Archivi Blog

36,9° – Un racconto

36,9°

di Francesco Musolino

Questo racconto è stato pubblicato per la prima volta sul blog culturale Letteratitudine di Massimo Maugeri.

 

– Ah c’è una cosa che ti volevo raccontare.
L’altro si fece subito serio. Passò dalla modalità “relax” a quella “sono un medico h24” e il suo corpo, a questo switch, reagì drizzandogli la schiena, come se gli avessero infilato su per il culo un anima di ferro e questa gli si fosse incanalata lungo la spina dorsale.
– Ieri sera dovevo uscire con Flavia – dissi
– La tua collega dell’università?
– Già
– Mi piace Flavia penso che ti farebbe bene uscire con lei perché ha quel certo non so che ti riempie subito la stanza, ti fa venire il buonumore e la smetteresti anche di fare pensieri brutti, se e solo se uscissi finalmente con Flavia.
Lo disse d’un fiato e senza guardarmi negli occhi. Poi appena terminato afferrò la bottiglia di birra, soddisfatto di trovarla fredda e con il vetro appannato e l’avvicinò alle labbra. Ma si fermò di colpo. Scommetterei che stava pensando “se faccio una diagnosi sono in servizio e se sono in servizio non posso bere”. Bel dilemma etico. Anzi, etilico.
– Cristo. Hai finito? – tirai il fiato – E allora ti dicevo che ieri stavo per uscire con Flavia ma non mi sentivo granché, non so di preciso cosa fosse…
– oh, finalmente l’hai detto.
– cosa? Mi continui ad interrompere! Cos’ho detto?
– non sapevi cos’avevi.
– e allora?
– non devi fare autodiagnosi. No. E’ sbagliato. Mi chiami, mi spieghi, ti dico cos’hai. Ecco come funziona.
Per inciso dicendolo sembrava che stesse sgridando un cagnolino che continuava ostinatamente a fare la pipì sulla tenda del salone.
– O-k. Cmq non sapevo bene cosa avessi, mi sentivo agitato..
– troppi caffè
– no, solo due.
– coca?
– cola? No.
– coca..?
– no, cazzo.
– ma bevi abbastanza? Voglio dire mi bevi i tuoi 2/3 litri al giorno? Lo fai davvero? Eh?
Disse e fece tintinnare il dito contro la bottiglia, richiamando l’attenzione.
– non ti rispondo nemmeno.
– ah! Lo sapevo.
Segnò la vittoria con un lungo sorso e poi si pulì persino la bocca con la manica. Riguardandola, a cose fatte subito dopo, quello sbafo sulla sua camicia non è che ci stesse granché bene e restò assorto tanto che
– Oh mi senti!?
– Certo. Un medico ascolta sempre.
– anche quando si guarda la manica con quella macchia strana lì…
– soprattutto. Stavo facendo una diagnosi.
– ma davvero? – dissi sorridendo
– sì, ero occupato mentalmente a diagnosticare, a sommare sintomi e cause ipotetiche ma tu non potevi saperlo e ai tuoi occhi sembravo semplicemente distratto, questo perché tu sei un paziente – e disse quest’ultima parola come se fossi una specie di razza inferiore
– ad ogni modo, ero a letto e si stava facendo l’ora.. Cosa? Perché scuoti la testa adesso?
– a letto. Di pomeriggio. Potrei citarti decine di riviste scientifiche e stimati medici che disapproverebbero la cosa. Poi non chiamarmi se hai l’insonnia..
– non ti ho mai chiamato per l’insonnia. Non ne soffro.
– non ancora Adriano, non ancora – scandì in modo profetico. E vagamente iettatore.
Feci un po’ di scongiuri per tutte le occasioni e proseguii, entrambi seguivamo la partita con le schedine delle scommesse, capovolte, davanti a noi sul tavolo. Ormai era diventata una bella tradizione che aggiungeva del pepe quando guardavamo insieme le partite alla tv.
– Erano quasi le 21, mi sarebbe bastata una mezz’ora per essere pronto. Ormai ero arrivato sino al tempo limite per continuare a vedere il film e a quel punto dovevo prepararmi, non potevo più rimandare. Però sentivo il cuore battere..
– …il problema sarebbe stato serio se non batteva più…
Feci finta di nulla. Avrebbe dato più fastidio a lui. Ne ero certo.
– …contai i battiti..
– ecco, l’hai detto. Questa cosa di contare i battiti non si deve fare.
Cattivo cagnaccio.
– mi sono girato sul fianco e fissando il display ho contato…
– quanti?
Chissà come andavano le sue scommesse. Le mie come al solito, di merda. Ma le avremmo potute confrontare solo alla fine.
– 99
