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“Vi racconto la Penterafobia”. Intervista ad Eva Clesis

La giovane casa editrice Ciesse lancerà il 17 dicembre un’intrigante raccolta di racconti, intitolata «Fobie: autori disadattati. “In cura da” Alessandro Greco» (pp. 256 €15 – prefazione di Andrea Villani) composta da diversi racconti che oscillano dal tono irriverente al caustico, dall’ironico al grottesco. La talentuosa scrittrice barese Eva Clesis, autrice di “Io, Serafina e Tu” nel quale affronta una curiosa fobia realmente esistente, la Penterafobia ovvero la fobia della suocera.

Eva ha risposto ad alcune domande, presentando il suo punto di vista sul progetto “Fobie” e raccontando com’è nato il suo racconto (in coda un esilarante estratto).

Eva com’è nata la tua collaborazione con Fobie e con Alessandro Greco?

Semplice. Alessandro Greco, il curatore, mi ha contattata via Facebook per chiedermi se volessi partecipare. L’idea mi piaceva, e ancora di più quando ho scelto la mia fobia. 

Le fobie piuttosto che estinguersi non fanno che moltiplicarsi. Il tuo spassoso racconto affronta la penterafobia ad esempio. Come mai ti sei ispirata a questa fobia e l’hai affrontata dal punto di vista maschile?

Le fobie si moltiplicano, è vero, ma in fondo, tranne per quelle più settoriali e “moderne”, si tratta delle solite vecchie paure con nomi diversi. Nel mio racconto ho affrontato la penterafobia, ovvero la paura dei suoceri e in particolare della suocera. Mi sembrava divertente, in più abbastanza comprensibile. Posso capire cosa significa quando la madre del tuo fidanzato si intromette un po’ troppo nel tuo rapporto con lui: i commenti acidi, le frecciatine. Ma documentandomi ho scoperto che in realtà le suocere terribili sono altre, quelle che, magari loro malgrado, ti rendono davvero la vita impossibile. Ed è una paura prevalentemente femminile. Giovani mogli bersaglio di critiche continue, stressate fino alla malattia alla sola idea di un pranzo in famiglia con la suocera. Per diversificare ho pensato in che modo un uomo potesse sentirsi terrorizzato da una suocera, e il risultato è stato esilarante.

La suocera è da sempre un bersaglio dei comici e il terrore dei mariti. Hai mai avuto la sensazione che, come accade al tuo protagonista, presentare il tuo fidanzato ai tuoi genitori, potesse essere un momento della verità?

Certo! L’incontro fidanzato/genitori è un momento critico, anche quando ci si sforza di non badarci. Il punto è che si tiene sia alla propria famiglia che al proprio compagno. Ed è vero che i genitori, e sopratutto le mamme, oltre a non avere peli sulla lingua con le proprie figlie sono anche molto attente a valutare ipotesi future, come la vita insieme, il matrimonio, i figli. Io ho sempre cercato di sdrammatizzare dicendo che non ho intenzione né di sposarmi né di avere figli. L’incontro allora assume tutta un’altra prospettiva: rilassata, senza occhi puntati. D’un tratto è come se al posto del fidanzato presentassi l’amico di scuola che è venuto a fare i compiti.  

Non posso esimermi dal domandarti se soffri di qualche fobia e se sì, come la giustifichi a te stessa?

Soffro di tanti piccoli disturbi ansiosi, manie e via dicendo. Ho una fobia per gli insetti, in genere posso rivoltare casa per giorni se scopro qualche intruso, con poche eccezioni purtroppo. Non giustifico la fobia, è una paura irrazionale e basta, mentre per i disturbi sì, mi dico che è una maniera apparente di controllare quello che mi sfugge. Il mondo intero, in pratica.


Donato Carrisi: «Il serial killer non ha nessuna intenzione di farsi scoprire. É solo un falso mito creato per rassicurarci»

«Passo gran parte del mio tempo a fare ricerche perché credo che le storie migliori affondino dentro la realtà» e in tal modo, lo scrittore e sceneggiatore Donato Carrisi ha scoperto l’esistenza dei cacciatori del buio, dei cacciatori di anomalie, ponendoli al centro del suo nuovo romanzo Il Tribunale delle Anime (Longanesi; pp. 464; €18,60­). Conscio di essere atteso al varco dopo il grande successo internazionale de “Il Suggeritore”, Carrisi ha accettato la sfida e ha puntato anche su un mestiere poco noto ma fondamentalmente connesso ai delitti ovvero quello dei fotorilevatori della polizia scientifica, «che devono essere capaci di cogliere i minimi dettagli e ricostruire per intero, la scena del crimine».

Tornare a scrivere dopo il mirabolante successo de “Il Suggeritore” che sensazioni ti ha dato?

E’ stata un’esperienza difficile perché comunque tutti mi aspettavano al varco per l’esame del secondo libro. Quando riscuoti un grande successo con il libro d’esordio ovviamente le aspettative sono enormi e così le pressioni nonostante io sia uno scrittore da molti anni e avendo già firmato numerose sceneggiature.

Ma queste sensazioni sono state anche un grande stimolo perché non mi sono accontentato della prima storia che mi è venuta in mente, ho cercato una storia che fosse bella e avvincente almeno quanto quella de “Il Suggeritore”.

Hai scelto di portare sulla pagina Sandra e hai documentato con perizia il mestiere del fotorilevatore della scientifica. Perché hai scelto questa figura poco nota e come ti sei documentato?

I fotorilevatori sono importantissimi, fondamentali. Tramite l’occhio della macchina fotografica devono cogliere dettagli, anche minimi, che possono sfuggire all’occhio nudo degli investigatori ed inoltre devono essere capaci di ricostruire, come un puzzle, la scena di un crimine. Ovviamente, da buon scrittore di thriller, mi sono servito di una consulente della polizia che mi ha illustrato e svelato i segreti del proprio mestiere.

Marcus afferma che la verità è incisa sulla pelle ma spesso ci fa più comodo fermarci all’apparenza…

Questo è il modo più semplici per sentirci migliori, superiori. Quando ci troviamo dinnanzi a qualcuno indiziato di reato ci limitiamo a giudicarlo in base ai nostri sentimenti senza andare a fondo, né aspettare il processo. Questo atteggiamento è piuttosto diffuso e non deriva dal cinismo quanto dalla necessità di assolvere se stessi: posso puntare il dito contro un mostro e riconoscerlo e in tal modo quel mostro non sono io.

Nel libro sfati il mito secondo cui i serial killer ingaggerebbero una sorta di lotta con gli investigatori al fine, inconscio, di farsi catturare. Insomma, hai abbattuto uno dei pilastri alla base di molti film e serie-tv.

Certamente, perché non esiste il serial killer che voglia farsi scoprire. Se il tuo hobby è andare a caccia o a pesca, desideri tutto meno che ti facciano smettere. Allo stesso modo, se il tuo hobby è quello di uccidere è chiaro che non hai interesse a farti beccare perché vuoi continuare a fare quello che ti piace.

Il libro è talmente denso e curato nei dettagli che questi cacciatori di anomalie sembrano muoversi davvero su casi reali.

I casi di cui scrivo si rifanno a casi reali, anche perché è davvero difficile superare la crudezza della realtà e mi interessa che il lettore senta l’atmosfera concreta che solo un fatto di cronaca realmente accaduto è capace di evocare. I cacciatori di anomalie, del resto, esistono davvero e nella nota finale del libro spiego la loro funzione e le modalità con cui collaborano con le forze dell’ordine. Hanno un modo di investigare scevro da qualsiasi riferimento di polizia scientifica, è un metodo antichissimo ma totalmente “nuovo”.

