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Eleonora Lombardo: “Racconto Palermo con disobbedienza, fra l’eleganza dei cavalli e il mondo delle scommesse”.

Eleonora Lombardo si racconta in occasione del suo romanzo d’esordio, “La disobbedienza sentimentale” (Cairo editore) su “Gazzetta del Sud”.

Annarita Briganti torna in libreria: «La solitudine è una droga, come un jeans vecchio, troppo comodo».

Annarita-Briganti

Annarita Briganti

Dopo l’esordio con “Non chiedermi come sei nata”, la giornalista Annarita Briganti torna in libreria con il suo secondo libro, “L’amore è una favola” (edito anch’esso da Cairo editore, pp.192 €13) riportando in pagina la sua protagonista e alter ego, Gioia Lieve. Tornano i temi del libro d’esordio – il precariato culturale, la fecondazione (fu la prima a sollevare la necessità di riformare la legislatura della legge 40) e l’ostinata ricerca dell’amore in un mondo cinico e dominato dall’ego – ma non solo, visto che la Briganti tocca anche il tema, più che mai attuale, degli stalker e della violenza femminile – declinata non solo in senso fisico – ribadendo la necessità e il valore dell’amicizia fra donne, meglio se complementari (come accade nel quartetto del “cerchietto magico”) continuando, con ostinazione a ricercare l’Amore puro in una storia controversa – e con un eros torrido – al fianco dell’Artista, Guido Giacometti. Leggi il resto di questa voce

Stregata da Matera. Annarita Briganti racconta Women Fiction’s Festival

10671252_10204153658795805_3224141660819400412_nCosa fanno le scrittrici quando s’incontrano? Quello che fanno quando stanno nelle loro piccole case con i loro piccoli computer e i loro grandi pensieri. Discutono di editoria, cercano storie, mangiano, scopano, s’innamorano per due ore, interpretano autofiction – chi non ha mai pensato: mi comporto così e lo metto in un libro? – e vanno in giro per negozi, che a Matera riaprono alle quattro e mezza. La luce rosa, le nuvole rosa, le autrici presunte rosa, la via Riscatto e il supermercato Diva (esistono veramente). The Sassi Bookstore, le case nei Sassi e i film nei Sassi, compreso quello con Gesù, come mi hanno detto in albergo, lui in persona.

Nei matrimoni si lanciano coriandoli, usano ancora il voi, ci sono più chiese che locali, eppure ti sembra la New York del Sud con la vasca da bagno in camera da letto. Fanno tutti gli attori, l’edicolante ti guarda in faccia invece di colpirti con la mazzetta, i bar sfornano biscotti alle mandorle e meno male che non c’è la prova bikini. Non esistono le intolleranze e se chiedi il latte di soia ti prendono per pazza, mentre 80 cinesi girano un film e nella libreria del centro c’è ancora qualche copia del mio libro d’esordio, Non chiedermi come sei nata (Cairo), che mi ha portato al festival.

Ecco 18 cose belle che ho fatto, e che forse rifarò, all’XI edizione del Women’s Fiction Festival di Matera, dove ho partecipato per la prima volta da autrice e presentatrice. Non ci siamo fatti mancare niente. Risse, cuore e batticuore, ma sempre verissimi: Leggi il resto di questa voce

Annarita Briganti racconta il suo romanzo d’esordio, “una piccola grande storia nell’Italia di oggi”.

Annarita Briganti (@Marina Alessi)

Annarita Briganti (@Marina Alessi)

«La mia vera ed unica ossessione è amare ed essere amata». La giornalista Annarita Briganti si racconta in una lunga intervista in occasione della pubblicazione del suo primo romanzo – della «sua creatura» – Non chiedermi come sei nata (Cairo editore) e trattandosi di una nota intervistatrice è molta la curiosità di trovarla, innanzitutto, dall’altra parte della barricata mediatica, a dover rispondere, piuttosto che a domandare.

Gioia Lieve è la protagonista/alter ego di Non chiedermi come sei nata ma si farebbe un gran torto se definissimo “leggero” il suo primo romanzo difatti, dopo un incipit bruciante (“Ho abortito dieci giorni fa”) la Briganti ci conduce per mano ma di corsa, nel turbinio esistenziale della sua protagonista cui la vita non offre alcun appiglio, né professionale né sentimentale.

Gioia Lieve viene dipinta come una delle principali protagoniste del precariato culturale italiano eppure è costretta a part-time di sussistenza pur di poter sopravvivere alla sua passione lavorativa e contestualmente, il suo partner, Uto, sembra fin troppo concentrato sul proprio Ego per poterle offrire un vero supporto emotivo in barba alle apparenze. Leggi il resto di questa voce

Giuseppe Marchetti Tricamo: «L’Italia non deve perdere l’amor proprio, la dignità e la capacità di reagire».

