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Massimo Maugeri: «Nonostante le ansie contemporanee, oggi c’è ancora posto per la speranza»

Le nostre ansie e le contraddizioni in seno alla nostra società sono il ricco spunto del nuovo libro di  Massimo Maugeri, la raccolta di racconti intitolata Viaggio all’alba del millennio, edito PerdisaPop (pp. 208; €15). Dal terrore mediatico all’incapacità di comunicare nonostante i media stessi, dalla perdita d’identità alle incertezze sul futuro cui si va incontro, Maugeri porta sulla pagina una ricca galleria di personaggi che compongono un mosaico della Commedia Umana di balzacchiana memoria. Tuttavia nella propria prosa Maugeri lascia filtrare anche sprazzi di dolcezza, di speranza, come se la realtà, per quanto dura, possa concedere anche la possibilità di essere semplicemente felici, un giorno. Ma Viaggio all’alba del millennio è anche l’occasione per discutere con un l’ideatore del seguitissimo sito Letteratitudine circa il futuro dell’editoria italiana e il recente riscatto dei racconti, un tempo vilipesi e oggi assurti agli onori delle vendite, grazie soprattutto alla piccola-media editoria.

L’etichetta di “critico” Maugeri non se la sente cucita addosso, preferendo quella di “divulgatore” e del resto anche la sua esperienza radiofonica su Radio Hinterland con “Letteratitudine in Fm” è il perfetto esempio di come sia possibile dialogare con autori e lettori alla pari.

Maugeri ha inoltre partecipato al Taobuk festival di Taormina presentando proprio “Viaggio all’alba del millennio”.

Come nasce questa raccolta di racconti?

Nasce dall’esigenza di riflettere e di provare a raccontare questo scorcio di inizio millennio, con le sue ansie e le sue contraddizioni. Da un lato, sono le ansie e le contraddizioni di sempre; dall’altro, sono frutto delle caratteristiche peculiari di questi nostri anni. Storie diverse, scritte con stili diversi, popolate da molti personaggi che finiscono con il ritrovarsi tra un racconto e l’altro. Da questo punto di vista i racconti di “Viaggio all’alba del millennio” possono essere considerati e letti come i capitoli di un romanzo. Sono viaggi compiuti fuori e dentro l’uomo di oggi, che puntano il dito sui disagi dettati dalla crisi d’identità, dalla paradossale difficoltà a comunicare “veramente” (nonostante lo sviluppo dei  media), da certi scenari che cambiano. I temi trattati sono molteplici: il terrorismo internazionale, l’ansia da attentati, le contraddizioni di certi rapporti famigliari, alcuni aspetti negativi della comunicazione in rete, l’immigrazione clandestina, il desiderio di riscatto nonostante tutto, e altro ancora. Racconti duri, che però non mancano di strappare sorrisi e che comunque non voltano le spalle alla speranza.

I maestri nell’arte delle short stories sono numerosi e assai diversi negli stili. Hai tratto ispirazione da qualcuno in particolare?

Se devo farti un nome, non posso che indicare quello di Italo Calvino… con riferimento a “Le città invisibili”: un insieme di storie che può essere considerato – anche qui – come una raccolta di racconti “a tema”, o come un romanzo. Sono storie ad alto concentrato visionario e metaforico, e per questo ancora molto attuali (a mio avviso, almeno). C’è una citazione tratta da “Le città invisibili” che attraversa storie e personaggi di “Viaggio all’alba del millennio”, e che – da un certo punto di vista – potrebbe essere considerata come chiave di lettura di questo mio libro. Ed è la seguente: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio ”.

Sino a pochi anni fa, il racconto e la poesia erano particolarmente osteggiati dall’editoria italiana. Oggi c’è una maggiore apertura mentale almeno per quanto riguarda il racconto. Come ti spieghi quest’evoluzione dei gusti?

Semplicemente ci si è resi conto che esiste una parte rilevante di lettori che ama leggere racconti. Peraltro molti, oggi, leggono a “singhiozzo” per via dei numerosi impegni. In tal senso le narrazioni brevi potrebbero anche essere ritenute preferibili. Tuttavia bisogna sottolineare che la recente apertura verso i racconti trova maggiore spazio nella piccola e media editoria. I grossi marchi editoriali, tranne rare eccezioni, continuano a puntare sui romanzi.

