I ricordi di Giuseppe Culicchia: «La mia favola Sicilia»


«Il primo viaggio verso la Sicilia fu molto emozionante, al punto che ancora oggi ogni volta che scendo in Sicilia, mi rivedo bambino, sul “ferribotte”. Avevo sette anni, era il 1972. Mia madre, piemontese, preparò da mangiare come se dovessimo partire per lʼAustralia». In Sicilia, o cara (Feltrinelli editore, pp. 134, €13) lo scrittore piemontese Giuseppe Culicchia rivela al lettore la sua infanzia e la rivive in pagine dense di luci, voci ed odori prendendo spunto dai racconti paterni e da ricordi agrodolci. «Della Sicilia mi mancano molte cose. Innanzitutto la luce, e poi il vento, e poi le mille declinazioni del blu del mare. Per quanto mi riguarda non credo esista terra più sensuale della Sicilia. Ma arrivato a 45 anni di età devo dire che mi mancano soprattutto certe persone, che oggi non ci sono più».

Perché ha voluto intraprendere questo viaggio nella memoria?

«Ho scritto “Sicilia, o cara” per più di una ragione. Innanzitutto perché pur essendo nato e cresciuto in Piemonte sono molto legato alla Sicilia e a Marsala: mio padre Francesco lasciò lʼisola appena ventenne nel 1946 e salì a Torino con quella che dopo la guerra e i lutti e le distruzioni era la sua sola ricchezza, ovvero le sue mani di barbiere, e a noi figli amava raccontare della sua giovinezza e delle persone e dei posti che aveva lasciato. Da parte mia volevo fissare sulla carta i suoi e i miei ricordi, anche perché nel frattempo mio padre è morto e io sono diventato papà, e volevo che mio figlio potesse leggere un giorno la storia di suo nonno. Poi, mentre scrivevo, mi sono reso conto che la storia di mio padre era simile a quella di tanti altri siciliani e non che per un motivo o per lʼaltro un giorno hanno dovuto lasciare la loro terra dʼorigine. Il Treno del Sole, che presi per la prima volta da bambino con la mia famiglia, era pieno di siciliani che tornavano nellʼisola quando le grandi fabbriche del Nord chiudevano per le ferie estive. Per tutti loro si trattava di un ritorno a lungo atteso, carico di emozioni. E per noi figli che conoscevamo la Sicilia solo attraverso i racconti dei nostri genitori, si trattava di un viaggio pieno di aspettative».

Ci racconta il suo primo viaggio in Sicilia e le preparazioni per intraprenderlo? Come si immaginava “quei posti sconosciuti”?

«Il primo viaggio fu molto emozionante. Ancora oggi ogni volta che scendo in Sicilia mi rivedo bambino, sul “ferribotte”. Avevo sette anni, era il 1972, e non stavo nella pelle quando finalmente mio padre decise che ero abbastanza grande da affrontare quel viaggio in treno lungo una notte e un giorno. Per me che allora leggevo Salgari e Stevenson, fu un poʼ come partire per i Mari del Sud. La Sicilia era la mia isola del tesoro. E così in effetti era».

Il suo libro prende spunto dai racconti paterni, talvolta lievi e talvolta terrificanti…

«Favole, sì: perché ai miei occhi di bambino tali erano i racconti che vedevano come protagonisti il nonno, che nelle foto scampate alla guerra aveva un gran paio di baffi e lo sguardo severo, e la nonna, con i capelli raccolti e lʼaria mite; e poi il resto dei componenti di questa grande famiglia, perché mio nonno e mia nonna si sposarono entrambi già vedovi e dunque con figli nati dai precedenti matrimoni. E poi cʼera Nuzzo, il compare di mio padre, che in quanto compare era come un fratello: i due, inseparabili, finirono sepolti vivi nei sotterranei di una chiesa sotto le bombe degli angloamericani, e se si salvarono con tanti altri marsalesi fu grazie a due soldati dellʼAfrikakorps, che scavando tutta la notte con le loro baionette riuscirono a creare un cunicolo dal quale la mattina dopo il bombardamento fecero uscire prima le donne e i bambini e poi tutti gli altri. Non fosse stato per quei due soldati, nemmeno io sarei venuto al mondo 22 anni dopo».

Come molti giovani lei ha preferito scoprire e viaggiare per lʼEuropa ma, dopo 25 anni, racconta di essere tornato in Sicilia per presentare il suo primo romanzo. Comʼè stato questo secondo “incontro”?

«Eʼ come se avessi ritrovato una parte di me che non sapevo di avere, e in un certo senso mi ha fatto anche ritrovare mio padre, anche se in realtà non lʼavevo mai perduto. Marsala naturalmente era cambiata dagli anni Settanta, ma per fortuna aveva anche saputo conservare molte cose. Non solo i colori e i profumi e i sapori, ma anche lʼimmensità delle sue contrade…».

Ci si può innamorare della Sicilia anche senza esserci mai stai?

«Devo dire che questo libro mi ha confermato come in realtà la Sicilia sia molto amata, a Torino, a Milano, a Como: ho trovato tante persone che venivano alle presentazioni del libro proprio perché innamorate dellʼisola. Ma la cosa che mi ha fatto più piacere è stato sentirmi dire, a Palermo, da una signora siciliana, che per lei leggere il mio libro era stato come tornare a sentire il profumo di casa sua perché ormai ne aveva perso il ricordo nellʼassuefazione. Sentirmi dire una cosa del genere a Palermo è stato meglio che vincere un premio»

 

Fonte: Centonove del 1 ottobre 2010

Informazioni su Francesco Musolino

Francesco Musolino, giornalista siciliano, classe '81. Scrive di libri e cultura su diverse testate nazionali. Ha ideato il progetto lettura noprofit @Stoleggendo su Twitter.

Pubblicato il 2010/10/01, in Interviste con tag , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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