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La sfida di Tony Laudadio, «scrivere per tradurre il dolore in qualcosa di vitale».

 

Tony Laudadio

Tony Laudadio

Mescolare la vita reale alla finzione, per riflettere sul significato stesso del dolore e ovviamente sulla nostra, inevitabile, fine terrena. Nel suo nuovo libro, “L’uomo che non riusciva a morire” (NNeditore pp.160 €13) Tony Laudadio – scrittore, attore e regista d’origini casertane – ha dichiarato d’aver voluto «tradurre il dolore in qualcosa di vitale, riuscendo a trarre energia positiva dall’ambientazione scelta ovvero l’ospedale, il luogo della morte». Proprio in corsia si svolge per larghi tratti questo racconto, in cui si narra la lunga trafila del suo protagonista con un punto di vista in prima persona; un tunnel di malattia e sofferenza fisica in cui piomba sin dall’incipit. Una non-morte narrata con umanità, fra diagnosi errate e l’incontro-scontro con vari medici, senza lesinare un pizzico di cinica ironia, una sorta di distacco anticipato dalla carne.  Del resto, Laudadio non è nuovo ai paradossi narrativi, segni distintivi dei suoi due precedenti noir – “Esco” (2013) e “Come un chiodo nel muro” (2014) – che corteggiano una visione della vita non ortodossa, disseminati di personaggi che hanno qualcosa del loro autore pur senza fotografarlo mai a figura laudadiointera. Ne “L’uomo che non riusciva a morire” la percezione del dolore è fuor di dubbio una delle chiavi di lettura più interessanti. «Patire – ha dichiarato l’autore – è un’esperienza universale eppure il dolore finisce per renderci tutti egoisti, del resto pochi hanno il coraggio di dire a voce alta che chi soffre può anche essere capace di mettere in croce i propri familiari e questa è una grande ingiustizia. Paradossalmente sarebbe bello che proprio il malato, il moribondo, trovandosi vicino al confine, si prendesse lui stesso cura di chi lo veglia al capezzale, sollevandolo da ogni peso morale». Tale rivelazione accade al protagonista di questo romanzo, più volte dato per spacciato e condannato a permanere in una sorta di stato contiguo alla morte. Una prospettiva scomoda ma rivelatrice delle bassezza altrui, capace infine di sollevarlo dalla propria stessa grettezza d’animo. Sin dallo spunto iniziale, emerge una vena catartica, da cui deriva una scrittura istintiva, a tratti farsesca nel voler affrontare la morte a viso aperto.

FRANCESCO MUSOLINO®

 

Giuliana Altamura si racconta: «La paura è condizione necessaria della crescita»

Giuliana Altamura

Giuliana Altamura

Corpi di Gloria (Marsilio, pp.176 €16) è il romanzo d’esordio della scrittrice Giuliana Altamura già vincitore del Premio Rapallo Carige Opera Prima 2014. Al centro della narrazione, fluida e molto visiva nelle sue descrizioni, c’è il racconto dell’estate di un gruppo di giovani figli della provincia pugliese. Il disturbo alimentare di Gloria, il difficile confronto con l’immobilismo del sud italiano del fratello Andrea, l’inevitabile ingerenza della droga, il valore del sesso e quello dei soldi entrano in pagina in modo diretto ma non subdolo, con una scrittura chiara e scorrevole mai povera o scontata. In un villaggio di Riva Marina dove tutte le case sono uguali e il tempo scorre lento come se i minuti fossero intrisi di colla, va in scena una rappresentazione della generazione dei ventenni odierni che sfugge a tanti cliché: ecco perché il libro d’esordio di Giuliana Altamura, Corpi di Gloria, dovrebbe essere una lettura d’obbligo nei licei italiani.

Hai dichiarato: “Il mio Sud è una metafora dell’adolescenza, di un tempo sospeso, un limbo dentro un’estate che volge al termine”. Qual è stata la scintilla di Corpi di Gloria?