Letteratitudine ormai è un punto di riferimento sul web. Com’è nata questa esperienza e come sei giunto anche in radio?

Il blog Letteratitudine è nato per caso nel settembre del 2006. Era appena venuta al mondo la mia secondogenita e avevo più difficoltà del solito negli spostamenti. Da qui l’idea di creare un blog che potesse consentirmi di “incontrare” – senza spostarmi da casa – altra gente interessata alla letteratura. In effetti Letteratitudine nasce proprio come “luogo d’incontro” tra coloro che gravitano attorno al mondo del libro: lettori, scrittori, critici letterari, giornalisti culturali, librai, ecc. Ma, all’epoca, non avrei mai potuto immaginare di beneficiare di consensi così ampi. L’esperienza della radio è di epoca più recente, ed è figlia del successo del blog. Come ho raccontato in altre circostanze, sono stato contattato via Facebook da Gabriele Pugliese, il direttore di Radio Hinterland (una radio che trasmette in Fm in Lombardia, ma che va in diretta – in streaming – anche via Internet). Pugliese mi ha proposto uno spazio per condurre una trasmissione culturale che si occupasse di libri e letteratura. All’inizio avevo qualche perplessità, e infatti ho declinato l’invito. Poi Pugliese mi ha chiamato più volte al telefono, e – alla fine – mi ha convinto. Oggi gli sono molto grato. Per me, questa della radio è senz’altro un’esperienza entusiasmante e arricchente. La trasmissione si chiama “Letteratitudine in Fm”. L’obiettivo di queste mie chiacchierate è quello di mettere l’ospite a proprio agio e indurlo a raccontare e a raccontarsi nel modo più naturale possibile… mi piace vedermi come una sorta di “medium invisibile” tra l’ospite e gli ascoltatori. E questo trattamento lo riservo a tutti: sia agli autori noti al grande pubblico, sia a quelli meno noti. Credo che oggi “Letteratitudine in Fm” sia una delle più importanti trasmissioni radiofoniche che si occupano di  letteratura in Italia e vista la ricca galleria di scrittori noti che ho potuto intervistare ne vado particolarmente fiero.

Ho letto che non ti piace l’etichetta di critico letterario. Come ti definiresti?

Non saprei. Per la verità non mi interessano granché le etichette. Sono uno che si occupa di libri, forse più come “divulgatore” e “comunicatore” che come “critico”… anche se continuo a scrivere di libri su qualche quotidiano e magazine.

Stai partecipando al Taobuk festival di Taormina. Da un paio d’anni in Sicilia e in Calabria stanno nascendo diversi festival letterari, più o meno ambiziosi. E’ il segnale tanto atteso di un risveglio culturale?

È il segnale che la gente sente l’esigenza di una maggiore offerta culturale. Da un lato c’è l’impegno personale di tanti operatori culturali che stanno dando tutto se stessi per portare avanti “sogni” (anche perché molte di queste iniziative sono nate in economia e con budget risicatissimi), dall’altro c’è una risposta significativa da parte del pubblico. Sì, mi sembra un segnale positivo. Anche perché si tratta di iniziative nate “dal basso”, e senza strumentalizzazioni politiche. E questo lascia ben sperare per il futuro. Laddove c’è voglia di cultura, c’è anche voglia di crescita. Per quel che mi è dato fare, nel mio piccolo, darò sempre una mano a questo tipo di iniziative.

Massimo Maugeri, catanese, collabora con molti magazine e quotidiani. Ha scritto: Identità distorte (Prova d’Autore, 2005; premio Martoglio), Letteratitudine, il libro (Azimut, 2008) e, insieme a Simona Lo Iacono, La coda di pesce che inseguiva l’amore (Sampognaro & Pupi, 2010). Ha curato Roma per le strade (Azimut, 2009).

Ha ideato e gestisce il sito http://letteratitudine.blog.kataweb.it.

