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«Prendo le storie direttamente dalla strada e le porto in pagina». Intervista a Maurizio De Giovanni

Maurizio De Giovanni

Maurizio De Giovanni

Napoletano doc, Maurizio De Giovanni ha alle sue spalle una lunga carriera da bancario che lo lega fortemente alla Sicilia. Il primo libro (“Il senso del dolore”) risale al 2007 eppure in soli nove anni è diventato un punto di riferimento per i lettori di noir italiano, declinando la sua passione attorno due personaggi, il commissario Ricciardi e l’ispettore Lojacono (che approderà su RaiUno a inizio 2017), portando in pagina indagini e omicidi ma soprattutto storie e vicende che si svolgono nella sua amatissima Napoli, spaziando dagli anni ’30 sino alla contemporaneità. Oggi Maurizio De Giovanni sarà a Messina (presso la libreria “La Gilda dei Narratori”, alle ore 18) per presentare il suo libro più recente “Serenata senza nome. Notturno per il commissario Ricciardi” (Einaudi Stile libero, pp. 384 €19) ma in occasione del suo tour siciliano – stasera sarà a Catania e giovedì a Palermo – leggerà in anteprima brani del nuovo romanzo “Pane. Per i Bastardi di Pizzofalcone, in uscita a fine novembre. Leggi il resto di questa voce

La sfida di Tony Laudadio, «scrivere per tradurre il dolore in qualcosa di vitale».

 

Tony Laudadio

Tony Laudadio

Mescolare la vita reale alla finzione, per riflettere sul significato stesso del dolore e ovviamente sulla nostra, inevitabile, fine terrena. Nel suo nuovo libro, “L’uomo che non riusciva a morire” (NNeditore pp.160 €13) Tony Laudadio – scrittore, attore e regista d’origini casertane – ha dichiarato d’aver voluto «tradurre il dolore in qualcosa di vitale, riuscendo a trarre energia positiva dall’ambientazione scelta ovvero l’ospedale, il luogo della morte». Proprio in corsia si svolge per larghi tratti questo racconto, in cui si narra la lunga trafila del suo protagonista con un punto di vista in prima persona; un tunnel di malattia e sofferenza fisica in cui piomba sin dall’incipit. Una non-morte narrata con umanità, fra diagnosi errate e l’incontro-scontro con vari medici, senza lesinare un pizzico di cinica ironia, una sorta di distacco anticipato dalla carne.  Del resto, Laudadio non è nuovo ai paradossi narrativi, segni distintivi dei suoi due precedenti noir – “Esco” (2013) e “Come un chiodo nel muro” (2014) – che corteggiano una visione della vita non ortodossa, disseminati di personaggi che hanno qualcosa del loro autore pur senza fotografarlo mai a figura laudadiointera. Ne “L’uomo che non riusciva a morire” la percezione del dolore è fuor di dubbio una delle chiavi di lettura più interessanti. «Patire – ha dichiarato l’autore – è un’esperienza universale eppure il dolore finisce per renderci tutti egoisti, del resto pochi hanno il coraggio di dire a voce alta che chi soffre può anche essere capace di mettere in croce i propri familiari e questa è una grande ingiustizia. Paradossalmente sarebbe bello che proprio il malato, il moribondo, trovandosi vicino al confine, si prendesse lui stesso cura di chi lo veglia al capezzale, sollevandolo da ogni peso morale». Tale rivelazione accade al protagonista di questo romanzo, più volte dato per spacciato e condannato a permanere in una sorta di stato contiguo alla morte. Una prospettiva scomoda ma rivelatrice delle bassezza altrui, capace infine di sollevarlo dalla propria stessa grettezza d’animo. Sin dallo spunto iniziale, emerge una vena catartica, da cui deriva una scrittura istintiva, a tratti farsesca nel voler affrontare la morte a viso aperto.