Tornando in Puglia ogni estate e osservando il cielo del Sud, terso e luminosissimo, mi sono resa conto di quanto la sua bellezza fosse atroce, splendida e allo stesso tempo paralizzante, capace di immobilizzare ogni cosa. Ho collegato questo sentimento di sospensione, terribile e affascinante insieme, al limbo dell’adolescenza – un’estate che sembra eterna, ma che dovrà presto finire, esattamente come quella vissuta dai miei personaggi, destinati come tutti all’ineluttabilità della crescita. Leggi il resto di questa voce

Pierre Lemaitre, premio Goncourt 2013: «il dramma della disoccupazione ci sottrae la nostra dignità»

Il futuro del mondo lavorativo sarà sempre più cinico e il management aziendale, trovandosi dinnanzi ad una forza lavoro proporzionalmente sempre più numerosa e disperata, potrebbe arrivare, un giorno non lontano, ad arrogarsi persino il diritto di vita o di morte, in cambio del miraggio di un impiego remunerato. Questa considerazione amarissima è uno dei concetti chiave del nuovo libro di Pierre Lemaitre, “Lavoro a mano armata”, edito da Fazi editore (pp. 449 euro 16,50 trad. it. Giacomo Cuva) e vincitore in patria del Prix Le Point du polar européen come miglior romanzo noir. Il romanziere transalpino, già apprezzato autore di “Alex” e “L’abito da sposo”, è un grande appassionato di Hitchcock e anche in questo libro riesce a portare in pagina una prosa spiazzante per durezza e una tensione assai reale (speriamo di ritrovarla anche nel film che ne verrà tratto, con Sandrine Bonnaire nel cast). Protagonista del romanzo è Alain Delaimbre, un manager cinquantasettenne, un quadro disoccupato. Disposto a tutto pur di non perdere del tutto la dignità, Alain si arrangia con lavoretti degradanti per guadagnare poche centinaia di euro, dando fondo ai risparmi per mantenere almeno le apparenze. Nonostante l’appoggio della moglie Nicole, la voce narrante di Alain, ci racconta una vera e propria odissea emotiva. Aver perso il proprio lavoro non lo priva soltanto della sicurezza ma del ruolo di capofamiglia, persino della propria virilità agli occhi della società, delle figlie stesse. E poi all’improvviso “si libera” una posizione di alto profilo che sembra ritagliata sulle sue qualifiche professionali e nonostante sia di gran lunga il più anziano dei candidati, viene ammesso alla selezione; ma tutto ciò nasconde un gioco di ruolo assai crudele ovvero la creazione di un finto commando per la messa in scena di finto rapimento, al fine di testare la fedeltà dei dirigenti dell’azienda. Ma quando il tranello esce allo scoperto Alain si troverà solo, senza alcun freno inibitore a far da rete di protezione…

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Andrea Bajani: «Il lutto è il tentativo di abitare il vuoto di qualcuno che si è perso».

Tre diversi omaggi celebrano l’anniversario della scomparsa di Antonio Tabucchi, lo scrittore d’origini toscane che morì il 25 marzo dell’anno passato nella sua amata Lisbona. Feltrinelli – che pubblicò quasi tutte le sue opere – lo celebra con “Di tutto resta un poco. Letteratura e cinema” (pp. 304, euro 20), una bella raccolta di scritti tematici cui lavorò sino agli ultimi giorni; Sellerio, pubblica “Racconti e romanzi” (pp.288, euro 16) una preziosa raccolta di scritti – “Donna di Porto Pim-Notturno indiano-I volatili del Beato Angelico-Sogni di sogni” – ed infine Emons:Audiolibri ha dato la voce dell’attore e regista Sergio Rubini al suo capolavoro, “Sostiene Pereira” (4h23’, euro 16,90). Ma l’omaggio più bello, in questa triste ricorrenza, prende vita da un aneddoto, difatti, a poche ore dalla sua scomparsa, Antonio Tabucchi non poté ne volle sottrarsi all’atto della scrittura. Quel racconto tutt’ora inedito, fu la scintilla che condusse il suo giovane e caro amico, l’affermato scrittore romano Andrea Bajani, a voler consegnare i suoi ricordi alle pagine di “Mi Riconosci” (Feltrinelli, pp.144, euro 12), un testo  dolce e profondo, capace di non scivolare mai nel declivio della morbosità. Qui l’amico scomparso, diviene personaggio letterario, realizzando la finzione letteraria per eccellenza. Bajani, raggiunto telefonicamente in un hotel parigino, risponde alle domande della Gazzetta del Sud, discutendo di Rilke, dell’amicizia e del potere della scrittura.

Perché questo libro? Il tono usato, oscilla fra riso e lacrime, dando l’idea di una dolorosa necessità.

