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«La meraviglia si annida fra le pieghe della realtà quotidiana». Pietrangelo Buttafuoco racconta “I baci sono definitivi”

Pietrangelo Buttafuoco

«La verità travalica la realtà, la meraviglia si annida fra le pieghe di ciò che accade tutti i giorni, dobbiamo solo saperla interpretare». Lo scrittore e saggista catanese Pietrangelo Buttafuoco – editorialista per Radio24 e firma su diversi quotidiani – torna in libreria con “I baci sono definitivi” (La Nave di Teseo), un libro denso d’amore e di storie, abbandoni e illusioni, rileggendo la realtà e trasfigurandola, chiamando in causa la Natura, il dio Mercurio e il Diavolo, fra rimandi cinematografici e letterari. Sono rapidi racconti di un osservatore, un diario di viaggi lungo la metropolitana di Roma e poi ancora a Fiumicino, Teheran, sulla nave traghetto per Messina e sulla strada statale 121 per Agira. Ogni mattina, all’alba, lo scrittore – celebre per “Buttanissima Sicilia” (2014) e “Le uova del drago”(2005) – zaino in spalla si tuffa nella metro, osserva i viaggiatori, prende nota ma poi «lascia emergere la meraviglia», trasfigura i fatti fra vero e verosimile, del resto – assicura alla Gazzetta – «streghe, santoni e maghi esistono, sono intorno a noi ogni giorno». Venerdì 16 giugno, Pietrangelo Buttafuoco presenta a Messina il suo nuovo romanzo presso la libreria La Gilda dei Narratori (Via G. Garibaldi, 56) alle 18.30 Leggi il resto di questa voce

«La matematica è la scienza del tempo, fa i conti con le nostre attese». Intervista a Chiara Valerio

Chiara Valerio (®Lavinia Azzone)

Chiara Valerio (®Lavinia Azzone)

Perché la matematica ci affascina o ci repelle? Perché uomini di grande valore hanno dedicato la propria vita alla scienza dei numeri, talvolta facendo grandi scoperte, altre volte scomparendo nell’oblio? La scrittrice Chiara Valerio, originaria di Scauri, ha conseguito un dottorato in matematica all’Università Federico II di Napoli finché nel 2007 ha deciso di cambiare vita, consacrandosi al mondo dei libri. Oggi collabora con diversi quotidiani, con il programma televisivo “Pane quotidiano” e con Radio3, cura la collana narravita.it per Nottetempo e ha pubblicato due romanzi per Einaudi: “Almanacco del giorno prima” (2014) e “Storia umana della matematica, da poco in libreria. Narratrice eclettica, in quest’ultimo romanzo spalanca gli archivi della memoria, intessendo una trama fatta di biografie di illustri matematici, mescolata a istantanee di quadri noti e a numerosissime citazioni letterarie. La Valerio sceglie la strada della memoria, raccontando l’infanzia, le rimembranze delle spiegazioni paterne del teorema di Pitagora, la serietà della madre e poi ancora gli anni dell’università sino al dottorato in Matematica, fra gli amori e la vita che passa, fra ironia e malinconia. Ma non solo. Pochi giorni fa proprio Chiara Valerio ha accettato di curare il programma generale per il festival “Tempo di Libri” fortemente voluto dall’AIE e contrapposto al Salone di Torino. E pochi giorni dopo lo scrittore barese e premio Strega Nicola Lagioia – anche lui proveniente dal mondo dell’editoria indipendente –  è stato nominato direttore del Salone torinese.  Leggi il resto di questa voce

«Nella letteratura ciò che conta non è il cosa, ma il come». Francesco Piccolo si racconta

