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Sandra Petrignani racconta la voce delle grandi scrittrici

Non solo un racconto ma un vero e proprio viaggio. Avvincente e ricco di spunti si rivela l’audiolibro La Scrittrice Abita Qui che la stessa autrice, la scrittrice Sandra Petrignani, legge per la ricca collana edita da Emons (€16,90) e già ricchissima di titoli avvincenti, con un ampio settore dedicato anche ai ragazzi. Dal Kenia al Maine, dalla Sardegna alla Provenza, da Copenhagen al Tibet, la Petrignani si è mossa con grande destrezza nella vita e nelle case-museo di alcune fra più grandi scrittrici del Novecento – Blixen, Deledda, Yourcenar, Colette, Woolf, David-Néel– riuscendo ad ascoltare con grande naturalezza “la voce delle cose”.

Oggi il mercato editoriale attende con ansia l’esplosione degli e-book ma nel frattempo la semplicità dell’audiolibro sembra davvero essere la perfetta sintesi fra la necessità di dover comprimere al massimo il proprio tempo e il desiderio di non voler rinunciare alla grande letteratura. Consigliato agli scettici.

C’è un fil-rouge che unisce le scrittrici che ha scelto?

Il fatto che sono narratrici del ‘900 e che hanno una casa museo. Desideravo che il lettore potesse ripetere il mio viaggio e vedere di persona, quando possibile, gli oggetti di cui parlo.

In questo pellegrinaggio nelle case-museo lei ha voluto “dar voce alle cose”. E’ stato difficile carpirne l’essenza, provare empatia con gli ambienti e le parole delle autrici?

Ascoltare “la voce delle cose” mi viene abbastanza naturale. Dunque nessuna difficoltà, anche perché sono tutte autrici che conosco molto bene, che ho frequentato (come lettrice ovviamente) fin da giovane, di cui conoscevo bene le biografie, e dunque trovare coincidenze fra vita e opera è stato emozionante, mai difficile.

Il concetto di modestia per la Deledda è molto interessante. Lo condivide?

Mi piacciono le persone che non hanno un alto senso di sé, ma che lo producono negli altri per l’indipendenza del loro pensiero e comportamento.

Sandra Petrignani legge…leggeva ad alta voce pagine di Madame Bovary per metterne alla prova la fluidità del suono. Per lei quant’è importante la musicalità della sua prosa?

Sì, si può chiamarla “musicalità”. E’ il corretto rapporto fra scrittura e personalità. Leggere ad alta voce è utilissimo per capire il proprio registro, per scovare le cadute e correggerle.

L’audiolibro sta guadagnando mercato. E’ un ritorno ai cantastorie o un modo intelligente per sfruttare il proprio tempo al massimo?

Non credo che i cantastorie c’entrino molto. Per me è sicuramente un modo di fare due cose insieme: in genere guidare la macchina e, ascoltando, “leggere” un libro. Questa scoperta dell’audiolibro mi entusiasma. Mi piace, in certi casi, molto di più che ascoltare musica.

Vorrei chiudere chiedendole: ha trovato il senso del disegno nel tappetto di cui parla Karen Blixen?

Quello, se c’è, lo si scopre solo alla fine. Per ora non intravedo che scarabocchi, accidenti!

Sandra Petrignani è nata a Piacenza e vive tra Roma e la campagna umbra. Ha scritto il libro di viaggio Ultima India; i racconti raccolti in Il catalogo dei giocattoliVecchi, Poche storie; i romanzi Dolorose considerazione del cuore, Navigazioni di Circe, Care presenze, Come fratello e sorella; le interviste Le signore della scrittura. Con La scrittrice abita qui è stata finalista al Premio Strega 2003.

Fonte: www.tempostretto.it del 18 luglio 2011

I libri cambiano davvero il destino delle persone.

