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36,9° – Un racconto

36,9°

di Francesco Musolino

Questo racconto è stato pubblicato per la prima volta sul blog culturale Letteratitudine di Massimo Maugeri.

 

– Ah c’è una cosa che ti volevo raccontare.
L’altro si fece subito serio. Passò dalla modalità “relax” a quella “sono un medico h24” e il suo corpo, a questo switch, reagì drizzandogli la schiena, come se gli avessero infilato su per il culo un anima di ferro e questa gli si fosse incanalata lungo la spina dorsale.
– Ieri sera dovevo uscire con Flavia – dissi
– La tua collega dell’università?
– Già
– Mi piace Flavia penso che ti farebbe bene uscire con lei perché ha quel certo non so che ti riempie subito la stanza, ti fa venire il buonumore e la smetteresti anche di fare pensieri brutti, se e solo se uscissi finalmente con Flavia.
Lo disse d’un fiato e senza guardarmi negli occhi. Poi appena terminato afferrò la bottiglia di birra, soddisfatto di trovarla fredda e con il vetro appannato e l’avvicinò alle labbra. Ma si fermò di colpo. Scommetterei che stava pensando “se faccio una diagnosi sono in servizio e se sono in servizio non posso bere”. Bel dilemma etico. Anzi, etilico.
– Cristo. Hai finito? – tirai il fiato – E allora ti dicevo che ieri stavo per uscire con Flavia ma non mi sentivo granché, non so di preciso cosa fosse…
– oh, finalmente l’hai detto.
– cosa? Mi continui ad interrompere! Cos’ho detto?
– non sapevi cos’avevi.
– e allora?
– non devi fare autodiagnosi. No. E’ sbagliato. Mi chiami, mi spieghi, ti dico cos’hai. Ecco come funziona.
Per inciso dicendolo sembrava che stesse sgridando un cagnolino che continuava ostinatamente a fare la pipì sulla tenda del salone.
– O-k. Cmq non sapevo bene cosa avessi, mi sentivo agitato..
– troppi caffè
– no, solo due.
– coca?
– cola? No.
– coca..?
– no, cazzo.
– ma bevi abbastanza? Voglio dire mi bevi i tuoi 2/3 litri al giorno? Lo fai davvero? Eh?
Disse e fece tintinnare il dito contro la bottiglia, richiamando l’attenzione.
– non ti rispondo nemmeno.
– ah! Lo sapevo.
Segnò la vittoria con un lungo sorso e poi si pulì persino la bocca con la manica. Riguardandola, a cose fatte subito dopo, quello sbafo sulla sua camicia non è che ci stesse granché bene e restò assorto tanto che
– Oh mi senti!?
– Certo. Un medico ascolta sempre.
– anche quando si guarda la manica con quella macchia strana lì…
– soprattutto. Stavo facendo una diagnosi.
– ma davvero? – dissi sorridendo
– sì, ero occupato mentalmente a diagnosticare, a sommare sintomi e cause ipotetiche ma tu non potevi saperlo e ai tuoi occhi sembravo semplicemente distratto, questo perché tu sei un paziente – e disse quest’ultima parola come se fossi una specie di razza inferiore
– ad ogni modo, ero a letto e si stava facendo l’ora.. Cosa? Perché scuoti la testa adesso?
– a letto. Di pomeriggio. Potrei citarti decine di riviste scientifiche e stimati medici che disapproverebbero la cosa. Poi non chiamarmi se hai l’insonnia..
– non ti ho mai chiamato per l’insonnia. Non ne soffro.
– non ancora Adriano, non ancora – scandì in modo profetico. E vagamente iettatore.
Feci un po’ di scongiuri per tutte le occasioni e proseguii, entrambi seguivamo la partita con le schedine delle scommesse, capovolte, davanti a noi sul tavolo. Ormai era diventata una bella tradizione che aggiungeva del pepe quando guardavamo insieme le partite alla tv.
– Erano quasi le 21, mi sarebbe bastata una mezz’ora per essere pronto. Ormai ero arrivato sino al tempo limite per continuare a vedere il film e a quel punto dovevo prepararmi, non potevo più rimandare. Però sentivo il cuore battere..
– …il problema sarebbe stato serio se non batteva più…
Feci finta di nulla. Avrebbe dato più fastidio a lui. Ne ero certo.
– …contai i battiti..
– ecco, l’hai detto. Questa cosa di contare i battiti non si deve fare.
Cattivo cagnaccio.
– mi sono girato sul fianco e fissando il display ho contato…
– quanti?
Chissà come andavano le sue scommesse. Le mie come al solito, di merda. Ma le avremmo potute confrontare solo alla fine.
– 99