fece una smorfia. Poi intuendo che lo stavo fissando, rilassò daccapo il viso come un medico di campagna cui hanno appena servito un cognac davanti ad un caminetto accesso mentre fuori imperversa una rigida sera invernale.
– allora lesto ho preso il termometro
– come?
– cosa come? Ho aperto il cassetto, lo tengo sempre a portata di mano non si sa mai una cosa improvvisa, ho asciugato con un kleenex l’ascella e l’ho infilato. Stringendo ma non troppo. Diciamo una via di mezzo, abbastanza per sentirlo infilato ma senza esagerare.
– molto interessante. Però volevo sapere – disse sempre senza voltarsi e continuando a guardare con attenzione quasi ipnotica la tv – ma com’è questo termometro?
Non risposi. Colpevole.
– non mi dire che…
Continuai a non dire nulla.
– !
– non è provato. Non è provato!
– fai come ti pare.
– maddai. Cosa dovrebbe accadere? Cosa?
– fai come ti pare – ribadì secco.
Rimase un attimo in tensione perché il Milan sfiorò il raddoppio ma tutto ok, era in fuorigioco. Poi si rilasso sulla sedia di tela che rispose cedendo e producendo scricchiolii.
Stavo per ribattere quando cambiarono altri due risultati e per qualcosa come un minuto restammo in silenzio. Ciascuno condannava o benediva le scelte fatte. E le somme puntate.
– Se si rompe, ti tagli e te lo bevi? Eh? Come la mettiamo? Poi esci sul giornale e tutti a dire “ma il suo medico non gliel’aveva detto?”. Te lo immagini? Che figura ci farei, scusa?
– A parte che dovresti preoccuparti della mia salute e non della tua reputazione…
Roteò la mano in aria, come a dire, “vabbè…”
– Ma poi mi spieghi la folle sequenza di eventi che modo dovrebbe farmi bere il mercurio?
Una vampata di sangue gli attraversò il viso. Per uno come lui, con l’aplomb dei vecchi nobili russi, era quasi una crisi isterica.
– Dai.
Stava per voltarsi verso me quando, spostando la mano per fare presa sul bracciolo di plastica, cambiò canale. Fu il panico puro. Armeggiò coi tasti e per qualcosa come dieci secondi, forse quindici, fummo all’oscuro di tutto. Ripensandoci mi ricordò quando una volta uscì con una tipa, niente di che adesso ma allora mi prendeva parecchio. Avevo puntato una bella somma perché stavo attraversando quella fase oscura del “scommetto tanto ma su poche partite (sicure)”. Ma come un folle avevo comunque accettato la proposta, sua, di andare al cinema a vedere un film. Che aveva scelto lei. Non che non volessi decidere nulla – quell’altra fase arrivò dopo – piuttosto era un gesto anche scaramantico, ma al contrario. Volevo variabili impazzite, volevo che sapessero che io avevo puntato sì, una bella cifra, ma-me-ne-fregavo-di-loro-e-di-tutti-quanti. Sarei tornato a casa e solo allora avrei controllato i risultati. Sul televideo! Era uno smacco allo smartphone, alle app, a sky e a tutto il resto. Quella sera misi la bolletta in tasca e uscii sorridendo. Alla faccia loro. Chi erano “loro”? Davvero me lo state domandando? Ovviamente quelli che sapevano, quelli che controllavano i risultati. Perché c’era da qualche parte qualcuno che sapeva tutto. Certo, sarebbe stato più saggio non scommettere allora, incrociare le braccia e dire “fanculo” non ci sto. C’avevo già provato tre volte e ti dava quel brivido di potere dentro. Ma poi guardare le partite senza scommettere era come lavarsi e profumarsi di tutto punto per poi tornare a letto. Che senso aveva?
Intanto le immagini erano tornate. Alleluja.
– ok si potrebbe rompere. Lo ammetto.
– direi
– Sì ma tutto il resto? Come potrei berlo? – incalzai
– La concitazione.
– Cioè mettiamo che mi taglio, mi ferisco, i lembi della carne – la parola lembi gli fece appena sollevare l’arcata sopraccigliare sinistra, l’unica che mi mostrava – lasciando fuoriuscire del sangue e poi?
– La concitazione – ribadì.
– Ti pesano le parole?
– Ti agiti e mentre cerchi di capire se hai vetro e mercurio dentro la ferita, ti metti le dita in bocca e… capito?
– bah.
– pagine su pagine di letteratura scientifica, fidati. Comincia a leggerle pensando “non saranno così fessi da bersi il mercurio” e dopo qualche paragrafo sono lì, per terra, che sbavano e si agitano…
– che tatto.
– lo sai che..