Confesso di avere un debole per i libri che parlano di libri. Da Calvino a Yehoshua, da Vargas Llosa a Hornby, da Miller a Manguel per fortuna sono numerosi – ma mai abbastanza per quanto mi riguarda – i romanzi che piuttosto che scandagliare il processo narrativo in modo didascalico-accademico, mirano semplicemente a farci incuriosire e innamorare, innescando un processo di scatole cinesi che il vero Lettore non potrà non seguire. Così, una volta chiuso il libro sarà già pronta una lista di nuovi titoli da scovare in libreria, su consiglio di autori che apprezziamo e che magari, qualcun altro libro ci ha fatto conoscere. E il piacere è maggiore se i titoli in questione sono in fase di traduzione o difficili da reperire come nel caso diLa Casa di Carta edito da Sellerio (pp. 96; tr. it. di Maria Nicola; €10), che è stata capace di assicurarsi una piccola perla che non potrà non ingolosire i bibliofili o bibliofolli, citando il bel libro di Alberto Castoldi.

La Casa di Carta (che Alberto Manguel cita neIl diario di un lettore) è il surreale racconto dell’incrociarsi di quattro destini, tutti legati ai libri in modo molto stretto. Perché, come l’autore sottolinea, i libri cambiano il destino delle persone. Il romanzo esiguo nel numero di pagine ma non per la densità di contenuti, prende avvio con un decesso: Bluma Lennon, docente universitaria a Cambridge, viene travolta da un auto proprio mentre leggeva un volume di versi di Emily Dickinson dopo averlo acquistato in una libreria di Soho. Incredibilmente tutto ciò da il via ad una sorta di diatriba accademica per calcolare quale verso stesse leggendo con precisione nel momento dell’impatto. E’ evidente che Dominguez non debba nutrire grande stima per gli accademici vista l’ironia utilizzata per dipingerli. 

Sarà proprio il successore in pectore di Bluma, un docente argentino di ispanistica, a prendersi cura dei suoi studenti ma la sua attenzione sarà attratta da un volume recapitato proprio alla defunta collega dall’Uruguay e giunto troppo tardi: una copia del 1946 de La Linea d’Ombra di Joseph Conrad. Come se non bastasse la dedica nel libro, vergata dalla stessa Bluma per un misterioso uomo, il volume presenta inequivocabili tracce di cemento che rischiano di far impazzire la domestica del professore, sempre alle prese con l’impari battaglia contro la polvere e i parassiti della carta.

Come il cuore rivelatore di Poe, quel libro, piazzato sul leggio attrae fatalmente l’attenzione del docente, che prova sentimenti contrastanti verso i libri tanto che anno dopo anno cerca di evitare che la sua casa venga inondata dai libri:

“Ogni anno regalo non meno di cinquanta volumi ai miei studenti, eppure non riesco a smettere di aggiungere sempre un nuovo scaffale, una nuova doppia fila di libri; i libri avanzano per la casa, silenziosi, innocenti. Non riesco a fermarli”.

Chi è Carlos Brauer e perché ha rispedito indietro quel volume a Bluma? Cosa spinge il docente ad imbarcarsi in un viaggio verso la natìa argentina e poi verso l’Uruguay per scoprire la storia di Brauer e del suo folle archivio?

Dominguez ha scritto uno dei libri più interessanti sulla bibliofilia, l’arte di creare le biblioteche – con o senza un criterio logico – evidenziando che la fatica per procurarsi un libro non è nulla dinnanzi a quella per disfarsene. “Le biblioteche di una vita sono ben di più di una semplice somma di libri”, scrive Dominguez. “Una biblioteca è una porta sul tempo”, come scrisse Borges.

Olivia Corio: «La vera sensualità è il pudore del mostrarsi»

Dopo la prima fortunata uscita, la collana Iconoclasti, curata da Giulia Belloni per Alet, riparte con Colpiscimi (pp.208; €10) di Olivia Corio. Parlare di questo libro è semplice ma al tempo stesso arduo poiché la Corio – già giornalista e mamma  – esordisce con un libro denso di personaggi, punti di vista e temi, trattati e ben approfonditi. Il tema centrale del libro è la maternità (sia quella desiderata ardentemente da Sofia che quella inattesa di Mariasole) che stravolge tutto, i corpi come gli equilibri affettivi. Parafrasando Pirandello, i personaggi della Corio non cercano l’autore ma la forza per destarsi da una sorta di status quo, un limbo nel quale la vita e il Caso li ha fatti piombare.