fece una smorfia. Poi intuendo che lo stavo fissando, rilassò daccapo il viso come un medico di campagna cui hanno appena servito un cognac davanti ad un caminetto accesso mentre fuori imperversa una rigida sera invernale.
– allora lesto ho preso il termometro
– come?
– cosa come? Ho aperto il cassetto, lo tengo sempre a portata di mano non si sa mai una cosa improvvisa, ho asciugato con un kleenex l’ascella e l’ho infilato. Stringendo ma non troppo. Diciamo una via di mezzo, abbastanza per sentirlo infilato ma senza esagerare.
– molto interessante. Però volevo sapere – disse sempre senza voltarsi e continuando a guardare con attenzione quasi ipnotica la tv – ma com’è questo termometro?
Non risposi. Colpevole.
– non mi dire che…
Continuai a non dire nulla.
– !
– non è provato. Non è provato!
– fai come ti pare.
– maddai. Cosa dovrebbe accadere? Cosa?
– fai come ti pare – ribadì secco.
Rimase un attimo in tensione perché il Milan sfiorò il raddoppio ma tutto ok, era in fuorigioco. Poi si rilasso sulla sedia di tela che rispose cedendo e producendo scricchiolii.
Stavo per ribattere quando cambiarono altri due risultati e per qualcosa come un minuto restammo in silenzio. Ciascuno condannava o benediva le scelte fatte. E le somme puntate.
– Se si rompe, ti tagli e te lo bevi? Eh? Come la mettiamo? Poi esci sul giornale e tutti a dire “ma il suo medico non gliel’aveva detto?”. Te lo immagini? Che figura ci farei, scusa?
– A parte che dovresti preoccuparti della mia salute e non della tua reputazione…
Roteò la mano in aria, come a dire, “vabbè…”
– Ma poi mi spieghi la folle sequenza di eventi che modo dovrebbe farmi bere il mercurio?
Una vampata di sangue gli attraversò il viso. Per uno come lui, con l’aplomb dei vecchi nobili russi, era quasi una crisi isterica.
– Dai.
Stava per voltarsi verso me quando, spostando la mano per fare presa sul bracciolo di plastica, cambiò canale. Fu il panico puro. Armeggiò coi tasti e per qualcosa come dieci secondi, forse quindici, fummo all’oscuro di tutto. Ripensandoci mi ricordò quando una volta uscì con una tipa, niente di che adesso ma allora mi prendeva parecchio. Avevo puntato una bella somma perché stavo attraversando quella fase oscura del “scommetto tanto ma su poche partite (sicure)”. Ma come un folle avevo comunque accettato la proposta, sua, di andare al cinema a vedere un film. Che aveva scelto lei. Non che non volessi decidere nulla – quell’altra fase arrivò dopo – piuttosto era un gesto anche scaramantico, ma al contrario. Volevo variabili impazzite, volevo che sapessero che io avevo puntato sì, una bella cifra, ma-me-ne-fregavo-di-loro-e-di-tutti-quanti. Sarei tornato a casa e solo allora avrei controllato i risultati. Sul televideo! Era uno smacco allo smartphone, alle app, a sky e a tutto il resto. Quella sera misi la bolletta in tasca e uscii sorridendo. Alla faccia loro. Chi erano “loro”? Davvero me lo state domandando? Ovviamente quelli che sapevano, quelli che controllavano i risultati. Perché c’era da qualche parte qualcuno che sapeva tutto. Certo, sarebbe stato più saggio non scommettere allora, incrociare le braccia e dire “fanculo” non ci sto. C’avevo già provato tre volte e ti dava quel brivido di potere dentro. Ma poi guardare le partite senza scommettere era come lavarsi e profumarsi di tutto punto per poi tornare a letto. Che senso aveva?
Intanto le immagini erano tornate. Alleluja.
– ok si potrebbe rompere. Lo ammetto.
– direi
– Sì ma tutto il resto? Come potrei berlo? – incalzai
– La concitazione.
– Cioè mettiamo che mi taglio, mi ferisco, i lembi della carne – la parola lembi gli fece appena sollevare l’arcata sopraccigliare sinistra, l’unica che mi mostrava – lasciando fuoriuscire del sangue e poi?
– La concitazione – ribadì.
– Ti pesano le parole?
– Ti agiti e mentre cerchi di capire se hai vetro e mercurio dentro la ferita, ti metti le dita in bocca e… capito?
– bah.
– pagine su pagine di letteratura scientifica, fidati. Comincia a leggerle pensando “non saranno così fessi da bersi il mercurio” e dopo qualche paragrafo sono lì, per terra, che sbavano e si agitano…
– che tatto.
– lo sai che..