Francesco Piccolo

Francesco Piccolo

Chiameteli come vi pare, autofiction o avanguardia, i libri di Francesco Piccolo funzionano. Il segreto del successo non esiste ma in questo caso potrebbe essere la sua voce narrante, costruita con semplicità – almeno ad una prima lettura – capace di fare ridere o immalinconire; ma Piccolo riesce in pagina anche ad aprire squarci, stimolando dibattiti socio-politici intergenerazionali, come nel caso di “Il desiderio di essere come tutti” (Einaudi, 2014) che gli è valso il premio Strega lo scorso anno. Casertano, classe ’64 ma ormai romano d’adozione, Piccolo si muove con successo nel mondo della scrittura spaziando «su due mari ugualmente amati» ovvero la narrativa e la sceneggiatura. Ha co-firmato numerose sceneggiature di successo del cinema italiano – fra cui le pluripremiate “La prima cosa bella”, “Habemus Papam” e “Il capitale umano” – è attualmente in sala con “Mia madre” – di cui firma la sceneggiatura con Nanni Moretti e Valia Santella – ma è già al lavoro per portare la tetralogia di Elena Ferrante in tv. Con il suo ultimo libro di racconti, “Momenti di trascurabile infelicità” (Einaudi, pp.143 €13) ha bissato il successo del precedente (Momenti di trascurabile felicità, Einaudi, 2012), tanto che da settimane è in vetta alle classifiche di vendita. Leggi il resto di questa voce

«Per ritrovare noi stessi dobbiamo avere il coraggio di perderci». Fabio Geda e il concetto della “serendipity”

foto-Fabio-Geda

Fabio Geda

Fabio Geda è uno di quei narratori capaci di trasmettere il puro fascino delle storie, la potenza grezza della narrazione. Nella sua voce, con una chiara inflessione piemontese, c’è traccia di quella medesima urgenza che riuniva le persone intorno al fuoco nella notte dei tempi e che oggi sopravvive, soltanto, nelle fiabe della buonanotte che i più piccoli esigono. Dopo il buon esordio con “Per il resto del tempo ho sparato agli indiani” e “L’esatta sequenza dei gesti”(pubblicati nel 2007 e nel 2008 con Instar) questo scrittore nato a Torino nel 1972, ha riscosso il successo internazionale con “Nel mare ci sono i coccodrilli” (Baldini&Castoldi, 2010) tradotto in 32 paesi, storia vera di Enaiatollah Akbari, fuggito da bambino dall’Afghanistan e approdato, dopo un lungo e travagliato viaggio, a Torino. Finché nel 2014 Geda pubblica il libro della svolta in cui i ragazzi cedono il posto di protagonisti assoluti in pagina. “Se la vita che salvi è la tua” (Einaudi, pp.240 €17.50) è un romanzo generazionale in cui si racconta di Andrea, insegnante sulla soglia di quarant’anni che, in crisi con la moglie Agnese, fugge a New York ed entra in contatto con la parte oscura della società dell’opulenza statunitense, divenendo lui stesso un clandestino sulla frontiera messicana – nel solco di grandi narratori americani – in cerca del senso ultimo della propria esistenza. Una ricerca che somiglia tanto ad una moderna Odissea, ispirata della serendipity, concetto british assai caro all’autore. Tutt’oggi Geda è impegnato in numerose iniziative attive a favore della lettura e non lesina critiche dirette al mercato dell’editoria, alla perenne ricerca dell’ultima tendenza ma spesso incapace di trasmettere l’amore puro per la narrazione in senso lato. Leggi il resto di questa voce

#HoLettoCose – Le Fedeltà (Diane Brasseur, Sonzogno, 2015)

#HoLettoCose – Le Fedeltà (Diane Brasseur, Sonzogno, 2015)

“Oddio come ti è saltato in mente di fare un’altra rubrica di recensioni di libri? Voglio dire, chi sentiva davvero questo bisogno? E soprattutto, un giorno riuscirai a campare scrivendo di libri?”

Ecco, se la mia compagna volesse fare a brandelli il mio amor proprio potrebbe facilmente partire con queste tre semplici domande di fila. Ma per fortuna ancora non sa che sto per dare vita ad una nuova – l’ennesima online, lo so – rubrica per recensire ciò che leggiamo, cercando di farlo in modo sempre schietto, magari persino ironico e indulgente. Comunque a dirla tutta quelle tre fatidiche domande me lo pongo già da solo. Ero già abbastanza indaffarato con il progetto lettura noprofit @Stoleggendo che il 24 febbraio compirà un anno ma non contento, eccomi qui.

p.s. Se vi fa pensare a pensare alla rubrica che Nick Hornby tiene sul Believer, avete fatto centro. E visto che ci sono, eccovi anche il link.

p.p.s. Non ero sicuro di come volessi intitolarla, e dovendo scegliere in fretta – ovvero prima che la mia compagna scoprisse che sto per dare vita ad una nuova rubrica per recensire online i libri, cioè gratis – ho scelto: “Ho letto cose”. E il nome è il frutto di un sondaggio su Fb, per cui non prendetevela con me.