Si interruppe. Di colpo. L’avrei fatto anch’io se avessi visto quella cosa lì su un campo da calcio, in diretta per giunta. Poi riprese
– lo sai che è illegale, vero?
– bum!
– scherza scherza.
– cos’è, mi devo aspettare ispezioni della finanza? Medici certificati dall’Europa alla mia porta? Non mi denunciare, ti prego…
giunsi le mani e lo implorai sorridendo. Lui comunque non si voltò.
– non potrei mai, lo sai.
– tu sì che sei un buon amico.
– macché. Per il giuramento di Ippocrate!
Il sorriso non fece in tempo a nascere che morì sulle mie labbra.
Ormai ci avvicinavamo alla fine degli incontri e bisognava sbrigarsi con le chiacchiere.
– Comunque avevo 36,9°
– 36,9° non è febbre.
– sì ma..
– no. Ascoltami. 36,9° non è febbre. Se un giorno mi chiamassi e io sentendo squillare il cellulare, magari rimasto nel mio camice perché nel frattempo sto operando e non mi sembrava il caso di portarlo in sala operatoria..
– spegnerlo?
– ..mi facessi togliere i guanti dall’infermiera, mi lavassi le mani e mi togliessi il camice..
– mi sembra una follia
– ..per poi entrare nello spogliatoio, senza fiato..
– ma quanto dura la tua suoneria?
– ..e vedendo il tuo numero, accigliato..
– perché accigliato? Devo darti sempre cattive notizie?!
– ..rispondessi, con il fiatone e nell’altro orecchio l’eco dei bip dei monitor con il paziente sospeso, in bilico sul crinale fra la vita e l’aldilà e tu mi dicessi “ho 36,9° che faccio?”. Io sai cosa farei?
– posso rispondere?
– ..ti manderei a quel paese! Questo farei.
– adesso posso parlare? Intanto avresti violato tutte le norme igieniche e comportamentali di qualsiasi paese civile. E non. Ti pare che ti chiamo per 36,9°? Ieri ti ho chiamato? Eh?
– quindi quel 339 e qualcosa non è tuo?
Pensai di confessare subito. Non volevo problemi con il mio karma.
– se non eri tu… – disse rabbuiandosi, almeno il lato sinistro che era quello che vedevo – …magari era una cosa importante.
– gentile.
– ti prego non fare la vittima. L’altra volta mi hai chiamato per…
– ma che c’entra! Come facevo a sapere che facesse quell’effetto?!
– per questo io padroneggio la scienza medica mentre tu… – disse agitando la mano in aria senza proseguire ma sapevo che pensava alla battuta più celebre del Marchese del Grillo…
– cmq se avevi ‘sto dubbio, potevi richiamarlo quel numero.
– mai. I medici non richiamano mai. E’ una questione di principio.
– mah.
– é come l’abilità di scrivere le ricette in modo…
– incomprensibile?
– raffinato! Pensa – proseguì con un tono sognante – l’altro giorno ho visitato un colelga anziano e i suoi appunti…erano talmente minuti che sembravano accarezzare la carta, senza sciuparla.
– Immagino la felicità dei suoi pazienti per capire le ricette…
Sospirò. Doveva sentirsi come un missionario che consegna una forchetta ad un selvaggio e quello, se la passa fra i capelli.
– capirai, lui è uno studioso ormai. Non sta più a contatto con…
– i malati?
– …i pazienti.
– beato – mi sfuggì.
Lui non reagì, mi voltai verso la tv, mancavano solo dieci minuti al termine delle partite. Bisognava far presto.
– comunque avevo sempre 36,9°.
E dicendolo girai anche la sedia di tela a fasce colorate verso di lui che rimase però di profilo. Mosse appena i baffetti sottili che gli seguivano le labbra.
– che non è febbre.
– però ci siamo quasi. Per cui…
– non mi dire.
Strano parlare con uno che non ti guarda. Voglio dire, una cosa è stare affiancati ma così sembravano due segmenti del Tetris.
– preparai la telefonata nella mia mente…
– Adriano…ormai che le avevi detto sì..
– oh, dovevamo andare in un lido ad ascoltare un gruppo di amici suoi, mica a far trapianti di rene in Burundi!
– é una questione di etica.
Irruppe il gol del Napoli e subito dopo il Cagliari prese il terzo gol in trasferta. Lo sapevo, cazzo! Ma non si capiva se lui era contento o no per le scommesse. Avevamo da tempo vietato di farci domande sulle rispettive giocate per impedire la gufata. Quella automatica ma soprattutto quella spontanea, quella che ti esce dal cuore mentre la tua scommessa “sicura” si arena incomprensibilmente, e a quel punto oggettivamente non puoi essere felice per nessun altro. Ma il Napoli alla fine l’avevo giocato o no? Dovevo essere contento o incazzato? Madonna com’era possibile averlo dimenticato? Forse essere sintomo di qualcosa. Avrei dovuto appuntarmelo?