La Corio candidamente confessa di aver scoperto solo recentemente il fuoco ardente della narrativa e con essa è esploso l’interesse per l’immaginazione, la vita altrui: «chi scrive un romanzo si muove su un terreno più vasto, a volte può perdere la strada, ma può anche ritrovarla».

 

In diverse accezioni il tema della maternità, desiderata almeno quanto temuta, è centrale in Colpiscimi. E’ stato difficile scrivere delle tante perplessità di Mariasole, ad esempio?
La maternità è un evento sconvolgente, porta con sé sentimenti forti e contrari: paura ed esaltazione, certezza e dubbio, benessere e malessere. Penso che anche le donne più decise, che hanno desiderato fortemente diventare madri, conoscano questo spaesamento. L’amore per un figlio proprio perché è totalizzante modifica per sempre il nostro paesaggio interiore. Mariasole è al centro di questo vortice. Lei un bambino non lo ha cercato. Il suo corpo e il suo cuore sono ostaggi. Anche Sofia, l’altra madre del romanzo, ha perso il suo baricentro. Lei un figlio lo vuole a tutti i costi, ma il desiderio di maternità ha occupato spazi non suoi, eroso tutto il resto, è diventata un’ossessione, per questo non è più libera.

Mi ha molto incuriosito la scelta di portare sulla pagina i Reborn babies. Ma a tuo avviso perché le bimbe hanno questa passione per i bambolotti, perché questo desiderio di “sentire il cuore che batte”?
Ho la sensazione che le bambine siano femmine prima ancora di sapere di esserlo. Questione di istinto, penso. Senza alcuna spinta si mostrano attratte dalla sfera emotiva, apprezzano il melodramma, piangono in maniera eclatante, sono donne anche a tre anni. Emulare la mamma attraverso l’accudimento di un bambolotto è naturale. Quello che mi ha colpito dei Reborn babies è la verosimiglianza portata all’estremo. La prima volta che li ho visti mi hanno ricordato i lavori di un artista, Ron Mueck, conosciuto per la replica perfetta di un cadavere nudo, Dead dad era il nome dell’opera. I bambini però non hanno il nostro sguardo, non vedono la morte dove la vediamo noi, tutto palpita, la vita è più potente di ogni altra cosa. Emma, per esempio, trova i Reborn babies bellissimi nonostante suo padre pensi che siano brutti come la morte.

Non è insolito trovare un romanzo in cui diverse voci si incrociano nelle pagine ma nel tuo libro non c’è un vero protagonista perché lo sono tutti. E’ stato arduo gestire gli equilibri narrativi?

E’ stato stimolante. Li ho immaginati come atleti fermi ai blocchi di partenza, ognuno pronto a correre con il suo pezzo di vita.  Solo che non c’è stata competizione, nessuno ha rubato spazio agli altri, avevano tutti la loro umanità da mostrare: uomini arroccati e soli come Alberto e Sergio, donne solide solo in apparenza come Silvia e Sofia, folgori come Mariasole, rocce come Massimo, persone ordinarie, come noi, persone che abbiamo attorno, che incontriamo o sfioriamo nel nostro percorso.

Le scene di sesso non sono volgari ma non mancano di particolari espliciti. Soprattutto per quanto riguarda i rapporti omo, hai avuto la tentazione di moderarti o l’autocensura non fa parte (fortunatamente) del tuo bagaglio narrativo?
In realtà mi sono moderata perché c’è un punto oltre il quale non andrei nel racconto. Non è questione di autocensura ma di pudore. A mio parere, mostrarsi e mostrare tutto, raccontare il sesso nei minimi dettagli, toglie bellezza. Il pudore, invece, è sensuale.