Quando ho comprato il Kindle – del Kobo magari ne parleremo un’altra volta – avevo combattuto una battaglia virtuale per non incentivare la lettura sugli ereader. Non che nessuno me l’avesse chiesto. Ma ci tenevo a ribadire il peso e l’odore della carta, la bellezza dello sfogliare i libri già letti… Tutto giusto però poi i solerti uffici stampa ti inviano i pdf da leggere e in qualche modo devi fare. Insomma, adesso il Kindle Paperwhite è come il mio fedele scudiero e proprio su questo device ho letto questo bel libro con cui parte questa rubrica che sarà scanzonata, non richiesta ed emotiva. Leggi il resto di questa voce

Erri De Luca: “Gli intellettuali devono stare con i sensi aperti per difendere la libertà di parola altrui”.

«Mi dichiaro mediterraneo», con queste parole si presenta Erri De Luca ai lettori. Lo scrittore partenopeo è da poco tornato in libreria con “Storia di Irene” (Feltrinelli, pp. 109 €9) dove raccoglie tre storie inedite suggeritegli dal vento che hanno nel il mare, il suo elemento più amato, il vero protagonista. Inoltre, nella veste di traduttore, Erri De Luca è in libreria anche con “La Famiglia Mushkat” (Feltrinelli, pp.104 €9) in cui traduce l’ultimo ed inedito capitolo del capolavoro del premio Nobel, Isaac B. Singer: un testo molto forte, che getta una nuova luce sull’opera di uno dei più importanti scrittori yiddish.

L’occasione dell’intervista è propizia per parlare anche della sua passione per le scalate e per la lingua yiddish, «imparata per spirito di contraddizione» ma non solo. Recentemente De Luca è stato pesantemente osteggiato per il suo impegno accanto al movimento No Tav, che qui ribadisce ancora e motiva con forza, cogliendo l’occasione per sottolineare il necessario ruolo dell’intellettuale ai giorni nostri, non struzzo indifferente ma vedetta contro i soprusi. E affinché la sua voce possa essere più forte, da qualche tempo, lo scrittore partenopeo  utilizza puntualmente i mezzi dei social network per interagire con la quotidianità ed evidenziarne le brutture, le idiosincrasie del potere pubblico, sensibile soprattutto al tema della cultura e al destino cui vanno incontro i migranti…

In questo nuovo libro il mare è il protagonista delle tre storie narrate. Lei ha detto d’essere grato al mare e al Mediterraneo in particolare. Perché?

«Perché da bambino d’estate sull’isola d’Ischia ho imparato la sua serietà sulla barca di un pescatore, un misto di severità e di generosità. Ho imparato la libertà che è andare scalzi, ispessire la pelle sotto i piedi e cambiare quella di città come un serpente che esegue la muta. E poi perché dal Mediterraneo è arrivata tutta la civiltà alla quale appartengo. Mi dichiaro mediterraneo anziché europeo perché l’Europa deve al mare tutto, pure il nome». Leggi il resto di questa voce

Andrea Bajani: «Il lutto è il tentativo di abitare il vuoto di qualcuno che si è perso».

