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Matteo Righetto: «Non dobbiamo temere la natura selvaggia ma la crudeltà del genere umano»

Un romanzo e basta. È proprio l’autore,Matteo Righetto – scrittore e direttore di Scuola Twain – a rompere gli indugi, rifiutando ogni facile etichettatura per il suo nuovo libro, La Pelle dell’Orso (Guanda editore; pp. 153 € 14). C’eravamo detti arrivederci con un romanzo irriverente e tagliente comeSavana Padana che fotografava un nord-est assai diverso da quello osannato dai tg, dalla celeberrima locomotiva; Righetto torna con un libro assai diverso, lontano anni luce dalla voce pulp-noir che lo contraddistingueva (è il fondatore del movimento letterarioSugarpulp). E allora La Pelle dell’Orso è prima di tutto e senza dubbio, un voler ribadire che la vera scrittura va dove vuole e solo lo scrittore coraggioso, come Righetto dimostra d’essere, ha il coraggio di prendere e andare, in barba alle logiche del mercato che oggi determinano troppe scelte editoriali. Il dodicenne Domenico, anima candida ma dalla grande forza, è il protagonista d’un libro che richiama i grandi mostri sacri come London e Thoreau senza mai fargli il verso, narrando con una scrittura volutamente semplice, una Natura selvaggia e un Grande Orso che in esso regna sovrano, incutendo timore a tutti, salvo che al “piccolo” Domenico. Una storia di iniziazione alla vita, un duello Uomo-Natura in cui Righetto lascia intravede tracce dell’infanzia ancestrale, aiutato dalla lingua della montagna, quel ladino che orgogliosamente celebra, capace di rallentare il tempo, persino sulla pagina.

Da Savana Padana a La Pelle dellOrso: comè avvenuto questo passaggio di scrittura ecosa significa per te?

«Io sono uno storyteller puro, un narratore che ama inventare e raccontare storie liberamente senza farsi condizionare da sciocche etichette di genere o predefinizioni da prodotto di consumo letterario. Credo che Savana Padana abbia a suo modo raccontato il nordest in una maniera assolutamente nuova e originale: dissacrante, dirompente, politicamente scorretta. C’è chi l’ha definito pulp, chi crime, noir, western. Per me Savana Padana è una storia e basta, così come lo è La pelle dell’orso, anche se si tratta di un romanzo molto diverso sia per i toni, sia per la profondità psicologica dei personaggi e infine per la dimensione fortemente epica della vicenda. Ma che genere letterario è? Boh! E’ un romanzo d’avventura? È di formazione? Di iniziazione? Io dico che è un romanzo e basta. Spero solo che sia bello e che i lettori lo apprezzino, perché l’unica definizione che si addice ai miei romanzi è quella di “narrativa popolare”».

Perché sei tornato indietro al tempo del Vajont per ambientare il tuo libro?

«Prima ancora del Vajont ci sono le montagne, le Dolomiti con le loro pareti rocciose, i loro cieli, i loro boschi, gli animali e gli uomini che vivevano lassù in quegli anni, con i loro caratteri scolpiti nel legno e nella roccia. Con i rapporti tra padre e figlio ancora cristallizzati nel tempo che fu. Poi c’è il Vajont. Come si fa a dimenticare una tragedia come quella del Vajont? Per noi veneti, ma in realtà per tutto il Paese è stata una delle pagine più tristi della nostra storia contemporanea. E’ una tragedia che non dobbiamo dimenticare, soprattutto perché doveva essere evitata e poteva essere evitata. Altro che la natura selvaggia, è l’uomo il più grande e feroce nemico dell’uomo!»

Il dodicenne Domenico rievoca i personaggi alla Jack London, con un timbro chiaro, fuori dal tempo. Perché hai scelto lui?

«Domenico è un ragazzino sveglio, scaltro, forte ma anche estremamente sensibile, con un bisogno d’affetto incolmabile e una grande voglia d’avventura. Per certi versi Domenico siamo tutti noi a dodici anni, solo che lui porta in in sé qualcosa di epico, di eroico e insieme di tragico, aspetti profondi che lo rendono diverso dai dodicenni che eravamo noi. Sta tutto qui il suo ruolo, in questo suo status letterario eroico, ed è per questo che lo seguiamo con passione tra i boschi, tra le sue mille difficoltà. Ed è per questo che lo amiamo. Flannery O’ Connor disse: “Chiunque sia sopravvissuto alla propria infanzia, possiede informazioni sulla vita per il resto dei propri giorni.” Esattamente questo succede a Domenico. Egli “sopravvive”. E da quel momento nulla sarà come prima».

Volevi un duello in pagina fra uomo-natura e intergenerazionale?

«Il duello fra Uomo e Natura da un lato e fra Uomo e Leggenda dall’altro è senza dubbio il tema centrale della prima parte del romanzo. Ma poi tutto cambia…»

Sin dalle prime pagine intermezzi con luso del dialetto, in modo garbato. Come direttore di Scuola Twain credi sia davvero importante non perdere questo tesoro linguistico?