Scrivi che l’istinto di conservazione ci spinge ad essere positivi, ad ignorare il male. Ma cosa accade quando siamo costretti a fare i conti con il male stesso?

La natura umana è prettamente ottimista ed è giusto che sia così perché altrimenti come potremmo vivere. Statisticamente il male è predominante e quando siamo costretti a farci i conti ci sentiamo spiazzati, avviliti.  

Donato Carrisi è nato nel 1973 a Martina Franca (Ta). Si è laureato in Giurisprudenza con una tesi su Luigi Chiatti, il «mostro di Foligno», per poi seguire i corsi di specializzazione in criminologia e scienza del comportamento. Nel 1999 ha iniziato l’attività di sceneggiatore per cinema e televisione. Fra le altre, ha scritto la sceneggiatura di Nassiriya – Prima della fine per Canale 5 ed è autore di soggetto e sceneggiatura della miniserie thriller Era mio fratello per Rai 1. E’ una firma del Corriere della Sera.

Sul web: http://www.donatocarrisi.it/

Fonte: www.tempostretto.it del 10 ottobre 2011

Matteo Strukul: «La mia Mila? Ero stanco di eroine della narrativa italiana molto remissive»

Matteo Strukul è il numero 1 di Sabot/Age, la nuova collana delle Edizioni E/O (curata da Massimo Carlotto) e con “La Ballata di Mila” (pp. 224; €17) ha avuto il merito di riportare in auge il genere pulp, dato per spacciato troppo presto. Oltre le numerose fonti di ispirazioni letterarie e cinematografiche, Strukul trae spunti anche dalla sua terra, «il Nordest della Bassa, degli ippodromi, dell’Altopiano dei Sette Comuni».

Ma qual è il senso della collana Sabot/Age? «Lungi dallo scrivere indagini travestite da romanzi, gli autori tenteranno di porre il tema all’attenzione del pubblico. Un modo per destare un allarme sociale che, nonostante tutto, non è mai esploso». Al centro del suo romanzo c’è una mafia cinese tracotante che si prende gioco dei padani veneti assorbendo le tradizioni locali per meglio spadroneggiare sul territorio, ormai piegato fra soprusi, violenze e tacita corruzione lasciando i cittadini nel ruolo di vittime indifese. Tranne la sua Mila Zago, «una vittima destinata suo malgrado a diventare carnefice».

Riguardo al concetto di multiculturalismo e integrazione, Strukul afferma: «E’ necessario evitare qualsiasi scontro fra culture, anzi, bisogna promuovere l’integrazione attraverso percorsi antropologici come la conoscenza reciproca della cultura d’origine, la cucina, lo spettacolo, il teatro. Ma in Italia, ahimé, sembra davvero impossibile capirlo…».

Con “La Ballata di Mila” hai rilanciato il genere pulp con vigore. Questo stile ti è assai affine ma come ci sei arrivato? E’ il frutto del tuo bagaglio letterario o della tua visione della vita?

Entrambe le cose. C’è tutto quello che leggo (noir e pulp), penso ad autori come Victor Gischler, Massimo Carlotto, Irvine Welsh, Don Winslow, Tim Willocks, Alan D. Altieri, Joerg Juretzka, Buddy Giovinazzo, Elmore Leonard, Joe R. Lansdale, Chester Himes, Allan Guthrie, Anthony Neil Smith, Cormac McCarthy, James Lee Burke, Patrick Quinlan, David Peace e moltissimi altri e poi ai fumetti di Warren Ellis, Garth Ennis, Alan Moore, Frank Miller. Poi c’è quello che vedo: i film di Sam Peckinpah, Werner Herzog, Robert Rodriguez, Quentin Tarantino, Sergio Leone, Neil Marshall, Riuhey Kitamura, John Woo, Takeshi Kitano, Guy Ritchie, William Friedkin, Michael Cimino, David Fincher. Però c’è anche quello che vivo: il Nordest della Bassa, degli ippodromi, dell’Altopiano dei Sette Comuni. Una terra epica e meravigliosa che non smette di sorprendermi e di rappresentare l’ambientazione perfetta per le storie che mi frullano in testa.

Mila sembra essere il perfetto emblema della collana Sabot/Age. Una donna che si rifiuta di essere uno stereotipo, una vittima indifesa…

Guarda, non avrei potuto dirlo meglio. Da una parte credo che il personaggio rappresenti, in sé, un tentativo di sabotaggio di una cultura molto maschilista come quella italiana, ancora ferma agli anni ’50. Ho voluto una donna destabilizzante al centro della storia, una protagonista capace di dominare gli uomini da un punto di vista mentale e fisico. Ero stanco di eroine della narrativa italiana molto remissive, relegate a ruoli secondari, come se una donna non potesse essere il centro anche “action” di un romanzo. Però è vero, Mila è una vittima e diventa carnefice suo malgrado. Andrà fino in fondo, però, applicando un concetto di giustizia molto personale, figlio di contraddizioni e rabbia, ma per certi aspetti, la sua, sarà una reazione assolutamente comprensibile.

Riguardo la mafia cinese nel veneto credi che l’allarme sociale sia esploso troppo tardi come avvenuto per la ‘ndrangheta a Milano?

Il punto è che l’allarme sociale non è affatto esploso. Voglio dire: i fatti esistono e certamente forze di polizia e procura stanno lavorando alla grande. Quello che latita secondo me è proprio la cronaca locale e nazionale. In effetti Sabot/Age prova a rispondere proprio a questo. Lungi dallo scrivere indagini travestite da romanzi, gli autori tenteranno di porre il tema all’attenzione del pubblico, utilizzando i generi più diversi: pulp, commedia, horror, post-apocalittico, noir. Sarà una collezione di contenuti e non di genere e ogni libro sarà strettamente connesso all’altro, rappresenterà il tassello di un mosaico più complesso, ma incompleto senza anche uno solo dei romanzi pubblicati.

Il fatto che la mafia cinese possa scegliere di rompere il suo isolamento e aprirsi ai costumi e alle tradizioni italiane, può essere un ulteriore fattore di rischio?

Certamente, anche se non la vedo molto probabile come ipotesi. La mafia cinese è caratterizzata da forte chiusura circa i propri riti e regole. Vero è che, come già quella russa, quella cinese cerca con le mafie autoctone la cooperazione e il conflitto rimane l’extrema ratio. Ma non mi ci vedo i cinesi ad aprirsi troppo, piuttosto il loro rinchiudersi in una cellula autosufficiente che un po’ alla volta cresce fino a mangiarsi il Paese ospite mi pare, ahimè, un’ipotesi molto più frequente.

Multiculturalismo è la parola d’oro del momento. Vista la tua attività nel mondo giuridico vorrei chiederti se trovi giusto che parte della società civile italiana – dai circoli ARCI ad alcune frange della sinistra – mettano in dubbio il principio stesso della reciprocità. Dove risiede l’equo confine fra apertura mentale e senso di colpa occidentale?