Si interruppe. Di colpo. L’avrei fatto anch’io se avessi visto quella cosa lì su un campo da calcio, in diretta per giunta. Poi riprese
– lo sai che è illegale, vero?
– bum!
– scherza scherza.
– cos’è, mi devo aspettare ispezioni della finanza? Medici certificati dall’Europa alla mia porta? Non mi denunciare, ti prego…
giunsi le mani e lo implorai sorridendo. Lui comunque non si voltò.
– non potrei mai, lo sai.
– tu sì che sei un buon amico.
– macché. Per il giuramento di Ippocrate!
Il sorriso non fece in tempo a nascere che morì sulle mie labbra.
Ormai ci avvicinavamo alla fine degli incontri e bisognava sbrigarsi con le chiacchiere.
– Comunque avevo 36,9°
– 36,9° non è febbre.
– sì ma..
– no. Ascoltami. 36,9° non è febbre. Se un giorno mi chiamassi e io sentendo squillare il cellulare, magari rimasto nel mio camice perché nel frattempo sto operando e non mi sembrava il caso di portarlo in sala operatoria..
– spegnerlo?
– ..mi facessi togliere i guanti dall’infermiera, mi lavassi le mani e mi togliessi il camice..
– mi sembra una follia
– ..per poi entrare nello spogliatoio, senza fiato..
– ma quanto dura la tua suoneria?
– ..e vedendo il tuo numero, accigliato..
– perché accigliato? Devo darti sempre cattive notizie?!
– ..rispondessi, con il fiatone e nell’altro orecchio l’eco dei bip dei monitor con il paziente sospeso, in bilico sul crinale fra la vita e l’aldilà e tu mi dicessi “ho 36,9° che faccio?”. Io sai cosa farei?
– posso rispondere?
– ..ti manderei a quel paese! Questo farei.
– adesso posso parlare? Intanto avresti violato tutte le norme igieniche e comportamentali di qualsiasi paese civile. E non. Ti pare che ti chiamo per 36,9°? Ieri ti ho chiamato? Eh?
– quindi quel 339 e qualcosa non è tuo?
Pensai di confessare subito. Non volevo problemi con il mio karma.
– se non eri tu… – disse rabbuiandosi, almeno il lato sinistro che era quello che vedevo – …magari era una cosa importante.
– gentile.
– ti prego non fare la vittima. L’altra volta mi hai chiamato per…
– ma che c’entra! Come facevo a sapere che facesse quell’effetto?!
– per questo io padroneggio la scienza medica mentre tu… – disse agitando la mano in aria senza proseguire ma sapevo che pensava alla battuta più celebre del Marchese del Grillo…
– cmq se avevi ‘sto dubbio, potevi richiamarlo quel numero.
– mai. I medici non richiamano mai. E’ una questione di principio.
– mah.
– é come l’abilità di scrivere le ricette in modo…
– incomprensibile?
– raffinato! Pensa – proseguì con un tono sognante – l’altro giorno ho visitato un colelga anziano e i suoi appunti…erano talmente minuti che sembravano accarezzare la carta, senza sciuparla.
– Immagino la felicità dei suoi pazienti per capire le ricette…
Sospirò. Doveva sentirsi come un missionario che consegna una forchetta ad un selvaggio e quello, se la passa fra i capelli.
– capirai, lui è uno studioso ormai. Non sta più a contatto con…
– i malati?
– …i pazienti.
– beato – mi sfuggì.
Lui non reagì, mi voltai verso la tv, mancavano solo dieci minuti al termine delle partite. Bisognava far presto.
– comunque avevo sempre 36,9°.
E dicendolo girai anche la sedia di tela a fasce colorate verso di lui che rimase però di profilo. Mosse appena i baffetti sottili che gli seguivano le labbra.
– che non è febbre.
– però ci siamo quasi. Per cui…
– non mi dire.
Strano parlare con uno che non ti guarda. Voglio dire, una cosa è stare affiancati ma così sembravano due segmenti del Tetris.
– preparai la telefonata nella mia mente…
– Adriano…ormai che le avevi detto sì..
– oh, dovevamo andare in un lido ad ascoltare un gruppo di amici suoi, mica a far trapianti di rene in Burundi!
– é una questione di etica.
Irruppe il gol del Napoli e subito dopo il Cagliari prese il terzo gol in trasferta. Lo sapevo, cazzo! Ma non si capiva se lui era contento o no per le scommesse. Avevamo da tempo vietato di farci domande sulle rispettive giocate per impedire la gufata. Quella automatica ma soprattutto quella spontanea, quella che ti esce dal cuore mentre la tua scommessa “sicura” si arena incomprensibilmente, e a quel punto oggettivamente non puoi essere felice per nessun altro. Ma il Napoli alla fine l’avevo giocato o no? Dovevo essere contento o incazzato? Madonna com’era possibile averlo dimenticato? Forse essere sintomo di qualcosa. Avrei dovuto appuntarmelo?
