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Un salto nel vuoto di Alessandro Cattelan. Un libro-confessione da non perdere

Catherine Grenier, condirettore del , ci guida alla scoperta dell’artista contemporaneo più famoso e discusso di questi anni, con una conversazione che spazia dall’infanzia agli esordi, sino alla mostra celebrativa del Guggenheim museum. Spesso contestato a priori e giudicato un’artista capace soltanto di provocare, Cattelan stupisce per la naturalezza con la quale apre se stesso al lettore, condividendo la sua infanzia tutt’altro che agiata, i suoi primi e disparati lavori – dalla raccolta rifiuti all’obitorio – sin quando a 25 anni decise di non lavorare più, compiendo quel salto nel vuoto che esprime tutta la sua essenza: “Volevo solo prendere in mano il mio destino, nel bene e nel male”. Guidati dalle sue parole, scopriamo i concetti celati nelle sue opere più celebri, come Him e La Ballata di Trotsky e la sua concezione d’arte intesa come un mezzo per salvarsi, per cui l’opera d’arte “deve farti riflettere sul mondo in cui vivi, non decorarlo”. Forse Cattelan si ritirerà davvero ma difficilmente lo farà senza stupirci ancora. Francesco Musolino

Maurizio Cattelan con Catherine Grenier, UN SALTO NEL VUOTO. LA MIA VITA FUORI DALLE CORNICI – Rizzoli, pp. 154, € 18,00

 

Fonte: Satisfiction – dicembre 2011

Le “Stelle Bastarde” (e pungenti) di Claudio Sabelli Fioretti

Perché gli oroscopi sono sempre meravigliosi se la vita, quella vera, fa schifo? Se lo chiede, con la sua consueta e pungente ironia, il giornalista Claudio Sabelli Fioretti, autore di Stelle Bastarde (Chiarelettere). Un libro che ha riscosso un giusto successo nel pubblico perché in esso, finalmente, si rifuggono le idiomatiche frasi ruffiane e accomodanti che contraddistinguono gli astri e del resto, vista la crisi mondiale e l’aria di recessione che tira, oggigiorno anche gli oroscopi devono sapere essere più crudi e realistici, magari un pizzico cattivi. Sabelli Fioretti affronta lo zodiaco segno per segno, dedicandosi all’uomo e alla donna (Il Leone e la Leona, ad esempio) con una penna sempre sferzante che si scatena davvero nel ritratto dei vip.

Ma piuttosto che scegliere George Clooney, Sabelli Fioretti gli preferisce Sandro Bondi, Renato Brunetta piuttosto che Paul McCartney, Angelino Alfano invece di Bill Gates e Clemente Mastella invece di Nicolas Sarkozy. Con esiti davvero esilaranti e scoperte che lasciano il segno: «Silvio Berlusconi è un’evidente falla nel sistema astrologico.
È nato lo stesso giorno di Bersani, dovrebbe avere lo stesso carattere. Per questo ha chiesto a Niccolò Ghedini di metter mano
a una riforma dello zodiaco».  Ma si farebbe un torto a Sabelli Fioretti se non si prendesse davvero sul serio il suo anti-oroscopo, del resto, aboliti i buonismi, il suo ritratto al vetriolo è spesso assai calzante. Letto poche pagine per volta o tutto d’un fiato, Stelle Bastarde riserva risate e riflessioni, con definizioni lapidarie da sottolineare con il lapis e riproporre a tavola al posto delle consuete frasi trite e ritrite: l’Ariete è un capoccione, il Toro è ossessivo, il Gemelli è un cacadubbi, il Cancro è pazzo, il Leone è prepotente, il Vergine è un pignolino, il Bilancia è un codardo, lo Scorpione è un musone, il Sagittario è un mitomane, il Capricorno è un insensibile, l’Acquario è un visionario e il Pesci è un bislacco.

