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«La meraviglia si annida fra le pieghe della realtà quotidiana». Pietrangelo Buttafuoco racconta “I baci sono definitivi”

Pietrangelo Buttafuoco

«La verità travalica la realtà, la meraviglia si annida fra le pieghe di ciò che accade tutti i giorni, dobbiamo solo saperla interpretare». Lo scrittore e saggista catanese Pietrangelo Buttafuoco – editorialista per Radio24 e firma su diversi quotidiani – torna in libreria con “I baci sono definitivi” (La Nave di Teseo), un libro denso d’amore e di storie, abbandoni e illusioni, rileggendo la realtà e trasfigurandola, chiamando in causa la Natura, il dio Mercurio e il Diavolo, fra rimandi cinematografici e letterari. Sono rapidi racconti di un osservatore, un diario di viaggi lungo la metropolitana di Roma e poi ancora a Fiumicino, Teheran, sulla nave traghetto per Messina e sulla strada statale 121 per Agira. Ogni mattina, all’alba, lo scrittore – celebre per “Buttanissima Sicilia” (2014) e “Le uova del drago”(2005) – zaino in spalla si tuffa nella metro, osserva i viaggiatori, prende nota ma poi «lascia emergere la meraviglia», trasfigura i fatti fra vero e verosimile, del resto – assicura alla Gazzetta – «streghe, santoni e maghi esistono, sono intorno a noi ogni giorno». Venerdì 16 giugno, Pietrangelo Buttafuoco presenta a Messina il suo nuovo romanzo presso la libreria La Gilda dei Narratori (Via G. Garibaldi, 56) alle 18.30 Leggi il resto di questa voce

«Le storie? Servono a portare il mare in montagna, a scacciare la paura della notte». Maurizio De Giovanni racconta “I Guardiani”.

Maurizio De Giovanni

Maurizio De Giovanni risponde al telefono dalla sua casa napoletana. Lo interrompiamo mentre è immerso nella scrittura del nuovo libro che uscirà a luglio, “Rondini d’inverno. Sipario per il Commissario Ricciardi”. Celebre per i suoi ritmi di lavoro forsennati, il 2017 di questo autore – classe 1958 – è iniziato felicemente visti gli ottimi dati d’ascolto registrati dalla la serie tv del suo Commissario Lojacono sugli schermi Rai (interpretato da Alessandro Gassman, cui l’autore partenopeo ha dedicato anche il recente volume “Vita quotidiana dei Bastardi di Pizzofalcone”, edito da Einaudi, dando voce ai suoi personaggi in prima persona). Ma presto farà ritorno sul piccolo schermo con una fiction prodotta da Cattleya e tratta dalla sua nuova trilogia, iniziata con il romanzo “I Guardiani” (edito da Rizzoli, pp. 362 euro 19). De Giovanni rimane saldamente ancora alla sua Napoli ma cambia completamente scenario, sfornando un noir avventuroso che inizia nelle aule universitarie – grazie a due dei protagonisti, il brillante antropologo Marco Di Giacomo e l’assistente devoto Brazo Moscati – sfociando poi fra vicoli e cunicoli della città sotterranea, fra segreti, culti misteriosi e assassini efferati, una lunga catena di reati e strani eventi, scoprendosi parte di un disegno che potrebbe coinvolgere l’intera umanità. Maurizio De Giovanni sarà uno degli ospiti di punta della kermesse letteraria palermitana, “Una Marina di Libri” – in programma dall’8 all’11 giugno – presentando il suo nuovo romanzo venerdì 9 (ore 20 all’Orto Botanico) con lo scrittore Gian Mauro Costa.

Da Ricciardi a Lojacono sino ai Guardiani, la scena è sempre Napoli. Perché?