Tre diversi omaggi celebrano l’anniversario della scomparsa di Antonio Tabucchi, lo scrittore d’origini toscane che morì il 25 marzo dell’anno passato nella sua amata Lisbona. Feltrinelli – che pubblicò quasi tutte le sue opere – lo celebra con “Di tutto resta un poco. Letteratura e cinema” (pp. 304, euro 20), una bella raccolta di scritti tematici cui lavorò sino agli ultimi giorni; Sellerio, pubblica “Racconti e romanzi” (pp.288, euro 16) una preziosa raccolta di scritti – “Donna di Porto Pim-Notturno indiano-I volatili del Beato Angelico-Sogni di sogni” – ed infine Emons:Audiolibri ha dato la voce dell’attore e regista Sergio Rubini al suo capolavoro, “Sostiene Pereira” (4h23’, euro 16,90). Ma l’omaggio più bello, in questa triste ricorrenza, prende vita da un aneddoto, difatti, a poche ore dalla sua scomparsa, Antonio Tabucchi non poté ne volle sottrarsi all’atto della scrittura. Quel racconto tutt’ora inedito, fu la scintilla che condusse il suo giovane e caro amico, l’affermato scrittore romano Andrea Bajani, a voler consegnare i suoi ricordi alle pagine di “Mi Riconosci” (Feltrinelli, pp.144, euro 12), un testo  dolce e profondo, capace di non scivolare mai nel declivio della morbosità. Qui l’amico scomparso, diviene personaggio letterario, realizzando la finzione letteraria per eccellenza. Bajani, raggiunto telefonicamente in un hotel parigino, risponde alle domande della Gazzetta del Sud, discutendo di Rilke, dell’amicizia e del potere della scrittura.

Perché questo libro? Il tono usato, oscilla fra riso e lacrime, dando l’idea di una dolorosa necessità.

«Nasce da un evento straordinario ovvero dal fatto che due giorni prima di morire, Antonio Tabucchi scrisse un racconto, dettandolo al figlio in un camera d’ospedale di Lisbona. Non fu una morte improvvisa. Progressivamente si stava spegnendo, eppure questo accadimento privato nascondeva una cosa più grande, la vera origine delle storie. Queste nascono soprattutto per affrontare l’ignoto e mi ha colpito che lui abbia sentito il bisogno di scrivere anche mentre si avvicinava la morte, riuscendo a far ricorso all’ironia, proseguendo questa sorta di danza scaramantica contro ciò che non conosciamo. Quando ho letto quel racconto ho subito pensato che dovevo narrarla, dovevo narrare la scomparsa di uno scrittore e la storia di un’amicizia».

Uno dei due amici che, scomparendo, diventa un personaggio d’un libro. Un’idea molto tabucchiana…

«Esatto. La letteratura ha fatto sempre i conti con i fantasmi e del resto lo scrittore ha a che fare, per giornate intere, con persone che esistono solo nella sua testa. Antonio Tabucchi ha sempre avuto un buon rapporto con i fantasmi perché intese la sua letteratura all’insegna del gioco del rovescio; come personaggio di finzione, fra le pagine d’un libro, ha potuto portarlo all’estremo, rovesciando la morte e la vita, immerso in una storia.

Vi siete conosciuti a Parigi, a casa di un amico comune, tanti anni fa. Tabucchi le aveva scritto una lettera pronta per essere spedita…

«Nel libro tutto è reale e tutto è finto ma la lettera c’era davvero e lui l’aveva già affrancata. Me la consegnò ma per anni non la trovai più. Ma appena terminai di scrivere questo libro, venni preso dal desiderio di sistemare i libri in casa mia e di colpo, riapparve, nascosta fra le pagine di un volume. Era la lettera di un grande scrittore che mi trasferiva l’emozione resagli dall’aver letto il mio libro, “Se consideri le colpe”. Quando uscì questo libro più persone mi chiesero di poter pubblicare questa lettera, però adesso sembra sia scomparsa daccapo. Ecco, queste sono le “tabuccate”».

Apre il libro con una significativa citazione di Rilke. Come mai?

«Non conosco scrittore che sia sceso con tanta grazia dall’altra parte, nel confronto con chi non c’è più, come Rilke ne “I sonetti a Orfeo” e soprattutto ne “Le elegie duinesi”.

Mi riconosci, il titolo scelto, significa stare ad ascoltare il fantasma, provare ad ascoltare chi non c’era più. Questo libro racconta come nascono e si raccontano le storie ma soprattutto come si possa essere amici, indipendentemente dalle età e da cosa ci riserva la vita».

Alla fine scrive, “il lutto è il tentativo di abitare il vuoto di qualcuno che si è perso”.

«Le persone abitano degli spazi dentro noi ma poi sono costretti ad andare via. O meglio, scompare la materialità, la concretezza della carne ma non tutto il resto. Il lutto è riuscire a far sì che ciò che resta di quella persona scomparsa, trovi il suo posto dentro noi».

