successo bissato appena un anno dopo, con il secondo libro “Prima o poi ci abbracceremo”. Da poche settimane Dikele è tornato in libreria con “Chi sta male non lo dice” (pp. 162 euro 12, tutti i suoi libri sono editi da Mondadori) in cui racconta la storia di  Yannick e Ifem, due giovani ragazzi che devono fare i conti con rinunce, abbandoni, sconfitte e speranze. È una storia di sogni infranti quella in cui Dikele conduce il lettore, in mezzo alle famiglie della periferia, fra razzismo e violenze domestiche, con le dipendenze – anche quelle lavorative e affettive – che diventano un’ancora a cui aggrapparsi mentre tutto il resto rischia di crollare in pezzi. La pelle scura dei due protagonisti Yannick e Ifem, (“non ci fermeremo finché non capiranno che non siamo neri che si sentono italiani, ma italiani neri”) è uno scoglio tagliente da affrontare quando basta “il taglio degli occhi diverso per sentirsi intruso, un cognome con troppe consonanti per sentirsi gli sguardi addosso”. Ifem prova a colmare il vuoto della sua vita – l’abbandono del padre e di un futuro che appare sempre troppo lontano – con l’amore per Yannick. Ma lui ha un’anima incapace di star ferma, inadatta a mettere radici, talmente rabbioso da essere incapace di accorgersi che Ifem – e non la cocaina in cui si rifugia sempre più spesso – potrebbe essere la chiave per la salvezza, per l’avvenire. E in un attimo ciò che era evasione dalla noia, diventa capriccio, poi dipendenza e infine una sentenza di condanna. Dikele non ha mai nascosto la sua ambizione e in questo libro affronta il tema dell’amore come possibile redenzione che si infrange sul razzismo e l’indifferenza, sulla rabbia autodistruttiva delle periferie italiane, spesso troppo lontani dai fari dei media.

FRANCESCO MUSOLINO®

FONTE: GAZZETTA DEL SUD 30 APRILE 2017

 

 

 

Jeff Kinney: «sono andato ad Amatrice per far sorridere i ragazzi con la mia Schiappa».

 

Jeff Kinney

«Sono andato ad Amatrice ad ascoltare i ragazzi, per portare qualche sorriso, un po’ di speranza e lasciare sfogare tutta la loro creatività». Lo scrittore Jeff Kinney è il creatore del celeberrimo “Diario di una schiappa”, la serie di libri per giovani lettori, edita da Il Castoro, che macina milioni di copie ovvero ben 180 milioni di copie vendute in tutto il mondo (oltre 3 milioni in Italia), superando autori osannati come Dan Brown. Il primo volume, “Diario di una schiappa”, edito nel 2007, è considerato ormai un classico ed è stato tradotto persino in latino da un latinista del Vaticano. La serie della Schiappa ha macinato un successo dopo l’altro, incuriosendo un pubblico variegato per l’azzeccato miscuglio fra disegni lineari, elementari, e le trame ricche di contrattempi e ironia. Dal libro al cinema il passo è stato breve con ben quattro pellicole all’attivo e un adattamento teatrale. Ma chi è la schiappa? Il suo nome è Greg Heffley, un ragazzino di undici anni che vorrebbe diventare popolare e sopravvivere nel difficile mondo delle scuole medie e in tutte ciò che lo circonda, dal campo scuola estivo alle vacanze in famiglia sino all’ultimo uscito, il decimo della serie, “Diario di una schiappa. Non ce la posso fare!” (pp. 218 euro 13 pubblicato nel 2016, tradotto da Rossella Bernascone) in cui gli tocca l’improbo compito di provare a sopravvivere senza connessione wifi in un campeggio immerso nella natura selvaggia. Nel tempo libero, Jeff Kinney (classe ’71) gestisce con la moglie una libreria, An Unlikely Story Bookstore & Café, in una città di soli ottomila abitanti, Plainville – ma per la scrittura si ispira alla vita familiare, alle proprie marachelle d’infanzia, lasciando correre a briglia sciolta la propria, funambolica, fantasia, mescolando scrittura e disegni: «Da piccolo leggevo i fumetti. Faccio il lavoro che ho sempre sognato. Ma Greg è un eterno Peter Pan, lui non crescerà mai». In questi giorni Jeff Kinney è in Italia per incontrare i propri lettori (è una delle star alla Fiera del libro per ragazzi a Bologna) ma ha deciso di recarsi anche ad Amatrice, fra le comunità più colpite dai recenti terremoti.