Guarda, non saprei dirti se manca la condizione di reciprocità. Però è vero che il conflitto fra culture non è la soluzione. Non penso a un inesistente Paese di Bengodi ma il tentativo di rimuovere la paura come unico elemento di confronto questo sì! La soluzione? Il promuovere l’integrazione attraverso percorsi antropologici come la conoscenza reciproca della cultura d’origine, la cucina, lo spettacolo, il teatro. In città come Berlino e Amsterdam, in cui vivo e ho vissuto, le feste delle minoranze etniche sono un classico da fine settimana. Puoi mangiare il cibo thailandese, vedere le loro cerimonie, parlare con la gente e lo stesso avviene per le minoranze con gli olandesi o i tedeschi. Quindi, a ben vedere, hai proprio ragione. D’altra parte, promuoverei quell’agognata integrazione attraverso percorsi di condivisione. E’ pur vero, però, che se continuiamo a considerare la cultura come qualcosa che non riempie la pancia non andremo da nessuna parte. E questo non l’ho certo detto io. Ad esempio a Padova con Sugarpulp organizzeremo un festival dedicato alla letteratura pulp-noir. Molti aficionados verranno da tutta Italia per parlare con Massimo Carlotto, Joe R. Lansdale, Jeffery Deaver, Victor Gischler. Tim Willocks. Trascorreranno un fantastico weekend in un bellissimo centro culturale a Padova, prenoteranno camere d’albergo, cene ai ristoranti. La cultura creerà un indotto e le persone trascorreranno un weekend diverso e stimolante. Ma perché in Italia è così difficile capirlo? Perché, ahimè, siamo un popolo che ha smesso di credere nella forza dell’arte e della cultura e questo, se continuiamo così, ci perderà definitivamente.

Infine vorrei chiederti: ti senti un sabotatore?

Non so se mi sento un sabotatore ma è certo che il personaggio di Mila Zago rompe geometrie e consuetudini di una certa narrativa italiana. Rappresenta per certi aspetti il catalizzatore ideale per provare a scrivere in un modo che ricordi l’andare al cinema o il bere un milk-shake. La scrittura non può essere solo analisi degli stati d’animo e contemplazioni interiori. Basta! Secondo me è ora di fare un po’ di spettacolo, di colorare le storie, ricordiamoci di Gianni Rodari, Italo Calvino, Emilio Salgari: loro avevano un gran ritmo, avevano brio, sorriso. Sono loro gli italiani che mi hanno influenzato, sarebbe ora di ripartire da lì per arrivare al videogame, al fumetto, al cinema e provare a mescolare tutto per vedere cosa succede. In questo senso, se vuoi, mi sento un sabotatore.

Matteo Strukul è nato a Padova nel 1973. Scoperto dallo scrittore Massimo Carlotto, è cofondatore di Sugarpulp – movimento letterario dedicato al pulp-noir, www.sugarpulp.it – e ha collaborato con riviste (Buscadero, Jam, Classix) e quotidiani (Il Mattino di PadovaLa Nuova di Venezia e MestreLa Tribuna di Treviso). Responsabile dell’ufficio stampa di Meridiano Zero, è dottore di ricerca in diritto europeo dei contratti e ha pubblicato saggi musicali su Massimo Bubola e Massimo Priviero. Il suo racconto “Bambini all’inferno” è stato pubblicato sul Manifesto. 
La ballata di Mila per la collezione Sabot/age delle Edizioni E/O è il suo primo romanzo. Vive insieme alla moglie Silvia fra Padova e Berlino. Il suo sito è www.matteostrukul.com. Potete scrivergli a matteostrukul@sugarpulp.it.

Fonte: www.tempostretto.it del 26 settembre 2011

Una chiacchierata con… Francesco Musolino (di Massimo Maugeri) – Settembre 2011

10636027_10204170285433916_8749674041356626951_nTra i nomi dei giovani giornalisti culturali siciliani, spicca quello del trentenne Francesco Musolino (nella foto), il quale può vantare al suo attivo svariate e fruttuose collaborazioni con giornali e magazine, tra cui StilosLeggere:Tutti, Satisfiction e il Corriere Nazionale. Inoltre collabora con Vogue.it. Per il quotidiano di Messina, Tempostretto.it e il settimanale siciliano Centonove cura le pagine di cultura e spettacolo e cura le rubriche dedicate ai libri.

Francesco Musolino, vive a Messina dove ha conseguito la laurea in Scienze Politiche con tesi sul pensiero di Ernst Jünger circa il progressivo dominio della tecnica sull’uomo dalla grecità ad oggi.

Il suo sito web èfrancescomusolino.com

Francesco, quando hai cominciato a interessarti di libri e letteratura?

«Il primo vero ricordo legato ai libri risale alla primavera del ’92 quando mia madre mi regalò “La Compagnia dei Celestini” di Stefano Benni, acquistato in una libreria romana. Nonostante i miei familiari fossero lettori voraci, sino a quel momento non avevo un buon rapporto con i libri ma quel romanzo, così fantasioso e originale, fece scattare la scintilla e da quel momento in poi i libri non solo fanno parte della mia vita, ma la rendono più ricca e profonda. Ben presto cominciai ad appuntare ai margini delle pagine, curiosità e domande rivolte allo scrittore che leggevo, fin quando passai una notte intera a chiedermi quale sarebbe stata la mia strada. Il mattino dopo mi misi in cerca di una testata online che reclutasse giovani collaboratori e solo qualche giorno dopo cominciai a scrivere per il giornale romano Gufetto.it. Era il 2006 e fu così che tutto cominciò».

Quali sono le maggiori difficoltà con cui, oggi, deve confrontarsi un giovane giornalista culturale siciliano per svolgere il suo lavoro?

«Partiamo in ordine alfabetico? Scherzo ma purtroppo gli ostacoli sono numerosi. In primo luogo bisogna fare i conti con gli stessi colleghi che troppo spesso giudicano con superficialità chi si occupa di quella che un tempo veniva chiamata “Terza Pagina” ovvero la pagina cultura per eccellenza. Nutro sincera stima per gli analisti economici o per gli editorialisti di politica ma sono convinto che saper porre le giuste domande ad un attore o cogliere l’essenza di un romanzo non sia affatto banale, anzi. Soprattutto bisogna fare i conti con buona parte degli editori che troppo spesso, pur avendone i mezzi, credono si possa non pagare – o sottopagare – chi si occupa di libri, cinema e spettacolo».

Hai mai pensato di emigrare per cercare “fortuna” lontano dalla Sicilia?

«Certamente. Da una parte è necessario sapere che bisogna sapersi spostare con facilità verso Roma, Milano e Torino, i maggiori centri culturali italiani, per respirarne le atmosfere e conoscerne gli attori principali. Ma vista una certa ritrosia del territorio, spesso penso quanto potrebbe essere diversa la mia vita e la mia professione se vivessi lì, a stretto contatto con l’ambiente di cui scrivo. Tuttavia mi piace pensare che sia possibile parlare e scrivere di cultura a Messina – e in generale nel Sud – facendo una vita serena e non precaria. Per questo continuo a seminare e ad impegnarmi al massimo nel mio lavoro, fra libri, mail, recensioni ed interviste. E se un giorno dovessi stancarmi…la valigia è sempre pronta».

Che consigli ti sentiresti di dare a un ragazzo che sogna di fare il giornalista culturale?

«Credo che l’importante sia impegnarsi giorno per giorno, lavorare sul proprio stile ispirandosi alle firme famose senza mai copiarle. Bisogna leggere moltissimo e non aver paura di muovere critiche anche a chi viene ritenuto, a torto o a ragione, intoccabile. E infine consiglierei di essere modesti ma al tempo stesso ambiziosi. In fin dei conti chi vorrà davvero fare il giornalista si renderà conto ben presto delle difficoltà del mestiere ma non potrà fare altrimenti che seguire la sua vocazione. Nella vita poche cose sono davvero importanti quanto un sogno che si realizza, soprattutto se si lotta per averlo».

Qual è stata la tua più grande soddisfazione nell’ambito dell’attività giornalistica che hai svolto finora?