Fonte: www.tempostretto.it del 12 luglio 2011


Luigi Farrauto: “Vi racconto il mio Medioriente. Senza alcun pregiudizio”

Alex e Jari sono il giorno e la notte eppure, come talvolta accade, li lega un’amicizia davvero forte. Entrambi condividono una grande passione, la fotografia, ma la declinano in modo totalmente divergente: Alex, predilige la patinatura delle foto commerciali ed è un vero maniaco dei dettagli, alla costante ricerca della perfezione; Jari, invece, è un fotoreporter che vuole catturare l’attimo, rubarlo e imprimerlo sulla pellicola. Sono loro due i protagonisti di Senza passare per Baghdad (Voland edizioni; pp. 208; €13), avvincente romanzo d’esordio di Luigi Farrauto, classe ’81 e dottorando di Design al Politecnico di Milano. Scritto di getto e in condizioni davvero “particolari”, il libro di Farrauto brilla per il potere evocativo delle parole e l’ironia, tanto da risultare un insieme di tante cose: un inno al viaggiare, all’amicizia e un invito a porre da parte i pregiudizi per aprirsi davvero al mondo. Anche senza diventare necessariamente nomadi.

Il titolo può essere davvero la marcia in più per un libro, oggi più che mai. Il tuo è molto intrigante. Come lo hai scelto?
È stato impegnativo, ma divertente. Sul titolo sono stato indeciso fino all’ultimo. Ho chiesto consigli a vari amici, avevo una lista infinita. Il titolo iniziale non era lo stesso. Ma poi, rileggendo il testo per le correzioni, quella frase si è staccata dal foglio. Mi è parso il titolo ideale. Riassume molto dell’immaginario del romanzo.
Chi sono i tuoi due protagonisti? Alex e Jari sembrano agli antipodi ma saldamente uniti da una forte amicizia…
In tutto il romanzo ho voluto estremizzare comportamenti, legami, punti di vista. Dunque le visioni che Alex e Jari hanno della fotografia, della paura, del viaggio, dell’ambizione… diverge quasi sempre. Ho cercato di raccontare due personaggi di natura antipodica, di esplorarne i limiti, le ‘terre più estreme’. Poi tra questi due estremi penso che ognuno possa trovare il suo spazio, rivedersi in qualche comportamento o pensiero.
I protagonisti del romanzo sono i classici amici di vecchia data che crescendo si dimostrano diversissimi. Ma condividono tutto e da sempre, dunque le loro differenze diventano legami, occasioni di confronto o motivo di invidia.
Alex e Jari esprimono le tue due nature o ti senti più vicino ad uno dei due?
Onestamente mi sento vicino a entrambi e a nessuno. Di sicuro mi rivedo in alcune delle loro caratteristiche, forse in quelle negative o di entrambi… In un certo senso ho un po’ preso in giro molte delle mie ‘manie’…
Ci racconti la genesi di questo romanzo d’esordio? Perché hai deciso di accostarti alla narrativa?
Scrivere mi piace. Lo faccio da sempre, e questo romanzo l’ho scritto di getto, in venti giorni. Vivevo ad Amsterdam, mi era venuta una tendinite fortissima e non potevo usare il mouse. Dunque non lavoravo. Per di più ero caduto dalla bici quasi fratturandomi entrambe le mani. Avevo i pollici bloccati. Però scrivere mi riusciva, perché entrambi gli indici e i medi erano salvi. Dunque ho scritto per venti giorni senza mai smettere, tipo Mosè nel deserto. Più che parlare con dio, lo maledicevo per il dolore, ma alla fine sono contento dei risultati…
Per questo motivo ho voluto raccontare di mani e manisti. Era un periodo in cui ero molto concentrato sulle mani e la loro funzione, a furia di fisioterapia e massaggi. Finiti quei venti giorni il grosso del dolore era praticamente passato. Ovviamente anche grazie alle cure -sennò sembra una storia alla Padre Pio-, ma era passato. E il grosso della storia c’era. Poi negli ultimi tre anni ho lavorato ai dettagli, all’intreccio, ho visitato i luoghi che ho descritto. Adoro scrivere, ma sono molto lento, perché mi concentro allo sfinimento sulle parole e sulle immagini da evocare, dunque per una pagina ci posso mettere settimane, accidenti.
Secondo te esiste la fotografia perfetta? Se così fosse cosa dovrebbe raffigurare?
Credo sia impossibile dirlo a priori. La fotografia è talmente vincolata al contesto, alle tecniche, al soggetto, all’autore… Penso che definire la ‘foto perfetta’ sia un po’ come chiedere se esista il libro perfetto, o il quadro perfetto… Di sicuro esiste la fotografia ‘imperfetta’. Certo la tecnica può rendere una foto ‘precisa’, o ‘sbagliata’, come quelle di Alex e Jari nel romanzo. Ma la perfezione è un’altra cosa. Io non l’ho mai conosciuta, ma so che è un’altra cosa.
Cosa rappresenta la medina di Damasco? Perché hai scelto di ambientare il tuo romanzo d’esordio proprio in questi luoghi narrativi?
La medina di Damasco è uno dei luoghi più belli che abbia mai visitato. Ci sono andato molte volte, è stato l’argomento della mia tesi di laurea… Dunque è un luogo a cui sono particolarmente affezionato. Nel romanzo diviene un po’ il simbolo di tutto il Medioriente, uno specchio del mondo arabo che personalmente adoro.
Ho viaggiato molto nel Medioriente, perciò dire la mia su quei posti era il minimo che potessi fare. Non voglio sfociare in una facile retorica, nel buonismo, ma ultimamente quando si parla di arabi è solo per gridare allo stupratore. Nell’aria c’è un etnocentrismo che mi spaventa. Il mondo arabo continua ad essere lo spauracchio delle paure dell’Occidente. Ogni volta che dico di andare in Siria, o in Giordania, la gente mi saluta come se fosse l’ultima volta. Mentre andare a Londra è normalissimo. I media hanno disintegrato un’immagine favolosa, che si era creata attorno agli arabi in millenni. La cinematografia ci ha cresciuti abituandoci all’idea che gli arabi fossero sadici attentatori, terroristi, bari…Conosci il documentario “Planets of the Arabs”? Il mondo arabo a cui faccio riferimento nel romanzo è quello delle Mille e una Notte, quell’atmosfera imperfetta e avvolgente, difficilmente descrivibile a parole che si vive solo visitandolo: di quel mondo non c’è alcuna traccia su tivù e giornali.
Voland, nello stesso mese di marzo, ha ripubblicato il famoso breviario di Vanni Beltrami. Vorrei chiederti, ti senti affine allo spirito nomade?
Il Breviario lo sto per comprare, proprio oggi. Non l’ho ancora letto, dunque non so bene cosa intenda per ‘spirito nomade’. Qualunque cosa sia, mentirei se dicessi di non sentirmici in qualche modo affine. Adoro viaggiare e lo farei senza mai fermarmi, ma non mi sento davvero un ‘nomade’. Io amo anche tornare a casa. Come dice Saramago, “il viaggiatore torna subito”.