Ovviamente Stelle Bastarde non è affatto un libro adatto ai permalosi e a riprova di ciò basta tener conto del trattamento riservato ai Gemelli e al suo testimonial: «Renato Brunetta una volta era socialista. E come quasi tutti i socialisti, oggi sta con Berlusconi. È tipico dei Gemelli che, curiosi come sono, adorano sperimentare tutto».

Stelle Bastarde, Chiarelettere, Pp. 210; Euro 12

 

Fonte: Settimanale Il Futurista – 12 gennaio 2011 

Baricco ritorna e conquista con il suo “Mr Gwyn”

La lista degli scrittori che hanno discettato sulla propria arte è davvero lunga e composita – spaziando da Oz a King, da Carver a Vargas Llosa – e per tale motivo non è ingiusto avvicinarsi a Mr Gwyn (Feltrinelli; pp. 160; €14), il nuovo romanzo di Alessandro Baricco, con qualche pregiudizio.

Invece Mr Gryn potrebbe, a ragion veduta, essere il miglior romanzo dello scrittore torinese nonché fondatore della Scuola Holden, poiché finalmente la sua prosa barocca si è asciugata e contratta e lì dove si potevano trovare orpelli e descrizioni curate all’infinitesimo dettaglio, qui troviamo un armonioso fluire narrativo che, talvolta, cede persino alla grevità dei bisogni corporali ordinari. Una vera rivoluzione nella scrittura, dunque, un traguardo raggiunto e superato con decisione che probabilmente gli permetterà di conquistare anche una fascia di lettori alienati da una ricerca, talvolta sopra le righe, dell’aulicità. Jasper Gwyn, il protagonista, è uno scrittore che gode di una buona fama che, d’un tratto, si rende conto di non avere più alcuna intenzione di continuare a scrivere e pubblicare libri e per renderlo definitivo, firma una lettera al Guardian dove chiarisce le 52 cose che non farà più, comprese le foto con aria pensosa tanto care alle quarte di copertina. Ciò che lo assorbiva lo stava anche uccidendo ma sacrificando il suo principale talento, la sua vita stessa traballa e dopo un lungo periodo di solitario relax, Jasper Gwyn non sa come riempire le proprie giornate donando loro un senso.

Ma una serie di coincidenze gli permetterà di inforcare una nuova via mediante la quale la scrittura, adesso piegata al suo bisogno, dovrà riemergere con maggiore purezza: Jasper Gwyn farà il copista. Di persone.Trovare un luogo adatto – l’elenco dettagliato dei criteri per il nuovo studio e la ricerca della luce perfetta sono pagine da leggere e rileggere, dimostrando come si possa far tesoro di un dono senza sacrificargli un libro intero – nel quale condurre le persone desiderose di “essere riportate a casa”, spogliandole di tutto, sino a poterne cogliere l’essenza grazie ad una giusta distanza, fra osservatore e attore, fra assenza e presenza, sotto una “luce infantile”.

Un libro ambizioso che centra il bersaglio soprattutto perché affronta temi sempreverdi – ad esempio il senso della vita e la necessità di scegliere fra l’essere condotti dal destino o esploratori – con un tono sempre azzeccato, mai palesemente desideroso di stupire il Lettore. Si può, in definitiva, vivere senza scrivere, rifiutando il proprio dono e cercando di reinventare se stessi? Baricco ci consegna la versione di Jasper Gwyn dimostrando, come recitano tutti i film sui supereroi, che dai grandi poteri derivano grandi responsabilità. Ma non sempre si ha la voglia di affrontare di petto la vita. 