«Nasce da un evento straordinario ovvero dal fatto che due giorni prima di morire, Antonio Tabucchi scrisse un racconto, dettandolo al figlio in un camera d’ospedale di Lisbona. Non fu una morte improvvisa. Progressivamente si stava spegnendo, eppure questo accadimento privato nascondeva una cosa più grande, la vera origine delle storie. Queste nascono soprattutto per affrontare l’ignoto e mi ha colpito che lui abbia sentito il bisogno di scrivere anche mentre si avvicinava la morte, riuscendo a far ricorso all’ironia, proseguendo questa sorta di danza scaramantica contro ciò che non conosciamo. Quando ho letto quel racconto ho subito pensato che dovevo narrarla, dovevo narrare la scomparsa di uno scrittore e la storia di un’amicizia».

Uno dei due amici che, scomparendo, diventa un personaggio d’un libro. Un’idea molto tabucchiana…

«Esatto. La letteratura ha fatto sempre i conti con i fantasmi e del resto lo scrittore ha a che fare, per giornate intere, con persone che esistono solo nella sua testa. Antonio Tabucchi ha sempre avuto un buon rapporto con i fantasmi perché intese la sua letteratura all’insegna del gioco del rovescio; come personaggio di finzione, fra le pagine d’un libro, ha potuto portarlo all’estremo, rovesciando la morte e la vita, immerso in una storia.

Vi siete conosciuti a Parigi, a casa di un amico comune, tanti anni fa. Tabucchi le aveva scritto una lettera pronta per essere spedita…

«Nel libro tutto è reale e tutto è finto ma la lettera c’era davvero e lui l’aveva già affrancata. Me la consegnò ma per anni non la trovai più. Ma appena terminai di scrivere questo libro, venni preso dal desiderio di sistemare i libri in casa mia e di colpo, riapparve, nascosta fra le pagine di un volume. Era la lettera di un grande scrittore che mi trasferiva l’emozione resagli dall’aver letto il mio libro, “Se consideri le colpe”. Quando uscì questo libro più persone mi chiesero di poter pubblicare questa lettera, però adesso sembra sia scomparsa daccapo. Ecco, queste sono le “tabuccate”».

Apre il libro con una significativa citazione di Rilke. Come mai?

«Non conosco scrittore che sia sceso con tanta grazia dall’altra parte, nel confronto con chi non c’è più, come Rilke ne “I sonetti a Orfeo” e soprattutto ne “Le elegie duinesi”.

Mi riconosci, il titolo scelto, significa stare ad ascoltare il fantasma, provare ad ascoltare chi non c’era più. Questo libro racconta come nascono e si raccontano le storie ma soprattutto come si possa essere amici, indipendentemente dalle età e da cosa ci riserva la vita».

Alla fine scrive, “il lutto è il tentativo di abitare il vuoto di qualcuno che si è perso”.

«Le persone abitano degli spazi dentro noi ma poi sono costretti ad andare via. O meglio, scompare la materialità, la concretezza della carne ma non tutto il resto. Il lutto è riuscire a far sì che ciò che resta di quella persona scomparsa, trovi il suo posto dentro noi».

Nel corso delle telefonate notturne emerge un rapporto tormentato con l’Italia.

«Con il nostro paese aveva un rapporto davvero difficile, d’amore e odio. Prima di tutto l’Italia era la lingua, che ha amato intensamente, ma questo paese lo faceva soffrire e citava Pasolini per sottolineare quanto fosse malandata. Il berlusconismo, per lui è stato davvero pesante, ha ricevuto diverse querele e ha cercato di difendersi come poteva, con le parole. L’Italia, per lui, era una ferita aperta».

Infine, a proposito di scrittura, cosa le ha insegnato Tabucchi?
«La lezione più importante è stata la sua volontà di stare con i piedi molto per terra e la testa molto nel cielo, la capacità raccontare le pieghe oniriche del mondo senza rinunciare a stare concretamente nella realtà socio-politico in cui viveva».

 

Francesco Musolino

Fonte: La Gazzetta del Sud, 25 marzo 2013

vedi anche http://www.marcovigevani.com/tag/antonio-tabucchi/

Di che morte morire? Te lo diciamo noi

Come succederebbe se conoscessimo, con esattezza, la causa della nostra morte, senza sapere nient’altro, né data né luogo? Questa semplicissima premessa è alla base della ricca antologia di racconti intitolata La macchina della morte – Notizie da un mondo in cui le persone sanno di che morte morire (AA.VV. – Guanda editore – Pp. 560 – Euro 19), pubblicato da Guanda editore.