FRANCESCO MUSOLINO®

 

«La letteratura non può avere una funzione civile». Tony Laudadio si racconta

Tony Laudadio

Tony Laudadio

Un attore che scrive romanzi o uno scrittore che recita da anni? Leggendo il noir “Come un chiodo nel muro” (Bompiani, pp.361 €18) può legittimamente sorgere il dubbio che Tony Laudadio avesse potuto scegliere la carriera dello scrittore, riscontrando il medesimo successo ottenuto sul palco. Casertano, classe ’70, Laudadio si è formato alla Bottega di Vittorio Gassman, per poi avviare nel 1993 un lungo periodo di collaborazione con Toni Servillo e successivamente fondare, con Enrico Ianniello, la compagnia “Onorevole Teatro Casertano”. Dopo il successo ottenuto con “Esco” (Bompiani, 2013) Laudadio porta in pagina l’avvocato penalista Giustino Salvato, grande sportivo e lettore appassionato, con una rigida scala di valori morali. Ma in un ambiente in cui il Male ha la personificazione della camorra, nessuno può dirsi veramente innocente e Giustino nasconde un terribile segreto che emergerà indagando su un omicidio che scava nel suo passato amoroso. Presto sarà al cinema diretto da Nanni Moretti in “Mia Madre” e in questi giorni è in scena al teatro Vittorio Emanuele di Messina con “I Giocatori” (ultime repliche sabato 28 alle 21 e domenica 29 alle 17.30).

Ci racconta di cosa parla “I giocatori”?

«“I giocatori” è uno spettacolo di Pau Mirò, diretto da Enrico Iannello. Sul palco siamo quattro disperati (Renato Carpetieri, Enrico Iannello, Tony Laudadio e Luciano Saltarelli) che si ritrovano a casa di uno di loro, un professore di matematica che sta affrontando un processo per lesioni. Si autodefiniscono falliti ma a ben vedere, posseggono una forza e un’energia vitale quasi insospettabile. E in scena, oltre a strappare risate, emergono riflessioni assolutamente contemporanee sul disagio esistenziale di questi tempi». Leggi il resto di questa voce

Pierre Lemaitre, premio Goncourt 2013: «il dramma della disoccupazione ci sottrae la nostra dignità»

Il futuro del mondo lavorativo sarà sempre più cinico e il management aziendale, trovandosi dinnanzi ad una forza lavoro proporzionalmente sempre più numerosa e disperata, potrebbe arrivare, un giorno non lontano, ad arrogarsi persino il diritto di vita o di morte, in cambio del miraggio di un impiego remunerato. Questa considerazione amarissima è uno dei concetti chiave del nuovo libro di Pierre Lemaitre, “Lavoro a mano armata”, edito da Fazi editore (pp. 449 euro 16,50 trad. it. Giacomo Cuva) e vincitore in patria del Prix Le Point du polar européen come miglior romanzo noir. Il romanziere transalpino, già apprezzato autore di “Alex” e “L’abito da sposo”, è un grande appassionato di Hitchcock e anche in questo libro riesce a portare in pagina una prosa spiazzante per durezza e una tensione assai reale (speriamo di ritrovarla anche nel film che ne verrà tratto, con Sandrine Bonnaire nel cast). Protagonista del romanzo è Alain Delaimbre, un manager cinquantasettenne, un quadro disoccupato. Disposto a tutto pur di non perdere del tutto la dignità, Alain si arrangia con lavoretti degradanti per guadagnare poche centinaia di euro, dando fondo ai risparmi per mantenere almeno le apparenze. Nonostante l’appoggio della moglie Nicole, la voce narrante di Alain, ci racconta una vera e propria odissea emotiva. Aver perso il proprio lavoro non lo priva soltanto della sicurezza ma del ruolo di capofamiglia, persino della propria virilità agli occhi della società, delle figlie stesse. E poi all’improvviso “si libera” una posizione di alto profilo che sembra ritagliata sulle sue qualifiche professionali e nonostante sia di gran lunga il più anziano dei candidati, viene ammesso alla selezione; ma tutto ciò nasconde un gioco di ruolo assai crudele ovvero la creazione di un finto commando per la messa in scena di finto rapimento, al fine di testare la fedeltà dei dirigenti dell’azienda. Ma quando il tranello esce allo scoperto Alain si troverà solo, senza alcun freno inibitore a far da rete di protezione…

