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Carlo Mazza rivela: «Nella follia della corruzione barese ritrovo il caos tipico degli ambienti noir»

Massimo Carlotto in persona lo ha scelto per Sabot/Age, la collana che cura per Edizioni E/O, contenente storie che nessun altro avrebbe voluto raccontare e con Lupi di fronte al mare (€19,50), il banchiere di origini baresi,Carlo Mazza, ha fatto il suo ingresso nel genere noir dalla porta principale. Un libro aggressivo che pone al centro della pagina proprio la città di Bari, destinata a diventare uno specchio del malaffare e della corruzione che imperano in Italia, difatti, i legami fra politica, malavita, sanità privata e gli ambienti finanziari sono al centro delle indagini del capitano dei carabinieri Bosdaves che si farà strada in una realtà dove la realtà sembra lasciare spazio alle peggiori fantasie criminali. Come fosse una medicina amara, Mazza ci mette di fronte al degrado sociale e morale di Bari, alla corruzione dilagante nel mondo della sanità e viste le cronache di questi giorni, il suo libro è più che mai di grande attualità: «E’ come se il perseguimento del profitto illecito non fosse più un obiettivo lucido e quantificabile, ma una corsa disperata, e in una certa misura consapevole, verso la propria fine».

Dopo qualche pubblicazione minore, il suo primo romanzo è stato premiato da E/O e da Massimo Carlotto che l’ha inserita nella collana Sabot/Age. In un certo senso anche lei si sente un sabotatore?

Sì, almeno in riferimento a “Lupi di fronte al mare”, un romanzo che descrive un contesto, un modo di fare e di essere, che trova difficilmente spazi nella letteratura “bianca”, sempre più tendente all’approccio autobiografico e meno alla narrazione dei contesti ambientali.

Lei porta Bari sulla pagina ma non si tratta solo di uno sfondo, anzi la città diventa quasi un vero e proprio personaggio…

Bari ha due particolarità, che la rendono adatta alla narrazione “noir”. In primo luogo, in generale l’evoluzione dell’universo criminale mostra una commistione tra le malavite autoctone (mafia, camorra…) e quelle che provengono dall’esterno (slave, nigeriane, cinesi). La collocazione geografica di Bari, a metà tra oriente e occidente, la rende città simbolo di questa commistione (oltre che concreto crocevia di traffici). Inoltre, forse per una rivalsa storica verso secoli di precarietà, i protagonisti del malaffare barese sembrano soggiogati da un’avidità autodistruttiva. Se sono un politico importante e ho un’indennità considerevole, per di più ottengo profitti enormi dalle mie pratiche di malaffare, perché chiedo al mio corruttore anche un cappotto di cachemire? Non sarebbe più prudente e più logico, considerando la modestia del regalo rispetto a ben altri affari, che io me lo acquistassi da solo? E invece no, pretendo anche quello. Oppure si finisce per mettere in crisi la propria immagine di politico, faticosamente costruita, per il piacere di quattro spigole o cinque chili di cozze. Il malaffare non è più nemmeno una tragedia, in questo senso. E’ solo follia. E’ come se il perseguimento del profitto illecito non fosse più un obiettivo lucido e quantificabile, ma una corsa disperata, e in una certa misura consapevole, verso la propria fine.  

Perché questa è una storia che nessuno avrebbe raccontato? Lo stile noir è stato fondamentale per sviluppare la sua storia?

Mi ricollego alla risposta precedente. Il giallo è una partita a scacchi, dove sia il comportamento dell’investigatore dia quello del criminale sono logici. La follia della corruzione barese, invece, è molto più aderente ai parametri del noir, che sono la complessità e il caos.  

Il suo protagonista sulla pagina, le somiglia o è solo frutto della finzione letteraria?

Nell’idea che me ne sono fatto, dovrebbe essere un po’ più alto di me, più tenebroso. Sì, qualcosa di me credo senz’altro di averlo riversato nel personaggio. Ad ogni modo, ciò è avvenuto anche per altri personaggi, ognuno dei quali esprime qualche aspetto della mia personalità.

Questo è il primo capitolo di una trilogia. Quale filo rosso unirà i tre libri?

La volontà di rompere gli inspiegabili silenzi e rendere conto della complessità del reale. Bisogna fare in modo che i lettori diventino consapevoli delle situazioni che vivono, proprio per mezzo della pagina scritta e del suo potere di coinvolgimento, tanto più grande quanto brillante è la scrittura e convincente la trama. 

