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«Nella letteratura ciò che conta non è il cosa, ma il come». Francesco Piccolo si racconta
Chiameteli come vi pare, autofiction o avanguardia, i libri di Francesco Piccolo funzionano. Il segreto del successo non esiste ma in questo caso potrebbe essere la sua voce narrante, costruita con semplicità – almeno ad una prima lettura – capace di fare ridere o immalinconire; ma Piccolo riesce in pagina anche ad aprire squarci, stimolando dibattiti socio-politici intergenerazionali, come nel caso di “Il desiderio di essere come tutti” (Einaudi, 2014) che gli è valso il premio Strega lo scorso anno. Casertano, classe ’64 ma ormai romano d’adozione, Piccolo si muove con successo nel mondo della scrittura spaziando «su due mari ugualmente amati» ovvero la narrativa e la sceneggiatura. Ha co-firmato numerose sceneggiature di successo del cinema italiano – fra cui le pluripremiate “La prima cosa bella”, “Habemus Papam” e “Il capitale umano” – è attualmente in sala con “Mia madre” – di cui firma la sceneggiatura con Nanni Moretti e Valia Santella – ma è già al lavoro per portare la tetralogia di Elena Ferrante in tv. Con il suo ultimo libro di racconti, “Momenti di trascurabile infelicità” (Einaudi, pp.143 €13) ha bissato il successo del precedente (Momenti di trascurabile felicità, Einaudi, 2012), tanto che da settimane è in vetta alle classifiche di vendita. Leggi il resto di questa voce
«Non dobbiamo mollare». Intervista in esclusiva al premio Nobel Dario Fo.
TAORMINA. «Le recite e il potere sono sempre connesse a doppio filo. Guardate Renzi e Berlusconi, fanno il gioco delle parti ma hanno già scelto il prossimo presidente della Repubblica, mentre i loro tirapiedi gli fanno la guerra. Ma è solo una recita». Complice l’occasione di trovare giovamento nel sole e nell’aria di mare, Dario Fo – premio Nobel per la letteratura nel 1997 e autore di centinaia di commedie teatrali con la moglie, Franca Rame – ha trovato ristoro a Taormina per una settimana e in tale occasione La Gazzetta del Sud lo ha incontrato in esclusiva. Una lunga chiacchierata in un noto hotel sul Corso Umberto, dialogando su temi di grande attualità – dalle imminenti elezioni per il Quirinale sino a quelle appena concluse in Grecia – a tu per tu con un uomo dalla spiccata genialità, senza alcuna forma di riverenza verso il potere costituito. Sostenitore del Movimento 5 Stelle dalla prima ora, l’88enne Dario Fo vaglia i candidati papabili dalla stampa, nutrendo segrete speranze per un nome lontano dalla politica, su tutti la giornalista Milena Gabanelli di Report. Dinanzi alla bruttezza dei nostri tempi, afferma Fo, dobbiamo continuare a lottare, ciascuno con le proprie qualità e difatti, dopo il successo de “La Figlia del Papa”, oggi giunge nelle librerie il suo nuovo romanzo storico, “C’è un re pazzo in Danimarca” (Chiarelettere, pp.160 €13,90) in cui Dario Fo ricostruire ad arte un intrigo di potere e una grande storia d’amore partendo dai diari dell’epoca e diversi documenti inediti, riuscendo a ricostruire una vicenda misconosciuta, volutamente dimenticata in patria. La storia del re pazzo, Cristiano VII di Danimarca che regnò dal 1766 al 1808 al cui fianco troviamo la sua sposa, Carolina Matilde di Gran Bretagna – che divenne regina a soli quindici anni – e il suo amante, nonché medico di corte, Johann Friedrich Struensee. Il regno di Cristiano VII, scosso dalle crisi schizofreniche del sovrano, fu teatro di un triangolo amoroso ma soprattutto di riforme liberali, proseguite da Federico VI – figlio primogenito di Cristiano VII – come l’abolizione della pena di morte e della tortura e la promozione della cultura e della libertà di stampa – generando un clima di cambiamento epocale che anticipò di pochi anni le grandi conquiste della Rivoluzione Francese. Solitamente siamo portati a deprecare la pazzia e i suoi frutti, ma Dario Fo, con una penna lucida, ilare e pungente al momento giusto, è riuscito a riportare alla luce la verità dimenticata, ridando lustro ad un re pazzo eppure illuminato. Leggi il resto di questa voce
«Con “House of Cards” racconto il lato oscuro della politica. E il suo fascino irresistibile». Lord Michael Dobbs si racconta
È il 1987 quando Lord Michael Dobbs litiga con la lady di ferro, Margareth Thatcher e fuoribondo ma anche addolorato, parte in vacanza con la propria moglie. Dobbs per anni braccio destro della Thatcher – capo del suo staff negli anni al n.10 di Downing Street da primo ministro, dal 1979 al 1990 – aveva intuito che il regno della Thatcher stava per tramontare e pur non avendo mai scritto fiction, un po’ per svago e un po’ per frustrazione, creò il personaggio di un perfido e cinico politico, Francis Urquhart, il cui destino era quello di spodestare il primo ministro e conquistare il potere, mediante una sordida e acuta rete di ricatti e inganni. Scritto ventisette anni or sono, House of Cards, è il romanzo d’esordio bestseller di Lord Michael Dobbs da cui nel 1990 è stata ricavata una miniserie di grande successo della BBC; inoltre, pochi anni or sono è nata una seconda trasposizione targata Netflix, ambientata negli Stati Uniti con attori del calibro di Kevin Spacey e Robin Wright nel ruolo della coppia di protagonisti. Una serie di enorme successo – il presidente Barack Hussein Obama ha twittato “Domani c’è House of Cards, non ditemi nulla” -pronta a sbarcare in Italia, mercoledì 9 aprile, al lancio del canale satellitare Sky Atlantic. Proprio in tale occasione la casa editrice Fazi ha pubblicato il romanzo “House of Cards” (pp.446 €14,90) in cui si narra la scalata al potere del chief whip, Francis Urquhart, partendo da un semplice presupposto: cosa accade se l’uomo che detiene i segreti dell’entourage governativo è così scontento da decidere di far cadere il castello di carte e menzogne? Un libro davvero entusiasmante, ambientato nell’epoca post-thatcheriana, fra intercettazioni, ricatti fotografici e manipolazioni della stampa tanto da risultare di sconvolgente attualità e ciò spiega come sia stato possibile ambientare la serie tv americana ai giorni nostri, traslandola senza traumi alla scalata al successo del protagonista – Frank Underwood piuttosto che Francis Urquhart – verso la carica di presidente degli Stati Uniti, gettando luce sul lato oscuro del mondo politico, sovente con azzeccati echi shakespeariani. “C’è sempre un interesse superiore in politica – racconta Dobbs alla Gazzetta del Sud nella sua tournée italiana – peccato che a volte sia marcio”. Leggi il resto di questa voce
Andrea Bajani: «Il lutto è il tentativo di abitare il vuoto di qualcuno che si è perso».