– insomma ho fatto il suo numero…
– spero ti abbia mandato a quel paese
– …magari. Non mi ha nemmeno risposto. La cosa peggiore.
– non mi dire che non ci sei andato e non l’hai nemmeno avvertita…
– ma mi fai raccontare? Intanto me la sono misurata daccapo. E non scuotere la testa, erano passati già due minuti!
– addirittura. E quindi?
– sempre 36,9°
– che non è febbre.
– sì ma è lì vicino! Proprio al limite fra “resto a casa sotto le coperte” o “esco e tanti saluti”! Onestamente ero indeciso su cosa fare. Però non ero convinto di dirle che mi era salita la febbre.
– in effetti non ti era salita.
– Più che altro avevo timore di sembrare malaticcio..
– proprio tu?
– ma la pianti!?
– l’importante è che le hai risparmiato la storia di tua nonna.
– mai abbastanza rimpianta. E lo sai.
– dai! E’ di cattivo gusto
– ma perché? Dicendole “sai mia nonna non sta bene, è molto grande…”
– cos’è un mobile?
– “niente di serio, però sai…”, lasciando le giuste pause per farle capire che sono un bravo ragazzo in fondo.
– soprattutto un nipote modello.
– é morta ormai. Che differenza vuoi che faccia? Almeno rivive con il pensiero..
Lui scuoteva la testa. Chissà poi perché.
– l’unica cosa è che devo ricordarmi quando uso la scusa della nonna sennò poi mi domandano come sta e io mi incazzo pure.
– é morta da quanto? 5 anni? – disse
– intanto i minuti passavano e lei non richiamava.
– non sarà mica una collega – e sollevò per un attimo il sopracciglio, dubbioso.
Non ebbi il tempo di replicare perché intanto l’Udinese passò in vantaggio. Le altre non me le ricordavo ma questa la stavo sbagliando di sicuro. Mi domandai per quale cazzo di motivo tenessimo le schedine girate che poi uno si dimentica anche quello che ha scommesso e s’incasina gli equilibri mentali. Feci per allungare le mani
– che fai?
Mi gelò.
– eh? Mi sgranchisco.
– bravo. Ottima idea. In America nessuno sta seduto fermo, nessuno si permette più di stare solo e semplicemente seduto.
– No?
Ipotizzai che inclinando il collo e abbassando la testa all’altezza del tavolo, forse, avrei potuto leggere i caratteri stampati sulla carta termica.
– me l’ha detto un collega specializzato in post.. Ma cosa stai facendo? – disse intercettando i miei movimenti con la coda dell’occhio, senza bisogno di girarsi verso di me.
– Stretching! – dissi rimettendomi subito dritto con un sonoro scrocchio del mio collo.
– bene. I medici vanno ascoltati sempre e a prescindere. Per una questione di principio.
– Mentre aspettavo mi sono rimisurato la febbre.
– ancora?!
– mi annoiavo!
– …Quindi?
– sempre 36,9° – dissi cercando comprensione nel suo profilo sinistro, nei suoi capelli sottili pettinati con cura e nel suo mento debole che sfilava giù in un golfino di cotone coperto dal camice bianco di ordinanza che indossava anche in casa – Speravo fosse scesa ma anche se mi fosse salita di botto sarebbe stato ok. L’unica cosa che non volevo era che restasse tutto immutato. Mi sentivo bloccato. Ostaggio delle mie difese immunitarie svogliate e di un’infezione poco volenterosa persino per conquistarmi. A quel punto la richiamai, tanto non sono mica un medico…
Dissi con tono scherzoso.
– poco ma sicuro – mi freddò.
Replicò con tanta di quella spocchia che mi sembrava eccessiva anche per i suoi standard.
Per tutta risposta mi girai e fissando la tv, proseguii filato:
– alla fine mi sono alzato, mi sono fatto una lunga doccia calda, mi sono cambiato e ho preso la macchina. Il telefono non ha mai squillato lungo il tragitto. Sono persino arrivato in anticipo.
Poi sorrisi.
– io non l’avrei mai fatto.
– perché? – dissi voltandomi daccapo verso lui.
– un medico non arriva mai né in anticipo né in ritardo. Semplicemente, arriva.
– addirittura. Sa di messianico.
– l’hai detto.
Piombò il silenzio. Mi voltai e sistemai la sedia di tela senza fare alcun rumore, parallela alla sua, davanti la tv. Non osavamo fiatare. Seguivamo gli ultimi minuti sempre così, immobili, come statue di sale.