– insomma ho fatto il suo numero…
– spero ti abbia mandato a quel paese
– …magari. Non mi ha nemmeno risposto. La cosa peggiore.
– non mi dire che non ci sei andato e non l’hai nemmeno avvertita…
– ma mi fai raccontare? Intanto me la sono misurata daccapo. E non scuotere la testa, erano passati già due minuti!
– addirittura. E quindi?
– sempre 36,9°
– che non è febbre.
– sì ma è lì vicino! Proprio al limite fra “resto a casa sotto le coperte” o “esco e tanti saluti”! Onestamente ero indeciso su cosa fare. Però non ero convinto di dirle che mi era salita la febbre.
– in effetti non ti era salita.
– Più che altro avevo timore di sembrare malaticcio..
– proprio tu?
– ma la pianti!?
– l’importante è che le hai risparmiato la storia di tua nonna.
– mai abbastanza rimpianta. E lo sai.
– dai! E’ di cattivo gusto
– ma perché? Dicendole “sai mia nonna non sta bene, è molto grande…”
– cos’è un mobile?
– “niente di serio, però sai…”, lasciando le giuste pause per farle capire che sono un bravo ragazzo in fondo.
– soprattutto un nipote modello.
– é morta ormai. Che differenza vuoi che faccia? Almeno rivive con il pensiero..
Lui scuoteva la testa. Chissà poi perché.
– l’unica cosa è che devo ricordarmi quando uso la scusa della nonna sennò poi mi domandano come sta e io mi incazzo pure.
– é morta da quanto? 5 anni? – disse
– intanto i minuti passavano e lei non richiamava.
– non sarà mica una collega – e sollevò per un attimo il sopracciglio, dubbioso.
Non ebbi il tempo di replicare perché intanto l’Udinese passò in vantaggio. Le altre non me le ricordavo ma questa la stavo sbagliando di sicuro. Mi domandai per quale cazzo di motivo tenessimo le schedine girate che poi uno si dimentica anche quello che ha scommesso e s’incasina gli equilibri mentali. Feci per allungare le mani
– che fai?
Mi gelò.
– eh? Mi sgranchisco.
– bravo. Ottima idea. In America nessuno sta seduto fermo, nessuno si permette più di stare solo e semplicemente seduto.
– No?
Ipotizzai che inclinando il collo e abbassando la testa all’altezza del tavolo, forse, avrei potuto leggere i caratteri stampati sulla carta termica.
– me l’ha detto un collega specializzato in post.. Ma cosa stai facendo? – disse intercettando i miei movimenti con la coda dell’occhio, senza bisogno di girarsi verso di me.
– Stretching! – dissi rimettendomi subito dritto con un sonoro scrocchio del mio collo.
– bene. I medici vanno ascoltati sempre e a prescindere. Per una questione di principio.
– Mentre aspettavo mi sono rimisurato la febbre.
– ancora?!
– mi annoiavo!
– …Quindi?
– sempre 36,9° – dissi cercando comprensione nel suo profilo sinistro, nei suoi capelli sottili pettinati con cura e nel suo mento debole che sfilava giù in un golfino di cotone coperto dal camice bianco di ordinanza che indossava anche in casa – Speravo fosse scesa ma anche se mi fosse salita di botto sarebbe stato ok. L’unica cosa che non volevo era che restasse tutto immutato. Mi sentivo bloccato. Ostaggio delle mie difese immunitarie svogliate e di un’infezione poco volenterosa persino per conquistarmi. A quel punto la richiamai, tanto non sono mica un medico…
Dissi con tono scherzoso.
– poco ma sicuro – mi freddò.
Replicò con tanta di quella spocchia che mi sembrava eccessiva anche per i suoi standard.
Per tutta risposta mi girai e fissando la tv, proseguii filato:
– alla fine mi sono alzato, mi sono fatto una lunga doccia calda, mi sono cambiato e ho preso la macchina. Il telefono non ha mai squillato lungo il tragitto. Sono persino arrivato in anticipo.
Poi sorrisi.
– io non l’avrei mai fatto.
– perché? – dissi voltandomi daccapo verso lui.
– un medico non arriva mai né in anticipo né in ritardo. Semplicemente, arriva.
– addirittura. Sa di messianico.
– l’hai detto.
Piombò il silenzio. Mi voltai e sistemai la sedia di tela senza fare alcun rumore, parallela alla sua, davanti la tv. Non osavamo fiatare. Seguivamo gli ultimi minuti sempre così, immobili, come statue di sale.

