Luigi Farrauto: “Vi racconto il mio Medioriente. Senza alcun pregiudizio”


Alex e Jari sono il giorno e la notte eppure, come talvolta accade, li lega un’amicizia davvero forte. Entrambi condividono una grande passione, la fotografia, ma la declinano in modo totalmente divergente: Alex, predilige la patinatura delle foto commerciali ed è un vero maniaco dei dettagli, alla costante ricerca della perfezione; Jari, invece, è un fotoreporter che vuole catturare l’attimo, rubarlo e imprimerlo sulla pellicola. Sono loro due i protagonisti di Senza passare per Baghdad (Voland edizioni; pp. 208; €13), avvincente romanzo d’esordio di Luigi Farrauto, classe ’81 e dottorando di Design al Politecnico di Milano. Scritto di getto e in condizioni davvero “particolari”, il libro di Farrauto brilla per il potere evocativo delle parole e l’ironia, tanto da risultare un insieme di tante cose: un inno al viaggiare, all’amicizia e un invito a porre da parte i pregiudizi per aprirsi davvero al mondo. Anche senza diventare necessariamente nomadi.

Il titolo può essere davvero la marcia in più per un libro, oggi più che mai. Il tuo è molto intrigante. Come lo hai scelto?
È stato impegnativo, ma divertente. Sul titolo sono stato indeciso fino all’ultimo. Ho chiesto consigli a vari amici, avevo una lista infinita. Il titolo iniziale non era lo stesso. Ma poi, rileggendo il testo per le correzioni, quella frase si è staccata dal foglio. Mi è parso il titolo ideale. Riassume molto dell’immaginario del romanzo.
Chi sono i tuoi due protagonisti? Alex e Jari sembrano agli antipodi ma saldamente uniti da una forte amicizia…
In tutto il romanzo ho voluto estremizzare comportamenti, legami, punti di vista. Dunque le visioni che Alex e Jari hanno della fotografia, della paura, del viaggio, dell’ambizione… diverge quasi sempre. Ho cercato di raccontare due personaggi di natura antipodica, di esplorarne i limiti, le ‘terre più estreme’. Poi tra questi due estremi penso che ognuno possa trovare il suo spazio, rivedersi in qualche comportamento o pensiero.
I protagonisti del romanzo sono i classici amici di vecchia data che crescendo si dimostrano diversissimi. Ma condividono tutto e da sempre, dunque le loro differenze diventano legami, occasioni di confronto o motivo di invidia.
Alex e Jari esprimono le tue due nature o ti senti più vicino ad uno dei due?
Onestamente mi sento vicino a entrambi e a nessuno. Di sicuro mi rivedo in alcune delle loro caratteristiche, forse in quelle negative o di entrambi… In un certo senso ho un po’ preso in giro molte delle mie ‘manie’…
Ci racconti la genesi di questo romanzo d’esordio? Perché hai deciso di accostarti alla narrativa?
Scrivere mi piace. Lo faccio da sempre, e questo romanzo l’ho scritto di getto, in venti giorni. Vivevo ad Amsterdam, mi era venuta una tendinite fortissima e non potevo usare il mouse. Dunque non lavoravo. Per di più ero caduto dalla bici quasi fratturandomi entrambe le mani. Avevo i pollici bloccati. Però scrivere mi riusciva, perché entrambi gli indici e i medi erano salvi. Dunque ho scritto per venti giorni senza mai smettere, tipo Mosè nel deserto. Più che parlare con dio, lo maledicevo per il dolore, ma alla fine sono contento dei risultati…
Per questo motivo ho voluto raccontare di mani e manisti. Era un periodo in cui ero molto concentrato sulle mani e la loro funzione, a furia di fisioterapia e massaggi. Finiti quei venti giorni il grosso del dolore era praticamente passato. Ovviamente anche grazie alle cure -sennò sembra una storia alla Padre Pio-, ma era passato. E il grosso della storia c’era. Poi negli ultimi tre anni ho lavorato ai dettagli, all’intreccio, ho visitato i luoghi che ho descritto. Adoro scrivere, ma sono molto lento, perché mi concentro allo sfinimento sulle parole e sulle immagini da evocare, dunque per una pagina ci posso mettere settimane, accidenti.