– ah, a proposito – dissi girandomi di nuovo verso lui, violando qualsiasi regola e tradizione – quand’è che ti laurei in medicina?
– ancora ci vuole – rispose e si voltò verso di me, mostrando tutto il viso, compresa la guancia destra, stravolta dall’acne – prima fammi finire il liceo.

[Francesco Musolino®. Marzo 2013] Questo racconto è stato pubblicato per la prima volta sul blog culturale Letteratitudine di Massimo Maugeri.

19 – Antologia di racconti. Fra questi c’è anche “La Febbre”

copertina(1)Il 19 aprile sarà finalmente in libreria la prima raccolta di racconti “Unonove, diramazioni di cultura contemporanea“, edita da Epika edizioni (pp.180 – €16).

A un anno dalla nascita del blog letterario Unonove (www.unonove.org), La Redazione ha selezionato alcuni fra i brani che hanno riscosso maggiore interesse tra i lettori. A pagina 49 segnalo il mio primo racconto pubblicato, “LA FEBBRE” (online lo trovate QUI).

Racconti lunghi o brevissimi, tristi o ironici, che narrano la fenomenologia di un’umanità sorprendente e a volte assurda, ma reale.

L’antologia, arricchita dalla prefazione dalla giornalista e firma del Corriere della Sera, Ida Bozzi, è a cura di Margi De Filpo.