– ah, a proposito – dissi girandomi di nuovo verso lui, violando qualsiasi regola e tradizione – quand’è che ti laurei in medicina?
– ancora ci vuole – rispose e si voltò verso di me, mostrando tutto il viso, compresa la guancia destra, stravolta dall’acne – prima fammi finire il liceo.

[Francesco Musolino®. Marzo 2013] Questo racconto è stato pubblicato per la prima volta sul blog culturale Letteratitudine di Massimo Maugeri.

Massimo Maugeri: «Nonostante le ansie contemporanee, oggi c’è ancora posto per la speranza»

Le nostre ansie e le contraddizioni in seno alla nostra società sono il ricco spunto del nuovo libro di  Massimo Maugeri, la raccolta di racconti intitolata Viaggio all’alba del millennio, edito PerdisaPop (pp. 208; €15). Dal terrore mediatico all’incapacità di comunicare nonostante i media stessi, dalla perdita d’identità alle incertezze sul futuro cui si va incontro, Maugeri porta sulla pagina una ricca galleria di personaggi che compongono un mosaico della Commedia Umana di balzacchiana memoria. Tuttavia nella propria prosa Maugeri lascia filtrare anche sprazzi di dolcezza, di speranza, come se la realtà, per quanto dura, possa concedere anche la possibilità di essere semplicemente felici, un giorno. Ma Viaggio all’alba del millennio è anche l’occasione per discutere con un l’ideatore del seguitissimo sito Letteratitudine circa il futuro dell’editoria italiana e il recente riscatto dei racconti, un tempo vilipesi e oggi assurti agli onori delle vendite, grazie soprattutto alla piccola-media editoria.

L’etichetta di “critico” Maugeri non se la sente cucita addosso, preferendo quella di “divulgatore” e del resto anche la sua esperienza radiofonica su Radio Hinterland con “Letteratitudine in Fm” è il perfetto esempio di come sia possibile dialogare con autori e lettori alla pari.

Maugeri ha inoltre partecipato al Taobuk festival di Taormina presentando proprio “Viaggio all’alba del millennio”.

Come nasce questa raccolta di racconti?

Nasce dall’esigenza di riflettere e di provare a raccontare questo scorcio di inizio millennio, con le sue ansie e le sue contraddizioni. Da un lato, sono le ansie e le contraddizioni di sempre; dall’altro, sono frutto delle caratteristiche peculiari di questi nostri anni. Storie diverse, scritte con stili diversi, popolate da molti personaggi che finiscono con il ritrovarsi tra un racconto e l’altro. Da questo punto di vista i racconti di “Viaggio all’alba del millennio” possono essere considerati e letti come i capitoli di un romanzo. Sono viaggi compiuti fuori e dentro l’uomo di oggi, che puntano il dito sui disagi dettati dalla crisi d’identità, dalla paradossale difficoltà a comunicare “veramente” (nonostante lo sviluppo dei  media), da certi scenari che cambiano. I temi trattati sono molteplici: il terrorismo internazionale, l’ansia da attentati, le contraddizioni di certi rapporti famigliari, alcuni aspetti negativi della comunicazione in rete, l’immigrazione clandestina, il desiderio di riscatto nonostante tutto, e altro ancora. Racconti duri, che però non mancano di strappare sorrisi e che comunque non voltano le spalle alla speranza.