FRANCESCO MUSOLINO

Matteo Strukul: «La mia Mila? Ero stanco di eroine della narrativa italiana molto remissive»

Matteo Strukul è il numero 1 di Sabot/Age, la nuova collana delle Edizioni E/O (curata da Massimo Carlotto) e con “La Ballata di Mila” (pp. 224; €17) ha avuto il merito di riportare in auge il genere pulp, dato per spacciato troppo presto. Oltre le numerose fonti di ispirazioni letterarie e cinematografiche, Strukul trae spunti anche dalla sua terra, «il Nordest della Bassa, degli ippodromi, dell’Altopiano dei Sette Comuni».

Ma qual è il senso della collana Sabot/Age? «Lungi dallo scrivere indagini travestite da romanzi, gli autori tenteranno di porre il tema all’attenzione del pubblico. Un modo per destare un allarme sociale che, nonostante tutto, non è mai esploso». Al centro del suo romanzo c’è una mafia cinese tracotante che si prende gioco dei padani veneti assorbendo le tradizioni locali per meglio spadroneggiare sul territorio, ormai piegato fra soprusi, violenze e tacita corruzione lasciando i cittadini nel ruolo di vittime indifese. Tranne la sua Mila Zago, «una vittima destinata suo malgrado a diventare carnefice».

Riguardo al concetto di multiculturalismo e integrazione, Strukul afferma: «E’ necessario evitare qualsiasi scontro fra culture, anzi, bisogna promuovere l’integrazione attraverso percorsi antropologici come la conoscenza reciproca della cultura d’origine, la cucina, lo spettacolo, il teatro. Ma in Italia, ahimé, sembra davvero impossibile capirlo…».

Con “La Ballata di Mila” hai rilanciato il genere pulp con vigore. Questo stile ti è assai affine ma come ci sei arrivato? E’ il frutto del tuo bagaglio letterario o della tua visione della vita?

Entrambe le cose. C’è tutto quello che leggo (noir e pulp), penso ad autori come Victor Gischler, Massimo Carlotto, Irvine Welsh, Don Winslow, Tim Willocks, Alan D. Altieri, Joerg Juretzka, Buddy Giovinazzo, Elmore Leonard, Joe R. Lansdale, Chester Himes, Allan Guthrie, Anthony Neil Smith, Cormac McCarthy, James Lee Burke, Patrick Quinlan, David Peace e moltissimi altri e poi ai fumetti di Warren Ellis, Garth Ennis, Alan Moore, Frank Miller. Poi c’è quello che vedo: i film di Sam Peckinpah, Werner Herzog, Robert Rodriguez, Quentin Tarantino, Sergio Leone, Neil Marshall, Riuhey Kitamura, John Woo, Takeshi Kitano, Guy Ritchie, William Friedkin, Michael Cimino, David Fincher. Però c’è anche quello che vivo: il Nordest della Bassa, degli ippodromi, dell’Altopiano dei Sette Comuni. Una terra epica e meravigliosa che non smette di sorprendermi e di rappresentare l’ambientazione perfetta per le storie che mi frullano in testa.

Mila sembra essere il perfetto emblema della collana Sabot/Age. Una donna che si rifiuta di essere uno stereotipo, una vittima indifesa…

Guarda, non avrei potuto dirlo meglio. Da una parte credo che il personaggio rappresenti, in sé, un tentativo di sabotaggio di una cultura molto maschilista come quella italiana, ancora ferma agli anni ’50. Ho voluto una donna destabilizzante al centro della storia, una protagonista capace di dominare gli uomini da un punto di vista mentale e fisico. Ero stanco di eroine della narrativa italiana molto remissive, relegate a ruoli secondari, come se una donna non potesse essere il centro anche “action” di un romanzo. Però è vero, Mila è una vittima e diventa carnefice suo malgrado. Andrà fino in fondo, però, applicando un concetto di giustizia molto personale, figlio di contraddizioni e rabbia, ma per certi aspetti, la sua, sarà una reazione assolutamente comprensibile.

Riguardo la mafia cinese nel veneto credi che l’allarme sociale sia esploso troppo tardi come avvenuto per la ‘ndrangheta a Milano?

Il punto è che l’allarme sociale non è affatto esploso. Voglio dire: i fatti esistono e certamente forze di polizia e procura stanno lavorando alla grande. Quello che latita secondo me è proprio la cronaca locale e nazionale. In effetti Sabot/Age prova a rispondere proprio a questo. Lungi dallo scrivere indagini travestite da romanzi, gli autori tenteranno di porre il tema all’attenzione del pubblico, utilizzando i generi più diversi: pulp, commedia, horror, post-apocalittico, noir. Sarà una collezione di contenuti e non di genere e ogni libro sarà strettamente connesso all’altro, rappresenterà il tassello di un mosaico più complesso, ma incompleto senza anche uno solo dei romanzi pubblicati.