«Esistono una miriade di Napoli, è una città antichissima, sedimentata nel tempo, meticcia e bastarda per sua natura che costantemente propone un punto di vista differente all’osservatore. Chiaramente ciò significa che offre una sequenza infinita di spunti ad un narratore come me, che ama questa città visceralmente. Ma a differenza delle altre serie, ne “I Guardiani” c’è poca strada, poco costume, lasciando spazio al fascino irrequieto della città sotterranea, un’atmosfera intensa e senza eguali».

Con che spirito scrive le sue storie?

«Con gioia. Sono convinto che un narratore abbia non semplicemente il diritto ma il dovere di divertirsi perché solo così può contagiare i lettori».

I suoi personaggi saranno invischiati in una indagine rischiosa, coinvolti in

Antichi culti. Crede davvero ci siano dei luoghi fisici carichi di un’energia spirituale che trascende le epoche?

«Esistono, senza dubbio. Capita a tutti, credo, di aver avvertito una sensazione di benessere o malessere, una condizione inspiegabile provata in una chiesa, nell’androne di un palazzo o in un parcheggio. Dobbiamo accettare un lato misterioso e spirituale della vita, un’energia che risiede nei luoghi e che qualcuno può anche provare a sfruttare».

Brazo e Marco, i suoi protagonisti maschili, come sono nati?

«I personaggi arrivano da soli. In un secondo momento giunge il contesto. Brazo e Marco, come tutti gli altri nati dalla mia penna, sono figli della strada, della memoria e delle circostanze. Il mio pregio, forse, è quello di saper ascoltare con onestà le storie che mi raccontano, non le altero né le manipolo. E sono il primo a stupirmi dei finali».

Napoli è legata a doppio filo con la scaramanzia. Lei cosa ne pensa?

«Non sono superstizioso. Invece mi interessa la casualità degli eventi, mi affascinano i superstiziosi e il loro modo di vedere il mondo».

Anche “I Guardiani” sbarcherà sul piccolo schermo?

«Cattleya ha già acquistato i diritti per una serie in tre stagioni. È un progetto ambizioso cui stiamo lavorando in fase di scrittura».

Lei si considera con modestia un narratore, non uno scrittore. Ma le storie a cosa servono?

«Le storie servono per portare il mare in montagna. Le storie aiutano ad aprire spazi dove non ci sono, ad abbattere gli ostacoli, a far passare la paura della notte. Facendone nascere altre».

Nel volume “Vita quotidiana dei Bastardi di Pizzofalcone” ci sono le foto del set ma soprattutto lei dà voce ai suoi personaggi.

«È stata un’esperienza molto intensa. Ho voluto che parlassero in prima persona per la prima volta e loro mi hanno raccontato un sacco di cose che non sapevo».

Un personaggio l’ha mai tradita?

«Lo fanno continuamente. Ma il bello è proprio questo e ormai sono rassegnato».

Nel 2020 chiuderà con i suoi personaggi?

«Dal 2020 non vorrei più scrivere serie, solo libri singoli. Bisogna fermarsi un libro prima di stufare».

E i lettori come la prenderanno?

(Ride) «Spero bene!»

FRANCESCO MUSOLINO®

FONTE: GAZZETTA DEL SUD, 6 GIUGNO 2017

Fuggire ovvero la storia vera di Christophe André, disegnata da Guy Delisle.

L’artista francese Guy Delisle è stato fra gli ospiti più attesi alla neonata kermesse milanese “Tempo di Libri” presentando il suo nuovo lavoro, “Fuggire. Memorie di un ostaggio”, pubblicato da Rizzoli Lizard (pp. 432 euro 22). Artista di spicco nel panorama del graphic novel, Delisle (classe ’66) è un punto di riferimento del graphic journalism – reportage disegnati a fumetti – scegliendo di porsi al centro delle storie che disegna come in “Shenzhen” (2001), “Cronache Birmane” (2007) e “Cronache da Gerusalemme” (2012), tutti editi da Rizzoli Lizard in Italia. In questo nuovo lavoro, abbandona la sfumatura comico-surreale, scegliendo di raccontare la vicenda Christophe André, responsabile delle finanze e dell´amministrazione di Medici Senza Frontiere nel Caucaso, rapito l’1 luglio del 1997 e rimasto ben 111 giorni ostaggio di criminali ceceni, sino alla rocambolesca fuga finale. Questa intervista per Gazzetta del Sud è stata anche l’occasione propizia per poter parlare anche delle elezioni in patria e delle tensioni USA-Corea del Nord, del resto Delisle nel 2003 ha pubblicato “Pyongyang”, dove narrava la propria personale esperienza nel regime di Kim Jong-Un.