Un libro per celebrare il 150° anniversario dell’Italia unita e con essa, gli italiani fieri d’esserlo, coloro che ogni giorno sentono nel proprio cuore l’orgoglio per la patria e mai si sognerebbero di parlare a cuor leggero di devoluzione. Il professore Giuseppe Marchetti Tricamo, firma con Tarquinio Maiorino e Andrea Zagami una nuova edizione riveduta e ampliata de L’Italia s’è desta (Cairo Editore; pp. 320; €16). A dieci anni dalla prima edizione, Marchetti Tricamo dichiara a Tempostretto.it: «Ci hanno portato via la nostra opulenza e negli ultimi anni la grande industria si è liquefatta. Ma abbiamo ritrovato, noi italiani, un sentimento che si era spento: l’orgoglio per l’Unità nazionale». “L’Italia s’è desta” è un libro davvero ricco, pregno di ricostruzioni storiche avvincenti con le quali i tre autori ricostruiscono con dovizia di particolari ma senza alcuna prosopopea, prima l’esegesi del “Canto degli Italiani” di Goffredo Mameli per poi narrare la vita avventurosa dello stesso Mameli e quella di numerosi patrioti che hanno sacrificato la propria vita per l’Italia e il Tricolore, proprio come “i Camiciotti”, «che si batterono come leoni contro “Re Bomba” (Ferdinando II di Borbone) e che piuttosto di arrendersi si gettarono a capofitto nel pozzo di Santa Maria Maddalena a Messina per non abbandonare il loro tricolore». Ne “L’Italia s’è desta” viene narrata anche la nascita del Tricolore come oggi lo conosciamo tornando indietro nel tempo sino al fatidico 7 gennaio 1797.

Un libro che vuole scuotere coloro che ancora non hanno preso coscienza di cosa sia stato davvero il Risorgimento e allo stesso tempo un grande atto di fiducia nei giovani: «dai propri giovani il Paese ci si può attendere le cose migliori».

L’intento del vostro libro è chiaro, voler celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia e con essi gli italiani stessi. Ma oggi che paese le sembra la nostra Italia?

È passato un po’ di tempo da quando con Tarquinio Maiorino e Andrea Zagami abbiamo pubblicato insieme il primo libro sull’identità nazionale. Dieci anni, nei quali ciascuno di noi ha perso qualcosa e tutti insieme molto: nell’economia, nella politica, nel patrimonio culturale, nella vivibilità,  e nella fruizione delle nostre città, nei rapporti sociali, nell’etica. Ci hanno portato via la nostra opulenza e negli ultimi anni la grande industria si è liquefatta. Ma abbiamo ritrovato, noi italiani, un sentimento che si era spento: l’orgoglio per l’Unità nazionale, con tanta voglia di valori antichi mai caduti in prescrizione. Questo anno 2011 è un’occasione importante per riflettere sul nostro passato, sul nostro presente e sul nostro futuro. L’Italia non deve perdere l’amor proprio, la dignità e la capacità di reagire.

Scrivete che rifiuterete e combatterete ogni tentativo di devoluzione, tutelando la memoria e il sangue versato dai patrioti. Eppure se da una parte si inneggia alla Padania, al Sud si comincia a parlare di autonomia. Cosa ci aspetta dunque? Dovremo scendere in piazza per difendere l’Unità d’Italia?

Il 90 per cento degli italiani considera positivamente l’Unità nazionale, un’eredità che è arrivata a noi dal Risorgimento e da 150 anni di storia e che ci è stata consegnata dai “padri della Patria”. Un patrimonio importante, quindi, da custodire con cura e che non andrà mai disperso. Gli strappi e le provocazioni di coloro che inneggiano alla Padania (e dei neoborbonici) non hanno fatto altro che rafforzare il sentimento unitario. C’è un’Italia di persone dalla schiena dritta, che ama il proprio Paese e che (ce lo dicono i sondaggi) è più numerosa di quello che appare.

Ricostruite l’intera vicenda che ha portato alla nascita dell’inno d’Italia ma, le chiedo, secondo lei perché non si canta la sua versione estesa, preferendogli quella breve?

Perché dell’inno si conosce soltanto la prima strofa. E così sfugge il merito più grande di Mameli che fu la visione unitaria che ebbe del Risorgimento e che si manifesta nella strofa chiave che dice: «Dall’Alpe a Sicilia, dovunque è Legnano; ogn’uom di Ferruccio ha il core, ha la mano; i bimbi d’Italia si chiaman Balilla; il suon d’ogni squilla i Vespri suonò». In non più di otto versi, Mameli riuscì  a concentrarvi un “campione” di momenti libertari in punti diversi d’Italia: poco conta che non fossero contemporanei, e che ognuno abbia avuto propri connotati. Nel libro (L’Italia s’è desta) c’è l’intero inno e l’esigesi di ciascun verso.