Chi potrebbe uccidere un poeta? Intervista a Björn Larsson

Un giallo scandinavo, provocatorio e ironico, che prende in giro il folle mercato editoriale – ormai perennemente a caccia del nuovo Stieg Larsson – e cerca di rinnovare un genere autoreferenziale. È questa l’estrema sintesi de “I poeti morti non scrivono gialli” (Iperborea; pp. 360; €17), il nuovo libro dell’apprezzato scrittore svedese Björn Larsson. L’autore ha deciso di mettere alla prova il proprio talento scegliendo di scrivere un giallo decisamente atipico e fuori dai consueti schemi narrativi, cedendo alla tentazione del gioco letterario con il lettore, senza lesinare una critica esplicita nei confronti dei giganti dell’editoria, colpevoli d’aver standardizzato il panorama letterario. Proprio partendo dai cliché editoriali, Larsson costruisce una vicenda brillante che ruota attorno alla figura del talentuoso poeta Jan Y. Nilsson, destinato a pagare lo scotto della sua ispirazione con una vita di stenti, vivendo su una barca decrepita, perennemente attraccata al porto di Helsinborg. Eppure, diversamente da molti poeti, Jan Y. ha avuto la fortuna di avere incontrato Karl Petersén, un editore che crede fermamente in lui ma sarà proprio il senso di riconoscenza ad indurre il poeta ad accettare di scrivere un giallo, cedendo ad una vera e propria offerta indecente. Petersén è assolutamente certo che il libro sarà un best-seller e soprattutto “riuscirà a riabilitare letterariamente il genere letterario”. Forse per contraltare alle lusinghe economiche, Jan Y. ha dato voce alla sua rabbia sociale ponendo al centro del proprio libro una sorta di vendicatore che punisce con crudeltà chi si è arricchito senza scrupoli. Tuttavia, lo stesso poeta non può non domandarsi se lui non verrà accusato di aver tradito i suoi ideali ed è certo che la sua musa ispiratrice, Tina Sandell, non gli perdonerà di essersi svenduto. In fin dei conti Jan Y Nilsson vorrebbe solo poter solcare di nuovo i mari e ogni tanto poter offrire una buona bottiglia di vino agli amici, magari accompagnata da un piatto di ragù. Ma un giallo senza vittima non ha ragion d’essere e quando il poeta scriverà finalmente il suo finale, verrà aggredito e assassinato, inscenando un suicidio per impiccagione. Logico credere che sia stato Petersén – colui che troverà il corpo – a farlo fuori ma il commissario Barck non vuole precludersi nessuna ipotesi, del resto lui è il “poliziotto-poeta” e in questo caso, ricco di sospettati e di moventi, serve davvero qualcuno che possa pensare fuori dagli schemi, del resto “chi potrebbe voler uccidere un poeta?”

Non posso non chiederle se anche lei, come Jan Y Nilsson, non abbia avuto delle remore prima di dedicarsi al giallo…

Nessuna remora però ero ansioso davanti alla sfida di cercare di rinnovare un genere, di fare riflettere i lettori che non leggono quasi niente d’altro che gialli stereotipici. Per me, la letteratura non ha niente da fare con la moda, con le etichette, con il genere, con le collane. Deve essere una boccata di area fresca, capace di far capire al lettore che domani, forse, la vita può cambiare e nulla è scontato.

I giallisti scandinavi avranno sufficiente autoironia per non arrabbiarsi del suo ritratto?
Prima, gli editori stranieri non volevano pubblicare libri svedesi perché erano troppo cupi e pieni di angoscia esistenziale. Nel giallo svedese non si sorride affatto, forse un’eredità della nostra etica protestante, dove non esiste il perdono. Ma prendete Camilleri: lì c’è una pura ironia che sembra dire ai lettori che l’universo di Montalbano non deve essere inteso come un ritratto fedele della realtà.
Nella continua caccia al nuovo Stieg Larsson, gli editori sono vittime o carnefici?