«Ogni volta che mi viene inviato un libro, ogni volta che vengo contattato per propormi un’intervista o una recensione, ogni volta che vengo invitato ad un festival…mi sento sinceramente onorato. Sono attestati di stima che che raccolgo con grande piacere. Ho una vera passione per le interviste e mi ispiro tanto a quelle di Sabelli Fioretti che a quelle storiche della Paris Review. Grazie al mio mestiere ho avuto il piacere di realizzarne parecchie e fra queste spiccano certamente quelle ad Emir Kusturica, Carlo Lucarelli, Alessandro Bergonzoni, Oliver Stone, Dan Fante, David Foenkinos e Nanni Moretti. Ma ad essere sinceri credo che potenzialmente qualunque intervista possa serbare grandi sorprese».

Progetti per il futuro?

«Per fortuna sono tanti. In primo luogo ho ripreso il lavoro per le diverse testate con le quali collaboro e spero di seguire diversi festival letterari e cinematografici quest’anno. Inoltre per la “libreria Circolo Pickwick” di Messina, sto curando un palinsesto di presentazioni letterarie che partirà a fine settembre e si concluderà a dicembre per poi riprendere a gennaio. Parleremo di Mediterraneo e di libri legati al nostro mare e avremo il piacere di ospitare sia nomi celebri dell’editoria italiana che giovani talenti emergenti. Ma non saranno le classiche presentazioni letterarie poiché punteremo sul connubio che la letteratura sa tessere con la musica, le arti visive e persino il gusto.

Chissà forse il 2011 sarà l’anno giusto per rimettersi a scrivere. Ho composto due silloge di poesia ma non ho davvero cercato un editore perché il mercato italiano è troppo timoroso nei confronti della poesia e trovo che l’editoria a pagamento sia un detestabile ossimoro. Accanto alla mia passione per la poesia, ho in mente tre racconti e due romanzi che non aspettano altro che d’essere scritti. Vedremo».

Fonte: Letteratitudine del 4 settembre 2011 (e Terza Pagina)

Chi è davvero Luca Cordero di Montezemolo?

Stefano Feltri

Stefano Feltri

Tutti lo tirano per la giacchetta e per molti potrebbe essere il salvatore della patria in un momento in cui le ideologie sono in piena crisi e troppo spesso si parla di necessarie convergenze. Ma chi è davvero Luca Cordero di Montezemolo? L’imprenditore bolognese, classe ’47, attuale presidente della Ferrari s.p.a, ex presidente della Luiss e di Confindustria e attuale presidente di NTV (Nuovo Trasporto Ferroviario), sembra ormai prossimo a scendere in pista e ad impegnarsi politicamente in prima persona, come conseguenza diretta della sua creatura Italia Futura. Ma quest’uomo capace di affascinare le masse e di figurare come possibile alternativa tanto per la destra che per la sinistra, come ha costruito la sua fortuna. Leggi il resto di questa voce

Ruta E. Sepetys dichiara: «L’idea che la storia possa ripetersi, mi terrorizza»

Un viaggio in Lituania e la curiosità di ripercorrere la memoria paterna sono gli ingredienti essenziali di un libro molto toccante, appena uscito in libreria e subito capace di stregare il grande pubblico. Con Avevano spento anche la luna (Garzanti; tr. it di Roberta Scarabelli; pp. 304; €18.60) Ruta E. Sepetys ha voluto narrare – con una scrittura urgente ma sempre molto accurata – una delle pagine più drammatiche della storia ovvero le deportazioni nei gulag subite dagli stati baltici, schiacciati senza pietà dalla violenza stalinista. Un libro dedicato alla memoria: un omaggio verso milioni di vittime incolpevoli e insieme un modo per celebrare degnamente anche i sopravvissuti, trattati da veri e propri reietti una volta tornati in Lituania. La Sepetys ha incontrato i sopravvissuti per costruire fedelmente i propri personaggi, dotandoli del giusto bagaglio emotivo – della fierezza, della dignità e del loro coraggio – ed inoltre ha visitato i campi di lavoro in Siberia, dove i deportati giunsero dopo ben 440 giorni di viaggio massacrante (il tasso di mortalità nei gulag giunse a toccare l’80%)

Avevano spento anche la luna è un invito a scoprire la verità per non dimenticarla mai. Perché certi orrori possano non tornare mai più.

Quando ha sentito la necessità di intraprendere questo viaggio a ritroso nella memoria?

Tutto è cominciato quando ho fatto una visita alla mia famiglia in Lituania. Ho chiesto se avessero una foto di mio padre e nella stanza scese il silenzio e mi risposero: “No Ruta, noi abbiamo dovuto bruciare tutte le foto, non potevamo tenere niente che creasse un collegamento fra noi e tuo padre”. Così ho capito che sebbene tantissime persone fossero state colpite dalla violenza di Stalin, il mondo intero ignorava tutto questo dolore.

E’ stato difficile trovare il giusto tono per spiegare il dramma delle deportazioni, sia ai ragazzi che agli adulti?

Sì è stato difficile perché volevo che la storia trasmettesse un senso di urgenza e immediatezza. Volevo che il lettore si sentisse lì, nel dolore e nella totale precarietà, che si immedesimasse in quella situazione. Per questo ho usato frasi veloci e brevi ma al tempo stesso molto descrittive.

Trovandosi dinnanzi a tanti orrori e a tante sofferenze ha mai pensato di desistere?

Sì, certo. Più volte mi sono detta “non ce la faccio, non ce la faccio”. Mi preoccupava soprattutto il fatto di non riuscire a descrivere in modo reale le situazioni, le circostanze, mentre io volevo rendere omaggio alle persone che avevano subito queste disumane sofferenze.

Lei rivela che quando i lituani riuscirono a tornare in patria, ebbero vita durissima…

Certamente. Una volta tornati in Lituania sono stati trattati come criminali. Come se un ex-galeotto, dopo vent’anni di carcere, una volta fuori venisse ancora trattato come un reietto. Ma queste persone erano totalmente innocenti, non avevano fatto nulla di sbagliato. Eppure non potevano entrare in contatto con la famiglia, accedere all’istruzione né ad un lavoro, non avevano alcun diritto.

Se l’umanità ha scoperto relativamente presto i drammi dell’olocausto, come mai le deportazioni nei gulag sono rimaste segrete ben più a lungo?

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, durante le conferenze in cui si discuteva il nuovo assetto mondiale, come a Yalta e a Postdam, Stalin ha convinto il mondo occidentale a lasciare gli stati baltici sotto il suo controllo. Sono rimasti sotto l’occupazione sovietica per cinquant’anni senza poterne parlare, pena una severa condanna come anti-sovietici.

Teme che il dramma delle deportazioni possa tornare, un giorno?

L’idea che la storia possa ripetersi, mi terrorizza. Spero che leggendo e venendo a conoscenza delle tragedie del passato, si possa imparare qualcosa, creando le basi per un futuro più giusto.

Nella costruzione dei personaggi, soprattutto per Lina e Jonas, ha tratto ispirazione da Anna Frank?

Ho amato Anna Frank e il suo Diario e ne ho tratto certamente ispirazione dalla sua vita. Tuttavia i miei personaggi sono la conseguenza diretta dell’incontro con i sopravvissuti alle deportazioni, i loro ricordi e le loro emozioni sono state la mia ispirazione diretta per costruire tutti i personaggi del mio libro.