Tre diversi omaggi celebrano l’anniversario della scomparsa di Antonio Tabucchi, lo scrittore d’origini toscane che morì il 25 marzo dell’anno passato nella sua amata Lisbona. Feltrinelli – che pubblicò quasi tutte le sue opere – lo celebra con “Di tutto resta un poco. Letteratura e cinema” (pp. 304, euro 20), una bella raccolta di scritti tematici cui lavorò sino agli ultimi giorni; Sellerio, pubblica “Racconti e romanzi” (pp.288, euro 16) una preziosa raccolta di scritti – “Donna di Porto Pim-Notturno indiano-I volatili del Beato Angelico-Sogni di sogni” – ed infine Emons:Audiolibri ha dato la voce dell’attore e regista Sergio Rubini al suo capolavoro, “Sostiene Pereira” (4h23’, euro 16,90). Ma l’omaggio più bello, in questa triste ricorrenza, prende vita da un aneddoto, difatti, a poche ore dalla sua scomparsa, Antonio Tabucchi non poté ne volle sottrarsi all’atto della scrittura. Quel racconto tutt’ora inedito, fu la scintilla che condusse il suo giovane e caro amico, l’affermato scrittore romano Andrea Bajani, a voler consegnare i suoi ricordi alle pagine di “Mi Riconosci” (Feltrinelli, pp.144, euro 12), un testo dolce e profondo, capace di non scivolare mai nel declivio della morbosità. Qui l’amico scomparso, diviene personaggio letterario, realizzando la finzione letteraria per eccellenza. Bajani, raggiunto telefonicamente in un hotel parigino, risponde alle domande della Gazzetta del Sud, discutendo di Rilke, dell’amicizia e del potere della scrittura.
Perché questo libro? Il tono usato, oscilla fra riso e lacrime, dando l’idea di una dolorosa necessità.
«Nasce da un evento straordinario ovvero dal fatto che due giorni prima di morire, Antonio Tabucchi scrisse un racconto, dettandolo al figlio in un camera d’ospedale di Lisbona. Non fu una morte improvvisa. Progressivamente si stava spegnendo, eppure questo accadimento privato nascondeva una cosa più grande, la vera origine delle storie. Queste nascono soprattutto per affrontare l’ignoto e mi ha colpito che lui abbia sentito il bisogno di scrivere anche mentre si avvicinava la morte, riuscendo a far ricorso all’ironia, proseguendo questa sorta di danza scaramantica contro ciò che non conosciamo. Quando ho letto quel racconto ho subito pensato che dovevo narrarla, dovevo narrare la scomparsa di uno scrittore e la storia di un’amicizia».
Uno dei due amici che, scomparendo, diventa un personaggio d’un libro. Un’idea molto tabucchiana…
«Esatto. La letteratura ha fatto sempre i conti con i fantasmi e del resto lo scrittore ha a che fare, per giornate intere, con persone che esistono solo nella sua testa. Antonio Tabucchi ha sempre avuto un buon rapporto con i fantasmi perché intese la sua letteratura all’insegna del gioco del rovescio; come personaggio di finzione, fra le pagine d’un libro, ha potuto portarlo all’estremo, rovesciando la morte e la vita, immerso in una storia.
Vi siete conosciuti a Parigi, a casa di un amico comune, tanti anni fa. Tabucchi le aveva scritto una lettera pronta per essere spedita…
«Nel libro tutto è reale e tutto è finto ma la lettera c’era davvero e lui l’aveva già affrancata. Me la consegnò ma per anni non la trovai più. Ma appena terminai di scrivere questo libro, venni preso dal desiderio di sistemare i libri in casa mia e di colpo, riapparve, nascosta fra le pagine di un volume. Era la lettera di un grande scrittore che mi trasferiva l’emozione resagli dall’aver letto il mio libro, “Se consideri le colpe”. Quando uscì questo libro più persone mi chiesero di poter pubblicare questa lettera, però adesso sembra sia scomparsa daccapo. Ecco, queste sono le “tabuccate”».
Apre il libro con una significativa citazione di Rilke. Come mai?
«Non conosco scrittore che sia sceso con tanta grazia dall’altra parte, nel confronto con chi non c’è più, come Rilke ne “I sonetti a Orfeo” e soprattutto ne “Le elegie duinesi”.
Mi riconosci, il titolo scelto, significa stare ad ascoltare il fantasma, provare ad ascoltare chi non c’era più. Questo libro racconta come nascono e si raccontano le storie ma soprattutto come si possa essere amici, indipendentemente dalle età e da cosa ci riserva la vita».
Alla fine scrive, “il lutto è il tentativo di abitare il vuoto di qualcuno che si è perso”.
«Le persone abitano degli spazi dentro noi ma poi sono costretti ad andare via. O meglio, scompare la materialità, la concretezza della carne ma non tutto il resto. Il lutto è riuscire a far sì che ciò che resta di quella persona scomparsa, trovi il suo posto dentro noi».
Nel corso delle telefonate notturne emerge un rapporto tormentato con l’Italia.
«Con il nostro paese aveva un rapporto davvero difficile, d’amore e odio. Prima di tutto l’Italia era la lingua, che ha amato intensamente, ma questo paese lo faceva soffrire e citava Pasolini per sottolineare quanto fosse malandata. Il berlusconismo, per lui è stato davvero pesante, ha ricevuto diverse querele e ha cercato di difendersi come poteva, con le parole. L’Italia, per lui, era una ferita aperta».
Infine, a proposito di scrittura, cosa le ha insegnato Tabucchi?
«La lezione più importante è stata la sua volontà di stare con i piedi molto per terra e la testa molto nel cielo, la capacità raccontare le pieghe oniriche del mondo senza rinunciare a stare concretamente nella realtà socio-politico in cui viveva».
Francesco Musolino
Fonte: La Gazzetta del Sud, 25 marzo 2013
vedi anche http://www.marcovigevani.com/tag/antonio-tabucchi/
Le “Stelle Bastarde” (e pungenti) di Claudio Sabelli Fioretti
Perché gli oroscopi sono sempre meravigliosi se la vita, quella vera, fa schifo? Se lo chiede, con la sua consueta e pungente ironia, il giornalista Claudio Sabelli Fioretti, autore di Stelle Bastarde (Chiarelettere). Un libro che ha riscosso un giusto successo nel pubblico perché in esso, finalmente, si rifuggono le idiomatiche frasi ruffiane e accomodanti che contraddistinguono gli astri e del resto, vista la crisi mondiale e l’aria di recessione che tira, oggigiorno anche gli oroscopi devono sapere essere più crudi e realistici, magari un pizzico cattivi. Sabelli Fioretti affronta lo zodiaco segno per segno, dedicandosi all’uomo e alla donna (Il Leone e la Leona, ad esempio) con una penna sempre sferzante che si scatena davvero nel ritratto dei vip.