Ci sono senza dubbio editori che non amano i buoni libri, però se un editore potesse scegliere, sono sicuro che preferirebbe vendere milioni di copie con ”Cento anni di solitudine” piuttosto che con un giallista­ tipico o un Dan Brown.
Lei affronta il tema della morte, la sua onnipresenza in tutto ciò che è vivo. Che rapporto ha con la morte, la teme o la sua vita da lupo di mare le ha pacificato l’animo?
Non mi piace il fatto che nel giallo tradizionale la morte sia un semplice pretesto per raccontare una storia, piuttosto che un elemento tragico e essenziale della nostra esistenza. La morte non è sempre scandalosa, ma deve essere trattata con rispetto e compassione. Ho vissuto una bella vita, ho amato – amo ancora – ho veri amici, ho una bella figlia, ho scritto qualche libro di cui sono finalmente abbastanza orgoglioso, ho perfino avuto successo professionale come universitario. Amo la vita, intensamente, pero non sarebbe una catastrofe né per me né per il mondo se sparissi domani… o dopodomani.

La cito e le domando: “Ma chi potrebbe uccidere un poeta”?

Non posso evidentemente svelare l’assassino ma il poeta è stato ucciso perché si è lasciato convincere del suo editore a scrivere un… giallo. Purtroppo sono davvero numerosi i romanzieri che sono stati uccisi solo per avere immaginato che la realtà – e con essa i pensieri, i valori, la società, il linguaggio, la fede – potesse essere diversa da ciò che è.

Fonte: Leggere:Tutti – ottobre 2011

 

Karl Ove Knausgård: «Vi racconto la mia lotta»

Karl Ove Knausgård

Karl Ove Knausgård

Per il cuore la vita è semplice: batte finche può, poi si ferma≫. E questo l’incipit semplice ma incisivo del primo volume de La mia lotta (I) (Ponte alle Grazie; pp.489; €18,60) nel quale lo scrittore norvegese Karl Ove Knausgård ha voluto raccontare la propria vita, senza risparmiare i dissapori, le delusioni, i fallimenti ma nemmeno le gioie e la banalità quotidiana che ne sono parte. Knausgård rappresenta il fenomeno letterario più rilevante del Nord Europa e l’editore ha già pubblicato quattro dei sei volumi che compongono il progetto. Ma perché tanto successo? Il merito più grande e di aver saputo coniugare ad uno spunto semplice, persino banale, una prosa sempre fluida che trascina, riuscendo a ridare vita ai propri ricordi, rivivendoli come fosse la prima volta. Va da sé che il paragone con la Recherche proustiana sarebbe d’obbligo tanto più che lo stesso autore dichiara d’averla divorata in giovane età, ma gli stili di scrittura e le immagini evocate sono talmente dissimili che si finirebbe fuori strada e si farebbe torto ad entrambi gli autori. Il primo volume, da poco edito in Italia, si incentra sul rapporto ai limiti della schizofrenia che il mondo occidentale riserva alla morte: le salme vengono subito coperte, nascoste alla vista degli occhi, scomparendo nei sotterranei degli obitori prima di finire sottoterra. Inoltre Knausgård nel primo volume rivive il controverso rapporto con il padre, dall’infanzia sino alla sua morte, cercando di elaborare il suo lutto nell’arco delle pagine. E proprio il padre, dichiara l’autore, e l’unica persona di cui ha scritto davvero male. A parte se stesso ovviamente.

la-mia-lotta_copertina_h_partbPerché ha deciso di narrare la sua vita? È uno spunto semplice eppure senza dubbio molto impegnativo con cui confrontarsi.

In realtà non avevo alcun tipo di idea iniziale. La mia lotta e una storia che si e sviluppata in modo quasi autonomo all’inizio ma la chiave di volta e stata l’aver sviluppato un linguaggio particolare e alla fine mi sono trovato in mano oltre tremila pagine. Al contrario di quanto si potrebbe pensare, a me non piace scrivere di me stesso. Fra l’altro ci sono alcuni periodi della mia vita che ricordo con grande disprezzo. E’ stata una vera e propria sfida restare cosi a lungo da solo con me stesso, non è stato affatto facile, ma ci sono riuscito perché ritengo di non aver raccontato la mia storia, quanto quella di un essere umano che ha vissuto in quegli stessi luoghi e nel mio medesimo arco temporale.