Il fatto che la mafia cinese possa scegliere di rompere il suo isolamento e aprirsi ai costumi e alle tradizioni italiane, può essere un ulteriore fattore di rischio?

Certamente, anche se non la vedo molto probabile come ipotesi. La mafia cinese è caratterizzata da forte chiusura circa i propri riti e regole. Vero è che, come già quella russa, quella cinese cerca con le mafie autoctone la cooperazione e il conflitto rimane l’extrema ratio. Ma non mi ci vedo i cinesi ad aprirsi troppo, piuttosto il loro rinchiudersi in una cellula autosufficiente che un po’ alla volta cresce fino a mangiarsi il Paese ospite mi pare, ahimè, un’ipotesi molto più frequente.

Multiculturalismo è la parola d’oro del momento. Vista la tua attività nel mondo giuridico vorrei chiederti se trovi giusto che parte della società civile italiana – dai circoli ARCI ad alcune frange della sinistra – mettano in dubbio il principio stesso della reciprocità. Dove risiede l’equo confine fra apertura mentale e senso di colpa occidentale?

Guarda, non saprei dirti se manca la condizione di reciprocità. Però è vero che il conflitto fra culture non è la soluzione. Non penso a un inesistente Paese di Bengodi ma il tentativo di rimuovere la paura come unico elemento di confronto questo sì! La soluzione? Il promuovere l’integrazione attraverso percorsi antropologici come la conoscenza reciproca della cultura d’origine, la cucina, lo spettacolo, il teatro. In città come Berlino e Amsterdam, in cui vivo e ho vissuto, le feste delle minoranze etniche sono un classico da fine settimana. Puoi mangiare il cibo thailandese, vedere le loro cerimonie, parlare con la gente e lo stesso avviene per le minoranze con gli olandesi o i tedeschi. Quindi, a ben vedere, hai proprio ragione. D’altra parte, promuoverei quell’agognata integrazione attraverso percorsi di condivisione. E’ pur vero, però, che se continuiamo a considerare la cultura come qualcosa che non riempie la pancia non andremo da nessuna parte. E questo non l’ho certo detto io. Ad esempio a Padova con Sugarpulp organizzeremo un festival dedicato alla letteratura pulp-noir. Molti aficionados verranno da tutta Italia per parlare con Massimo Carlotto, Joe R. Lansdale, Jeffery Deaver, Victor Gischler. Tim Willocks. Trascorreranno un fantastico weekend in un bellissimo centro culturale a Padova, prenoteranno camere d’albergo, cene ai ristoranti. La cultura creerà un indotto e le persone trascorreranno un weekend diverso e stimolante. Ma perché in Italia è così difficile capirlo? Perché, ahimè, siamo un popolo che ha smesso di credere nella forza dell’arte e della cultura e questo, se continuiamo così, ci perderà definitivamente.

Infine vorrei chiederti: ti senti un sabotatore?

Non so se mi sento un sabotatore ma è certo che il personaggio di Mila Zago rompe geometrie e consuetudini di una certa narrativa italiana. Rappresenta per certi aspetti il catalizzatore ideale per provare a scrivere in un modo che ricordi l’andare al cinema o il bere un milk-shake. La scrittura non può essere solo analisi degli stati d’animo e contemplazioni interiori. Basta! Secondo me è ora di fare un po’ di spettacolo, di colorare le storie, ricordiamoci di Gianni Rodari, Italo Calvino, Emilio Salgari: loro avevano un gran ritmo, avevano brio, sorriso. Sono loro gli italiani che mi hanno influenzato, sarebbe ora di ripartire da lì per arrivare al videogame, al fumetto, al cinema e provare a mescolare tutto per vedere cosa succede. In questo senso, se vuoi, mi sento un sabotatore.

Matteo Strukul è nato a Padova nel 1973. Scoperto dallo scrittore Massimo Carlotto, è cofondatore di Sugarpulp – movimento letterario dedicato al pulp-noir, www.sugarpulp.it – e ha collaborato con riviste (Buscadero, Jam, Classix) e quotidiani (Il Mattino di PadovaLa Nuova di Venezia e MestreLa Tribuna di Treviso). Responsabile dell’ufficio stampa di Meridiano Zero, è dottore di ricerca in diritto europeo dei contratti e ha pubblicato saggi musicali su Massimo Bubola e Massimo Priviero. Il suo racconto “Bambini all’inferno” è stato pubblicato sul Manifesto. 
La ballata di Mila per la collezione Sabot/age delle Edizioni E/O è il suo primo romanzo. Vive insieme alla moglie Silvia fra Padova e Berlino. Il suo sito è www.matteostrukul.com. Potete scrivergli a matteostrukul@sugarpulp.it.