Credo che i meccanismi, consci ed inconsci, legati alla scrittura possano rivelare molto tanto dell’autrice che sulla sua opera. Nel retrocopertina si accenna alla recente nascita della tua vocazione narrativa ma quando ti sei resa conto che avevi voglia di scrivere un libro? Rispetto alla tua attività di giornalista, hai avuto un approccio differente per scrivere il tuo romanzo d’esordio?
Scrivevo storie da adolescente, ma rileggendole trovavo sempre qualcosa che non mi convinceva. Ci sono voluti anni per arrivare a un buon risultato. Non è una questione di esercizio, ma di esperienza di vita, per questo ammiro certi scrittori che hanno passato i sessant’anni, come Cormac McCarthy o Philp Roth. A quindici anni non avevo la curiosità che ho adesso, i miei occhi erano rivolti al mio mondo interiore, sogni e deliri da adolescente. Oggi mi interessa la vita degli altri più della mia. La differenza tra scrivere un romanzo e l’attività di giornalista penso che stia nell’immaginazione. Nel caso di una storia da raccontare è un asse portante. Inoltre, chi scrive un romanzo si muove su un terreno più vasto, a volte può perdere la strada, ma può anche ritrovarla.

Se Colpiscimi fosse un film credo che i corsivi dovrebbero essere recitati da una voce fuori campo, del resto il tuo libro ha un deciso piglio cinematografico. Se potessi scegliere liberamente quali attori/attrici vedresti alla perfezione nei panni dei tuoi protagonisti?
Sul momento mi vengono in mente solo alcuni nomi: Filippo Timi nei panni di Pietro Ferro, Isabella Ragonese nei panni di Ginevra Capitale. Lorenzo Bich potrebbe essere Elio Germano.

Colpiscimi è la seconda uscita della coraggiosa collana curata dall’editor Giulia Belloni per Alet. Olivia ti senti, almeno in parte, un’Iconoclasta?

L’apprezzamento di Giulia Belloni è stato uno dei regali più belli che mi ha fatto la vita. Ora l’orizzonte mi appare luminoso. Detto ciò, preferisco che siano gli altri a stabilire se sono o meno un’iconoclasta.

 

Fonte: www.tempostretto.it del 1 luglio 2011

 

La messinese Alessia Gazzola si racconta

Alice Allevi è una giovane specializzanda in medicina legale. I suoi superiori non la giudicano ancora pronta ma lei ha grande passione per il suo lavoro e anche grazie all’affetto delle sue amiche, Alessia resiste alle umiliazioni e va avanti verso il proprio destino che la porterà…sulla scena di un delitto. Dovrebbe essere un caso come tanti per un medico legale ma Alessia conosce la vittima: una giovane ragazza romana trovata morta nel suo lussuoso appartamento. L’Allieva (pubblicato da Longanesi; pp. 378; € 18.60) è il romanzo d’esordio della scrittrice messinese – e specializzanda in medicina legale – Alessia Gazzola.

Un romanzo ambizioso su cui Longanesi ha puntato con grande decisione. Un best-seller annunciato. Una novella Kay Scarpetta nata nella terra siciliana. Alessia Gazzola dice di somigliare a Bridget Jones ma nelle sue parole trapelano anche grinta e tanta semplicità.

 

Alessia, volevi scrivere un romanzo sullo stile “Bridget Jones” e invece il tuo libro, è il primo medical thriller italiano al femminile. Ci racconti com’è andata?

«Penso che sia ancora un romanzo sullo stile Bridget Jones. Naturalmente le note medico-legali sono presenti e anche abbondanti, ma credo che la matrice da commedia rosa resti la vera anima di questo romanzo».

Ci presenti Alice, la tua protagonista?

«Alice è pasticciona e sbadata, molto insicura, emotiva e impaziente. Insomma ha tutte le caratteristiche per non essere un bravo medico legale. Eppure ha intuito ed entusiasmo, e sull’onda di questi di lascia travolgere in una storia dai contorni molto ambigui…»

Come mai hai deciso di ambientare il romanzo a Roma e non a Messina? E’ una scelta politically correct?

«No, solo perché non mi sembrava una storia adatta all’ambientazione messinese, anche per la presenza di alcuni personaggi come Yukino o Arthur che non avrebbero ragione di esistere a Messina.Te l’avranno chiesto tutti ma non posso esimermi».