Ma piuttosto che scegliere George Clooney, Sabelli Fioretti gli preferisce Sandro Bondi, Renato Brunetta piuttosto che Paul McCartney, Angelino Alfano invece di Bill Gates e Clemente Mastella invece di Nicolas Sarkozy. Con esiti davvero esilaranti e scoperte che lasciano il segno: «Silvio Berlusconi è un’evidente falla nel sistema astrologico. È nato lo stesso giorno di Bersani, dovrebbe avere lo stesso carattere. Per questo ha chiesto a Niccolò Ghedini di metter mano a una riforma dello zodiaco». Ma si farebbe un torto a Sabelli Fioretti se non si prendesse davvero sul serio il suo anti-oroscopo, del resto, aboliti i buonismi, il suo ritratto al vetriolo è spesso assai calzante. Letto poche pagine per volta o tutto d’un fiato, Stelle Bastarde riserva risate e riflessioni, con definizioni lapidarie da sottolineare con il lapis e riproporre a tavola al posto delle consuete frasi trite e ritrite: l’Ariete è un capoccione, il Toro è ossessivo, il Gemelli è un cacadubbi, il Cancro è pazzo, il Leone è prepotente, il Vergine è un pignolino, il Bilancia è un codardo, lo Scorpione è un musone, il Sagittario è un mitomane, il Capricorno è un insensibile, l’Acquario è un visionario e il Pesci è un bislacco.
Ovviamente Stelle Bastarde non è affatto un libro adatto ai permalosi e a riprova di ciò basta tener conto del trattamento riservato ai Gemelli e al suo testimonial: «Renato Brunetta una volta era socialista. E come quasi tutti i socialisti, oggi sta con Berlusconi. È tipico dei Gemelli che, curiosi come sono, adorano sperimentare tutto».
Stelle Bastarde, Chiarelettere, Pp. 210; Euro 12
Fonte: Settimanale Il Futurista – 12 gennaio 2011
Massimo Carlotto provoca: «La locomotiva del nordest è basata su un sistema illegale»
Massimo Carlotto mette da parte il suo Alligatore – alias Marco Buratti – e riporta sulla pagina Giorgio Pellegrini, già protagonista di Arrivederci amore, ciao per il suo nuovo romanzo, Alla fine di un giorno noioso (Edizioni E/O; pp. 177; €17). Un noir vibrante, costruito con la struttura di un thriller e l’occhio di chi vuol riportare sulla pagina la società e le sue zone d’ombra. Carlotto racconta le gesta di Pellegrini, fra affari e politica, fotografando il Veneto dei giorni nostri, governato dai “Padanos” con imprenditori ridotti sul lastrico e dimenticati dalle istituzioni e la criminalità organizzata che si impadronisce, giorno dopo giorno, del territorio: «è in atto un cedimento morale collettivo, il mio impegno è quello di sfatare il mito del Nord pulito e operoso». Ma dunque che fine ha fatto la celebre locomotiva del Nordest sbandierata come modello da imitare in tutto lo stivale? Giorgio Pellegrini è il perfetto emblema di una zona grigia che si allarga ogni giorno di più, fra ricatti e sottomissione dei più deboli. Tutto, pur di diventare più potenti e temuti.
Dal giallo della serie de L’alligatore ad un noir molto forte e spigoloso. Perché ha voluto cambiar genere?
«Nel mio lavoro comanda sempre la storia. Prima scelgo ciò di cui voglio parlare e poi vengono i personaggi e l’ambientazione. Quando non ho a che fare con la formula “crimini, indagine e soluzione” che mi conducono all’Alligatore, posso permettermi di variare stile. Ho richiamato Giorgio Pellegrini, il protagonista di Arrivederci amore ciao perché era il personaggio perfetto per interpretare questa storia».
Cos’è successo a Giorgio in questi anni nel Veneto dominato dai “Padanos”?
«Lui ha cercato di vivere in modo quasi irreprensibile nonostante il contatto con il mondo criminale l’abbia sempre avuto. Nel primo romanzo pur di ripulire la propria immagine, era disposto a compiere qualsiasi tipo di crimine e riesce ad ottenere ciò che desidera. In questo secondo romanzo, l’obiettivo è quello di rafforzarsi e per questo torna a delinquere».
In questo libro emerge una visione molto cupa della nostra società, dove il crimine e la corruzione economica e morale imperversano. Lei è preoccupato?
«Sono preoccupatissimo perché l’infiltrazione mafiosa nel Veneto è stata negata per molti anni e solo da poco l’associazione degli industriali ha riconosciuto questo fenomeno. Tuttavia non c’è mai un’inchiesta capace di far piazza pulita. La corruzione ormai è dilagante e il Veneto è la porta verso l’Est per cui giorno dopo giorno c’è un traffico di merci e persone davvero impressionante. E’ in atto un cedimento morale collettivo, il mio impegno è quello di sfatare il mito del Nord pulito e operoso».
Si riferisce alla famosa locomotiva del Nord-Est?
«Quella locomotiva si è sempre basata su un modello fortemente illegale, basato sull’evasione delle imposte e sul lavoro nero, riuscendo ad arricchire molte persone. La zona grigia dei disonesti si allarga sempre di più».
Nella prima parte del romanzo, in poche righe, denuncia la condizione dei piccoli imprenditori che si tolgono la vita oppure finiscono nelle mani degli strozzini. E tutto accade nel disinteresse generale delle istituzioni…
«Si fa finta di nulla, se ne parla un paio di giorni sui giornali ma si dimentica tutto in fretta. La realtà è che le banche hanno abbandonato artigiani e i piccoli imprenditori e intanto sono arrivate le bande di camorra che con l’usura si appropriano delle aziende sull’orlo del fallimento, per poter riciclare il denaro sporco. La crisi stessa è un terreno di profitto molto importante per la criminalità».
Giorgio ha un fascino devastante sul sesso femminile ma piuttosto che cercare il piacere, sembra più attratto dalla sottomissione.
«Ormai da dieci anni analizzo le relazioni umane che gravitano attorno ai criminali arrestati e divenuti celebri. Mi sono reso conto che domina proprio questo modello: sembra che per campare in modo soddisfacente abbiano un bisogno psicologico oltre che fisico, di avere accanto un universo femminile inteso nell’accezione di vittime consapevolmente sottomesse. Infatti quando Giorgio incontra donne che gli tengono testa, inevitabilmente scappa».