Ben 180 milioni di libri venduti nel mondo. Qual è il segreto del suo successo?

«Ci ho pensato a lungo. I libri più venduti per ragazzi sono spesso declinati in tema fantasy, fra magia e mostri. Greg è molto diverso. Non è affatto perfetto, anzi, è pieno di difetti ma alla fine gli eroi senza macchia sono davvero noiosi, non trova? Greg è un ragazzino qualunque che vorrebbe soltanto potersi rilassare sul divano ma le disavventure lo vanno a cercare…e i lettori di tutte le età ridono con lui. Penso davvero che piaccia semplicemente perché parla della sua vita, delle sue disavventure normali e ordinarie. Cercando di scherzarci su, di ingoiare i bocconi amari che ogni tanto ci capitano. In fondo imparare a ridere, ci aiuta a vivere meglio, no?».

Greg a chi si ispira?

«Beh, ero un po’ una schiappa da piccolo, lo ammetto sinceramente. I miei ricordi d’infanzia mi tornano in mente e mi ispirano ancora. Ma giornalmente accadono cose bizzarre ai miei figli che finiscono dritte nei miei libri. Sin da quando ero piccolo, il mio sogno è sempre stato quello di raccontare la vita a fumetti ma per farlo bisogna tenere gli occhi aperti e catturare tutto ciò che di buffo ci circonda».

Lei è andato ad Amatrice per incontrare i ragazzi. Che esperienza è stata?

«Davvero molto forte ma ci tenevo molto ad esserci. Ho seguito tutto ciò che è accaduto dagli Stati Uniti e sia io che il mio editore, Il Castoro, abbiamo pensato che sarebbe stato davvero un bel regalo andare in questi luoghi, raggiungere delle località in cui c’è davvero bisogno di conforto e speranza».

Il suo Greg è stato tradotto anche in latino!

«Sì, è stato tradotto il primo volume della serie, “Commentarii de Inepto Puero”, a cura di Monsignor Daniel B. Gallagher, latinista dell’ufficio Vaticano per le Lettere Latine e curatore del profilo Twitter in latino di Papa Francesco. Davvero curioso, non trova?».

Ha mai pensato di scrivere un libro per adulti?

«Sì, certamente. Ma non ho intenzione di fare qualcosa solo per dimostrare ad altri le mie capacità narrative. Mi piace scrivere per i ragazzi perché mi lascia libero di sognare. E francamente, sono convinto che i bambini siano molto più interessanti degli adulti».

Jeff, lei è preoccupato per la situazione in America?

«Sì, sono molto preoccupato. L’America oggi versa in una situazione disastrosa. Il presidente Trump divide anziché unire la gente, crea forti contrasti. Non è un momento facile e in generale, mi sembra che nel mondo ci sia tanta confusione. È davvero un bel problema».

FRANCESCO MUSOLINO ®

FONTE: GAZZETTA DEL SUD APRILE 2017

Il ritorno di Harry Hole inseguendo un killer su Tinder.