Come mai per raccontare la storia di Christophe ha scelto di sottrarsi, raccontando tutto dal punto di vista di Christophe?

«È stata una scelta difficile. Sin dall’inizio è stato necessario coinvolgere Christophe nel processo di lavorazione. Mettere delle parole nella bocca di qualcun altro era qualcosa di inedito per me, mi sentivo in difficoltà, soprattutto non volevo allontanarmi dalla verità. Ho iniziato a scrivere e via via gli mandavo le tavole. All’inizio lui correggeva qualcosa, aggiustavamo il tiro e piano piano ho capito il personaggio e quell’atmosfera claustrofobica che è la chiave della storia. Non volevo che avesse nessuna brutta sorpresa, per questo era fondamentale poter lavorare fianco a fianco con lui».

Perché ha scelto di raccontare la sua storia?

«Ho letto i fatti sul giornale e avevo degli amici in comune che facevano parte di Medici senza frontiere. Finché una sera ci siamo trovati insieme a cena. Pensavo non avesse alcuna voglia di raccontare ciò che gli era accaduto ma in realtà lui non si sente traumatizzato, perché si è riscattato riuscendo a fuggire. Lo ascoltavo parlare ed ero incollato ad ogni sua parola. Gli ho proposto subito di fare un fumetto e lui ha accettato subito».

Voilà?

«Sì ma non è stato così semplice iniziare a lavorare su questa storia. Ci ho messo del tempo per trovare il ritmo e la sintonia con una materia così delicata».

Dover raccontare una lunga prigionia ovvero la stessa stanza senza tracce di mobilio né elementi esotici, è stato arduo?

«Esattamente ma sapevo in che tipo di storia mi stavo imbarcando. Non avevo intenzione di aggiungere elementi stravaganti o inquadrature particolari. Tutta l’attenzione doveva essere centrata sul trascorrere del tempo durante la sua prigionia, sul senso di impotenza dell’ostaggio. Questa è una storia vera, non un film hollywoodiano. Avevo bisogno di sobrietà per riuscire a far percepire al lettore come si è sentito Christophe».

Christophe non era una pedina fondamentale in quella ONG. Il fatto che sia un uomo qualunque fa più paura?

«Ha ragione. È la storia vera di una persona normale che si è trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato. La sua storia mi ha colpito subito perché è davvero molto facile proiettarsi al suo posto, immaginarsi su quel giaciglio, con il polso incatenato al termosifone, con un secchio per i propri bisogni e nulla da fare se non aspettare e ipotizzare scenari di fuga o la reazione al suo ritorno a casa».

Ad un certo punto Christophe potrebbe afferrare il fucile di un rapitore ma non coglie l’attimo. E lei, l’avrebbe fatto al suo posto?

«No. Lo so con certezza. E dopo quando si ritrova da solo deve convincersi d’aver fatto bene a non essere impulsivo».

Lei è stato a Pyongyang. Noi europei non sappiamo praticamente nulla di quella realtà, cosa dobbiamo aspettarci?

«Forse dovremmo chiederci se per noi sia più pericoloso Kim Jong-Un o Donald Trump. Del resto la settimana scorsa Trump ha scagliato missili su una base in Siria e poi ha puntato la sua attenzione sulla Corea del Nord ma oggi già pensa a qualcos’altro…».

FRANCESCO MUSOLINO®

FONTE: GAZZETTA DEL SUD

 

Jeff Kinney: «sono andato ad Amatrice per far sorridere i ragazzi con la mia Schiappa».