La citazione in epigrafe (Ruby Rubacuori ce lo ha insegnato: fottere i potenti non è reato) è una bella provocazione…
«L’ho trovata geniale! L’ho letta su un muro e mi sono reso conto che era perfetta per il mio romanzo perché Pellegrini ha capito che ci sono delle spaccature e delle collusioni fra mondo criminale e mondo politico che possono far ottenere grandi vantaggi».
Per Giorgio qual è un giorno noioso?
«E’ un modo di dire legato alla vecchia pubblicità del Campari ma la fine di un giorno noioso si va in piazza per lo Spritz che è ormai diventato un rito di massa in cui sono coinvolti tutti anche un certo sottobosco che si mescola alle persone, per così dire, perbene».
Massimo Carlotto è nato a Padova nel 1956. Scoperto dalla scrittrice e critica Grazia Cherchi, ha esordito nel 1995 con il romanzo Il fuggiasco, pubblicato dalle Edizioni E/O e vincitore del premio del Giovedì 1996. Per la stessa casa editrice ha scritto, oltre ad Arrivederci amore, ciao (secondo posto al Gran Premio della Letteratura Poliziesca in Francia 2003, finalista all’Edgar Allan Poe Award nella versione inglese pubblicata da Europa Editions nel 2006), i romanzi: La verità dell’Alligatore, Il mistero di Mangiabarche, Le irregolari,Nessuna cortesia all’uscita (premio Dessì 1999 e menzione speciale della giuria premio Scerbanenco 1999), Il corriere colombiano, Il maestro di nodi(premio Scerbanenco 2003), Niente, più niente al mondo (premio Girulà 2008),L’oscura immensità della morte, Nordest con Marco Videtta (premio Selezione Bancarella 2006), La terra della mia anima (premio Grinzane Noir 2007),Cristiani di Allah e nel 2009 Perdas de Fogu insieme al gruppo di scrittori riunito sotto la sigla Mama Sabot.
I suoi libri sono pubblicati in vari paesi.
Massimo Carlotto è anche autore teatrale, sceneggiatore e collabora con quotidiani, riviste e musicisti.
Moretti provoca: «All’estero Berlusconi sarebbe stato costretto a dimettersi»
TAORMINA. Tutti lo cercano con gli occhi dentro la Sala B del PalaCongressi di Taormina ma di Nanni Moretti non c’è alcuna traccia. I giornalisti presenti lo aspettano e tirano un sospiro di sollievo quando trapela la voce che sia appena atterrato all’aeroporto di Catania. Laura Delli Colli – presidente del Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani – guida con serenità l’annuncio dei premiati del cinema italiano, da Kim Rossi Stuart ad Alba Rohrwacher da Massimiliano Bruno a Maria Sole Tognazzi ma appena arriva Moretti in sala – polo, pantaloni, mocassini con trolley al seguito – i fotografi si scatenano, cogliendo persino il momento in cui, seduto, si infila i calzini scuri. Con Moretti si ha sempre il dubbio – più che lecito – che possa sfuggire alle domande o rispondere in modo laconico, del resto ad un genio non si possono imporre obblighi ma quando acclamato dai critici e dagli spettatori, sale sul palco prende in mano l’intera conferenza, regalando sorrisi, battute contro le domande banali dei giornalisti («chiedono sempre “progetti futuri?”) e intanto invoca notizie circa l’arrivo della sceneggiatrice Federica Pontremoli e della scenografa Paola Bizzarri che non faranno in tempo a godersi la pioggia di elogi che Nanni Moretti – trionfatore alla 65a edizione dei Nastri d’Argento con 6 riconoscimenti per Habemus Papam – regala loro.
«La scenografia è un riconoscimento molto importante per questo film visto che Paola Bizzarri è riuscita a ricostruire il Vaticano fra Palazzo Farnese, altri palazzi storici romani e un teatro di posa. E’ stato un lavoro impegnativo e dispendioso. Prima mi autocensuravo, tagliavo tutte le scene costose ma ne Il Caimano e soprattutto in Habemus Papam ci siamo concessi il lusso di realizzare tutte le scene che avevamo scritto. Senza Domenico Procacci e Rai Cinema non avrei potuto realizzare questo film, sia dal punto di vista economico che psicofisico».
“Il Caimano” su RaiTre ha fatto ottimi ascolti qualche sera fa. Pensa sia la conseguenza diretta del clima politico attuale?
«Sono rimasto sorpreso perché solitamente i miei film vanno sempre male in tv ma mi hanno detto che Il Caimano ha fatto il 13% e per RaiTre sono numeri importanti. In realtà il merito è del direttore di rete che spingeva da parecchio tempo per farlo entrare nel palinsesto. E’ stato un caso che sia andato in onda proprio ora, non c’è nulla di studiato».
Perché ha scelto Piccoli come protagonista?
«Abbiamo voluto fortemente lui perché con la voce e con gli occhi riesce ad aggiungere sempre qualcosa al copione. Ogni giorno noi vedevamo tutto il girato stampato su pellicola e non su dvd come fanno molti, e tutte le volte vedevo l’uomo oltre all’attore. Molti attori si vantano di immedesimarsi completamente nella parte ma a me non piacciono gli attori che si annullano sullo schermo. Inoltre Piccoli è il creatore di una nuova interpretazione di Habemus Papam…»
Ovvero?
«Siamo andati a Parigi ma piuttosto che vedere la città siamo rimasti tre giorni in una stanza d’albergo a fare intervista. All’ennesima domanda del giornalista, Michel ha risposto che il film è la storia di una coppia di fratelli e tutto il resto è marginale. Sono rimasto interdetto ma magari ha ragione lui».
Come sono andate le vendite del film all’estero?
«Molto bene. Per Caro Diario è stato fondamentale il premio vinto invece stavolta il film è andato subito bene. In realtà devo scegliere se passare un anno intero in giro per festival internazionali a presentare il film oppure restare a Roma…ma mi sa che ho già scelto».
A proposito di Cannes, che ne pensa del livello dei film in concorso?
«Ne ho visti solo due il giorno prima che il Festival finisse, appena in tempo per i premi dunque. I fratelli Dardenne non sono affatto una scoperta, mi piacciono parecchio e del Ragazzo con la bicicletta mi ha colpito molto la sequenza in cui il bambino cade giù dall’albero tanto che ho fatto un salto sulla sedia. E’ una scena girata senza alcun compiacimento e per questo mi ricorda lo stile di Rossellini. Invece “The three of life” di Malick lo voglio rivedere. Molti lo amano, altri lo odiano. Io vi ho trovato cose bellissime e altre meno».
Una parte della critica straniera si aspettava un film iconoclasta e dissacrante nei confronti della Chiesa.