Chiariamo subito che sarebbe certamente un bel rischio da affrontare perché la curiosità e la fame di sapere sarebbero probabilmente più forti persino del timore di conoscere un’informazione destinata, inevitabilmente, a cambiare la nostra esistenza. Del resto se la macchina della morte predicesse un decesso per annegamento, sarebbe inevitabile per tutti, persino per uno skipper, avere la tentazione di tenersi per sempre sulla terra ferma. Eppure tutti gli accorgimenti potrebbero non bastare. Difatti la macchina della morte si rivela anche molto imprecisa, ovvero le sue sentenze possono dar luogo a varie interpretazioni. Ad esempio, “annegamento” non esclude che possa avvenire anche nella vasca da bagno o persino, bevendo un bicchierone d’acqua tutto d’un fiato.

La suddetta raccolta nasce dalla fantasia di tre giovani scrittori statunitensi – Ryan North, Matthew Bennardo e David Malki ! – che hanno deciso di invitare i lettori a scatenare la propria fantasia partendo dalla stessa base comune: «La macchina della morte fu inventata qualche anno fa: un congegno in grado, da un semplice campione di sangue, di predire come si morirà. Non forniva la data, né altri dettagli. Si limitava a sputare un foglio con stampate in maiuscoletto, a lettere nitide, le parole ANNEGATO, SOFFOCATO DA UNA MANCIATA DI POPCORN. Svelava alle persone come sarebbero morte […] Ma la macchina sfornava predizioni oscure e sembrava divertirsi a giocare con le ambiguità linguistiche. Si era subito scoperto che VECCHIAIA poteva significare morire per cause naturali, ma anche essere uccisi a colpi d’arma da fuoco da un uomo costretto a letto, mentre si tentava goffamente di introdursi in casa sua».

Questo succoso spunto ha fatto sì che ai tre scrittori raccogliessero un totale di 675 racconti e fra questi ne sono stati selezionati trenta, scritti da professionisti o esordienti – completati da un titolo suggestivo e illustrazioni dark sempre molto appropriate. Un’antologia davvero ricca che tocca tutti i registri stilistici ed emozionali: così non mancano i racconti drammatici ma neppure quelli ironici, surreali, fantastici passando dalle risa alle lacrime. Consultate gratis o a pagamento, le macchine dimostrano sempre, a proprio modo, d’essere infallibili e le sue predizioni sono sempre le medesime, anche con il passare del tempo. Letto d’un fiato o un racconto alla volta, una volta chiuso il libro non possiamo non domandarci: e se potessimo scegliere, vorremmo sapere di che morte moriremo?

Fonte: Settimanale IL FUTURISTA – 19 febbraio 2012

 

Rostain trasforma il dolore in un sorriso malinconico ne “Il Figlio”

Si può sopravvivere al dolore della perdita di un figlio? Molti scrittori si sono confrontati con tale dilemma, da Victor Hugo sino a Philippe Djian. Ultimo in ordine cronologico giunge in Italia, Il Figlio (Elliot edizioni) di Michel Rostain, vincitore del Premio Goncourt opera prima 2011 e già best seller in Francia, con merito. L’autore, regista teatrale ed operistico, confessa nella nota finale di essere partito proprio da una dolorosa esperienza autobiografia e di averla elaborata sotto forma di romanzo, a metà fra realtà e finzione, decidendo di affidare la voce narrante a Lion, il figlio scomparso a soli 21 anni per una Purpura fulminans ovvero una meningite folgorante. Sarà la sua voce, il suo sguardo benevolo con cui segue il dolore dei propri genitori, a guidarci lungo l’intero romanzo con un tono mai retorico anche dinnanzi alla disperazione e allo strazio per i ricordi che continuamente affiorano, trascinandosi dietro le lacrime. Rostain si allontana dalla vivisezione del dolore scelta da Philippe Forest nei suoi toccanti libri dedicati alla figlia Pauline, scegliendo invece un tono confidenziale ma discreto, che affronta il dolore e i ricordi di petto, riuscendo persino a concedersi il lusso di uno humour lieve e mai fuori posto. “Il Figlio” si apre con Lion che osserva – dal paradiso o da chissà dove – il proprio padre che, undici giorni dopo la morte del figlio, ha deciso di portare le sue lenzuola in lavanderia e percorre tutta la strada a piedi, con il viso immerso per catturare l’odore. Un’immagine dolce che Rostain ci consegna, salvo poi lenirla osservando con un tono scanzonato, “in realtà puzzano”. Da lì in poi l’autore segue il vagare disperato dei genitori, fra le miriadi di foto, i quaderni di appunti e persino gli sms sul cellulare, alla ricerca di un’impossibile risposta che giustifichi la loro perdita. Ma Rostain vuole semplicemente dirci che si può convivere anche con un dolore così grande poiché la morte fa parte della vita e questa lucida considerazione trapela dal suggestivo viaggio che i genitori di Lion intraprendono in Islanda per esaudire il suo ultimo e sconosciuto desiderio.