 

Jeff Kinney

«Sono andato ad Amatrice ad ascoltare i ragazzi, per portare qualche sorriso, un po’ di speranza e lasciare sfogare tutta la loro creatività». Lo scrittore Jeff Kinney è il creatore del celeberrimo “Diario di una schiappa”, la serie di libri per giovani lettori, edita da Il Castoro, che macina milioni di copie ovvero ben 180 milioni di copie vendute in tutto il mondo (oltre 3 milioni in Italia), superando autori osannati come Dan Brown. Il primo volume, “Diario di una schiappa”, edito nel 2007, è considerato ormai un classico ed è stato tradotto persino in latino da un latinista del Vaticano. La serie della Schiappa ha macinato un successo dopo l’altro, incuriosendo un pubblico variegato per l’azzeccato miscuglio fra disegni lineari, elementari, e le trame ricche di contrattempi e ironia. Dal libro al cinema il passo è stato breve con ben quattro pellicole all’attivo e un adattamento teatrale. Ma chi è la schiappa? Il suo nome è Greg Heffley, un ragazzino di undici anni che vorrebbe diventare popolare e sopravvivere nel difficile mondo delle scuole medie e in tutte ciò che lo circonda, dal campo scuola estivo alle vacanze in famiglia sino all’ultimo uscito, il decimo della serie, “Diario di una schiappa. Non ce la posso fare!” (pp. 218 euro 13 pubblicato nel 2016, tradotto da Rossella Bernascone) in cui gli tocca l’improbo compito di provare a sopravvivere senza connessione wifi in un campeggio immerso nella natura selvaggia. Nel tempo libero, Jeff Kinney (classe ’71) gestisce con la moglie una libreria, An Unlikely Story Bookstore & Café, in una città di soli ottomila abitanti, Plainville – ma per la scrittura si ispira alla vita familiare, alle proprie marachelle d’infanzia, lasciando correre a briglia sciolta la propria, funambolica, fantasia, mescolando scrittura e disegni: «Da piccolo leggevo i fumetti. Faccio il lavoro che ho sempre sognato. Ma Greg è un eterno Peter Pan, lui non crescerà mai». In questi giorni Jeff Kinney è in Italia per incontrare i propri lettori (è una delle star alla Fiera del libro per ragazzi a Bologna) ma ha deciso di recarsi anche ad Amatrice, fra le comunità più colpite dai recenti terremoti.

Ben 180 milioni di libri venduti nel mondo. Qual è il segreto del suo successo?

«Ci ho pensato a lungo. I libri più venduti per ragazzi sono spesso declinati in tema fantasy, fra magia e mostri. Greg è molto diverso. Non è affatto perfetto, anzi, è pieno di difetti ma alla fine gli eroi senza macchia sono davvero noiosi, non trova? Greg è un ragazzino qualunque che vorrebbe soltanto potersi rilassare sul divano ma le disavventure lo vanno a cercare…e i lettori di tutte le età ridono con lui. Penso davvero che piaccia semplicemente perché parla della sua vita, delle sue disavventure normali e ordinarie. Cercando di scherzarci su, di ingoiare i bocconi amari che ogni tanto ci capitano. In fondo imparare a ridere, ci aiuta a vivere meglio, no?».

Greg a chi si ispira?

«Beh, ero un po’ una schiappa da piccolo, lo ammetto sinceramente. I miei ricordi d’infanzia mi tornano in mente e mi ispirano ancora. Ma giornalmente accadono cose bizzarre ai miei figli che finiscono dritte nei miei libri. Sin da quando ero piccolo, il mio sogno è sempre stato quello di raccontare la vita a fumetti ma per farlo bisogna tenere gli occhi aperti e catturare tutto ciò che di buffo ci circonda».

Lei è andato ad Amatrice per incontrare i ragazzi. Che esperienza è stata?