«E’ lecito che ogni spettatore abbia aspettative circa i film che escono in sala ma io non volevo ribadire certezze anticlericali o meno. Volevo narrare un viaggio non solo fisico che Michel compie a Roma, ponendo e ponendosi delle domande che non possono non toccare gli spettatori. Ovviamente gli scandali finanziari e la pedofilia sono cose gravissime ma noi volevamo raccontare il nostro Papa, i nostri cardinali».
Anche lei ha avuto momenti di crisi interiore nella sua vita come il Papa che racconta?
«Certamente, ne ho avuti parecchi. Ma non ho alcuna intenzione di raccontarli».
Ha in progetto un film in 3D?
«Ho visto pochi film girati in 3D. Ho letto che il prossimo film di Bertolucci sarà in 3D ma io ho deciso di aspettare, non ne sento affatto il bisogno».
Come giudica il dilagare del Multiplex?
«Per molto tempo sono stato favorevole ma adesso non lo sono più perché mi sono reso conto che i multiplex hanno indotto la chiusura delle sale cittadine e ciò è molto grave per la comunità. Credevo che i multiplex avrebbero garantito la programmazione di tanti generi diversi di film ed invece spingono solo un certo tipo di cinema. Inoltre essendo fuori città, molti non se la sentono di prendere la macchina e così, paradossalmente, il pubblico più maturo rimane tagliato fuori».
Cosa ne pensa della vicenda Bisignani?
«Credo sia molto grave che un personaggio di quel genere abbia condizionato scelte fondamentali per il nostro Paese».
Siamo alla fine del berlusconismo?
«Siete sicuri? Ogni giorno compro un quotidiano e leggo che ormai la fine di Berlusconi è vicinissima, oggi, domani. Mi illudo e poi mi arrabbio sia con me che con il quotidiano. I referendum sono stati una vittoria per i cittadini e le elezioni comunali sono stata una vittoria dei candidati oltre che una sconfitta della Destra. Diciamoci la verità, in un altro paese di democrazia occidentale se il presidente del consiglio avesse fatto o detto un millesimo di quello che ha fatto Berlusconi, sarebbe stato costretto alle dimissioni dalla sua stessa coalizione. Invece il centro-destra ha dimostrato di saper digerire molto, tutto. Hanno digerito gli attacchi ai PM, ai comunisti, gli scandali sessuali e la corruzione. Insomma Berlusconi ad essere molto ma molto generosi, mi sembra una persona confusa. All’estero, in Francia o in Israele l’avrebbero costretto alle dimissioni. Aspettiamo e vediamo cosa accadrà in Italia».
Mariano Sabatini a Tempostretto.it: «Berlusconi è un’anomalia»
Chi sono gli inviati per le testate estere che scrivono dall’Italia e cosa ne pensano del Bel Paese? Il giornalista, scrittore e critico televisivo, Mariano Sabatini, ne L’Italia s’è mesta (Giulio Perrone editore; pp. 170; €11) ha avuto la brillante idea di creare un fitto dialogo con i numerosi cronisti dei quotidiani esteri e alcuni scrittori che vivono in Italia. Il ritratto che ne viene fuori è disarmante: se da un lato si elogia la nostra Costituzione (“la più bella del mondo” secondo Marcelle Padovani), la corrispondente tedesca Costanze Reuscher non esita ad attaccare frontalmente il premier Silvio Berlusconi e il suo piglio anti-democratico ma in generale si vuol far luce sulla questione femminile, la situazione dei media e l’ingerenza della Chiesa nella politica nostrana. Il garantismo non viene mai messo in discussione da Sabatini – che da anni scrive di costume, cultura e spettacolo per i maggiori quotidiani italiani – ma leggendo le belle pagine de L’Italia s’è mesta è lecito chiedersi cosa accadrebbe a Berlusconi se fosse al potere in qualsiasi altro paese del mondo e perché mai gli italiani sembrano rassegnati a sopportare tutto.
Ma L’Italia s’è mesta non è un elogio funebre e Sabatini non ha alcuna voglia di mollare, di gettare la spugna, convinto che l’Italia possa finalmente ripartire. Un giorno si spera non troppo lontano.
Sabatini, nel suo precedente libro metteva in luce le storie di molti giornalisti anche per dimostrare le difficoltà del nostro mestiere oggigiorno. In questo nuovo e accurato lavoro ha deciso di far parlare i corrispondenti esteri nel Belpaese. Che visione si ottiene da questo interessante cambio di prospettiva?
«Una visione d’insieme, e a giusta distanza, dell’Italia che ci è toccata in sorte e che mettendoci d’impegno abbiamo fatto di tutto per peggiorare. Troppo facile dare la colpa a Berlusconi e al berlusconismo. Ogni volta che siamo chiamati a votare e rinunciamo per andare al ristorante o al mare sottoscriviamo una delega in banco a chi, pur lagnandoci, continuiamo a garantire il potere. Il non voto è un voto regalato. Forse però, e dico forse, il cattivo andazzo vive un’inversione di tendenza. Lo abbiamo visto alle ultime amministrative e speriamo di bissare alla prossima chiamata referendaria, dove saremo chiamati ad esprimerci direttamente su nodi palpitanti. I colleghi esteri interpellati davvero non si spiegano come gli italiani non abbiano ancora capovolto le loro sorti».
Lei ha davvero aperto una porta segreta poiché, eccezion fatta per i lettori de Internazionale, difficilmente sappiamo cosa dicono di noi all’estero. Ebbene, che quadro ne viene fuori? Siamo davvero sull’orlo di un regime mediatico e alla scomparsa dei fatti grazie alle favole del Tg1 e del Tg4 o è una visione apocalittica?
«Non credo proprio, direi piuttosto che risponda adeguatamente all’istanza di sano realismo che sento montare. L’ottimismo della volontà a cui gli il governo attuale ci vorrebbe assuefare non può bastare, i problemi sono tanti, complessi, di multiforme natura ed origine. Scuola allo sbando, crisi economica feroce, costumi da bassissimo impero, invadenza clericale nella vita sociale, politica del tutto ripiegata sulle necessità di un solo “uomo forte”, pezzi di democrazia che come dice la tedesca Constanze Reuscher se ne vanno giorno dopo giorno, insulti alla nostra bella carta costituzionale, la più bella del mondo per Marcelle Padovani… potrei continuare a lungo. E non è per pessimismo che mi sento di dire che una certa mestizia avvolge come una cappa impenetrabile quasi ogni settore del Paese. Realismo, solo realismo».
In una famosa frase, il cantautore Giorgio Gaber denunciava di “temere il Berlusconi che era in sé”. Lei che impressione ha? Davvero gli italiani si specchiano nel Cavaliere, finendo per invidiarlo più di quanto sia lecito aspettarsi?