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Joe Lansdale: «È il denaro a governare il mondo, non il buon senso»

Joe-R.-LansdaleOrmai da diverso tempo i lettori italiani sono affascinati dal cosiddetto “stile Lansdale”. I romanzi nati dalla penna di Joe Lansdale, scrittore texano sino al midollo, sono ricchi di ritmo in cui gli elementi più disparati si coniugano alla perfezione: dalla passione per le arti marziali al fascino per le ambientazioni western (che troveremo nel romanzo che sta attualmente scrivendo), senza dimenticare la passione per il noir, la fantascienza, l’horror e ovviamente quella per il genere pulp che l’hanno definitivamente consacrato, dandogli caratura internazionale. Assiduo lettore, Lansdale si dedica alla scrittura ogni giorno sin dal 1981 ovvero subito dopo l’uscita del suo primo romanzo, “Atto d’Amore”. Il suo Texas – vive nella cittadina di Nacogdoches sin dalla tenera età – è parte integrante dei suoi romanzi, soprattutto delle avventure dei suoi due protagonisti preferiti, i detective Hap Collins e Leonard Pine – uno bianco e democratico, l’altro di colore, gay e repubblicano – talmente strambi da funzionare alla perfezione insieme. Per celebrare l’uscita di “Una coppia perfetta” (Einaudi, pp.200 Euro 16), una raccolta di tre lunghi ed esilaranti racconti con Hap e Leonard protagonisti, Joe Lansdale è stato felice di rispondere alle domande della Gazzetta del Sud e l’amore per il nostro paese è talmente vivo che già quest’estate vi farà ritorno, magari per ambientarci il prossimo libro…

Com’è nato questo libro-tributo dedicato ai lettori italiani?

«Un libro di Hap e Leonard nasce in modo particolare. Quando sento di avere il giusto stato d’animo mi siedo, Hap inizia a parlare e la storia decolla. Mi piacciono questi due ragazzi e sono felice quando mi fanno visita con le loro avventure. I miei lettori sanno che queste storie puntano proprio sui loro caratteri, tutto viene fuori in modo spontaneo, hanno la capacità di attirare problemi come veri e propri magneti».

Facciamo un passo indietro. Com’è nata questa stramba coppia di detective?

«Fatalità. Ho iniziato un libro intitolato “Savage Season” (Le Stagioni Selvagge, Einaudi). Volevo scrivere di qualcuno che mi somigliasse, che vedesse le cose come la maggior parte della gente nata nel Texas orientale. Ho cominciato a lavorare su alcune delle mie esperienze passate mischiando tutto con una tempesta di ghiaccio assai rara che ha colpito la cittadina texana di Nacogdoches. Ma volevo anche scrivere degli anni Sessanta, come li avevo attraversati e del tipo di persone che ha prodotto, nel bene e nel male. Appena ho iniziato a scrivere, si è presentato Hap e ha preso la parola. Così è cominciata. Poi è arrivato Leonard ma non sapevo che fosse gay finché il libro ha preso una direzione e comunque non era il punto focale perché io volevo scrivere di quelli come Hap che erano contro la guerra in Vietnam e sono andati in galera per protesta e di chi come Leonard, al contrario, è andato a combattere. Leonard era certamente un repubblicano ma oggi come potrebbe esserlo? Insomma, sono partito con queste premesse e queste influenze e tutto ciò si è mescolato in pagina».

Leonard è lontanissimo dagli stereotipi legati all’omosessualità cui ci hanno abituati le serie-tv e i film. Una scelta controtendenza.