Non le sembra assurdo che l’inno di Mameli sia ancora provvisorio e che periodicamente venga messo in discussione?

Sì, mi sembra assurdo. E quando ho l’opportunità di incontrare un parlamentare glielo rammento. L’ultima volta l’ho fatto a Cortina d’Ampezzo, al Miramonti, in occasione della presentazione del libro. Nell’occasione il mio interlocutore era Giancarlo Mazzuca, anche lui, come me, attento alla storia dell’Italia. Precedentemente l’avevo fatto con Enzo Bianco. L’inno di Mameli ha molti sostenitori, anche tra i musicisti famosi come Riccardo Muti che ha recentemente dichiarato: “Trovo assurdi certi appelli alla sua sostituzione. Teniamoci l’inno di Mameli e che Dio ce lo conservi”.

Mameli lo si potrebbe immaginare anche come un letterato pacifico e bonario e invece con la storia del “poeta con la sciabola” rivelate la sua vera storia. Cosa l’ha maggiormente colpito della sua figura?

Mi ha colpito la determinazione e la tenacia del giovane Mameli, che era motivato,  dall’amor di patria, a porsi un obiettivo e a raggiungerlo a qualunque costo. Dopo averci regalato il “Canto degli italiani”, ha dato la propria vita, sul colle del Gianicolo, in difesa della Repubblica Romana. Il sacrificio di Mameli; il martirio dei giovani Luigi Zamboni e Giovanni Battista De Rolandis che (a Bologna) per primi hanno indossato una coccarda tricolore durante il tentativo di insurrezione contro lo Stato pontificio;  l’eroismo degli  studenti “i Camiciotti”, che si batterono come leoni contro “Re Bomba” (Ferdinando II di Borbone) e che piuttosto di arrendersi si gettarono a capofitto nel pozzo di Santa Maria Maddalena a Messina per non abbandonare il loro tricolore: tutto questo ci dice che dai propri giovani il Paese ci si può attendere le cose migliori. Queste e molte altre storie le raccontiamo nel libro L’Italia s’è desta.

Il 7 gennaio 1797 nasce la bandiera italiana e Giuseppe Compagnoni avrà un ruolo fondamentale. Chi era questo letterato patriota e come si è giunti al tricolore come lo conosciamo?

La storia del Tricolore è lunga e ricca di avvenimenti. Tutto comincia, come lei ha ricordato, a Reggio Emilia durante l’assemblea costituente della Repubblica Cispadana, quando Giuseppe Compagnoni (deputato di Lugo, certamente patriota e certamente letterato con alti e bassi) propose l’adozione della bandiera verde, bianca e rossa e la sua proposta fu accolta con scrosci di applausi. Quella prima bandiera italiana ebbe caratteristiche diverse rispetto al Tricolore che conosciamo attualmente: differiva nella disposizione dei colori, le bande erano orizzontali, nella parte bianca spiccava una faretra con quattro frecce e le lettere “RC”. Ma l’11 maggio 1798 la Repubblica Cisalpina introdusse una versione a bande verticali. E quel verde, quel bianco e quel rosso divennero da subito i colori della fede politica e della speranza in un futuro migliore.

Professor Marchetti Tricamo perché sono stati scritti tanti libri per denigrare l’Italia, il Risorgimento e persino l’Unità?

È incredibile! Noi italiani passiamo con estrosa facilità dall’autoesaltazione all’autodenigrazione e viceversa del Paese. Idee un bel po’ confuse? Opportunismo? Chissà? Purtroppo, così si contribuisce ad alimentare l’atavico antagonismo tra Nord e Sud. È realtà che il nostro sia un paese a due velocità. La fonte del divario è lontana: si può attribuire, per quanto riguarda il Sud, alla politica dei governi borbonici ma anche alle mancate (nella politica successiva al 1860) strategie e capacità per riequilibrare il Paese. Il recupero del divario, tra Nord e Sud, dovrebbe costituire la priorità per ogni Governo che voglia rimettere in moto l’Italia intera. Ma il Governo, oggi, ha tante “gatte da pelare”! Emerge, comunque, una certezza. Noi italiani vogliamo che nel nostro cielo sventoli una sola bandiera, il tricolore, e vogliamo continuare a cantare l’inno di Mameli.

Giuseppe Marchetti Tricamo è docente presso la facoltà di Scienze politiche, Sociologia, Comunicazione nell’Università La Sapienza di Roma. Dirige Leggere:tutti, rivista del libro e della lettura. È stato direttore di Rai-Eri. Ha pubblicato La fabbrica delle emozioni. Così si fa l’editore in Italia (2005).

Fonte: www.tempostretto.it del 31 agosto 2011