«Lui poi non si era facilitato la vita, con l’aggravio di una moglie impegnata in politica dalla parte dell’attuale premier. In ogni caso, ho l’impressione che ognuno di noi abbia tracce di berlusconismo nel sangue tali da essere rilevate con una analisi di prassi… altrimenti non saremmo arrivati dove siamo. Per un verso o per l’altro, i furbetti che intendono interpretare le leggi a proprio vantaggio sono ravvisabili in ogni fazione. Da qui la deriva antipolitica che avvertiamo, è come se fossimo caduti in un circolo vizioso che si autoalimenta per causare la propria degenerazione progressiva. Altro discorso è fabbricarsi le norme ad personam a proprio uso e consumo ed è perciò che qualunque premier sarà migliore di Berlusconi. Lui è l’incarnazione dell’anomalia, tutto quello da cui tenersi alla larga per far ripartire l’Italia, stagnante da troppi anni. Purtroppo, con la collega spagnola Irene Hernandez Velasco di El Mundo, mi chiedo cosa accadrebbe se il modello berlusconiano dovesse funzionare in altre democrazie… un simile prodotto d’esportazione, credo, non potremmo perdonarcelo».
Dialogando con i colleghi esteri, qual è il difetto che più spesso riconoscono a noi italiani?
«Non sopportano la nostra attitudine a burocratizzare ogni aspetto della vita, contro i nostri uffici farraginosi è una doglianza generalizzata. Molti di loro non sapevano neppure cosa fosse una carta d’identità. E lo scrittore Tim Parks racconta in modo tragicomico la trafila per farsi allacciare una linea telefonica. Poi non comprendono come mai accettiamo tutto in modo supino, senza troppo protestare».
Nelle loro parole, a suo avviso, prevale l’incredulità per il nostro degrado morale o la sua ferma condanna?
«Direi la condanna. Ho appreso con sgomento da Paloma Gomez Borrero di Radio Cadena COPE, spagnola, che i suoi connazionali non ci somigliano affatto. Gli spagnoli, per rigore e compostezza, sono molto più simili ai tedeschi. Per quanto riguarda il degrado morale, Marcelle Padovani propone, per motivi d’igiene, l’istituzione di prostitute di Stato. Provocazione ma neppure tanto…»
Sabatini, spesso si sente dire che il Ruby-Gate, il conflitto di interessi e i molteplici processi in cui è imputato il premier, avrebbero determinato la sua uscita di scena da quasi tutti i paesi occidentali. A suo avviso è giusto essere garantisti sino alla fine oppure siamo dinnanzi ad un corto-circuito dell’intero sistema?
«Garantisti sempre, ciò non toglie che Berlusconi si sarebbe dovuto dimettere da tempo. Una nazione moderna e di spicco come l’Italia non merita un presidente del Consiglio su cui gravitano tante ombre. I processi servono a fugarle. Meglio sarebbe per tutti se fossero portati a compimento nel più breve tempo possibile, senza dilazioni legittime o no».
In conclusione lei dichiara di voler restare e stila anche un elenco di “italiani a cinque stelle” di cui vuole onorare la memoria. Le chiedo: in cuor suo teme che se ne pentirà oppure ci sono già elementi che possono farla ben sperare?
«Disperarsi non serve mai. Gli italiani di cui andare fieri sono tanti, trapassati e viventi, ma vale la pena rimanere anche per altri motivi. Chi parte lo fa perché si sente spinto ai margini, derubato della speranza di miglioramento… perché, come scriveva Mark Twain a metà Ottocento, rivelando doti di preveggenza: “Come l’America non ha passato, l’Italia sembra non avere futuro”. A ben vedere, dai tempi del gran tour ad oggi, lo sguardo degli stranieri sul nostro Stivale non è mai mancato ed è auspicabile che non manchi mai. Mi pentirò, mi chiede? Ogni giorno, ogni santo minuto… ma, fin quando ci saranno prerequisiti minimi, per quanto mi riguarda varrà la pena rimanere da queste parti. A lottare, ciascuno nel suo microcosmo, perché l’Italia riparta».
Mariano Sabatini è nato e vive a Roma. Giornalista professionista, dagli anni Novanta ha scritto di costume, cultura e spettacoli per i maggiori quotidiani e periodici. Attualmente firma la rubrica di critica tv sul quotidiano Metro e sul portale TiscaliNotizie. Ha condotto rubriche su RadioRai, PlayRadio, Radio Capital. In passato è stato autore di programmi di successo: Tappeto Volante, Campionato di lingua italiana, Uno Mattina, Parola mia ed altri. Ha pubblicato La sostenibile leggerezza del cinema(ESI, 2001), Trucchi d’autore (Nutrimenti, 2005), Altri Trucchi d’autore(Nutrimenti, 2007), Ci metto la firma!(Aliberti, 2009).
«Gaber oggi ci manca ferocemente»: firmato Guido Harari
Esce oggi in libreria Quando parla Gaber – Pensieri e provocazioni per l’Italia d’oggi, pubblicato da Chiarelettere. Il suo curatore, il fotografo e critico musicale,Guido Harari ne parla a Tempostretto.it.
Quando parla Gaber è un volume ricco di spunti e riflessioni sempre attuali che spaziano su diversi temi, dal sesso alla coppia, dall’omologazione culturale all’impegno politico: «Gaber – afferma Harari – rompeva ogni schema, ribaltava ogni certezza, poneva quesiti scomodi, sollevava dubbi feroci. L’accusa di qualunquismo, mossagli soprattutto dalla sinistra, era il segno di quella miopia che tutt’ora affligge la società italiana». Questo secondo volume, concentrato esclusivamente sul peso delle parole del Signor G., giunge dopo il successo riscontrato dal ricco volume fotografico Gaber. L’illogica utopia (pp. 320; €59), realizzato grazie ad una stretta collaborazione con la Fondazione Giorgio Gaber.
Al Salone del Libro di Torino, venerdì 13 (Sala Gialla, h21) verranno presentati entrambi i volumi nell’ambito dell’incontro Gaber. L’illogica utopia. Pensieri e provocazioni per l’Italia di oggi. Interverranno Guido Harari, Paolo Dal Bon, Cesare Vaciago, Giorgio Gallione, Luca Telese, con delle letture di Marzio Rossi.
”Gaber. L’illogica Utopia”. Un titolo significativo: perché lo ha scelto?
«Ho voluto parafrasare il titolo di una bellissima canzone di Gaber e Sandro Luporini, L’illogica allegria. Il concetto di utopia era assolutamente centrale nella loro opera: esso rappresentava lo slancio vitale, la tensione morale, che sono, che devono essere, nel Dna stesso dell’uomo; l’unica vera garanzia di futuro di cui dispone. Quindi logicissima e cruciale utopia, ma purtroppo anche totalmente illogica nella deriva civile e democratica che ci soffoca».