In apertura il racconto di Ivan Arillotta, che fornisce la chiave di lettura per tutti quelli che seguono.

Il libro è suddiviso in tre sezioni, la foto in copertina e le foto interne sono di Valeria Faella.

Nell’ultima sezione i cugini del blog letterario Torno Giovedì.


Quando crollò l’Euro – il racconto

crollo-a-wall-street1Vi presento il mio primo racconto, pubblicato online sulla rivista letteraria Stilos

Si intitola “Quando crollò l’Euro” ed è stato scritto nel mese di dicembre 2011 (pubblicato il 30 dicembre 2011). Alla luce dei sacrifici richiesti dal governo tecnico e dal futuro a tinte fosche che si profila, forse, potrebbe persino risultare profetico. In ogni caso spero lasci qualcosa al Lettore…

– – – – – – – – – – – – – –

Da mesi ballavamo sul baratro. Prima ci dissero che potevamo stare tranquilli, che Noi non eravamo mica come Loro. Noi c’eravamo mossi per tempo, Noi avevamo previsto tutto e avevamo i granai pieni e gli argini ben saldi. Ma quando furono costretti ad aprire le bisacce davanti all’Europa, mostrando meno di niente, tutti capimmo. Non c’era più tempo per nani e ballerine, per politica e antipolitica. Chi poté, semplicemente fuggì e gli altri si chiesero «E ora?».