«Tengo a precisare che non si tratta di dialetto, ma di una vera e propria lingua. Il ladino. Una lingua antichissima ancora parlata da quelle parti dove il tempo sembra scorrere molto più lento che quaggiù, a valle. Sulla questione linguistica rischiamo di aprire un discorso troppo lungo e complesso. Comunque sì, credo sia importante non perdere il preziosissimo tesoro che ogni minoranza linguistica offre».

 

Francesco Musolino®

Fonte: Tempostretto.it del 15 aprile 2013

Matteo Strukul: «La mia Mila? Ero stanco di eroine della narrativa italiana molto remissive»

Matteo Strukul è il numero 1 di Sabot/Age, la nuova collana delle Edizioni E/O (curata da Massimo Carlotto) e con “La Ballata di Mila” (pp. 224; €17) ha avuto il merito di riportare in auge il genere pulp, dato per spacciato troppo presto. Oltre le numerose fonti di ispirazioni letterarie e cinematografiche, Strukul trae spunti anche dalla sua terra, «il Nordest della Bassa, degli ippodromi, dell’Altopiano dei Sette Comuni».

Ma qual è il senso della collana Sabot/Age? «Lungi dallo scrivere indagini travestite da romanzi, gli autori tenteranno di porre il tema all’attenzione del pubblico. Un modo per destare un allarme sociale che, nonostante tutto, non è mai esploso». Al centro del suo romanzo c’è una mafia cinese tracotante che si prende gioco dei padani veneti assorbendo le tradizioni locali per meglio spadroneggiare sul territorio, ormai piegato fra soprusi, violenze e tacita corruzione lasciando i cittadini nel ruolo di vittime indifese. Tranne la sua Mila Zago, «una vittima destinata suo malgrado a diventare carnefice».

Riguardo al concetto di multiculturalismo e integrazione, Strukul afferma: «E’ necessario evitare qualsiasi scontro fra culture, anzi, bisogna promuovere l’integrazione attraverso percorsi antropologici come la conoscenza reciproca della cultura d’origine, la cucina, lo spettacolo, il teatro. Ma in Italia, ahimé, sembra davvero impossibile capirlo…».

Con “La Ballata di Mila” hai rilanciato il genere pulp con vigore. Questo stile ti è assai affine ma come ci sei arrivato? E’ il frutto del tuo bagaglio letterario o della tua visione della vita?

Entrambe le cose. C’è tutto quello che leggo (noir e pulp), penso ad autori come Victor Gischler, Massimo Carlotto, Irvine Welsh, Don Winslow, Tim Willocks, Alan D. Altieri, Joerg Juretzka, Buddy Giovinazzo, Elmore Leonard, Joe R. Lansdale, Chester Himes, Allan Guthrie, Anthony Neil Smith, Cormac McCarthy, James Lee Burke, Patrick Quinlan, David Peace e moltissimi altri e poi ai fumetti di Warren Ellis, Garth Ennis, Alan Moore, Frank Miller. Poi c’è quello che vedo: i film di Sam Peckinpah, Werner Herzog, Robert Rodriguez, Quentin Tarantino, Sergio Leone, Neil Marshall, Riuhey Kitamura, John Woo, Takeshi Kitano, Guy Ritchie, William Friedkin, Michael Cimino, David Fincher. Però c’è anche quello che vivo: il Nordest della Bassa, degli ippodromi, dell’Altopiano dei Sette Comuni. Una terra epica e meravigliosa che non smette di sorprendermi e di rappresentare l’ambientazione perfetta per le storie che mi frullano in testa.

Mila sembra essere il perfetto emblema della collana Sabot/Age. Una donna che si rifiuta di essere uno stereotipo, una vittima indifesa…

Guarda, non avrei potuto dirlo meglio. Da una parte credo che il personaggio rappresenti, in sé, un tentativo di sabotaggio di una cultura molto maschilista come quella italiana, ancora ferma agli anni ’50. Ho voluto una donna destabilizzante al centro della storia, una protagonista capace di dominare gli uomini da un punto di vista mentale e fisico. Ero stanco di eroine della narrativa italiana molto remissive, relegate a ruoli secondari, come se una donna non potesse essere il centro anche “action” di un romanzo. Però è vero, Mila è una vittima e diventa carnefice suo malgrado. Andrà fino in fondo, però, applicando un concetto di giustizia molto personale, figlio di contraddizioni e rabbia, ma per certi aspetti, la sua, sarà una reazione assolutamente comprensibile.

Riguardo la mafia cinese nel veneto credi che l’allarme sociale sia esploso troppo tardi come avvenuto per la ‘ndrangheta a Milano?

Il punto è che l’allarme sociale non è affatto esploso. Voglio dire: i fatti esistono e certamente forze di polizia e procura stanno lavorando alla grande. Quello che latita secondo me è proprio la cronaca locale e nazionale. In effetti Sabot/Age prova a rispondere proprio a questo. Lungi dallo scrivere indagini travestite da romanzi, gli autori tenteranno di porre il tema all’attenzione del pubblico, utilizzando i generi più diversi: pulp, commedia, horror, post-apocalittico, noir. Sarà una collezione di contenuti e non di genere e ogni libro sarà strettamente connesso all’altro, rappresenterà il tassello di un mosaico più complesso, ma incompleto senza anche uno solo dei romanzi pubblicati.