 

Luigi Farrauto. Nato nel 1981, Luigi Farrauto (www.faroutof.it) è dottorando in Design al Politecnico di Milano. Ha vissuto ad Amsterdam e a Boston, occupandosi di cartografia, mappe e wayfinding. Appassionato di archeologia, nel tempo libero studia l’arabo e scatta foto in giro per il mondo. Senza passare per Baghdad è il suo primo romanzo.

 

Fonte: www.tempostretto.it del 23/03/2011

 

I ricordi di Giuseppe Culicchia: «La mia favola Sicilia»

«Il primo viaggio verso la Sicilia fu molto emozionante, al punto che ancora oggi ogni volta che scendo in Sicilia, mi rivedo bambino, sul “ferribotte”. Avevo sette anni, era il 1972. Mia madre, piemontese, preparò da mangiare come se dovessimo partire per lʼAustralia». In Sicilia, o cara (Feltrinelli editore, pp. 134, €13) lo scrittore piemontese Giuseppe Culicchia rivela al lettore la sua infanzia e la rivive in pagine dense di luci, voci ed odori prendendo spunto dai racconti paterni e da ricordi agrodolci. «Della Sicilia mi mancano molte cose. Innanzitutto la luce, e poi il vento, e poi le mille declinazioni del blu del mare. Per quanto mi riguarda non credo esista terra più sensuale della Sicilia. Ma arrivato a 45 anni di età devo dire che mi mancano soprattutto certe persone, che oggi non ci sono più».

Perché ha voluto intraprendere questo viaggio nella memoria?