Quanto c’è di autobiografico in questa storia e soprattutto nei suoi personaggi principali?

«C’è un po’ di me in molti personaggi, ma nessuno è il mio alterego».

Longanesi ha puntato con grande decisione sul tuo libro e il tuo libro sta ottenendo un grande riscontro sia nelle vendite che nelle critiche. E’ un sogno divenuto realtà? Il successo letterario ti sta cambiando la vita?

«Un po’ la mia vita è cambiata: viaggio spesso per le presentazioni, ricevo più mail e più chiamate. Ho perso un po’ di serenità, ma anche acquisito una dimensione nuova e piena di gratificazioni. Penso che tutto, in bene e in male, faccia parte del gioco».

Alessia, un consiglio ai tanti aspiranti scrittori?

«Chiedetevi prima di tutto se davvero desiderate essere pubblicati. Interrogatevi sui pro e sui contro e capite cosa pesa di più sulla bilancia. Se la motivazione persiste, allora consiglio molta autocritica e suggerisco di affidare il proprio lavoro a un addetto ai lavori per un parere qualificato e realista».

 

 

Alessia Gazzola è nata a Messina nel 1982. Medico chirurgo, dal 2007 si sta specializzando in Medicina legale. Ha scritto il suo primo racconto all’età di cinque anni e da quel momento non ha più smesso di scrivere, ma L’allieva è il primo suo romanzo a essere letto da qualcuno che non sia la madre. Vive e lavora a Messina con il marito e un numero imprecisato di cani.

Sul web:www.allieva.it

 

Fonte: www.tempostretto.it del 15 marzo 2011

Giulia Valsecchi: «Nella valigia del viaggiatore perfetto non c’è spazio per gli stereotipi»

Wi16ae950008-01«Il destino di una città può formare il carattere di una persona». Partiamo da questa frase per parlare di Istanbul. Dalla finestra di Pamuk (edizioni Unicopli; pp. 179; €12), allo stesso tempo una guida letteraria e un diario di viaggio che l’autrice, la bergamasca Giulia Valsecchi, ha dedicato ad una città troppo spesso schiava del pregiudizio occidentale: «mi piace sempre dire che Istanbul è un luogo difficile da scansare, un rombo che può scatenare solo reazioni forti. Ecco perché ritengo che certi cosiddetti rischi di ossessione islamica siano da commisurare alla sua varietà di luogo dolente e sublime».

Laureata in Lettere Moderne (e in seguito diplomata presso la Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano), la Valsecchi ha speso parecchi mesi per ricercare fonti letterarie su Istanbul, costruendo un percorso a più voci lungo l’arco di due secoli. Il risultato è un diario di viaggio ma anche un omaggio ai Maestri della letteratura, da Brecht a Pamuk. Un libro da tenere sul comodino per viaggiare con l’immaginazione come Salgari o da mettere in valigia, con fiducia. Marta Ottaviani nella Presentazione, scrive che “non tutte le città meritano d’essere raccontate, è un privilegio che spetta a poche”.

Perché hai scelto di raccontare Istanbul?

Istanbul nasce dall’incontro felice con un editore fiducioso e attento, Unicopli, e una collana, Le città letterarie, che continua a mettere radici nel legame tra i luoghi e le finestre letterarie che li raccontano o li hanno raccontati mediando tra ricordi e immaginazione. La scelta si è poi mossa tra suggestioni e umori avvertiti da tempo, sfociati a più riprese nella lettura dei romanzi di Pamuk e nella visione, ormai qualche anno fa, del Bagno turco di Ferzan Ozpetek. E, in più, le stratificazioni di questa città tra due sponde da sempre hanno attratto la mia scrittura, oltre che il mio interesse verso i rapporti altrettanto oscillanti e contaminati tra le derive filo-islamiche e la questione femminile che però qui ho solo sfiorato.

Hai scelto di raccontare questa città mediante «tradizioni ed esperienze» sia proprie che altrui. Al vertice, sin dal titolo, si trova Pamuk e proprio “La valigia di mio padre” sembra aver giocato un ruolo particolare per la nascita di questo libro, vero?