«Davvero molto forte ma ci tenevo molto ad esserci. Ho seguito tutto ciò che è accaduto dagli Stati Uniti e sia io che il mio editore, Il Castoro, abbiamo pensato che sarebbe stato davvero un bel regalo andare in questi luoghi, raggiungere delle località in cui c’è davvero bisogno di conforto e speranza».

Il suo Greg è stato tradotto anche in latino!

«Sì, è stato tradotto il primo volume della serie, “Commentarii de Inepto Puero”, a cura di Monsignor Daniel B. Gallagher, latinista dell’ufficio Vaticano per le Lettere Latine e curatore del profilo Twitter in latino di Papa Francesco. Davvero curioso, non trova?».

Ha mai pensato di scrivere un libro per adulti?

«Sì, certamente. Ma non ho intenzione di fare qualcosa solo per dimostrare ad altri le mie capacità narrative. Mi piace scrivere per i ragazzi perché mi lascia libero di sognare. E francamente, sono convinto che i bambini siano molto più interessanti degli adulti».

Jeff, lei è preoccupato per la situazione in America?

«Sì, sono molto preoccupato. L’America oggi versa in una situazione disastrosa. Il presidente Trump divide anziché unire la gente, crea forti contrasti. Non è un momento facile e in generale, mi sembra che nel mondo ci sia tanta confusione. È davvero un bel problema».

FRANCESCO MUSOLINO ®

FONTE: GAZZETTA DEL SUD APRILE 2017

«Lo zucchero fa male? Non ci sono dati scientifici». Parola di Iginio Massari, il re dei pasticceri italiani.

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Iginio Massari

Iginio Massari è considerato il re dei pasticceri italiani, tanto che la sua “Pasticceria Veneto” a Brescia si conferma leader del settore secondo l’autorevole guida Gambero Rosso.  Già commendatore al merito della Repubblica dal 2013 è stato anche allenatore della nazionale italiana per la Coppa del Mondo di pasticceria nel 1997 e 2015, Massari è divenuto noto anche al grande pubblico grazie alle puntuali apparizioni nel celebre cooking show “Masterchef” in onda su Sky – condotto dagli chef Carlo Cracco, Bruno Barbieri, Antonino Cannavacciuolo e dall’imprenditore Joe Bastianich – terrorizzando i partecipanti con la disciplina e con i suoi giudizi tranchant. Massari è stato uno dei protagonisti della ricca sezione di incontri “Food Factor”, relativi al cibo e ai suoi protagonisti “stellati”, ideata e condotta dai giornalisti eno-gastronomici Gigi e Clara Padovani, nell’ambito della sesta edizione del TaoBuk che si è concluso ieri a Taormina, con un riscontro di pubblico importante che fa ben sperare anche per le future edizioni. Leggi il resto di questa voce

«Sono un artigiano della parola». Intervista a Marc Levy.

Marc Levy

Marc Levy

Marc Levy è il romanziere francese più letto al mondo. Basterebbe questa affermazione, tradotta in trentacinque milioni di copie, per intendere al volo la caratura del personaggio, il valore della sua scrittura, l’amore che i suoi lettori gli tributano ad ogni latitudine. Ma come spesso accade, ciò che colpisce maggiormente dei grandi autori è la loro disponibilità, l’ascolto del proprio pubblico (anche) mediante i social, l’impegno per cause nobili – Levy ha lavorato per la Croce Rossa e Amnesty International – e la capacità di ampliare il proprio sguardo, affrontando anche i temi dell’attualità. Di recente è tornato in libreria con il suo nuovo romanzo, il sedicesimo, “Lei & Lui” (Rizzoli, pp.350 euro 18) in cui racconta, con ironia e leggerezza, una storia d’amore, una commedia romantica sbarazzina ovvero il ritorno in pagina di Mia e Paul, richiamando il suo romanzo d’esordio, “Se solo fosse vero”. Lei è un’attrice inglese di successo con un matrimonio infelice, Lui uno scrittore dalle alterne vicende, fidanzato con la sua traduttrice coreana. Entrambe le coppie sono in crisi e per una casualità Paul e Mia si incontreranno, andando alla scoperta di una Parigi nascosta, sconosciuta ai turisti, battibeccando dalla prima all’ultima pagina in attesa del lieto fine. Sabato 17 settembre, Marc Levy è stato protagonista durante la serata finale della sesta edizione del TaoBuk International Book Festival, incontrando il pubblico alle ore 20 presso Piazza IX Aprile per presentare il suo ultimo romanzo “Lei & Lui”. Leggi il resto di questa voce