Un altro volume ricchissimo di foto e documenti che giunge dopo quelli su Fabrizio De André, Fernanda Pivano e Mia Martini. Com’è nata l’idea di celebrare Gaber e come si è mosso per reperire tanto materiale inedito?
«Viviamo un vuoto civile che Gaber, insieme a Pasolini e a pochi altri illuminati, aveva anticipato. Questo silenzio morale andava infranto. Di qui la “missione”, per me, di ridare la parola a Gaber. Ho creato così un percorso parallelo rispetto alla sua opera, andando a ricucire una specie di “autobiografia” ricavata da cinquant’anni di interviste, di registrazioni radiofoniche e di incontri col pubblico in teatro, di appunti e altro ancora. Come già nella Goccia di splendore, il libro dedicato a De André, non mi sono sostituito né sovrapposto alla viva voce dell’artista, ma ho inteso “fotografare” la dinamica, inquieta e eternamente in progress del suo pensiero. In questo sono stato aiutato oltre ogni immaginazione dal copioso archivio della Fondazione Giorgio Gaber, e da Dalia Gaberscik e Paolo Dal Bon, che ne sono il motore, a cui vanno la mia gratitudine e il mio affetto per la fiducia dimostrata e per il prezioso lavoro di editing condiviso assieme».
È interessante notare come Gaber oggi, non solo non ha perso importanza, anzi, continua ad essere un mito, un punto di riferimento della società civile. Ma qual è la sua forza, la sua unicità a suo avviso?
«La forza di Gaber, e anche di Sandro Luporini, che per oltre trent’anni è stato quasi un fratello siamese per lui, firmando insieme a lui tutti gli spettacoli del Teatro Canzone e un’infinità di canzoni, è stata la sua preveggenza. Da un artista non ci si aspetta che colga la realtà in movimento, ma che la anticipi. Gaber rompeva ogni schema, ribaltava ogni certezza, poneva quesiti scomodi, sollevava dubbi feroci. L’accusa di qualunquismo, mossagli soprattutto dalla sinistra, era il segno di quella miopia che tutt’ora affligge la società italiana. Col senno di poi, leggendo oggi i suoi testi di venti o trent’anni fa e guardando in faccia la realtà in cui viviamo, non si può non rendersi conto della patetica afasia della politica italiana».
Al Salone di Torino, insieme a Paolo Dal Bon, Giorgio Gallione, Cesare Vaciago, Luca Telese e Marzio Rossi, presenterà, oltre a L’illogica utopia, anche il nuovissimo Quando parla Gaber, un volume radicalmente diverso dal precedente, incentrato più propriamente sull’aspetto civile del pensiero del Signor G. Di cosa si tratta?
«Sì, non ci sono biografismo qui né canzonette. Il sottotitolo del libro è “Pensieri e provocazioni per l’Italia di oggi”. Un libro da usare come bisturi, per incidere la realtà quando, come scriveva Pasolini, “il fiume della storia ristagna”. Gaber si dichiarava “filosofo ignorante”: masticava Adorno e Marcuse, ma aveva il dono di rendere istantaneamente accessibile a chiunque un preciso progetto di coscienza civile e di etica nuova. In questa messe di brevi frammenti di testo in forma quasi aforistica, Gaber ci parla della politica, dello Stato, del Sessantotto e della sua “razza”, della libertà, dell’utopia rivoluzionaria, della cultura, della televisione, della famiglia, della coppia, della fede, della solidarietà, del declino della coscienza, della nevrosi infantile dell’umanità, della sconfitta del pensiero, della dittatura del mercato e degli oggetti, dell’omologazione culturale di pasoliniana memoria, della stupidità dilagante, fino al bilancio amaro della sua “generazione che ha perso”. Ma tocca sempre e solo a noi, ci dice Gaber, allontanare i fantasmi di un futuro senza rimedio, di un futuro senza Italia».
Infine vorrei chiudere con un suo personale ricordo che la lega a Giorgio Gaber…
«Gaber fa parte del mio Dna, fin da quando, ancora piccolo, lo vidi per la prima volta in tv. Erano gli anni Sessanta e nei suoi successi, fatti di ironia e melodie orecchiabili, già si insinuavano la coscienza civile e l’inderogabile “impegno” del futuro Teatro Canzone. Lo conobbi tardi, nei primi anni Ottanta, quando rilanciò lo storico duo con Enzo Jannacci. Poi seguirono diverse lunghe interviste e molte fotografie, in scena e fuori. Colpivano la sua infaticabile capacità di analisi, la sua curiosità per il punto di vista dell’altro, il desiderio di rompere ogni schema, di spostare il prossimo dai vicoli ciechi dell’ovvietà dogmatica. Sulla scena poi era un artista totale, che usava non solo la voce, ma ogni nervo, ogni muscolo, per raggiungere, coinvolgere e scuotere anche l’ultimo spettatore in fondo alla sala. Come lui, ne nasce uno solo al secolo, se va bene. Inutile dire che la sua mancanza si fa sentire sempre più ferocemente».
Guido Harari Nato al Cairo d’Egitto, nei primi anni Settanta avvia la duplice professione di fotografo e di critico musicale, contribuendo a porre le basi di un lavoro specialistico sino ad allora senza precedenti in Italia. Ha firmato copertine di dischi per Claudio Baglioni, Angelo Branduardi, Kate Bush, Vinicio Capossela, Paolo Conte, David Crosby, Pino Daniele, Bob Dylan, Ivano Fossati, BB King, Ute Lemper, Ligabue, Gianna Nannini, Michael Nyman, Luciano Pavarotti, PFM, Lou Reed, Vasco Rossi, Simple Minds e Frank Zappa, fotografato in chiave semiseria per una storica copertina de L’Uomo Vogue.
È stato per vent’anni uno dei fotografi personali di Fabrizio De André. Ha al suo attivo numerose mostre e libri illustrati tra cui Fabrizio De André. E poi, il futuro (Mondadori, 2001), Strange Angels (2003), The Beat Goes On (con Fernanda Pivano, Mondadori, 2004), Vasco! (Edel, 2006), Wall Of Sound (2007) e Fabrizio De André. Una goccia di splendore (Rizzoli, 2007). Da tempo il suo raggio d’azione abbraccia anche l’immagine pubblicitaria e istituzionale, il reportage a sfondo sociale e il ritratto di moda.