Lei ha scelto di sezionare e analizzare ogni istante della sua vita, partendo dall’infanzia. Come ha raccolto tanto materiale in maniera così accurata?

Quando ho cominciato a dedicarmi a questo progetto ho scelto di non documentarmi in alcun modo, di non fare alcuna intervista ai miei parenti o ai miei amici. Volevo concentrarmi solo su ciò che io stesso ricordavo. Il passo successivo e stato quello di prendere ciascun ricordo, qualcosa di per se statico e rarefatto nel tempo, espandendolo e rendendolo di nuovo vivo. Inoltre, essendo dotato di una forte memoria visiva, mi sono re-immaginato nelle sensazioni che narravo, cercando di riviverle daccapo. Credo che il processo di scrittura sia certamente un processo di memoria.

Aver ricreato ciascuna situazione della sua vita implica anche aver rivissuto il rapporto con suo padre?

Sicuramente si. Ho avuto la possibilità di rivivere quel rapporto dopo tanto tempo ma soprattutto ho potuto farlo tramite il linguaggio narrativo, un linguaggio analitico che parla al cuore e non alla razionalità. Tutto ciò mi ha permesso di comprendere più a fondo me stesso, mio padre e il nostro travagliato rapporto.

Karl Ove Knausgård

Karl Ove Knausgård

Per incipit ha scelto un concetto molto interessante riguardo la necessaria negazione della morte nella nostra società: perché ha fatto questa scelta?

Quando ho scritto questo incipit non ci ho pensato consciamente ma dopo mi sono reso conto che avevo scritto un saggio sulla morte che rappresenta una sorta di metafora per tutto il mio progetto, ovvero la differenza sottile che passa fra come le cose vengono percepite nel privato e in ambito sociale. Ciò significa che numerosi argomenti, fra cui la morte, vengono affrontati in famiglia ma difficilmente se ne parla in pubblico. L’unica morte visibile e quella che i mass media quotidianamente ci portano sin dentro casa, tramite i film o i fatti di cronaca, eppure, a ben vedere, queste non sono morti reali ma in un certo senso commerciali, figlie del mondo fatto di immagini che ci circonda.

Lei scrive così: «L’unica cosa che ho imparato dalla vita è resistere». E successivamente: «Ciò che mi ha spinto ad andare avanti è stata l’ambizione di scrivere qualcosa di unico». Dunque dalla sua personale lotta lei è uscito vincitore?

Direi proprio di no perché quest’opera non rappresenta il mio libro per eccellenza, il mio capolavoro, anzi, penso che il successo che sta riscontrando sia una sorta di incidente di percorso. Nutro ancora l’ambizione di scrivere qualcosa di bello, di importante e probabilmente ce l’avrò per tutta la vita perché non e certamente un obiettivo facile da raggiungere. Forse non ho ancora l’abilità narrativa a cui ambisco. Certo la tranquillità economica derivante da questo successo mi da fiducia.

Sappiamo che nel quinto volume lei ha scritto della sua relazione extraconiugale. I suoi amici come l’hanno presa?

E stato certamente doloroso scrivere del tradimento. Mia moglie ovviamente sapeva che l’avrei fatto ed é stata d’accordo perché ne parlo come un evento che fa parte della mia vita e che e entrato naturalmente nel flusso del racconto, chiarendo ulteriormente il particolare periodo che stavamo vivendo. Se l’avessi omesso non sarebbe stata la stessa cosa. Per quanto riguarda il resto, prima di pubblicare il libro ho inviato a tutti il manoscritto e ciascuno poteva dare o meno il proprio assenso.

Impossibile non domandarle quanta finzione e quanta vita realmente vissuta ci siano percentualmente in questo libro.