«Nessuno può sfuggire alla propria ombra, al proprio passato». Luis Sepúlveda ritira il Premio Sicilia.

Luis Sepulveda

Luis Sepulveda

Possiamo sfuggire alle nostre ombre? Il perdono è la migliore via per ottenere la giustizia in terra? A cosa serve davvero la letteratura? Tre domande universali con cui si confronta lo scrittore best-seller cileno, Luis Sepúlveda, che oggi, 17 novembre, presenterà in anteprima nazionale “La fine della storia” (Guanda, pp.208 euro 17) a Catania, concludendo la rassegna turistica e letteraria “Paesaggi di mare” – la kermesse di eventi itineranti per la Sicilia affidata all’Associazione Taormina Book Festival, presieduta da Antonella Ferrara – al Teatro Sangiorgi (h 20.30). In tale occasione Sepulveda riceverà il Premio Sicilia, conferito dall’Assessorato Turismo Sport e Spettacolo della Regione Siciliana, guidato da Anthony Emanuele Barbagallo, per “l’eccellenza della sua produzione letteraria e i valori civili e umani che trasmette”. Con “La fine della storia”, Luis Sepúlveda torna al romanzo, attraversando il Novecento, dalla Russia di Trockij al Cile di Pinochet, dalla Germania hitleriana alla Patagonia di oggi, richiamando in pagina il personaggio di Juan Belmonte, ex guerrigliero cileno che ha combattuto contro il regime di Pinochet ma ora vive in una casa sul mare, assistendo la sua compagna Verónica, che non si è mai ripresa dalle torture subite dopo il colpo di stato. Juan è un uomo stanco e disilluso ma i servizi segreti russi hanno bisogno della sua abilità, per sventare un piano ordito da un gruppo di nostalgici di stirpe cosacca, decisi a liberare dal carcere l’aguzzino Miguel Krassnoff, ex ufficiale dell’esercito cileno al servizio di Pinochet, condannato all’ergastolo per crimini contro l’umanità. E Belmonte ha un ottimo motivo per odiare quell’uomo: Krassnoff è colui che ha distrutto il futuro della sua compagna. Leggi il resto di questa voce

«Prendo le storie direttamente dalla strada e le porto in pagina». Intervista a Maurizio De Giovanni

Maurizio De Giovanni

Maurizio De Giovanni

Napoletano doc, Maurizio De Giovanni ha alle sue spalle una lunga carriera da bancario che lo lega fortemente alla Sicilia. Il primo libro (“Il senso del dolore”) risale al 2007 eppure in soli nove anni è diventato un punto di riferimento per i lettori di noir italiano, declinando la sua passione attorno due personaggi, il commissario Ricciardi e l’ispettore Lojacono (che approderà su RaiUno a inizio 2017), portando in pagina indagini e omicidi ma soprattutto storie e vicende che si svolgono nella sua amatissima Napoli, spaziando dagli anni ’30 sino alla contemporaneità. Oggi Maurizio De Giovanni sarà a Messina (presso la libreria “La Gilda dei Narratori”, alle ore 18) per presentare il suo libro più recente “Serenata senza nome. Notturno per il commissario Ricciardi” (Einaudi Stile libero, pp. 384 €19) ma in occasione del suo tour siciliano – stasera sarà a Catania e giovedì a Palermo – leggerà in anteprima brani del nuovo romanzo “Pane. Per i Bastardi di Pizzofalcone, in uscita a fine novembre. Leggi il resto di questa voce