Ho trovato molto significativo l’aver voluto rimarcare che l’indipendenza degli stati baltici sia giunta in modo pacifico…

Credo che questi paesi possano insegnare al mondo una lezione molto più grande. Stalin ha usato la lingua della violenza senza alcun scrupolo ma le sue vittime nel Baltico, si sono rifiutate di perpetrare quella stessa violenza e nella loro ricerca dell’indipendenza hanno parlato attraverso l’amore e il patriottismo, dimostrando al mondo che erano pronti per essere liberi. Ciò dimostra al mondo che spesso è più importante credere che bombardare.

Valeria Montaldi: «Le similitudini fra i nostri giorni e il Medioevo sono davvero molte (e insospettabili)»

Nell’anno 1254, la medichessa Caterina de Colleaperto sta conducendo la propria battaglia personale per riuscire ad introdursi a pieno titolo nell’ambiente medico di Parigi. L’aiuto del potente Rolando Lanfranchi, suo amante, le aprirà le porte necessarie ma non la proteggerà in alcun modo dinnanzi ad accuse ingiuste e scagliate verso una donna indifesa. Caterina dovrà scappare fra mille peripezie verso la sua Milano dove ad attenderla trova una città ricca di opposti e contraddizioni ma già capitale della moda e del lusso, dove c’è posto anche per un barlume di speranza. Il quinto romanzo di Valeria MontaldiLa Ribelle (Rizzoli; pp. 468; €19.90) è un nuovo e accuratissimo affresco di quel mondo medievale che l’autrice dimostra ancora una volta di conoscere a fondo, intessendo una trama avvincente e ricca di colpi di scena. Sullo sfondo medievale la Montaldi si richiama di continuo alla realtà contemporanea e lei stessa chiarisce a Tempostretto.it che le similitudini con quei tempi sono parecchie: «il desiderio di delegare l’incertezza sul futuro al potente di turno, fosse esso un imperatore o un papa; le passioni umane, costantemente uguali, l’avidità di denaro e di potere, le pulsioni sessuali, la prevaricazione operata sui più deboli; l’attività mediatica, oggi appannaggio dei mezzi di comunicazione di massa e allora compulsiva attività di predicatori, con relativi pellegrinaggi e adorazione di reliquie». E la relazione fra la sua Caterina – una donna coraggio e per questo portatrice di scandalo – e il potente Rolando, non può non rimandare ai giorni nostri: «Il problema è che quando un uomo raggiunge  una qualunque forma di potere, per rassicurare se stesso sulla propria inarrestabile ascesa cerca di palesarlo al mondo intero, questo potere. E allora ecco che  si circonda di giovani donne attraenti disposte a tutto, anche a buttare alle ortiche se stesse e la loro dignità».  

Chi sono “le donne portatrici di scandalo” cui dedica il romanzo? Perchè ha scelto una citazione di Simone Weil?

Per la verità, il romanzo è dedicato “alle donne, e al loro coraggio”: che poi alcune di queste donne coraggiose, con le loro azioni e le loro scelte di vita, sembrino portare scandalo in una società arroccata sui propri pregiudizi è cosa antica. La Weil (citando un passo del Vangelo) dice: “è necessario che vi siano scandali, ma guai a colui che porta lo scandalo”. Questo significa che se è utile che segreti inconfessabili vengano portati alla luce, è immorale che il loro disvelamento avvenga per motivi dettati da convenienza personale da parte del delatore. Credo che la Weil si possa considerare un’icona delle tante “donne coraggiose” che hanno popolato e continuano a popolare il mondo.

Come è nata la sua nuova eroina? A chi si è ispirata per darle vita?

Non c’è stato un modello specifico. Mentre mi documentavo sui testi per cercare di approfondire una volta di più  tematiche sociali e atteggiamenti quotidiani della gente che viveva più di ottocento anni fa, mi sono chiesta quale potesse essere il ruolo di una donna che ambisse a esercitare una professione difficile come quella medica. Con mia grande sorpresa, ho scoperto che di medichesse ce n’erano molte e che alcune erano apprezzate quanto i colleghi maschi. Da qui a farmi venire in mente di creare una storia imperniata su una di loro, il passo è stato breve: in quanto scrittrice donna, mi sembrava giunto il momento di dare spazio a un personaggio femminile forte, capace di fornire una sorta di “exemplum”, valido anche oggi .

Il rapporto fra Rolando e Caterina è un misto di amore, passione, protezione e raccomandazioni. Montaldi dunque non c’è nulla di nuovo sotto il sole visto che i potenti hanno sempre profittato delle giovani beltà?

Certo che non c’è nulla di nuovo sotto il sole! Perché, secondo lei, le vicende che continuano a coinvolgere i nostri potenti di oggi sono molto diverse da quelle che ha vissuto la mia Caterina? Il problema è che quando un uomo raggiunge  una qualunque forma di potere, per rassicurare se stesso sulla propria inarrestabile ascesa (e, perché no?, sulla propria virilità, messa a dura prova da gravosi impegni sociali e di immagine) cerca di palesarlo al mondo intero, questo potere. E allora ecco che  si circonda di giovani donne attraenti disposte a tutto, anche a buttare alle ortiche se stesse e la loro dignità.

L’incontro fra Caterina a Matthew è un simbolico passaggio di consegne? Ovvero nel suo prossimo romanzo l’eroina sarà ancora una donna?

Non so con precisione quale sarà la tematica del prossimo romanzo, anche se qualche idea comincia a germogliare nella mia mente. Matthew è ancora abbastanza giovane e può continuare a comparire nelle mie storie quindi preferisco non porre limiti alla sua “sopravvivenza narrativa”: se il personaggio avrà un ruolo plausibile, forse tornerà a fare capolino fra le mie pagine. Per quanto riguarda un’eventuale, prossima protagonista, si vedrà. Per ora è solo un deciso “no comment”.

Perché ha scelto Parigi e Milano come ambientazioni del suo romanzo e che tipo di città erano allora?

Perché erano le uniche, vere metropoli medievali e, nonostante le differenze degli organismi politici che le governavano, si assomigliavano nella vita quotidiana. Affollate, e ferventi  di vita e di commerci, entrambe vivevano la stessa contraddizione sociale: un’imbarazzante opulenza da una parte, un’estrema miseria dall’altra. Inoltre, nel periodo in cui si svolge il romanzo, a Parigi è nata la Sorbona, una delle fondazioni più importanti della storia europea: mi piaceva farne cenno e coinvolgere il lettore nell’atmosfera goliardica dovuta alla nuova, inaspettata folla di studenti che percorreva le vie della città.

Ormai lei è a pieno titolo un’esperta del mondo medievale e della sua microstoria. Cosa la affascina tanto? Le dispiace che per molti aspetti l’aggettivo “medievale” sia inteso in senso denigratorio?

Mi affascinano le similitudini con l’oggi. Sono molte, anche se insospettabili, e ne elencherò solo alcune: il desiderio di delegare l’incertezza sul futuro al potente di turno, fosse esso un imperatore o un papa; le passioni umane, costantemente uguali, l’avidità di denaro e di potere, le pulsioni sessuali, la prevaricazione operata sui più deboli; l’attività mediatica, oggi appannaggio dei mezzi di comunicazione di massa e allora compulsiva attività di predicatori, con relativi pellegrinaggi e adorazione di reliquie. E tanti altri aspetti che qui sarebbe troppo lungo elencare. Quanto all’aggettivo “medievale”, fortunatamente in questi ultimi decenni ha perso molta della sua valenza negativa: del resto, considerando che medioevo significa “periodo di mezzo”, mi piacerebbe sapere  in quale momento della storia gli uomini non hanno vissuto secoli “di mezzo”: forse che oggi, ben coscienti del nostro passato, non stiamo aspettando il futuro? Se non è un “di mezzo questo”…

Non nutre mai il desiderio di scrivere una storia ambientata nei giorni nostri?