Fonte: Il Futurista 

Chi potrebbe uccidere un poeta? Intervista a Björn Larsson

Un giallo scandinavo, provocatorio e ironico, che prende in giro il folle mercato editoriale – ormai perennemente a caccia del nuovo Stieg Larsson – e cerca di rinnovare un genere autoreferenziale. È questa l’estrema sintesi de “I poeti morti non scrivono gialli” (Iperborea; pp. 360; €17), il nuovo libro dell’apprezzato scrittore svedese Björn Larsson. L’autore ha deciso di mettere alla prova il proprio talento scegliendo di scrivere un giallo decisamente atipico e fuori dai consueti schemi narrativi, cedendo alla tentazione del gioco letterario con il lettore, senza lesinare una critica esplicita nei confronti dei giganti dell’editoria, colpevoli d’aver standardizzato il panorama letterario. Proprio partendo dai cliché editoriali, Larsson costruisce una vicenda brillante che ruota attorno alla figura del talentuoso poeta Jan Y. Nilsson, destinato a pagare lo scotto della sua ispirazione con una vita di stenti, vivendo su una barca decrepita, perennemente attraccata al porto di Helsinborg. Eppure, diversamente da molti poeti, Jan Y. ha avuto la fortuna di avere incontrato Karl Petersén, un editore che crede fermamente in lui ma sarà proprio il senso di riconoscenza ad indurre il poeta ad accettare di scrivere un giallo, cedendo ad una vera e propria offerta indecente. Petersén è assolutamente certo che il libro sarà un best-seller e soprattutto “riuscirà a riabilitare letterariamente il genere letterario”. Forse per contraltare alle lusinghe economiche, Jan Y. ha dato voce alla sua rabbia sociale ponendo al centro del proprio libro una sorta di vendicatore che punisce con crudeltà chi si è arricchito senza scrupoli. Tuttavia, lo stesso poeta non può non domandarsi se lui non verrà accusato di aver tradito i suoi ideali ed è certo che la sua musa ispiratrice, Tina Sandell, non gli perdonerà di essersi svenduto. In fin dei conti Jan Y Nilsson vorrebbe solo poter solcare di nuovo i mari e ogni tanto poter offrire una buona bottiglia di vino agli amici, magari accompagnata da un piatto di ragù. Ma un giallo senza vittima non ha ragion d’essere e quando il poeta scriverà finalmente il suo finale, verrà aggredito e assassinato, inscenando un suicidio per impiccagione. Logico credere che sia stato Petersén – colui che troverà il corpo – a farlo fuori ma il commissario Barck non vuole precludersi nessuna ipotesi, del resto lui è il “poliziotto-poeta” e in questo caso, ricco di sospettati e di moventi, serve davvero qualcuno che possa pensare fuori dagli schemi, del resto “chi potrebbe voler uccidere un poeta?”

Non posso non chiederle se anche lei, come Jan Y Nilsson, non abbia avuto delle remore prima di dedicarsi al giallo…

Nessuna remora però ero ansioso davanti alla sfida di cercare di rinnovare un genere, di fare riflettere i lettori che non leggono quasi niente d’altro che gialli stereotipici. Per me, la letteratura non ha niente da fare con la moda, con le etichette, con il genere, con le collane. Deve essere una boccata di area fresca, capace di far capire al lettore che domani, forse, la vita può cambiare e nulla è scontato.

I giallisti scandinavi avranno sufficiente autoironia per non arrabbiarsi del suo ritratto?
Prima, gli editori stranieri non volevano pubblicare libri svedesi perché erano troppo cupi e pieni di angoscia esistenziale. Nel giallo svedese non si sorride affatto, forse un’eredità della nostra etica protestante, dove non esiste il perdono. Ma prendete Camilleri: lì c’è una pura ironia che sembra dire ai lettori che l’universo di Montalbano non deve essere inteso come un ritratto fedele della realtà.
Nella continua caccia al nuovo Stieg Larsson, gli editori sono vittime o carnefici?