Il fatto che la mafia cinese possa scegliere di rompere il suo isolamento e aprirsi ai costumi e alle tradizioni italiane, può essere un ulteriore fattore di rischio?

Certamente, anche se non la vedo molto probabile come ipotesi. La mafia cinese è caratterizzata da forte chiusura circa i propri riti e regole. Vero è che, come già quella russa, quella cinese cerca con le mafie autoctone la cooperazione e il conflitto rimane l’extrema ratio. Ma non mi ci vedo i cinesi ad aprirsi troppo, piuttosto il loro rinchiudersi in una cellula autosufficiente che un po’ alla volta cresce fino a mangiarsi il Paese ospite mi pare, ahimè, un’ipotesi molto più frequente.

Multiculturalismo è la parola d’oro del momento. Vista la tua attività nel mondo giuridico vorrei chiederti se trovi giusto che parte della società civile italiana – dai circoli ARCI ad alcune frange della sinistra – mettano in dubbio il principio stesso della reciprocità. Dove risiede l’equo confine fra apertura mentale e senso di colpa occidentale?

Guarda, non saprei dirti se manca la condizione di reciprocità. Però è vero che il conflitto fra culture non è la soluzione. Non penso a un inesistente Paese di Bengodi ma il tentativo di rimuovere la paura come unico elemento di confronto questo sì! La soluzione? Il promuovere l’integrazione attraverso percorsi antropologici come la conoscenza reciproca della cultura d’origine, la cucina, lo spettacolo, il teatro. In città come Berlino e Amsterdam, in cui vivo e ho vissuto, le feste delle minoranze etniche sono un classico da fine settimana. Puoi mangiare il cibo thailandese, vedere le loro cerimonie, parlare con la gente e lo stesso avviene per le minoranze con gli olandesi o i tedeschi. Quindi, a ben vedere, hai proprio ragione. D’altra parte, promuoverei quell’agognata integrazione attraverso percorsi di condivisione. E’ pur vero, però, che se continuiamo a considerare la cultura come qualcosa che non riempie la pancia non andremo da nessuna parte. E questo non l’ho certo detto io. Ad esempio a Padova con Sugarpulp organizzeremo un festival dedicato alla letteratura pulp-noir. Molti aficionados verranno da tutta Italia per parlare con Massimo Carlotto, Joe R. Lansdale, Jeffery Deaver, Victor Gischler. Tim Willocks. Trascorreranno un fantastico weekend in un bellissimo centro culturale a Padova, prenoteranno camere d’albergo, cene ai ristoranti. La cultura creerà un indotto e le persone trascorreranno un weekend diverso e stimolante. Ma perché in Italia è così difficile capirlo? Perché, ahimè, siamo un popolo che ha smesso di credere nella forza dell’arte e della cultura e questo, se continuiamo così, ci perderà definitivamente.

Infine vorrei chiederti: ti senti un sabotatore?

Non so se mi sento un sabotatore ma è certo che il personaggio di Mila Zago rompe geometrie e consuetudini di una certa narrativa italiana. Rappresenta per certi aspetti il catalizzatore ideale per provare a scrivere in un modo che ricordi l’andare al cinema o il bere un milk-shake. La scrittura non può essere solo analisi degli stati d’animo e contemplazioni interiori. Basta! Secondo me è ora di fare un po’ di spettacolo, di colorare le storie, ricordiamoci di Gianni Rodari, Italo Calvino, Emilio Salgari: loro avevano un gran ritmo, avevano brio, sorriso. Sono loro gli italiani che mi hanno influenzato, sarebbe ora di ripartire da lì per arrivare al videogame, al fumetto, al cinema e provare a mescolare tutto per vedere cosa succede. In questo senso, se vuoi, mi sento un sabotatore.

Matteo Strukul è nato a Padova nel 1973. Scoperto dallo scrittore Massimo Carlotto, è cofondatore di Sugarpulp – movimento letterario dedicato al pulp-noir, www.sugarpulp.it – e ha collaborato con riviste (Buscadero, Jam, Classix) e quotidiani (Il Mattino di PadovaLa Nuova di Venezia e MestreLa Tribuna di Treviso). Responsabile dell’ufficio stampa di Meridiano Zero, è dottore di ricerca in diritto europeo dei contratti e ha pubblicato saggi musicali su Massimo Bubola e Massimo Priviero. Il suo racconto “Bambini all’inferno” è stato pubblicato sul Manifesto. 
La ballata di Mila per la collezione Sabot/age delle Edizioni E/O è il suo primo romanzo. Vive insieme alla moglie Silvia fra Padova e Berlino. Il suo sito è www.matteostrukul.com. Potete scrivergli a matteostrukul@sugarpulp.it.

Fonte: www.tempostretto.it del 26 settembre 2011