Certo, e ho già parecchio materiale nel cassetto. Chissà, forse prima o poi mi deciderò ad aprirlo…

Valeria Montaldi, giornalista e scrittrice, vive e lavora a Milano. Ha esordito nel 2001 con Il mercante di lana (BUR), cui sono seguiti Il signore del falco (2003), Il monaco inglese (2006) e Il manoscritto dell’Imperatore (2008).

Fonte: www.tempostretto.it del 5 settembre 2011

 

Giuseppe Marchetti Tricamo: «L’Italia non deve perdere l’amor proprio, la dignità e la capacità di reagire».

Un libro per celebrare il 150° anniversario dell’Italia unita e con essa, gli italiani fieri d’esserlo, coloro che ogni giorno sentono nel proprio cuore l’orgoglio per la patria e mai si sognerebbero di parlare a cuor leggero di devoluzione. Il professore Giuseppe Marchetti Tricamo, firma con Tarquinio Maiorino e Andrea Zagami una nuova edizione riveduta e ampliata de L’Italia s’è desta (Cairo Editore; pp. 320; €16). A dieci anni dalla prima edizione, Marchetti Tricamo dichiara a Tempostretto.it: «Ci hanno portato via la nostra opulenza e negli ultimi anni la grande industria si è liquefatta. Ma abbiamo ritrovato, noi italiani, un sentimento che si era spento: l’orgoglio per l’Unità nazionale». “L’Italia s’è desta” è un libro davvero ricco, pregno di ricostruzioni storiche avvincenti con le quali i tre autori ricostruiscono con dovizia di particolari ma senza alcuna prosopopea, prima l’esegesi del “Canto degli Italiani” di Goffredo Mameli per poi narrare la vita avventurosa dello stesso Mameli e quella di numerosi patrioti che hanno sacrificato la propria vita per l’Italia e il Tricolore, proprio come “i Camiciotti”, «che si batterono come leoni contro “Re Bomba” (Ferdinando II di Borbone) e che piuttosto di arrendersi si gettarono a capofitto nel pozzo di Santa Maria Maddalena a Messina per non abbandonare il loro tricolore». Ne “L’Italia s’è desta” viene narrata anche la nascita del Tricolore come oggi lo conosciamo tornando indietro nel tempo sino al fatidico 7 gennaio 1797.

Un libro che vuole scuotere coloro che ancora non hanno preso coscienza di cosa sia stato davvero il Risorgimento e allo stesso tempo un grande atto di fiducia nei giovani: «dai propri giovani il Paese ci si può attendere le cose migliori».

L’intento del vostro libro è chiaro, voler celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia e con essi gli italiani stessi. Ma oggi che paese le sembra la nostra Italia?

È passato un po’ di tempo da quando con Tarquinio Maiorino e Andrea Zagami abbiamo pubblicato insieme il primo libro sull’identità nazionale. Dieci anni, nei quali ciascuno di noi ha perso qualcosa e tutti insieme molto: nell’economia, nella politica, nel patrimonio culturale, nella vivibilità,  e nella fruizione delle nostre città, nei rapporti sociali, nell’etica. Ci hanno portato via la nostra opulenza e negli ultimi anni la grande industria si è liquefatta. Ma abbiamo ritrovato, noi italiani, un sentimento che si era spento: l’orgoglio per l’Unità nazionale, con tanta voglia di valori antichi mai caduti in prescrizione. Questo anno 2011 è un’occasione importante per riflettere sul nostro passato, sul nostro presente e sul nostro futuro. L’Italia non deve perdere l’amor proprio, la dignità e la capacità di reagire.

Scrivete che rifiuterete e combatterete ogni tentativo di devoluzione, tutelando la memoria e il sangue versato dai patrioti. Eppure se da una parte si inneggia alla Padania, al Sud si comincia a parlare di autonomia. Cosa ci aspetta dunque? Dovremo scendere in piazza per difendere l’Unità d’Italia?

Il 90 per cento degli italiani considera positivamente l’Unità nazionale, un’eredità che è arrivata a noi dal Risorgimento e da 150 anni di storia e che ci è stata consegnata dai “padri della Patria”. Un patrimonio importante, quindi, da custodire con cura e che non andrà mai disperso. Gli strappi e le provocazioni di coloro che inneggiano alla Padania (e dei neoborbonici) non hanno fatto altro che rafforzare il sentimento unitario. C’è un’Italia di persone dalla schiena dritta, che ama il proprio Paese e che (ce lo dicono i sondaggi) è più numerosa di quello che appare.

Ricostruite l’intera vicenda che ha portato alla nascita dell’inno d’Italia ma, le chiedo, secondo lei perché non si canta la sua versione estesa, preferendogli quella breve?

Perché dell’inno si conosce soltanto la prima strofa. E così sfugge il merito più grande di Mameli che fu la visione unitaria che ebbe del Risorgimento e che si manifesta nella strofa chiave che dice: «Dall’Alpe a Sicilia, dovunque è Legnano; ogn’uom di Ferruccio ha il core, ha la mano; i bimbi d’Italia si chiaman Balilla; il suon d’ogni squilla i Vespri suonò». In non più di otto versi, Mameli riuscì  a concentrarvi un “campione” di momenti libertari in punti diversi d’Italia: poco conta che non fossero contemporanei, e che ognuno abbia avuto propri connotati. Nel libro (L’Italia s’è desta) c’è l’intero inno e l’esigesi di ciascun verso.

Non le sembra assurdo che l’inno di Mameli sia ancora provvisorio e che periodicamente venga messo in discussione?

Sì, mi sembra assurdo. E quando ho l’opportunità di incontrare un parlamentare glielo rammento. L’ultima volta l’ho fatto a Cortina d’Ampezzo, al Miramonti, in occasione della presentazione del libro. Nell’occasione il mio interlocutore era Giancarlo Mazzuca, anche lui, come me, attento alla storia dell’Italia. Precedentemente l’avevo fatto con Enzo Bianco. L’inno di Mameli ha molti sostenitori, anche tra i musicisti famosi come Riccardo Muti che ha recentemente dichiarato: “Trovo assurdi certi appelli alla sua sostituzione. Teniamoci l’inno di Mameli e che Dio ce lo conservi”.

Mameli lo si potrebbe immaginare anche come un letterato pacifico e bonario e invece con la storia del “poeta con la sciabola” rivelate la sua vera storia. Cosa l’ha maggiormente colpito della sua figura?

Mi ha colpito la determinazione e la tenacia del giovane Mameli, che era motivato,  dall’amor di patria, a porsi un obiettivo e a raggiungerlo a qualunque costo. Dopo averci regalato il “Canto degli italiani”, ha dato la propria vita, sul colle del Gianicolo, in difesa della Repubblica Romana. Il sacrificio di Mameli; il martirio dei giovani Luigi Zamboni e Giovanni Battista De Rolandis che (a Bologna) per primi hanno indossato una coccarda tricolore durante il tentativo di insurrezione contro lo Stato pontificio;  l’eroismo degli  studenti “i Camiciotti”, che si batterono come leoni contro “Re Bomba” (Ferdinando II di Borbone) e che piuttosto di arrendersi si gettarono a capofitto nel pozzo di Santa Maria Maddalena a Messina per non abbandonare il loro tricolore: tutto questo ci dice che dai propri giovani il Paese ci si può attendere le cose migliori. Queste e molte altre storie le raccontiamo nel libro L’Italia s’è desta.