Ci sono senza dubbio editori che non amano i buoni libri, però se un editore potesse scegliere, sono sicuro che preferirebbe vendere milioni di copie con ”Cento anni di solitudine” piuttosto che con un giallista­ tipico o un Dan Brown.
Lei affronta il tema della morte, la sua onnipresenza in tutto ciò che è vivo. Che rapporto ha con la morte, la teme o la sua vita da lupo di mare le ha pacificato l’animo?
Non mi piace il fatto che nel giallo tradizionale la morte sia un semplice pretesto per raccontare una storia, piuttosto che un elemento tragico e essenziale della nostra esistenza. La morte non è sempre scandalosa, ma deve essere trattata con rispetto e compassione. Ho vissuto una bella vita, ho amato – amo ancora – ho veri amici, ho una bella figlia, ho scritto qualche libro di cui sono finalmente abbastanza orgoglioso, ho perfino avuto successo professionale come universitario. Amo la vita, intensamente, pero non sarebbe una catastrofe né per me né per il mondo se sparissi domani… o dopodomani.

La cito e le domando: “Ma chi potrebbe uccidere un poeta”?

Non posso evidentemente svelare l’assassino ma il poeta è stato ucciso perché si è lasciato convincere del suo editore a scrivere un… giallo. Purtroppo sono davvero numerosi i romanzieri che sono stati uccisi solo per avere immaginato che la realtà – e con essa i pensieri, i valori, la società, il linguaggio, la fede – potesse essere diversa da ciò che è.

Fonte: Leggere:Tutti – ottobre 2011

 

Elvira Seminara a Messina: «Lo scrittore è un termovalorizzatore umano»

Grande riscontro anche per il quarto incontro letterario svoltosi giovedì 6 ottobre presso la libreria Circolo Pickwick di Messina. Dopo Francesco Fioretti, Nadia Terranova e Simonetta Agnello Hornby, la scrittrice e giornalista siciliana, Elvira Seminara ha incontrato i suoi lettori messinesi presentando il suo più recente romanzo, Scusate la Polvere (Edizioni Nottetempo) nell’ambito del cartellone di presentazioni mediterranee curate dal giornalista Francesco Musolino.

Un appassionante incontro durato o­ltre un’ora durante la quale la Seminara ha parlato di scrittura, donne, morte, religione e reincarnazione, dimostrando sempre charme e grande ironia. «Lo scrittore –ha affermato la Seminara – è un termovalorizzatore umano, cui spetta il compito di convertire emozioni, delusioni, successi, sconfitte, lacrime, risate, sogni e dolori in parole sulla pagina. E’ una vocazione la scrittura, un modo di leggere la vita stessa». Del resto, questa attenzione e questa cura, la Seminara la investe in tutta la sua vita, non solo nella scrittura: «Le mie amiche mi portano sacchetti con i loro gioielli rotti invece di buttarli via. Ma in generale raccolgo anche le ceramiche rotte, i manici delle borse e molto altro, per poi conservarlo con grande cura. Nascono così nuovi bracciali o creazioni estemporanee con la creta. Non butto via nulla – ha proseguito la Seminara – e allo stesso modo, con la scrittura, riprendo e riutilizzo le parole e talvolta, mi piace cercare nuove possibili combinazioni».

Il tema portante del suo ultimo libro, la morte, l’ha spinta a conversare anche su argomenti più alti con il pubblico messinese: «Sono protestante ma credo che tutto l’Occidente trarrebbe grande beneficio da un approccio buddista all’Io. Dovremmo imparare ad essere più distaccati, meno materiali». E ancora: «Credo fermamente nella reincarnazione, del resto, nei miei scritti ho ucciso e sono stata uccisa e ho vissuto gioie e dolori molto forti in modo così vero che non posso non pensare che in un’altra vista, in un altro corpo, devo aver provato quelle gioie e quelle stesse sofferenze».

Infine Elvira Seminara ha rivelato i suoi progetti futuri: «Un importante editore, visto il successo di questa dark comedy, mi ha offerto di inaugurare una nuova collana con un mio romanzo. Finalmente anche in Italia ci siamo aperti alla commistione di generi, senza l’ansia di porre etichette su tutto».