«I gay hanno personalità e atteggiamenti variegati, proprio come tutti. Ma la gente tende a sviluppare una visione dell’omosessualità basata su stereotipi e atteggiamenti facilmente etichettabili, per semplice comodità. Però quando stavo scrivendo la prima avventura di Hap e Leonard, gli omosessuali negli States non erano affatto considerati “normali”, non erano ancora stati accettati dalla collettività».

A proposito, il problema del razzismo negli States è migliorato con la presidenza Obama?

«In un certo senso è peggiorato poiché ha portato alla ribalta la questione e molti di quelli che cercano di far cadere Obama lo fanno per pregiudizi razziali. Ovviamente non tutti i suoi detrattori sono razzisti ma è sconvolgente quanti di essi lo siano. La realtà è che io vedo del razzismo in Italia, Germania e Inghilterra e solo dove la convivenza fra diverse etnie è minore sono lievi anche le tensioni razziali. Credo che ovunque subentrino la paura e la disoccupazione alla fine si finisca, fatalmente, per ricadere sulla questione razziale. Ma nel complesso la situazione è migliorata, c’è più consapevolezza della questione».

Ancora riguardo Obama, come crede che andrà a finire la sua battaglia contro le armi? Quant’è forte la loro presenza nel suo Texas?

«È una questione complessa. In primo luogo sarebbe utile che i paesi che giudicano eccessiva la presenza delle armi negli States, non vendessero armi al nostro paese, come accade per l’Italia con le pistole Beretta (il modello 92-FS è in dotazione a tutti gli agenti di polizia americani, ndr). Abbiamo bisogno di leggi migliori però io non sono contrario in assoluto alle armi e difatti ne posseggo ma non sono armi d’assalto o semi-automatiche. Sarebbe giusto che la produzione d’armi venisse limitata ma non accadrà perché è il denaro a governare il mondo, non il buon senso».

Secondo Michael Connelly, i thriller sono best-seller perché lì, a differenza della realtà, la giustizia trionfa sempre. È d’accordo?

«Sì, nei suoi libri la giustizia trionfa sempre e forse per questo sono best-seller ma nei miei libri non è così. Hap e Leonard non sono degli eroi e ricorrono spesso alle cattive maniere per risolvere i guai. Ne escono bene semplicemente perché sono animati da buone intenzioni ma non per questo Hap non ha rimorsi circa l’uso delle armi e circa il loro modo d’agire, anche se a fin di bene».

Dica la verità Joe, quanto si diverte a scrivere di loro due?

«Alcuni dei miei migliori libri non li vedono protagonisti ma Hap e Leonard sono senza dubbio i miei personaggi preferiti».

Non crede sia il momento di portarli via dal Texas, magari proprio in Italia?

«Ci penso da un po’ ma non appena mi siedo a scrivere una loro storia, questa si sviluppa in modo naturale nell’East Texas. Però potrebbe succedere, anzi credo che accadrà, staremo a vedere. Quest’estate potrei venire in Italia proprio con quest’obiettivo».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud

Carlo Mazza rivela: «Nella follia della corruzione barese ritrovo il caos tipico degli ambienti noir»

Massimo Carlotto in persona lo ha scelto per Sabot/Age, la collana che cura per Edizioni E/O, contenente storie che nessun altro avrebbe voluto raccontare e con Lupi di fronte al mare (€19,50), il banchiere di origini baresi,Carlo Mazza, ha fatto il suo ingresso nel genere noir dalla porta principale. Un libro aggressivo che pone al centro della pagina proprio la città di Bari, destinata a diventare uno specchio del malaffare e della corruzione che imperano in Italia, difatti, i legami fra politica, malavita, sanità privata e gli ambienti finanziari sono al centro delle indagini del capitano dei carabinieri Bosdaves che si farà strada in una realtà dove la realtà sembra lasciare spazio alle peggiori fantasie criminali. Come fosse una medicina amara, Mazza ci mette di fronte al degrado sociale e morale di Bari, alla corruzione dilagante nel mondo della sanità e viste le cronache di questi giorni, il suo libro è più che mai di grande attualità: «E’ come se il perseguimento del profitto illecito non fosse più un obiettivo lucido e quantificabile, ma una corsa disperata, e in una certa misura consapevole, verso la propria fine».