«La matematica è la scienza del tempo, fa i conti con le nostre attese». Intervista a Chiara Valerio

Chiara Valerio (®Lavinia Azzone)

Chiara Valerio (®Lavinia Azzone)

Perché la matematica ci affascina o ci repelle? Perché uomini di grande valore hanno dedicato la propria vita alla scienza dei numeri, talvolta facendo grandi scoperte, altre volte scomparendo nell’oblio? La scrittrice Chiara Valerio, originaria di Scauri, ha conseguito un dottorato in matematica all’Università Federico II di Napoli finché nel 2007 ha deciso di cambiare vita, consacrandosi al mondo dei libri. Oggi collabora con diversi quotidiani, con il programma televisivo “Pane quotidiano” e con Radio3, cura la collana narravita.it per Nottetempo e ha pubblicato due romanzi per Einaudi: “Almanacco del giorno prima” (2014) e “Storia umana della matematica, da poco in libreria. Narratrice eclettica, in quest’ultimo romanzo spalanca gli archivi della memoria, intessendo una trama fatta di biografie di illustri matematici, mescolata a istantanee di quadri noti e a numerosissime citazioni letterarie. La Valerio sceglie la strada della memoria, raccontando l’infanzia, le rimembranze delle spiegazioni paterne del teorema di Pitagora, la serietà della madre e poi ancora gli anni dell’università sino al dottorato in Matematica, fra gli amori e la vita che passa, fra ironia e malinconia. Ma non solo. Pochi giorni fa proprio Chiara Valerio ha accettato di curare il programma generale per il festival “Tempo di Libri” fortemente voluto dall’AIE e contrapposto al Salone di Torino. E pochi giorni dopo lo scrittore barese e premio Strega Nicola Lagioia – anche lui proveniente dal mondo dell’editoria indipendente –  è stato nominato direttore del Salone torinese.  Leggi il resto di questa voce

«L’attimo prima della scelta è quello in cui siamo più vivi». Paolo Di Paolo presenta “Tempo senza scelte”.

Paolo Di Paolo

Paolo Di Paolo

Lo scrittore romano, classe ’83, Paolo Di Paolo in questo anno è balzato spesso agli onori delle cronache editoriali (tanto che il giornalista Filippo La Porta l’ha inserito fra i dodici “canonizzatori” ovvero i dodici critici letterari presenti in “Canone 2030. Una scommessa sulla letteratura italiana” – edito da Enrico Damiani editore e in uscita il 24 ottobre – chiamati a determinare quali libri saranno ancora validi nel 2030). Con Feltrinelli  ha pubblicato il romanzo “Una storia quasi solo d’amore” (Feltrinelli), è tornato in libreria a settembre con una nuova edizione di “A Roma con Nanni Moretti” (firmata con Giorgio Biferali e pubblicato da Bompiani) e da pochi giorni ha pubblicato con EinaudiTempo senza scelte” (pp. 120 euro 12), un saggio che coglie l’indeterminazione dei tempi moderni e una società sospesa, condannata all’eterna adolescenza. Venerdì 21 ottobre, durante la seconda edizione del “BookB@ng. Festival delle espressioni letterarie”, Paolo Di Paolo presenterà “Tempo senza scelte” al Palacultura Antonello da Messina (alle ore 19 in Sala A), dialogando con la giornalista Anna Mallamo. Ma non è tutto, poiché Paolo Di Paolo parteciperà anche alla tavola rotonda “#BookbangTheatre. Perché i romanzi producono teatro?”- coordinata da Vincenzo Bonaventura, Elisabetta Reale e Fabio Rossi – parlando della sua recente esperienza drammaturgica relativa a “Istruzioni per non morire in pace” portando in scena otto attori, 120 ruoli complessivi per nove ore di messa in scena totale. Leggi il resto di questa voce