Sul web: www.guidoharari.com
http://www.chiarelettere.it/libro/fuori-collana/gaber-lillogica- utopia.php
Fonte: www.tempostretto.it del 5/5/2011
La Vita Oscena di Aldo Nove
Per vent’anni lo scrittore Aldo Nove (al secolo Antonello Satta Centanin) ha convissuto con i suoi fantasmi. Rimasto orfano bambino dopo la morte di entrambi i genitori, è piombato dalla prima adolescenza nella dipendenza da alcol e psicofarmaci, decidendo di intraprendere, volontariamente, una discesa verso l’Abisso: «Compivo diciassette anni e il mio unico desiderio era quello di morire il più presto possibile». Amante della poesia – Aldo Nove è anche un poeta apprezzato oltre che tra gli storici redattori del mensile “Poesia” – giunto a Milano ha scelto la cocaina come vettore di morte, proprio come George Trakl, il grandissimo poeta tedesco che scelse di suicidarsi proprio con un’overdose di cocaina.
La Vita Oscena (Einaudi, pp. 111, €15,50) segna per Aldo Nove un momento fondamentale perché dà prova di saper padroneggiare una scrittura fatta di attimi sezionati con una prosa che sconcerta e trascina il lettore in un lungo cammino verso la ricerca di un limite umano che si trova sempre un gradino più in basso. I temi fondanti sono l’oscenità e la pornografia – sempre imperanti ma mutate oggi in modo (im)mediato- il senso di colpa e la ricerca della morte con l’ausilio di una “coscienza anestetizzata” che diventa metafora attualissima di una società più cannibalizzata che cannibale.
Ha impiegato vent’anni per scrivere questo libro e poi lo ho terminato in un mese e mezzo. Perché adesso?
«L’ho fatto appena ho avuto l’impressione di aver raggiunto gli strumenti linguistici sufficienti per potermi muovere con della materia piuttosto incandescente. Quando mi sono reso conto che potevo rielaborare con la giusta serenità il materiale di cui volevo parlare, mi sono messo al lavoro»
Dopo aver involontariamente provocato l’esplosione di casa sua, lei viene ricoverato con gravi ustioni. Decide, metaforicamente, di indossare una maschera: “Io non ero più di me”, ripete più volte sulla pagina.
«Quando c’è una grande alterazione dello stato d’animo, il dolore, finisce per alienarci, ci allontana da noi stessi. Talvolta ciò scatena conseguenze assai pericolose come nel caso degli attentatori o dei kamikaze, che magari reagiscono a grandi sofferenze intese anche in chiave sociale. Il dolore ci trasforma. Il dolore trasforma anche il nostro modo di presentarci agli altri, talvolta anche in modo pericoloso».
L’oscenità è un concetto fondante nel suo libro. Gli altarini con le riviste hard nelle edicole hanno lasciato il posto ad una pornografia accessibile, a portata di mouse. Oggi cos’è osceno? Quali sono i tabù delle nuove generazioni?
«Ogni tanto si sente dire “io non sono moralista” oppure “non voglio fare della morale”. Queste frasi sembrano indicare che, nel periodo in cui tutti i valori sono stati capovolti, oggi la morale stessa sia divenuta un tabù, per cui l’osceno potrebbe essere rappresentato dalla semplice normalità».
In casa vostra nessuno pronunciò mai la parola “cancro”. Ancora oggi si esorcizza la malattia col linguaggio. Serve a qualcosa?
«No, fa male. E’ un errore profondamente umano, magari una forma di delicatezza ma non serve a nulla, anzi, ci allontana dalla realtà».
Che rapporto ha con la religione? Il senso di colpa è dominante in lei?
«E’ un discorso molto complesso. Fin quando il senso di colpa viene inteso come la semplice consapevolezza che ad ogni comportamento consegue un effetto, va bene. Ma l’errore del cattolicesimo, a mio avviso, sta nella sessuofobia, legando in modo indiscriminato la colpa alla sessualità, finendo per stravolgere l’intero senso della nostra esistenza. Quello che è più assurdo è che gli stessi preti si inculano i ragazzini…»
Lei scrive che “il dolore è l’unico maestro” e che “al massimo dolore corrisponde il massimo piacere”. Dobbiamo temerlo o no, il dolore?
«E’ impossibile non temere il dolore, nessuno può farlo. Credo che esista soprattutto un piacere derivante dalla sottrazione del dolore, come per un mal di denti che passa o per una sovreccitazione sessuale finalmente sfogata, ma non credo esista un piacere totalmente svincolato dal dolore».
Lei “doveva provare tutto”. Ma dopo averlo fatto cosa accade?
«Magari ci si annoia. Leggendo le biografie dei grandi santi, ad esempio San Francesco, scopriamo che lui aveva provato tutto e alla fine, aveva cambiato radicalmente vita. Magari facesse così anche Berlusconi. Ci mancherebbe altro che si mettesse a fare il santo…»
Sua madre si augurava che in futuro il mondo sarebbe migliorato, sarebbe diventato un bel posto in cui vivere. Mi sembra che siamo lontani.
«Non solo siamo lontani, siamo infinitamente lontani. La situazione è molto peggiore rispetto al passato. Voglio fare un esempio e restringo il campo alla politica italiana: se vent’anni fa avessi pensato che oggi Gianfranco Fini sia la chiave per migliorare la situazione politica italiana, sarei impazzito. Ma oggi accade questo ».
Comprendere che tutti non fanno altro che andare avanti giorno dopo giorno è intimamente connesso alla mercificazione dominante nella nostra società?
«Sottolineo che quella folgorazione giunge in un momento molto particolare per il protagonista del romanzo. Oggi mi rendo conto che questa è una forte tendenza negativa ma per fortuna non vale per tutta l’umanità».
La discesa verso l’abisso l’avrebbe dovuta condurre verso l’Oltre che desiderava. Invece cosa avvenne?
«”Abissum abissus invocat” come dicevano gli antichi, ad un abisso ne segue un altro. Ad un certo punto o subentra il limite naturale della morte oppure avviene una naturale presa di coscienza, la volontà di sopravvivere».
Per tornare al tema della moralità, è servito del coraggio per portare sulla pagina ciò che le è accaduto?
«Fortunatamente lo scrittore ha un filtro ovvero la letteratura, è cosa ben diversa dall’andare a “La Vita in diretta” a raccontare le proprie catastrofi. La finalità dello scrittore non deve semplicemente creare scandalo ma fare della letteratura e ciò gli permette di muoversi su registri più complessi».
Ritornando all’attualità italiana, fra scandali, escort e corruzione il popolo è vicino al limite di sopportazione secondo lei?
«La questione è proprio capire dove sia questo limite. Sicuramente si percepisce un disagio fortissimo e tutte le rivoluzioni, in fondo, sono partite dalla pancia piuttosto che dalla riflessione. In Italia si tira avanti ma il malessere interiore, sommato ai problemi derivanti dalla crisi economica, inevitabilmente comporterà delle conseguenze e francamente non credo che passerà ancora molto tempo».
Antonello Satta Centanin è rinato come Aldo Nove?
«Sicuramente. Aldo Nove è un laboratorio linguistico di quell’altro».
Fonte: Satisfiction del 30/11/2011