Il 7 gennaio 1797 nasce la bandiera italiana e Giuseppe Compagnoni avrà un ruolo fondamentale. Chi era questo letterato patriota e come si è giunti al tricolore come lo conosciamo?

La storia del Tricolore è lunga e ricca di avvenimenti. Tutto comincia, come lei ha ricordato, a Reggio Emilia durante l’assemblea costituente della Repubblica Cispadana, quando Giuseppe Compagnoni (deputato di Lugo, certamente patriota e certamente letterato con alti e bassi) propose l’adozione della bandiera verde, bianca e rossa e la sua proposta fu accolta con scrosci di applausi. Quella prima bandiera italiana ebbe caratteristiche diverse rispetto al Tricolore che conosciamo attualmente: differiva nella disposizione dei colori, le bande erano orizzontali, nella parte bianca spiccava una faretra con quattro frecce e le lettere “RC”. Ma l’11 maggio 1798 la Repubblica Cisalpina introdusse una versione a bande verticali. E quel verde, quel bianco e quel rosso divennero da subito i colori della fede politica e della speranza in un futuro migliore.

Professor Marchetti Tricamo perché sono stati scritti tanti libri per denigrare l’Italia, il Risorgimento e persino l’Unità?

È incredibile! Noi italiani passiamo con estrosa facilità dall’autoesaltazione all’autodenigrazione e viceversa del Paese. Idee un bel po’ confuse? Opportunismo? Chissà? Purtroppo, così si contribuisce ad alimentare l’atavico antagonismo tra Nord e Sud. È realtà che il nostro sia un paese a due velocità. La fonte del divario è lontana: si può attribuire, per quanto riguarda il Sud, alla politica dei governi borbonici ma anche alle mancate (nella politica successiva al 1860) strategie e capacità per riequilibrare il Paese. Il recupero del divario, tra Nord e Sud, dovrebbe costituire la priorità per ogni Governo che voglia rimettere in moto l’Italia intera. Ma il Governo, oggi, ha tante “gatte da pelare”! Emerge, comunque, una certezza. Noi italiani vogliamo che nel nostro cielo sventoli una sola bandiera, il tricolore, e vogliamo continuare a cantare l’inno di Mameli.

Giuseppe Marchetti Tricamo è docente presso la facoltà di Scienze politiche, Sociologia, Comunicazione nell’Università La Sapienza di Roma. Dirige Leggere:tutti, rivista del libro e della lettura. È stato direttore di Rai-Eri. Ha pubblicato La fabbrica delle emozioni. Così si fa l’editore in Italia (2005).

Fonte: www.tempostretto.it del 31 agosto 2011

Massimo Carlotto attacca: «L’Italia è nelle mani di una manica di incapaci»

Può destare una certa sensazione il fatto che Massimo Carlotto, l’autore della serie cult L’Alligatore affermi che «oggi il noir non è più lo strumento d’eccellenza per raccontare la realtà». Ma Carlotto, il maestro del noir mediterraneo, con la sua nitida analisi ha ipso facto abilitato tutti i generi narrativi a raccontare il degrado della società italiana e proprio questa è l’essenza della nuova collezione numerata della casa editrice ​Edizioni E/O ovvero Sabot/Age, diretta da Colomba Rossi e curata proprio da Massimo Carlotto. La collezione, sbarcata in libreria il 24 agosto, è dedicata alle “storie che il nostro Paese non è più in grado di raccontare” e ha preso avvio con due titoli importanti: Matteo Strukul (autore de “La Ballata di Mila”) porta sulla pagina un pulp ritrovato e rinvigorito per raccontare le gang cinesi mentre Carlo Mazza (autore de “Lupi di Fronte al Mare”) si distingue per uno stile classico e folgorante con il quale denuncia gli orrori della malasanità pugliese. «Con i miei libri – racconta Carlotto – ho messo in luce chi ha saputo sfruttare il degrado morale per fare fortuna. Sabot/age invece, racconterà le storie delle vittime che hanno deciso di ribellarsi».

Il nome della collana è il punto perfetto da cui partire…

Sabot/age letto alla francese o all’inglese ha un doppio significato molto interessante. Il sabot è lo zoccolo di legno che gli operai delle filande lanciavano nelle macchine quando, esausti, non reggevano più i ritmi di lavoro. La parola inglese “Sabotage”, sabotaggio, rende alla perfezione la stanchezza degli italiani, esausti dal clima di menzogna e mistificazione della realtà nel quale è piombata l’Italia. Oggi sembra davvero necessario sabotare la macchina mediatica che propina una realtà falsata.

Come la si può sabotare?

Raccontando storie prese dalla realtà che rendono al meglio l’Italia odierna, quella del post-collasso. Il noir aveva anticipato questo collasso descrivendo la crisi ma ora è importante che tutti i generi letterari riescano a raccontare ciò che accade, rendendo al meglio le modificazioni antropologiche che hanno subito gli italiani negli anni.

Nel suo ultimo libro “Alla fine di un giorno noioso” lei fotografa un Veneto dove tutti sono corruttibili e non ci sono più valori. Ma con la collana “Sabot/Age” cambia la prospettiva…

Sì. Io ho raccontato la crisi dal punto di vista di chi si è approfittato della crisi, invece questa collana racconta l’altra faccia della medaglia, quelle storie taciute che evidenziano come la gente affronta quotidianamente il degrado nel quale l’Italia sta sprofondando. Siamo giunti ad un punto di non ritorno con cui bisogna fare i conti. E’ brutto dirlo ma, da un punto di vista letterario, il momento è molto affascinante».

La collana si è aperta con due titoli importanti e assai diversi fra loro: “La Ballata di Mila” di Matteo Strukul e “Lupi di Fronte al Mare” di Carlo Mazza. Cosa vi ha colpito di questi romanzi tanto da decidere di partire con essi?

Questa è una collezione numerata che punta sui contenuti e non sui generi e tutti i numeri hanno in comune il fatto di essere storie molto potenti. Il numero uno è “La Ballata di Mila” (pp.224; €17) di Matteo Strukul che rilancia il pulp con forza, raccontando la storia di una vittima che si ribella. I personaggi che alzano la testa e non accettano più di essere sottomessi saranno determinanti in questa collana. Invece “Lupi di Fronte al Mare” (pp. 368; €19,50) di Carlo Mazza è una storia straordinaria perchè racconta per la prima volta in un romanzo, lo scandalo della sanità in Puglia. Mazza si muove sulla pagina con una lucidità folgorante cui abbina una forma letteraria classica e nitida. Questi due autori, siamo certi, ci daranno grandi soddisfazioni.

Quando la intervistai per “Alla fine di un giorno noioso” lei mi confessò che era molto preoccupato per la condizione morale del nostro paese. E oggi?

Oggi lo sono anche di più. E’ successo quello che mi aspettavo ovvero un collasso morale ed economico. Siamo in mano ad una manica di incapaci che stanno gestendo il paese maniera straordinariamente pessima. Me lo aspettavo ma ora è giunto il momento di cambiare e questo grande fermento letterario può essere un segnale importante.

Fonte: www.tempostretto.it del 29 agosto 2011

Massimo Maugeri: «Nonostante le ansie contemporanee, oggi c’è ancora posto per la speranza»

Le nostre ansie e le contraddizioni in seno alla nostra società sono il ricco spunto del nuovo libro di  Massimo Maugeri, la raccolta di racconti intitolata Viaggio all’alba del millennio, edito PerdisaPop (pp. 208; €15). Dal terrore mediatico all’incapacità di comunicare nonostante i media stessi, dalla perdita d’identità alle incertezze sul futuro cui si va incontro, Maugeri porta sulla pagina una ricca galleria di personaggi che compongono un mosaico della Commedia Umana di balzacchiana memoria. Tuttavia nella propria prosa Maugeri lascia filtrare anche sprazzi di dolcezza, di speranza, come se la realtà, per quanto dura, possa concedere anche la possibilità di essere semplicemente felici, un giorno. Ma Viaggio all’alba del millennio è anche l’occasione per discutere con un l’ideatore del seguitissimo sito Letteratitudine circa il futuro dell’editoria italiana e il recente riscatto dei racconti, un tempo vilipesi e oggi assurti agli onori delle vendite, grazie soprattutto alla piccola-media editoria.