Tutti i fatti e gli eventi nudi e crudi sono assolutamente veri, ma quando si scrive un romanzo e necessario rielaborare il tutto. Direi che la fiction interviene sia nella rielaborazione, nella ricostruzione totale dei fatti che nel posizionamento delle scene sulla pagina.

Perché fermarsi a sei volumi? Come si decide di chiudere la propria autobiografia?

So sicuramente che finirà col sesto volume perché ho in mente da tempo l’ultima frase che lo concluderà e non vedo l’ora di scriverla. Sono sei volumi anche per una questione di simmetria perché l’editore ha voluto che uscissero tre in autunno e tre in

primavera. Pensate che inizialmente l’editore aveva proposto dodici libri, uno per ogni mese ma poi si é deciso per sei volumi. Sicuramente non mi dedicherò mai più all’autobiografia.

Perché? Ne è rimasto traumatizzato o ha detto tutto ciò voleva?

Volevo svuotarmi di tutto ciò che avevo dentro e adesso che l’ho fatto posso ripartire da un foglio bianco e affrontare un nuovo progetto.

Francesco Musolino®

Fonte: Stilos, dicembre 2010

 

David Foenkinos: «A volte credo che tutto sia già scritto… tranne il mio prossimo libro!»

David Foenkinos

David Foenkinos

David Foenkinos, parigino, classe ’74, al suo ottavo romanzo, La delicatezza (Edizioni E/O; tr. it. Alberto Bracci Testasecca, pp. 176; €17) sbarca finalmente nelle librerie italiane. L’autore dichiara di non credere affatto nel caso, eppure se avesse trovato un bassista probabilmente avrebbe seguito una carriera musicale. E invece con il primo romanzo, “Inversion de l’idiotie, de l’influence de deux Polonais” (Gallimard), ottiene il Premio François-Mauriac dell’Académie Française. Seguiranno diversi riconoscimenti, un adattamento cinematografico e una pièce teatrale.

Eclettico, d’una scrittura dalla dolcezza eterea ma ricca d’una comicità surreale e mai volgare, Foenkinos narra le vicende di Nathalie, costretta suo malgrado a ritornare alla quotidianità dopo la perdita dell’amato François: e così nella sua vita entrano Charles e lo strambo Markus, diversi ma entrambi decisi a contendersi il suo cuore.

L’autore gioca con il lettore sin dalla prima pagina: dissemina note, digressioni, anticipa gli sviluppi futuri, intromettendosi volutamente nella storia e prendendo continuamente di mira gli svedesi e i loro caratteristici frollini Krisprolls.

Stilos lo ha intervistato IN ESCLUSIVA. Leggi il resto di questa voce

«La mia vita tra i vulcani». A tu per tu con lo scrittore Erri De Luca

MESSINA. ‹‹LʼEtna è un vulcano simpatico, un vero fuoco dʼartificio, niente a che vedere col Vesuvio››. I ricordi di quellʼanno passato a Sigonella a scaricare aerei riportano Erri De Luca sotto il cratere dellʼEtna ma il centro del suo mondo narrativo è da sempre Napoli, da cui si è estratto a diciottʼanni, ‹‹come fosse un dente dalla mandibola››, quella Napoli fatta di vicoli intricati cui sente di appartenere, che porta dentro di se ancora oggi, ricreandola nel suo cuore come sulla pagina e che troviamo anche nel suo ultimo romanzo “Il giorno prima della felicità” (Feltrinelli Editore – pp.144 – € 13). Erri De Luca risponde alle domande con tono posato, ciascuna parola è pesata, evocativa quasi e sentirlo parlare rammenta la dolcezza, la malinconia provata leggendo le sue pagine: ‹‹Scrivo per ritrovare parte del mio passato, ma non provo alcuna nostalgia, non vorrei tornare in nessuna stazione precedente. Napoli è un luogo in cui non posso tornare, quel luogo da cui io provengo non esiste più››. Leggi il resto di questa voce