Fonte

Karl Ove Knausgård: «Vi racconto la mia lotta»

Karl Ove Knausgård

Karl Ove Knausgård

Per il cuore la vita è semplice: batte finche può, poi si ferma≫. E questo l’incipit semplice ma incisivo del primo volume de La mia lotta (I) (Ponte alle Grazie; pp.489; €18,60) nel quale lo scrittore norvegese Karl Ove Knausgård ha voluto raccontare la propria vita, senza risparmiare i dissapori, le delusioni, i fallimenti ma nemmeno le gioie e la banalità quotidiana che ne sono parte. Knausgård rappresenta il fenomeno letterario più rilevante del Nord Europa e l’editore ha già pubblicato quattro dei sei volumi che compongono il progetto. Ma perché tanto successo? Il merito più grande e di aver saputo coniugare ad uno spunto semplice, persino banale, una prosa sempre fluida che trascina, riuscendo a ridare vita ai propri ricordi, rivivendoli come fosse la prima volta. Va da sé che il paragone con la Recherche proustiana sarebbe d’obbligo tanto più che lo stesso autore dichiara d’averla divorata in giovane età, ma gli stili di scrittura e le immagini evocate sono talmente dissimili che si finirebbe fuori strada e si farebbe torto ad entrambi gli autori. Il primo volume, da poco edito in Italia, si incentra sul rapporto ai limiti della schizofrenia che il mondo occidentale riserva alla morte: le salme vengono subito coperte, nascoste alla vista degli occhi, scomparendo nei sotterranei degli obitori prima di finire sottoterra. Inoltre Knausgård nel primo volume rivive il controverso rapporto con il padre, dall’infanzia sino alla sua morte, cercando di elaborare il suo lutto nell’arco delle pagine. E proprio il padre, dichiara l’autore, e l’unica persona di cui ha scritto davvero male. A parte se stesso ovviamente.

la-mia-lotta_copertina_h_partbPerché ha deciso di narrare la sua vita? È uno spunto semplice eppure senza dubbio molto impegnativo con cui confrontarsi.

In realtà non avevo alcun tipo di idea iniziale. La mia lotta e una storia che si e sviluppata in modo quasi autonomo all’inizio ma la chiave di volta e stata l’aver sviluppato un linguaggio particolare e alla fine mi sono trovato in mano oltre tremila pagine. Al contrario di quanto si potrebbe pensare, a me non piace scrivere di me stesso. Fra l’altro ci sono alcuni periodi della mia vita che ricordo con grande disprezzo. E’ stata una vera e propria sfida restare cosi a lungo da solo con me stesso, non è stato affatto facile, ma ci sono riuscito perché ritengo di non aver raccontato la mia storia, quanto quella di un essere umano che ha vissuto in quegli stessi luoghi e nel mio medesimo arco temporale.

Lei ha scelto di sezionare e analizzare ogni istante della sua vita, partendo dall’infanzia. Come ha raccolto tanto materiale in maniera così accurata?

Quando ho cominciato a dedicarmi a questo progetto ho scelto di non documentarmi in alcun modo, di non fare alcuna intervista ai miei parenti o ai miei amici. Volevo concentrarmi solo su ciò che io stesso ricordavo. Il passo successivo e stato quello di prendere ciascun ricordo, qualcosa di per se statico e rarefatto nel tempo, espandendolo e rendendolo di nuovo vivo. Inoltre, essendo dotato di una forte memoria visiva, mi sono re-immaginato nelle sensazioni che narravo, cercando di riviverle daccapo. Credo che il processo di scrittura sia certamente un processo di memoria.

Aver ricreato ciascuna situazione della sua vita implica anche aver rivissuto il rapporto con suo padre?

Sicuramente si. Ho avuto la possibilità di rivivere quel rapporto dopo tanto tempo ma soprattutto ho potuto farlo tramite il linguaggio narrativo, un linguaggio analitico che parla al cuore e non alla razionalità. Tutto ciò mi ha permesso di comprendere più a fondo me stesso, mio padre e il nostro travagliato rapporto.

Karl Ove Knausgård

Karl Ove Knausgård

Per incipit ha scelto un concetto molto interessante riguardo la necessaria negazione della morte nella nostra società: perché ha fatto questa scelta?

Quando ho scritto questo incipit non ci ho pensato consciamente ma dopo mi sono reso conto che avevo scritto un saggio sulla morte che rappresenta una sorta di metafora per tutto il mio progetto, ovvero la differenza sottile che passa fra come le cose vengono percepite nel privato e in ambito sociale. Ciò significa che numerosi argomenti, fra cui la morte, vengono affrontati in famiglia ma difficilmente se ne parla in pubblico. L’unica morte visibile e quella che i mass media quotidianamente ci portano sin dentro casa, tramite i film o i fatti di cronaca, eppure, a ben vedere, queste non sono morti reali ma in un certo senso commerciali, figlie del mondo fatto di immagini che ci circonda.