«Ho scritto “Sicilia, o cara” per più di una ragione. Innanzitutto perché pur essendo nato e cresciuto in Piemonte sono molto legato alla Sicilia e a Marsala: mio padre Francesco lasciò lʼisola appena ventenne nel 1946 e salì a Torino con quella che dopo la guerra e i lutti e le distruzioni era la sua sola ricchezza, ovvero le sue mani di barbiere, e a noi figli amava raccontare della sua giovinezza e delle persone e dei posti che aveva lasciato. Da parte mia volevo fissare sulla carta i suoi e i miei ricordi, anche perché nel frattempo mio padre è morto e io sono diventato papà, e volevo che mio figlio potesse leggere un giorno la storia di suo nonno. Poi, mentre scrivevo, mi sono reso conto che la storia di mio padre era simile a quella di tanti altri siciliani e non che per un motivo o per lʼaltro un giorno hanno dovuto lasciare la loro terra dʼorigine. Il Treno del Sole, che presi per la prima volta da bambino con la mia famiglia, era pieno di siciliani che tornavano nellʼisola quando le grandi fabbriche del Nord chiudevano per le ferie estive. Per tutti loro si trattava di un ritorno a lungo atteso, carico di emozioni. E per noi figli che conoscevamo la Sicilia solo attraverso i racconti dei nostri genitori, si trattava di un viaggio pieno di aspettative».

Ci racconta il suo primo viaggio in Sicilia e le preparazioni per intraprenderlo? Come si immaginava “quei posti sconosciuti”?

«Il primo viaggio fu molto emozionante. Ancora oggi ogni volta che scendo in Sicilia mi rivedo bambino, sul “ferribotte”. Avevo sette anni, era il 1972, e non stavo nella pelle quando finalmente mio padre decise che ero abbastanza grande da affrontare quel viaggio in treno lungo una notte e un giorno. Per me che allora leggevo Salgari e Stevenson, fu un poʼ come partire per i Mari del Sud. La Sicilia era la mia isola del tesoro. E così in effetti era».

Il suo libro prende spunto dai racconti paterni, talvolta lievi e talvolta terrificanti…

«Favole, sì: perché ai miei occhi di bambino tali erano i racconti che vedevano come protagonisti il nonno, che nelle foto scampate alla guerra aveva un gran paio di baffi e lo sguardo severo, e la nonna, con i capelli raccolti e lʼaria mite; e poi il resto dei componenti di questa grande famiglia, perché mio nonno e mia nonna si sposarono entrambi già vedovi e dunque con figli nati dai precedenti matrimoni. E poi cʼera Nuzzo, il compare di mio padre, che in quanto compare era come un fratello: i due, inseparabili, finirono sepolti vivi nei sotterranei di una chiesa sotto le bombe degli angloamericani, e se si salvarono con tanti altri marsalesi fu grazie a due soldati dellʼAfrikakorps, che scavando tutta la notte con le loro baionette riuscirono a creare un cunicolo dal quale la mattina dopo il bombardamento fecero uscire prima le donne e i bambini e poi tutti gli altri. Non fosse stato per quei due soldati, nemmeno io sarei venuto al mondo 22 anni dopo».

Come molti giovani lei ha preferito scoprire e viaggiare per lʼEuropa ma, dopo 25 anni, racconta di essere tornato in Sicilia per presentare il suo primo romanzo. Comʼè stato questo secondo “incontro”?

«Eʼ come se avessi ritrovato una parte di me che non sapevo di avere, e in un certo senso mi ha fatto anche ritrovare mio padre, anche se in realtà non lʼavevo mai perduto. Marsala naturalmente era cambiata dagli anni Settanta, ma per fortuna aveva anche saputo conservare molte cose. Non solo i colori e i profumi e i sapori, ma anche lʼimmensità delle sue contrade…».

Ci si può innamorare della Sicilia anche senza esserci mai stai?

«Devo dire che questo libro mi ha confermato come in realtà la Sicilia sia molto amata, a Torino, a Milano, a Como: ho trovato tante persone che venivano alle presentazioni del libro proprio perché innamorate dellʼisola. Ma la cosa che mi ha fatto più piacere è stato sentirmi dire, a Palermo, da una signora siciliana, che per lei leggere il mio libro era stato come tornare a sentire il profumo di casa sua perché ormai ne aveva perso il ricordo nellʼassuefazione. Sentirmi dire una cosa del genere a Palermo è stato meglio che vincere un premio»

 

Fonte: Centonove del 1 ottobre 2010