Fonte: www.tempostretto.it del 26 settembre 2011

Massimo Carlotto attacca: «L’Italia è nelle mani di una manica di incapaci»

Può destare una certa sensazione il fatto che Massimo Carlotto, l’autore della serie cult L’Alligatore affermi che «oggi il noir non è più lo strumento d’eccellenza per raccontare la realtà». Ma Carlotto, il maestro del noir mediterraneo, con la sua nitida analisi ha ipso facto abilitato tutti i generi narrativi a raccontare il degrado della società italiana e proprio questa è l’essenza della nuova collezione numerata della casa editrice ​Edizioni E/O ovvero Sabot/Age, diretta da Colomba Rossi e curata proprio da Massimo Carlotto. La collezione, sbarcata in libreria il 24 agosto, è dedicata alle “storie che il nostro Paese non è più in grado di raccontare” e ha preso avvio con due titoli importanti: Matteo Strukul (autore de “La Ballata di Mila”) porta sulla pagina un pulp ritrovato e rinvigorito per raccontare le gang cinesi mentre Carlo Mazza (autore de “Lupi di Fronte al Mare”) si distingue per uno stile classico e folgorante con il quale denuncia gli orrori della malasanità pugliese. «Con i miei libri – racconta Carlotto – ho messo in luce chi ha saputo sfruttare il degrado morale per fare fortuna. Sabot/age invece, racconterà le storie delle vittime che hanno deciso di ribellarsi».

Il nome della collana è il punto perfetto da cui partire…

Sabot/age letto alla francese o all’inglese ha un doppio significato molto interessante. Il sabot è lo zoccolo di legno che gli operai delle filande lanciavano nelle macchine quando, esausti, non reggevano più i ritmi di lavoro. La parola inglese “Sabotage”, sabotaggio, rende alla perfezione la stanchezza degli italiani, esausti dal clima di menzogna e mistificazione della realtà nel quale è piombata l’Italia. Oggi sembra davvero necessario sabotare la macchina mediatica che propina una realtà falsata.

Come la si può sabotare?

Raccontando storie prese dalla realtà che rendono al meglio l’Italia odierna, quella del post-collasso. Il noir aveva anticipato questo collasso descrivendo la crisi ma ora è importante che tutti i generi letterari riescano a raccontare ciò che accade, rendendo al meglio le modificazioni antropologiche che hanno subito gli italiani negli anni.

Nel suo ultimo libro “Alla fine di un giorno noioso” lei fotografa un Veneto dove tutti sono corruttibili e non ci sono più valori. Ma con la collana “Sabot/Age” cambia la prospettiva…

Sì. Io ho raccontato la crisi dal punto di vista di chi si è approfittato della crisi, invece questa collana racconta l’altra faccia della medaglia, quelle storie taciute che evidenziano come la gente affronta quotidianamente il degrado nel quale l’Italia sta sprofondando. Siamo giunti ad un punto di non ritorno con cui bisogna fare i conti. E’ brutto dirlo ma, da un punto di vista letterario, il momento è molto affascinante».

La collana si è aperta con due titoli importanti e assai diversi fra loro: “La Ballata di Mila” di Matteo Strukul e “Lupi di Fronte al Mare” di Carlo Mazza. Cosa vi ha colpito di questi romanzi tanto da decidere di partire con essi?

Questa è una collezione numerata che punta sui contenuti e non sui generi e tutti i numeri hanno in comune il fatto di essere storie molto potenti. Il numero uno è “La Ballata di Mila” (pp.224; €17) di Matteo Strukul che rilancia il pulp con forza, raccontando la storia di una vittima che si ribella. I personaggi che alzano la testa e non accettano più di essere sottomessi saranno determinanti in questa collana. Invece “Lupi di Fronte al Mare” (pp. 368; €19,50) di Carlo Mazza è una storia straordinaria perchè racconta per la prima volta in un romanzo, lo scandalo della sanità in Puglia. Mazza si muove sulla pagina con una lucidità folgorante cui abbina una forma letteraria classica e nitida. Questi due autori, siamo certi, ci daranno grandi soddisfazioni.

Quando la intervistai per “Alla fine di un giorno noioso” lei mi confessò che era molto preoccupato per la condizione morale del nostro paese. E oggi?

Oggi lo sono anche di più. E’ successo quello che mi aspettavo ovvero un collasso morale ed economico. Siamo in mano ad una manica di incapaci che stanno gestendo il paese maniera straordinariamente pessima. Me lo aspettavo ma ora è giunto il momento di cambiare e questo grande fermento letterario può essere un segnale importante.

Fonte: www.tempostretto.it del 29 agosto 2011