L’etichetta di “critico” Maugeri non se la sente cucita addosso, preferendo quella di “divulgatore” e del resto anche la sua esperienza radiofonica su Radio Hinterland con “Letteratitudine in Fm” è il perfetto esempio di come sia possibile dialogare con autori e lettori alla pari.

Maugeri ha inoltre partecipato al Taobuk festival di Taormina presentando proprio “Viaggio all’alba del millennio”.

Come nasce questa raccolta di racconti?

Nasce dall’esigenza di riflettere e di provare a raccontare questo scorcio di inizio millennio, con le sue ansie e le sue contraddizioni. Da un lato, sono le ansie e le contraddizioni di sempre; dall’altro, sono frutto delle caratteristiche peculiari di questi nostri anni. Storie diverse, scritte con stili diversi, popolate da molti personaggi che finiscono con il ritrovarsi tra un racconto e l’altro. Da questo punto di vista i racconti di “Viaggio all’alba del millennio” possono essere considerati e letti come i capitoli di un romanzo. Sono viaggi compiuti fuori e dentro l’uomo di oggi, che puntano il dito sui disagi dettati dalla crisi d’identità, dalla paradossale difficoltà a comunicare “veramente” (nonostante lo sviluppo dei  media), da certi scenari che cambiano. I temi trattati sono molteplici: il terrorismo internazionale, l’ansia da attentati, le contraddizioni di certi rapporti famigliari, alcuni aspetti negativi della comunicazione in rete, l’immigrazione clandestina, il desiderio di riscatto nonostante tutto, e altro ancora. Racconti duri, che però non mancano di strappare sorrisi e che comunque non voltano le spalle alla speranza.

I maestri nell’arte delle short stories sono numerosi e assai diversi negli stili. Hai tratto ispirazione da qualcuno in particolare?

Se devo farti un nome, non posso che indicare quello di Italo Calvino… con riferimento a “Le città invisibili”: un insieme di storie che può essere considerato – anche qui – come una raccolta di racconti “a tema”, o come un romanzo. Sono storie ad alto concentrato visionario e metaforico, e per questo ancora molto attuali (a mio avviso, almeno). C’è una citazione tratta da “Le città invisibili” che attraversa storie e personaggi di “Viaggio all’alba del millennio”, e che – da un certo punto di vista – potrebbe essere considerata come chiave di lettura di questo mio libro. Ed è la seguente: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio ”.

Sino a pochi anni fa, il racconto e la poesia erano particolarmente osteggiati dall’editoria italiana. Oggi c’è una maggiore apertura mentale almeno per quanto riguarda il racconto. Come ti spieghi quest’evoluzione dei gusti?

Semplicemente ci si è resi conto che esiste una parte rilevante di lettori che ama leggere racconti. Peraltro molti, oggi, leggono a “singhiozzo” per via dei numerosi impegni. In tal senso le narrazioni brevi potrebbero anche essere ritenute preferibili. Tuttavia bisogna sottolineare che la recente apertura verso i racconti trova maggiore spazio nella piccola e media editoria. I grossi marchi editoriali, tranne rare eccezioni, continuano a puntare sui romanzi.

Letteratitudine ormai è un punto di riferimento sul web. Com’è nata questa esperienza e come sei giunto anche in radio?

Il blog Letteratitudine è nato per caso nel settembre del 2006. Era appena venuta al mondo la mia secondogenita e avevo più difficoltà del solito negli spostamenti. Da qui l’idea di creare un blog che potesse consentirmi di “incontrare” – senza spostarmi da casa – altra gente interessata alla letteratura. In effetti Letteratitudine nasce proprio come “luogo d’incontro” tra coloro che gravitano attorno al mondo del libro: lettori, scrittori, critici letterari, giornalisti culturali, librai, ecc. Ma, all’epoca, non avrei mai potuto immaginare di beneficiare di consensi così ampi. L’esperienza della radio è di epoca più recente, ed è figlia del successo del blog. Come ho raccontato in altre circostanze, sono stato contattato via Facebook da Gabriele Pugliese, il direttore di Radio Hinterland (una radio che trasmette in Fm in Lombardia, ma che va in diretta – in streaming – anche via Internet). Pugliese mi ha proposto uno spazio per condurre una trasmissione culturale che si occupasse di libri e letteratura. All’inizio avevo qualche perplessità, e infatti ho declinato l’invito. Poi Pugliese mi ha chiamato più volte al telefono, e – alla fine – mi ha convinto. Oggi gli sono molto grato. Per me, questa della radio è senz’altro un’esperienza entusiasmante e arricchente. La trasmissione si chiama “Letteratitudine in Fm”. L’obiettivo di queste mie chiacchierate è quello di mettere l’ospite a proprio agio e indurlo a raccontare e a raccontarsi nel modo più naturale possibile… mi piace vedermi come una sorta di “medium invisibile” tra l’ospite e gli ascoltatori. E questo trattamento lo riservo a tutti: sia agli autori noti al grande pubblico, sia a quelli meno noti. Credo che oggi “Letteratitudine in Fm” sia una delle più importanti trasmissioni radiofoniche che si occupano di  letteratura in Italia e vista la ricca galleria di scrittori noti che ho potuto intervistare ne vado particolarmente fiero.

Ho letto che non ti piace l’etichetta di critico letterario. Come ti definiresti?

Non saprei. Per la verità non mi interessano granché le etichette. Sono uno che si occupa di libri, forse più come “divulgatore” e “comunicatore” che come “critico”… anche se continuo a scrivere di libri su qualche quotidiano e magazine.

Stai partecipando al Taobuk festival di Taormina. Da un paio d’anni in Sicilia e in Calabria stanno nascendo diversi festival letterari, più o meno ambiziosi. E’ il segnale tanto atteso di un risveglio culturale?

È il segnale che la gente sente l’esigenza di una maggiore offerta culturale. Da un lato c’è l’impegno personale di tanti operatori culturali che stanno dando tutto se stessi per portare avanti “sogni” (anche perché molte di queste iniziative sono nate in economia e con budget risicatissimi), dall’altro c’è una risposta significativa da parte del pubblico. Sì, mi sembra un segnale positivo. Anche perché si tratta di iniziative nate “dal basso”, e senza strumentalizzazioni politiche. E questo lascia ben sperare per il futuro. Laddove c’è voglia di cultura, c’è anche voglia di crescita. Per quel che mi è dato fare, nel mio piccolo, darò sempre una mano a questo tipo di iniziative.

Massimo Maugeri, catanese, collabora con molti magazine e quotidiani. Ha scritto: Identità distorte (Prova d’Autore, 2005; premio Martoglio), Letteratitudine, il libro (Azimut, 2008) e, insieme a Simona Lo Iacono, La coda di pesce che inseguiva l’amore (Sampognaro & Pupi, 2010). Ha curato Roma per le strade (Azimut, 2009).

Ha ideato e gestisce il sito http://letteratitudine.blog.kataweb.it.

Fonte: www.tempostretto.it del 12 luglio 2011