Secondo te esiste la fotografia perfetta? Se così fosse cosa dovrebbe raffigurare?
Credo sia impossibile dirlo a priori. La fotografia è talmente vincolata al contesto, alle tecniche, al soggetto, all’autore… Penso che definire la ‘foto perfetta’ sia un po’ come chiedere se esista il libro perfetto, o il quadro perfetto… Di sicuro esiste la fotografia ‘imperfetta’. Certo la tecnica può rendere una foto ‘precisa’, o ‘sbagliata’, come quelle di Alex e Jari nel romanzo. Ma la perfezione è un’altra cosa. Io non l’ho mai conosciuta, ma so che è un’altra cosa.
Cosa rappresenta la medina di Damasco? Perché hai scelto di ambientare il tuo romanzo d’esordio proprio in questi luoghi narrativi?
La medina di Damasco è uno dei luoghi più belli che abbia mai visitato. Ci sono andato molte volte, è stato l’argomento della mia tesi di laurea… Dunque è un luogo a cui sono particolarmente affezionato. Nel romanzo diviene un po’ il simbolo di tutto il Medioriente, uno specchio del mondo arabo che personalmente adoro.
Ho viaggiato molto nel Medioriente, perciò dire la mia su quei posti era il minimo che potessi fare. Non voglio sfociare in una facile retorica, nel buonismo, ma ultimamente quando si parla di arabi è solo per gridare allo stupratore. Nell’aria c’è un etnocentrismo che mi spaventa. Il mondo arabo continua ad essere lo spauracchio delle paure dell’Occidente. Ogni volta che dico di andare in Siria, o in Giordania, la gente mi saluta come se fosse l’ultima volta. Mentre andare a Londra è normalissimo. I media hanno disintegrato un’immagine favolosa, che si era creata attorno agli arabi in millenni. La cinematografia ci ha cresciuti abituandoci all’idea che gli arabi fossero sadici attentatori, terroristi, bari…Conosci il documentario “Planets of the Arabs”? Il mondo arabo a cui faccio riferimento nel romanzo è quello delle Mille e una Notte, quell’atmosfera imperfetta e avvolgente, difficilmente descrivibile a parole che si vive solo visitandolo: di quel mondo non c’è alcuna traccia su tivù e giornali.
Voland, nello stesso mese di marzo, ha ripubblicato il famoso breviario di Vanni Beltrami. Vorrei chiederti, ti senti affine allo spirito nomade?
Il Breviario lo sto per comprare, proprio oggi. Non l’ho ancora letto, dunque non so bene cosa intenda per ‘spirito nomade’. Qualunque cosa sia, mentirei se dicessi di non sentirmici in qualche modo affine. Adoro viaggiare e lo farei senza mai fermarmi, ma non mi sento davvero un ‘nomade’. Io amo anche tornare a casa. Come dice Saramago, “il viaggiatore torna subito”.

 

Luigi Farrauto. Nato nel 1981, Luigi Farrauto (www.faroutof.it) è dottorando in Design al Politecnico di Milano. Ha vissuto ad Amsterdam e a Boston, occupandosi di cartografia, mappe e wayfinding. Appassionato di archeologia, nel tempo libero studia l’arabo e scatta foto in giro per il mondo. Senza passare per Baghdad è il suo primo romanzo.

 

Fonte: www.tempostretto.it del 23/03/2011

 

Informazioni su Francesco Musolino

Francesco Musolino, giornalista siciliano, classe '81. Scrive di libri e cultura su diverse testate nazionali. Ha ideato il progetto lettura noprofit @Stoleggendo su Twitter.

Pubblicato il 2011/03/23, in Interviste con tag , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti.

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