I maestri nell’arte delle short stories sono numerosi e assai diversi negli stili. Hai tratto ispirazione da qualcuno in particolare?

Se devo farti un nome, non posso che indicare quello di Italo Calvino… con riferimento a “Le città invisibili”: un insieme di storie che può essere considerato – anche qui – come una raccolta di racconti “a tema”, o come un romanzo. Sono storie ad alto concentrato visionario e metaforico, e per questo ancora molto attuali (a mio avviso, almeno). C’è una citazione tratta da “Le città invisibili” che attraversa storie e personaggi di “Viaggio all’alba del millennio”, e che – da un certo punto di vista – potrebbe essere considerata come chiave di lettura di questo mio libro. Ed è la seguente: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio ”.

Sino a pochi anni fa, il racconto e la poesia erano particolarmente osteggiati dall’editoria italiana. Oggi c’è una maggiore apertura mentale almeno per quanto riguarda il racconto. Come ti spieghi quest’evoluzione dei gusti?

Semplicemente ci si è resi conto che esiste una parte rilevante di lettori che ama leggere racconti. Peraltro molti, oggi, leggono a “singhiozzo” per via dei numerosi impegni. In tal senso le narrazioni brevi potrebbero anche essere ritenute preferibili. Tuttavia bisogna sottolineare che la recente apertura verso i racconti trova maggiore spazio nella piccola e media editoria. I grossi marchi editoriali, tranne rare eccezioni, continuano a puntare sui romanzi.

Letteratitudine ormai è un punto di riferimento sul web. Com’è nata questa esperienza e come sei giunto anche in radio?

Il blog Letteratitudine è nato per caso nel settembre del 2006. Era appena venuta al mondo la mia secondogenita e avevo più difficoltà del solito negli spostamenti. Da qui l’idea di creare un blog che potesse consentirmi di “incontrare” – senza spostarmi da casa – altra gente interessata alla letteratura. In effetti Letteratitudine nasce proprio come “luogo d’incontro” tra coloro che gravitano attorno al mondo del libro: lettori, scrittori, critici letterari, giornalisti culturali, librai, ecc. Ma, all’epoca, non avrei mai potuto immaginare di beneficiare di consensi così ampi. L’esperienza della radio è di epoca più recente, ed è figlia del successo del blog. Come ho raccontato in altre circostanze, sono stato contattato via Facebook da Gabriele Pugliese, il direttore di Radio Hinterland (una radio che trasmette in Fm in Lombardia, ma che va in diretta – in streaming – anche via Internet). Pugliese mi ha proposto uno spazio per condurre una trasmissione culturale che si occupasse di libri e letteratura. All’inizio avevo qualche perplessità, e infatti ho declinato l’invito. Poi Pugliese mi ha chiamato più volte al telefono, e – alla fine – mi ha convinto. Oggi gli sono molto grato. Per me, questa della radio è senz’altro un’esperienza entusiasmante e arricchente. La trasmissione si chiama “Letteratitudine in Fm”. L’obiettivo di queste mie chiacchierate è quello di mettere l’ospite a proprio agio e indurlo a raccontare e a raccontarsi nel modo più naturale possibile… mi piace vedermi come una sorta di “medium invisibile” tra l’ospite e gli ascoltatori. E questo trattamento lo riservo a tutti: sia agli autori noti al grande pubblico, sia a quelli meno noti. Credo che oggi “Letteratitudine in Fm” sia una delle più importanti trasmissioni radiofoniche che si occupano di  letteratura in Italia e vista la ricca galleria di scrittori noti che ho potuto intervistare ne vado particolarmente fiero.

Ho letto che non ti piace l’etichetta di critico letterario. Come ti definiresti?

Non saprei. Per la verità non mi interessano granché le etichette. Sono uno che si occupa di libri, forse più come “divulgatore” e “comunicatore” che come “critico”… anche se continuo a scrivere di libri su qualche quotidiano e magazine.

Stai partecipando al Taobuk festival di Taormina. Da un paio d’anni in Sicilia e in Calabria stanno nascendo diversi festival letterari, più o meno ambiziosi. E’ il segnale tanto atteso di un risveglio culturale?