Jo Nesbø non è solo uno scrittore best-seller noto in tutto il mondo. L’ideatore del detective Harry Hole, protagonista di una serie di grande successo, prima di darsi alla scrittura di fiction è stato un calciatore di Seria A in Norvegia, giornalista free-lance e broker di borsa. Ma forse la sua passione più grande è la musica e il suo gruppo “Di Derre”. Nesbø dà la sensazione di conoscere il mondo là fuori, oltre il proprio studio e lontano dalla tastiera del pc, nei suoi libri si avverte la passione per la narrazione e al contempo, traspare la percezione della realtà, della vita vera. Dalla sua prima crime-novel, “Il pipistrello” (pubblicato nel 1997) Hole è cresciuto e ha acquistato spessore e cicatrici, libro dopo libro (imperdibile “Il Leopardo”, Einaudi 2011). Lo ritroviamo in pagina sposato da tre anni con Rakel; Hole si è ritirato dalla vita in strada e adesso insegna all’accademia di polizia di Oslo. Ormai cinquantenne ha scelto di rinunciare agli orrori e alla violenza delle indagini, ha chiuso con l’alcool ma il male torna a cercarlo, inesorabile. “Sete” (Einaudi, pp. 640 €22 tr. Eva Kampmann) ruota attorno al sito di dating online più famoso, Tinder, difatti tramite la app per il sesso occasionale, uno spietato serial killer dà la caccia alle sue prede e Nesbø gioca con il lettore seminando numerose false piste e facendo crescere la suspense ad arte. Tutto ha inizio con l’uccisione di tre donne in rapida successione nelle proprie case ad Oslo – il pericolo non è fuori ma dentro le mura domestiche – e su ciascuna c’è una macabra firma: morsi profondi sul collo, pelle lacerata brutalmente e il sospetto che il fondato sospetto che killer abbia bevuto il loro sangue. Spietato nel sospingere il lettore innanzi, Nesbø firma l’undicesimo libro della serie con protagonista Harry Hole (“Polizia” era uscito nel 2013 sempre per Einaudi e sembrava poter essere il capitolo finale), un eroe pieno di ombre, “forse il migliore, forse il peggiore, a ogni modo il più leggendario investigatore della polizia di Oslo”, molto amato dal pubblico femminile perché, nonostante tutto, mostra tutte le sue debolezze e non nasconde i propri sentimenti per Rakel e dovrà far scudo anche al proprio figlio, Oleg. Jo Nesbø, considerato il re del thriller scandinavo, danza sulla pagina e scatena la violenza del proprio serial killer, richiamando in causa il vampirismo, i giochi sadomaso e persino la tradizione nipponica, dando spessore ad un personaggio che non è soltanto cattivo, ma un vero incubo in carne ed ossa.

FRANCESCO MUSOLINO ®

FONTE: GAZZETTA DEL SUD, APRILE 2017

“La cucina felice”. Angela Frenda apre le porte del suo regno.

Il suo piatto preferito? Gli spaghetti al pomodoro, sempre. Dopo quindici anni da cronista politica, la giornalista napoletana Angela Frenda da tre anni è food editor al Corriere della Sera e le sue videoricette impazzano sul web in “Racconti di cucina”. Dopo l’esordio con “Racconti di cucina”, adesso torna in libreria con un libro manifesto, “La cucina felice. Le mie 76 ricette per stare bene” (Rizzoli, fotografie di Claudia Ferri e Beatrice Pilotto, illustrazioni di Felicita Sala) in cui racconta il suo personale rapporto con il cibo e la gioia di vivere. Una passione per i fornelli sbocciata prestissimo seguendo le ricette del Manuale delle Giovani Marmotte ma in questo libro la Frenda si sofferma soprattutto sugli stereotipi (una donna che ha appetito “mangia come un camionista”) che finiscono per svilire il nostro rapporto con il cibo, del resto, prosegue l’autrice “nessuna food writer confessa di essere a dieta”. Ma perché nascondersi? Perché abbiamo bisogno di etichettare tutto? Soprattutto, possiamo smetterla di usare un hashtag orrendo come #foodporn? La prima ricetta è Seppie e Piselli, poi la Gricia e la Torta Pasqualina. Ricette golose, colorite, genuine e soprattutto non estreme. Del resto, secondo la Frenda la vera trasgressione “non è provare una torta, ma cucinarla”. Il cibo che mangiamo porta con sé tracce della nostra cultura, “ogni morso è un ricordo” e giocoforza le donne ai fornelli da un lato voglio essere emancipate, dall’altro in pace con il loro aspetto fisico, apprezzate dalla società. È forse chiedere troppo? C’è spazio per la Sicilia, terra amata dall’autrice, con “Pane, pipi e patate”, i cannoli e la pasta ammollicata per poi approdare al mangiare in modo moderno. Ovvero “accanto ad una fetta di torta c’è posto anche per una ciotola d’avena”, seguendo anche i dettami di Michael Pollan. Per cui se possibile rinunciate al pane bianco, mangiamo meno carne rossa, ascoltiamo il nostro corpo e assaggiamo l’avocado. Dalla ricetta dell’Amatriciana alla zuppa thai, di volata sino all’insalata di carciofi e parmigiano (“la mia coperta di Linus”) tutto nel segno del volersi bene, passando per il cibo portato in tavola. E cucinato con le nostre mani.