Arrivò Il Professore e tutti giù a togliersi il cappello, che Lui certo avrebbe risolto l’inghippo se non altro perché Lui era Il Professore e certi titoli non vanno solo sulla carta intestata, ti segnano per tutta la vita.
Si presentò con aplomb, occhiali a giorno, chioma canuta e lo charme del nerd. Nessuno rimpiangeva il passato mentre Lui elencava i sacrifici che Noi avremmo dovuto compiere per salvare Lei, l’Italia. Rimpiangevamo solo le illusioni, sanità pubblica e un giorno, la pensione. Bei tempi.
La medicina si rivelò peggiore del male. Nessuno investì più nelle imprese italiane e i buoni del tesoro languivano desolati sugli scaffali dei banchieri, nonostante offerte e promozioni telefoniche degne della Telecom con Ficarra, Picone e anche la Hunziker.
Il Professore però non si diede per vinto, vuoi perché ci credeva davvero, vuoi perché ormai il suo titolo lo precedeva cupamente e così, partirono le missioni.
Negli States, fra una nuova guerra e una social invention, la disoccupazione giovanile era persino in calo ma Noi non avremmo potuto seguirli. Il problema non erano i cervelli fuggiti altrove ma quelli che erano rimasti qui e non potevamo dichiarare guerra a nessuno perché poi non avremmo potuto cambiare schieramento (l’unica tattica militare italiana assodata negli anni, con successo).
La Cina ci ricevette con tutti gli onori però ci fece notare che la colonizzazione non solo era già cominciata ma, fra un involtino primavera cotto in una latta arrugginita, un intimo sintetico e una scarpa senza plantare, era ormai a buon punto. E salutando Il Professore, il Deng Xiao Ping di turno, ebbe cura di passargli un piccolo dizionario di mandarino: «Presto Le servirà», aggiunse.
Alla fine dovette persino andare da quei paesi che, sprezzantemente, abbiamo chiamato per anni Euroscettici, facendoci beffe del fatto che non volessero essere al passo con i tempi dell’economia globale, trattandoli alla stregua di chi preferisce avere nel salone un grammofono impolverato nell’era dell’mp3. Gente delle caverne insomma, questo erano. Così giornalisti e politici ci avevano insegnato a giudicarli, del resto Noi avevamo il grande privilegio di essere fra i membri fondatori dell’UE. Lo ricevettero. Il Professore sembrava stremato fra un viaggio e l’altro per il mondo, con la borsa sempre a piangere miseria. In cuor suo, già meditava.
Andammo a nord e ad est e poi persino dalla Regina madre e non da Carlo o da Pippa. Lo guardarono, lo ascoltarono, annuirono e poi gli dissero tutti, chi più chi meno: «Professore, scusi, ma lei non l’aveva previsto?».
Il Professore si recò, estrema ratio, anche dal Pontefice. «Santità, Lei ha spesso sottolineato che la solidarietà è la virtù cristiana per eccellenza…» – ma Lui intuì, lo interruppe garbatamente e chiamò le Guardie Svizzere per accompagnarlo fuori, sebbene con somma grazia.
«Il giorno che la Chiesa donerà senza chiedere è ancora lontano», disse fregandosi le mani e osservando la (Sua) città dalla finestra.
Il Professore capì la lezione e con i risparmi di una vita – e gli stipendi di senatore, a vita – lasciò Lei, l’Italia, nelle Nostre, di mani.
Avevamo le chiavi di tutta la casa ma nessuno sapeva dove fosse l’interruttore della luce.
E piombò il caos.
– – – – –
Pochi giorni prima del crollo della zona Euro ci fu persino chi predisse il ritorno al baratto e ovviamente non mancarono quelli che condivisero tutto su Facebook, la tribuna politica degli stupidi. I primi a pagare dazio furono quelli che avevano costruito le proprie fortune sui corsi di formazione europei. Importanti percorsi professionali come operatore di call center o decoratore di vasi scomparvero tristemente nell’oblio. Poi cambiò tutto.
Da un giorno all’altro chi andava a comprare aveva, come il Buddha, delle rivelazioni improvvise.
Che un etto di prosciutto di parma costasse 4,50 € era una cosa risaputa dal 2002. Ma la tiritera che “la qualità si deve pagare” o “meglio non risparmiare sul cibo”, lasciò il posto alla pura rabbia quando venne operata la semplice conversione con la buona e vecchia Lira. Ed ecco che 9 mila lire per quattro fette di maiale sembrarono improvvisamente troppe e fra proteste e sbuffi, i salumieri poterono solo riproporre i cartellini con il doppio prezzo. Sì 4,50 € erano senza dubbio pari a 9 mila lire circa. Eppure nessuno comprava.
Il natale del 2012 era alle porte ma gli alberi restarono nudi, frigoferi e dispense restarono sguarnite.
I ricchi – come sempre – fecero presto a sdegnarsi: «i soldi mica ce li regalano! Li rubiamo magari, ma nessuno ce li regala!».
Persino gli stessi commercianti erano indispettiti gli uni verso gli altri. Così, il gioielliere lasciava il negozio desolatamente vuoto e si beava della folla di ragazzine che protestava e sbraitava per le 41 mila lire richieste per il nuovo, ennesimo, libro di Fabio Volo (certi libri, come le sigarette, vennero giudicati superflui e continuavano ad aumentare di prezzo). Nessuno comprò più nulla ad eccezione del pane, il cui prezzo saliva e scendeva seguendo l’umore delle folle. Il cibo stesso non si vendeva. I camion non scaricavano la merce e in un lampo, si tornò ad una dieta essenziale: pane e incazzatura. E acqua.
In breve scomparvero tutte le pubblicità con scritto “solo a …”, che la stessa parola “solo” faceva incazzare la gente. Ci fu anche una parentesi vandalica ovunque e si sfiorò la fine dello stato civile e poi, piano piano la pizza margherita tornò a costare 5 mila lire, le 500 lire ripreso ad avere un valore e a tutti, improvvisamente, sembrò folle spendere 300 mila lire per un paio di jeans firmati o peggio, 400.
Ma ciò che cambiò davvero dopo il crollo della zona euro e il ritorno della cara e vecchia lira fu il fatto che chi aveva in armadio dei jeans Dolce & Gabbana o un giubbino Blauer da 500 mila lire o una borsa Gucci da un milione di lire, piuttosto che sfoggiare queste cose, le lasciò chiuse negli armadi, al riparo dagli occhi altrui.
Non per paura che le potessero rubare ma per timore di sentirsi dire “davvero hai pagato un milione e cinquecento mila lire per il tuo iPhone?”.
Perché sarebbe stato impossibile non sentirsi dei coglioni.