È il segnale che la gente sente l’esigenza di una maggiore offerta culturale. Da un lato c’è l’impegno personale di tanti operatori culturali che stanno dando tutto se stessi per portare avanti “sogni” (anche perché molte di queste iniziative sono nate in economia e con budget risicatissimi), dall’altro c’è una risposta significativa da parte del pubblico. Sì, mi sembra un segnale positivo. Anche perché si tratta di iniziative nate “dal basso”, e senza strumentalizzazioni politiche. E questo lascia ben sperare per il futuro. Laddove c’è voglia di cultura, c’è anche voglia di crescita. Per quel che mi è dato fare, nel mio piccolo, darò sempre una mano a questo tipo di iniziative.

Massimo Maugeri, catanese, collabora con molti magazine e quotidiani. Ha scritto: Identità distorte (Prova d’Autore, 2005; premio Martoglio), Letteratitudine, il libro (Azimut, 2008) e, insieme a Simona Lo Iacono, La coda di pesce che inseguiva l’amore (Sampognaro & Pupi, 2010). Ha curato Roma per le strade (Azimut, 2009).

Ha ideato e gestisce il sito http://letteratitudine.blog.kataweb.it.

Fonte: www.tempostretto.it del 12 luglio 2011


Philip K. Dick non smetterà mai di essere fonte d’ispirazione

Attualmente è nelle sale italiane il thriller di fantascienza I Guardiani del Destino con Matt Damon ed Emily Blunt, diretti da George Nolfi. Un film molto interessante che intreccia il Destino con il Caso, il libero arbitrio con il volere supremo, in un mondo in cui esiste uno schema e a nessuno è concesso allontanarsene. Agli uomini è concessa una certa libertà di scelta – la marca di dentifricio o cosa mangiare – ma per il resto gli Osservatori, gli Impiegati e soprattutto i Guardiani del Destino vigilano che tutto fili nel verso giusto. George Nolfi è stato bravo a scrivere la sceneggiatura e Damon e la Blunt compongono un ottimo duo di protagonisti ma il tutto parte molti anni fa, nel lontano 1954, dalla mente creativa del genio Philip K. Dick.

 

La Fanucci editore ha avuto la brillante idea di creare un’apposita e ricchissima collana, interamente dedicata a Dick che cominciò a scrivere fantascienza (o narrativa realistica) nel 1952 e proseguì sino alla propria prematura morte nel 1982, mentre Ridley Scott era al lavoro su Blade Runner.

Bollare Dick come scrittore di fantascienza (con particolare attenzione alla condizione umana) sarebbe ingeneroso poiché Dick può vantare una visionarietà senza pari accompagnata da una grande facilità di scrittura. Anche nel peggiore degli incubi (La svastica sul sole; Le tre stimmate di Palmer Eldritch; Un oscuro scrutare; Nostri amici da Frolix 8) il Lettore è quasi costretto a proseguire innanzi grazie ad una prosa sempre fluida, capace di rendere verosimile anche la situazione più surreale (UbikI giorni di Perky Pat) e non a caso numerosissimi film innovativi e rivoluzionari sono il frutto delle sue parole.

 

Proprio da questo spunto nasce il bel volume I Guardiani del Destino e Altri Racconti (Fanucci editore; pp.288; €14) dove sono raccolti, oltre al già citato I Guardiani del Destino altri racconti che hanno ispirato film assai celebri: Next (da cui è stato tratto il film con Nicolas Cage), I labirinti della memoria (ovvero Paycheck con Ben Affleck), Impostor, Rapporto di minoranza (con Tom Cruise), Modello due (ovvero Screamers) e Ricordiamo per voi (ovvero Total Recall con Schwarzy e una giovane Sharon Stone).

 

Ma gli appassionati di Dick possono gioire anche di una nuovissima uscita
ovvero Dottor Futuro (Fanucci editore; pp.192; €17) che fa parte della collana Immaginario Dick curata da Carlo Pagetti. Il protagonista il dottore Jim Parsons che dopo un incidente stradale finisce nella San Francisco del futuro. Si troverà in una realtà molto diversa e più avanzata, dove la vita non ha alcun valore soppiantata dalla violenza e dal culto della morte. Ritorna così in libreria un libro che per molti anni fu fuori stampa in una nuova traduzione di Fabio Zucchella. Un romanzo che affronta temi importanti e lancia un ponte verso la fase finale di Dick, conclusa con un libro indimenticabile, La Trilogia di Valis, già ripubblicata da Fanucci editore.

 

Fonte: www.tempostretto.it del 24 giugno 2011