Dopo qualche pubblicazione minore, il suo primo romanzo è stato premiato da E/O e da Massimo Carlotto che l’ha inserita nella collana Sabot/Age. In un certo senso anche lei si sente un sabotatore?

Sì, almeno in riferimento a “Lupi di fronte al mare”, un romanzo che descrive un contesto, un modo di fare e di essere, che trova difficilmente spazi nella letteratura “bianca”, sempre più tendente all’approccio autobiografico e meno alla narrazione dei contesti ambientali.

Lei porta Bari sulla pagina ma non si tratta solo di uno sfondo, anzi la città diventa quasi un vero e proprio personaggio…

Bari ha due particolarità, che la rendono adatta alla narrazione “noir”. In primo luogo, in generale l’evoluzione dell’universo criminale mostra una commistione tra le malavite autoctone (mafia, camorra…) e quelle che provengono dall’esterno (slave, nigeriane, cinesi). La collocazione geografica di Bari, a metà tra oriente e occidente, la rende città simbolo di questa commistione (oltre che concreto crocevia di traffici). Inoltre, forse per una rivalsa storica verso secoli di precarietà, i protagonisti del malaffare barese sembrano soggiogati da un’avidità autodistruttiva. Se sono un politico importante e ho un’indennità considerevole, per di più ottengo profitti enormi dalle mie pratiche di malaffare, perché chiedo al mio corruttore anche un cappotto di cachemire? Non sarebbe più prudente e più logico, considerando la modestia del regalo rispetto a ben altri affari, che io me lo acquistassi da solo? E invece no, pretendo anche quello. Oppure si finisce per mettere in crisi la propria immagine di politico, faticosamente costruita, per il piacere di quattro spigole o cinque chili di cozze. Il malaffare non è più nemmeno una tragedia, in questo senso. E’ solo follia. E’ come se il perseguimento del profitto illecito non fosse più un obiettivo lucido e quantificabile, ma una corsa disperata, e in una certa misura consapevole, verso la propria fine.  

Perché questa è una storia che nessuno avrebbe raccontato? Lo stile noir è stato fondamentale per sviluppare la sua storia?

Mi ricollego alla risposta precedente. Il giallo è una partita a scacchi, dove sia il comportamento dell’investigatore dia quello del criminale sono logici. La follia della corruzione barese, invece, è molto più aderente ai parametri del noir, che sono la complessità e il caos.  

Il suo protagonista sulla pagina, le somiglia o è solo frutto della finzione letteraria?

Nell’idea che me ne sono fatto, dovrebbe essere un po’ più alto di me, più tenebroso. Sì, qualcosa di me credo senz’altro di averlo riversato nel personaggio. Ad ogni modo, ciò è avvenuto anche per altri personaggi, ognuno dei quali esprime qualche aspetto della mia personalità.

Questo è il primo capitolo di una trilogia. Quale filo rosso unirà i tre libri?

La volontà di rompere gli inspiegabili silenzi e rendere conto della complessità del reale. Bisogna fare in modo che i lettori diventino consapevoli delle situazioni che vivono, proprio per mezzo della pagina scritta e del suo potere di coinvolgimento, tanto più grande quanto brillante è la scrittura e convincente la trama. 

FRANCESCO MUSOLINO

Massimo Carlotto attacca: «L’Italia è nelle mani di una manica di incapaci»