Nel corso delle telefonate notturne emerge un rapporto tormentato con l’Italia.

«Con il nostro paese aveva un rapporto davvero difficile, d’amore e odio. Prima di tutto l’Italia era la lingua, che ha amato intensamente, ma questo paese lo faceva soffrire e citava Pasolini per sottolineare quanto fosse malandata. Il berlusconismo, per lui è stato davvero pesante, ha ricevuto diverse querele e ha cercato di difendersi come poteva, con le parole. L’Italia, per lui, era una ferita aperta».

Infine, a proposito di scrittura, cosa le ha insegnato Tabucchi?
«La lezione più importante è stata la sua volontà di stare con i piedi molto per terra e la testa molto nel cielo, la capacità raccontare le pieghe oniriche del mondo senza rinunciare a stare concretamente nella realtà socio-politico in cui viveva».

 

Francesco Musolino

Fonte: La Gazzetta del Sud, 25 marzo 2013

vedi anche http://www.marcovigevani.com/tag/antonio-tabucchi/

Un salto nel vuoto di Alessandro Cattelan. Un libro-confessione da non perdere

Catherine Grenier, condirettore del , ci guida alla scoperta dell’artista contemporaneo più famoso e discusso di questi anni, con una conversazione che spazia dall’infanzia agli esordi, sino alla mostra celebrativa del Guggenheim museum. Spesso contestato a priori e giudicato un’artista capace soltanto di provocare, Cattelan stupisce per la naturalezza con la quale apre se stesso al lettore, condividendo la sua infanzia tutt’altro che agiata, i suoi primi e disparati lavori – dalla raccolta rifiuti all’obitorio – sin quando a 25 anni decise di non lavorare più, compiendo quel salto nel vuoto che esprime tutta la sua essenza: “Volevo solo prendere in mano il mio destino, nel bene e nel male”. Guidati dalle sue parole, scopriamo i concetti celati nelle sue opere più celebri, come Him e La Ballata di Trotsky e la sua concezione d’arte intesa come un mezzo per salvarsi, per cui l’opera d’arte “deve farti riflettere sul mondo in cui vivi, non decorarlo”. Forse Cattelan si ritirerà davvero ma difficilmente lo farà senza stupirci ancora. Francesco Musolino

Maurizio Cattelan con Catherine Grenier, UN SALTO NEL VUOTO. LA MIA VITA FUORI DALLE CORNICI – Rizzoli, pp. 154, € 18,00

 

Fonte: Satisfiction – dicembre 2011

Le “Stelle Bastarde” (e pungenti) di Claudio Sabelli Fioretti

Perché gli oroscopi sono sempre meravigliosi se la vita, quella vera, fa schifo? Se lo chiede, con la sua consueta e pungente ironia, il giornalista Claudio Sabelli Fioretti, autore di Stelle Bastarde (Chiarelettere). Un libro che ha riscosso un giusto successo nel pubblico perché in esso, finalmente, si rifuggono le idiomatiche frasi ruffiane e accomodanti che contraddistinguono gli astri e del resto, vista la crisi mondiale e l’aria di recessione che tira, oggigiorno anche gli oroscopi devono sapere essere più crudi e realistici, magari un pizzico cattivi. Sabelli Fioretti affronta lo zodiaco segno per segno, dedicandosi all’uomo e alla donna (Il Leone e la Leona, ad esempio) con una penna sempre sferzante che si scatena davvero nel ritratto dei vip.

Ma piuttosto che scegliere George Clooney, Sabelli Fioretti gli preferisce Sandro Bondi, Renato Brunetta piuttosto che Paul McCartney, Angelino Alfano invece di Bill Gates e Clemente Mastella invece di Nicolas Sarkozy. Con esiti davvero esilaranti e scoperte che lasciano il segno: «Silvio Berlusconi è un’evidente falla nel sistema astrologico.
È nato lo stesso giorno di Bersani, dovrebbe avere lo stesso carattere. Per questo ha chiesto a Niccolò Ghedini di metter mano
a una riforma dello zodiaco».  Ma si farebbe un torto a Sabelli Fioretti se non si prendesse davvero sul serio il suo anti-oroscopo, del resto, aboliti i buonismi, il suo ritratto al vetriolo è spesso assai calzante. Letto poche pagine per volta o tutto d’un fiato, Stelle Bastarde riserva risate e riflessioni, con definizioni lapidarie da sottolineare con il lapis e riproporre a tavola al posto delle consuete frasi trite e ritrite: l’Ariete è un capoccione, il Toro è ossessivo, il Gemelli è un cacadubbi, il Cancro è pazzo, il Leone è prepotente, il Vergine è un pignolino, il Bilancia è un codardo, lo Scorpione è un musone, il Sagittario è un mitomane, il Capricorno è un insensibile, l’Acquario è un visionario e il Pesci è un bislacco.