Certamente, La valigia di mio padre è stato ed è tuttora per me un libriccino fondamentale come altro luogo d’origine. Mi spiego meglio: in quel breve saggio, Pamuk svela anzitutto una dichiarazione d’intenti rispetto al valore della parola in grado di penetrare nelle “fessure o crepe” meglio di ogni altra proposta rivoluzionaria o linguaggio. Descrive un’eredità cospicua da parte del padre e così la fatica dello scrittore, il suo attaccamento spasmodico alla solitudine creatrice. Per queste stesse ragioni, proporre una guida letteraria affacciandosi con la massima modestia alle finestre di uno più autori ha significato per me non solo un esordio attraverso Istanbul, ma una seconda valigia da lasciare in eredità al lettore proprio come fece il padre di Pamuk. Spero che questa volontà passi in ogni pagina ma, lo ripeto, da intendersi come tentativo, sforzo, scommessa dell’anima.

Il tuo libro è ricco di citazioni che arricchiscono, impreziosiscono il tuo resoconto personale. Come hai costruito questo racconto a più voci?

La prima parte del mio lavoro si è svolta per mesi alla ricerca dei materiali letterari, delle testimonianze da estrapolare e romanzi da scomporre per individuare una linea continua, anzitutto tra alcuni autori a cavallo degli ultimi due secoli. Se dunque Pamuk è stato l’albero maestro, le altre voci si sono insinuate o hanno preso il sopravvento per ribadire assonanze perlopiù percettive, fatte di immagini che volevo risultassero vivide al lettore. Mi piace non a caso paragonare questo viaggio a una traversata per mare: la consegna impervia che prevedeva di inserire già dai titoli dei percorsi chiave, mi ha aiutata a non disperdermi. E, in un secondo momento, è stato vitale mettere piede a Istanbul anche solo per pochi giorni. Meta e rapporto essenziale con la “terra” per riempire la prima pagina.

Mi incuriosisce molto l’epigrafe scelta per il tuo libro e del resto, il termine “Maestro” ritorna diverse volte nel testo…

Sì, è vero. E, dal momento che credo fortemente che nulla avvenga per caso, posso dare almeno due motivazioni della ricorrenza di questo termine. Una di carattere più strettamente autobiografico tocca appunto la dedica del libro e riguarda una figura centrale nella mia formazione e purtroppo venuta a mancare solo un anno fa. L’altra, di natura più universale, legata invece a come si possa interpretare un Maestro nel senso di una guida d’osservazione. Ho citato Brecht, ma per me Maestro è chiunque combatta per quelle fessure troppo deboli se lasciate sole a definire il mondo per inerzia. Provare a delineare la polifonia di una città richiede sempre delle braccia più forti cui affidarsi…

Nel 2010 Istanbul è stata la capitale europea della Cultura. Ma che città è oggi Istanbul? A tuo avviso che influenza avrà sul suo sviluppo la lotta fra il mondo laico e quello religioso?

«Credo che la presenza di Istanbul come Capitale europea della Cultura sia stato il prologo a un’accettazione necessaria delle contraddizioni che questa città immensa incarna e che, in misura minore, riflettono quelle mondiali. Sia l’onestà di veder dialogare senza indiscrezioni donne velate e giovani più sfrontate o, ai nostri occhi europei, semplicemente libere. Il privilegio di irrompere come doppia riva e storia molteplice da secoli è un monito perenne a non sottovalutare la sua ricchezza. A questo proposito, mi piace sempre dire che Istanbul è un luogo difficile da scansare, un rombo che può scatenare solo reazioni forti. Ecco perché ritengo che certi cosiddetti rischi di ossessione islamica siano da commisurare alla sua varietà di luogo dolente e sublime. Se sapessimo varcare anzitutto i nostri “terrori”nazionali, potremmo ammirare le dorature ed eviteremmo di farci pungolare tanto facilmente dagli stereotipi.

Francesco Musolino®

Fonte: www.tempostretto.it del 5 novembre 2010