Può destare una certa sensazione il fatto che Massimo Carlotto, l’autore della serie cult L’Alligatore affermi che «oggi il noir non è più lo strumento d’eccellenza per raccontare la realtà». Ma Carlotto, il maestro del noir mediterraneo, con la sua nitida analisi ha ipso facto abilitato tutti i generi narrativi a raccontare il degrado della società italiana e proprio questa è l’essenza della nuova collezione numerata della casa editrice ​Edizioni E/O ovvero Sabot/Age, diretta da Colomba Rossi e curata proprio da Massimo Carlotto. La collezione, sbarcata in libreria il 24 agosto, è dedicata alle “storie che il nostro Paese non è più in grado di raccontare” e ha preso avvio con due titoli importanti: Matteo Strukul (autore de “La Ballata di Mila”) porta sulla pagina un pulp ritrovato e rinvigorito per raccontare le gang cinesi mentre Carlo Mazza (autore de “Lupi di Fronte al Mare”) si distingue per uno stile classico e folgorante con il quale denuncia gli orrori della malasanità pugliese. «Con i miei libri – racconta Carlotto – ho messo in luce chi ha saputo sfruttare il degrado morale per fare fortuna. Sabot/age invece, racconterà le storie delle vittime che hanno deciso di ribellarsi».

Il nome della collana è il punto perfetto da cui partire…

Sabot/age letto alla francese o all’inglese ha un doppio significato molto interessante. Il sabot è lo zoccolo di legno che gli operai delle filande lanciavano nelle macchine quando, esausti, non reggevano più i ritmi di lavoro. La parola inglese “Sabotage”, sabotaggio, rende alla perfezione la stanchezza degli italiani, esausti dal clima di menzogna e mistificazione della realtà nel quale è piombata l’Italia. Oggi sembra davvero necessario sabotare la macchina mediatica che propina una realtà falsata.

Come la si può sabotare?

Raccontando storie prese dalla realtà che rendono al meglio l’Italia odierna, quella del post-collasso. Il noir aveva anticipato questo collasso descrivendo la crisi ma ora è importante che tutti i generi letterari riescano a raccontare ciò che accade, rendendo al meglio le modificazioni antropologiche che hanno subito gli italiani negli anni.

Nel suo ultimo libro “Alla fine di un giorno noioso” lei fotografa un Veneto dove tutti sono corruttibili e non ci sono più valori. Ma con la collana “Sabot/Age” cambia la prospettiva…

Sì. Io ho raccontato la crisi dal punto di vista di chi si è approfittato della crisi, invece questa collana racconta l’altra faccia della medaglia, quelle storie taciute che evidenziano come la gente affronta quotidianamente il degrado nel quale l’Italia sta sprofondando. Siamo giunti ad un punto di non ritorno con cui bisogna fare i conti. E’ brutto dirlo ma, da un punto di vista letterario, il momento è molto affascinante».

La collana si è aperta con due titoli importanti e assai diversi fra loro: “La Ballata di Mila” di Matteo Strukul e “Lupi di Fronte al Mare” di Carlo Mazza. Cosa vi ha colpito di questi romanzi tanto da decidere di partire con essi?

Questa è una collezione numerata che punta sui contenuti e non sui generi e tutti i numeri hanno in comune il fatto di essere storie molto potenti. Il numero uno è “La Ballata di Mila” (pp.224; €17) di Matteo Strukul che rilancia il pulp con forza, raccontando la storia di una vittima che si ribella. I personaggi che alzano la testa e non accettano più di essere sottomessi saranno determinanti in questa collana. Invece “Lupi di Fronte al Mare” (pp. 368; €19,50) di Carlo Mazza è una storia straordinaria perchè racconta per la prima volta in un romanzo, lo scandalo della sanità in Puglia. Mazza si muove sulla pagina con una lucidità folgorante cui abbina una forma letteraria classica e nitida. Questi due autori, siamo certi, ci daranno grandi soddisfazioni.

Quando la intervistai per “Alla fine di un giorno noioso” lei mi confessò che era molto preoccupato per la condizione morale del nostro paese. E oggi?

Oggi lo sono anche di più. E’ successo quello che mi aspettavo ovvero un collasso morale ed economico. Siamo in mano ad una manica di incapaci che stanno gestendo il paese maniera straordinariamente pessima. Me lo aspettavo ma ora è giunto il momento di cambiare e questo grande fermento letterario può essere un segnale importante.

Fonte: www.tempostretto.it del 29 agosto 2011