Lei scrive così: «L’unica cosa che ho imparato dalla vita è resistere». E successivamente: «Ciò che mi ha spinto ad andare avanti è stata l’ambizione di scrivere qualcosa di unico». Dunque dalla sua personale lotta lei è uscito vincitore?

Direi proprio di no perché quest’opera non rappresenta il mio libro per eccellenza, il mio capolavoro, anzi, penso che il successo che sta riscontrando sia una sorta di incidente di percorso. Nutro ancora l’ambizione di scrivere qualcosa di bello, di importante e probabilmente ce l’avrò per tutta la vita perché non e certamente un obiettivo facile da raggiungere. Forse non ho ancora l’abilità narrativa a cui ambisco. Certo la tranquillità economica derivante da questo successo mi da fiducia.

Sappiamo che nel quinto volume lei ha scritto della sua relazione extraconiugale. I suoi amici come l’hanno presa?

E stato certamente doloroso scrivere del tradimento. Mia moglie ovviamente sapeva che l’avrei fatto ed é stata d’accordo perché ne parlo come un evento che fa parte della mia vita e che e entrato naturalmente nel flusso del racconto, chiarendo ulteriormente il particolare periodo che stavamo vivendo. Se l’avessi omesso non sarebbe stata la stessa cosa. Per quanto riguarda il resto, prima di pubblicare il libro ho inviato a tutti il manoscritto e ciascuno poteva dare o meno il proprio assenso.

Impossibile non domandarle quanta finzione e quanta vita realmente vissuta ci siano percentualmente in questo libro.

Tutti i fatti e gli eventi nudi e crudi sono assolutamente veri, ma quando si scrive un romanzo e necessario rielaborare il tutto. Direi che la fiction interviene sia nella rielaborazione, nella ricostruzione totale dei fatti che nel posizionamento delle scene sulla pagina.

Perché fermarsi a sei volumi? Come si decide di chiudere la propria autobiografia?

So sicuramente che finirà col sesto volume perché ho in mente da tempo l’ultima frase che lo concluderà e non vedo l’ora di scriverla. Sono sei volumi anche per una questione di simmetria perché l’editore ha voluto che uscissero tre in autunno e tre in

primavera. Pensate che inizialmente l’editore aveva proposto dodici libri, uno per ogni mese ma poi si é deciso per sei volumi. Sicuramente non mi dedicherò mai più all’autobiografia.

Perché? Ne è rimasto traumatizzato o ha detto tutto ciò voleva?

Volevo svuotarmi di tutto ciò che avevo dentro e adesso che l’ho fatto posso ripartire da un foglio bianco e affrontare un nuovo progetto.

Francesco Musolino®

Fonte: Stilos, dicembre 2010

 

David Foenkinos: «A volte credo che tutto sia già scritto… tranne il mio prossimo libro!»

David Foenkinos

David Foenkinos

David Foenkinos, parigino, classe ’74, al suo ottavo romanzo, La delicatezza (Edizioni E/O; tr. it. Alberto Bracci Testasecca, pp. 176; €17) sbarca finalmente nelle librerie italiane. L’autore dichiara di non credere affatto nel caso, eppure se avesse trovato un bassista probabilmente avrebbe seguito una carriera musicale. E invece con il primo romanzo, “Inversion de l’idiotie, de l’influence de deux Polonais” (Gallimard), ottiene il Premio François-Mauriac dell’Académie Française. Seguiranno diversi riconoscimenti, un adattamento cinematografico e una pièce teatrale.

Eclettico, d’una scrittura dalla dolcezza eterea ma ricca d’una comicità surreale e mai volgare, Foenkinos narra le vicende di Nathalie, costretta suo malgrado a ritornare alla quotidianità dopo la perdita dell’amato François: e così nella sua vita entrano Charles e lo strambo Markus, diversi ma entrambi decisi a contendersi il suo cuore.

L’autore gioca con il lettore sin dalla prima pagina: dissemina note, digressioni, anticipa gli sviluppi futuri, intromettendosi volutamente nella storia e prendendo continuamente di mira gli svedesi e i loro caratteristici frollini Krisprolls.

Stilos lo ha intervistato IN ESCLUSIVA. Leggi il resto di questa voce