Ovviamente Stelle Bastarde non è affatto un libro adatto ai permalosi e a riprova di ciò basta tener conto del trattamento riservato ai Gemelli e al suo testimonial: «Renato Brunetta una volta era socialista. E come quasi tutti i socialisti, oggi sta con Berlusconi. È tipico dei Gemelli che, curiosi come sono, adorano sperimentare tutto».

Stelle Bastarde, Chiarelettere, Pp. 210; Euro 12

 

Fonte: Settimanale Il Futurista – 12 gennaio 2011 

Baricco ritorna e conquista con il suo “Mr Gwyn”

La lista degli scrittori che hanno discettato sulla propria arte è davvero lunga e composita – spaziando da Oz a King, da Carver a Vargas Llosa – e per tale motivo non è ingiusto avvicinarsi a Mr Gwyn (Feltrinelli; pp. 160; €14), il nuovo romanzo di Alessandro Baricco, con qualche pregiudizio.

Invece Mr Gryn potrebbe, a ragion veduta, essere il miglior romanzo dello scrittore torinese nonché fondatore della Scuola Holden, poiché finalmente la sua prosa barocca si è asciugata e contratta e lì dove si potevano trovare orpelli e descrizioni curate all’infinitesimo dettaglio, qui troviamo un armonioso fluire narrativo che, talvolta, cede persino alla grevità dei bisogni corporali ordinari. Una vera rivoluzione nella scrittura, dunque, un traguardo raggiunto e superato con decisione che probabilmente gli permetterà di conquistare anche una fascia di lettori alienati da una ricerca, talvolta sopra le righe, dell’aulicità. Jasper Gwyn, il protagonista, è uno scrittore che gode di una buona fama che, d’un tratto, si rende conto di non avere più alcuna intenzione di continuare a scrivere e pubblicare libri e per renderlo definitivo, firma una lettera al Guardian dove chiarisce le 52 cose che non farà più, comprese le foto con aria pensosa tanto care alle quarte di copertina. Ciò che lo assorbiva lo stava anche uccidendo ma sacrificando il suo principale talento, la sua vita stessa traballa e dopo un lungo periodo di solitario relax, Jasper Gwyn non sa come riempire le proprie giornate donando loro un senso.

Ma una serie di coincidenze gli permetterà di inforcare una nuova via mediante la quale la scrittura, adesso piegata al suo bisogno, dovrà riemergere con maggiore purezza: Jasper Gwyn farà il copista. Di persone.Trovare un luogo adatto – l’elenco dettagliato dei criteri per il nuovo studio e la ricerca della luce perfetta sono pagine da leggere e rileggere, dimostrando come si possa far tesoro di un dono senza sacrificargli un libro intero – nel quale condurre le persone desiderose di “essere riportate a casa”, spogliandole di tutto, sino a poterne cogliere l’essenza grazie ad una giusta distanza, fra osservatore e attore, fra assenza e presenza, sotto una “luce infantile”.

Un libro ambizioso che centra il bersaglio soprattutto perché affronta temi sempreverdi – ad esempio il senso della vita e la necessità di scegliere fra l’essere condotti dal destino o esploratori – con un tono sempre azzeccato, mai palesemente desideroso di stupire il Lettore. Si può, in definitiva, vivere senza scrivere, rifiutando il proprio dono e cercando di reinventare se stessi? Baricco ci consegna la versione di Jasper Gwyn dimostrando, come recitano tutti i film sui supereroi, che dai grandi poteri derivano grandi responsabilità. Ma non sempre si ha la voglia di affrontare di petto la vita.