La cucina felice. Le mie 76 ricette per stare bene”. Rizzoli, pp. 251 €16,90

FRANCESCO MUSOLINO

FONTE: GAZZETTA DEL SUD

“Il crepuscolo degli chef” di Paolini. Il lato oscuro del voyuerismo gastronomico.

 

 Gli chef intesi come una metafora della nostra concezione puramente mediatica del cibo. Con questo intento, il giornalista Davide Paolini ha scritto “Il crepuscolo degli chef” (Longanesi, pp. 216 euro 16.40). Altrimenti noto come Il Gastronauta, Paolini scrive di cibo dal 1983 ed è una delle voci più celebri di Radio24. Punto di partenza di questo saggio è il fatto che il cibo è diventato un’ossessione. Ha colonizzato internet (13 milioni di foto su Instagram, 25.000 blog, 1.000 siti web che raggiungono ogni mese oltre 35 milioni di persone), ammicca dalle vetrine delle librerie e domina anche in tv con format di successo – da “Cucine da Incubo” a “4 Ristoranti”, da “Hell’s Kitchen” a “Masterchef”. Eppure Paolini sottolinea come dietro tanto clamore ci sia un settore in crisi, difatti nel 2015 c’è stato un saldo nettamente negativo, con 7292 esercizi commerciali legati al cibo che hanno chiuso i battenti. “Guardare la tv e sognare non è alimentazione ma spettacolo”, afferma l’autore ma nonostante la crisi, si “moltiplica a dismisura il fenomeno del voyuerismo gastronomico”. In tale ottica secondo Paolini va intesa la moda imperante della cucina a vista, “protetta da uno schermo di vetro come se fosse un acquario per consentire ai commensali di assistere alla rappresentazione della messa in scena dello chef”. E in questa situazione il proliferare dei “cibi senza qualcosa” (senza glutine, senza olio di palma) rischiano di diventare solo l’ennesimo boom economico, come testimonia il successo del Kamut, definito da Paolini, “il novello Figaro”. Ma è tutto da buttare via? Nient’affatto a patto di riuscire ad invertire il senso di marcia. Secondo l’autore dovremmo ricordare la lezione di Roland Barthes, perché oggi più che mai il cibo è un sistema di significazione, una vera e propria lingua. Dovremmo nutrirci non tanto, non soltanto di alimenti, ma “di valori e contenuti insiti” nella nostra cultura. Per far ciò è necessario ricominciare a puntare sulla tradizione, sui prodotti locali, accantonando l’idea folle della cucina spettacolo e riabbracciare, finalmente, la terra.

IL CREPUSCOLO DEGLI CHEF. Gli Italiani e il cibo tra bolla mediatica e crisi dei consumi. Davide Paolini; pp: 216 € 16.40

FRANCESCO MUSOLINO

Fonte: Gazzetta del Sud