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“Pinocchio è un cretino senza rimedio”. Emanuele Trevi racconta “Il Popolo di Legno”.

 

Emanuele Trevi

Emanuele Trevi

Una Calabria lontana da qualsivoglia realismo geografico è la assoluta protagonista de “Il popolo di legno” (Einaudi, pp.192 €18), il nuovo libro di Emanuele Trevi, scrittore e critico letterario romano, classe ’64. Si tratta di un libro amaro, centrato sulla convinzione che sia impossibile mutare il corso del proprio destino, per cui ogni azione compiuta cercando di innalzarsi, è destinata a fallire. Questo è il messaggio che il Topo – un ex prete dotato di mellifluo fascino – porta innanzi nella trasmissione radiofonica, “Le avventure di pinocchio il calabrese” in onda su una emittente locale. Il suo pubblico è ovviamente il popolo di legno, ovvero i calabresi, raccontati senza alcuna misericordia, né speranza di salvezza dalle umane miserie. Il Topo diventerà un idolo dell’etere, dando una nuova interpretazione politica alle gesta di Pinocchio – “un cretino senza rimedio” – come fosse un moderno Vangelo, in un romanzo dalla prosa cautamente cadenzata su cui incombe l’ombra del potere criminale imperante sul territorio calabrese, capace di decretare la vita o la morte una sconcertante, inconcepibile, naturalezza. Un libro scomodo, capace di fotografare la durezza di certi ambienti, inadatto ai buonisti che continuano a vagheggiare un Meridione favolistico, anni luce lontano dalla realtà dei fatti. Leggi il resto di questa voce

Una chiacchierata con… Francesco Musolino (di Massimo Maugeri) – Settembre 2011

10636027_10204170285433916_8749674041356626951_nTra i nomi dei giovani giornalisti culturali siciliani, spicca quello del trentenne Francesco Musolino (nella foto), il quale può vantare al suo attivo svariate e fruttuose collaborazioni con giornali e magazine, tra cui StilosLeggere:Tutti, Satisfiction e il Corriere Nazionale. Inoltre collabora con Vogue.it. Per il quotidiano di Messina, Tempostretto.it e il settimanale siciliano Centonove cura le pagine di cultura e spettacolo e cura le rubriche dedicate ai libri.

Francesco Musolino, vive a Messina dove ha conseguito la laurea in Scienze Politiche con tesi sul pensiero di Ernst Jünger circa il progressivo dominio della tecnica sull’uomo dalla grecità ad oggi.

Il suo sito web èfrancescomusolino.com

Francesco, quando hai cominciato a interessarti di libri e letteratura?

«Il primo vero ricordo legato ai libri risale alla primavera del ’92 quando mia madre mi regalò “La Compagnia dei Celestini” di Stefano Benni, acquistato in una libreria romana. Nonostante i miei familiari fossero lettori voraci, sino a quel momento non avevo un buon rapporto con i libri ma quel romanzo, così fantasioso e originale, fece scattare la scintilla e da quel momento in poi i libri non solo fanno parte della mia vita, ma la rendono più ricca e profonda. Ben presto cominciai ad appuntare ai margini delle pagine, curiosità e domande rivolte allo scrittore che leggevo, fin quando passai una notte intera a chiedermi quale sarebbe stata la mia strada. Il mattino dopo mi misi in cerca di una testata online che reclutasse giovani collaboratori e solo qualche giorno dopo cominciai a scrivere per il giornale romano Gufetto.it. Era il 2006 e fu così che tutto cominciò».

Quali sono le maggiori difficoltà con cui, oggi, deve confrontarsi un giovane giornalista culturale siciliano per svolgere il suo lavoro?

«Partiamo in ordine alfabetico? Scherzo ma purtroppo gli ostacoli sono numerosi. In primo luogo bisogna fare i conti con gli stessi colleghi che troppo spesso giudicano con superficialità chi si occupa di quella che un tempo veniva chiamata “Terza Pagina” ovvero la pagina cultura per eccellenza. Nutro sincera stima per gli analisti economici o per gli editorialisti di politica ma sono convinto che saper porre le giuste domande ad un attore o cogliere l’essenza di un romanzo non sia affatto banale, anzi. Soprattutto bisogna fare i conti con buona parte degli editori che troppo spesso, pur avendone i mezzi, credono si possa non pagare – o sottopagare – chi si occupa di libri, cinema e spettacolo».

Hai mai pensato di emigrare per cercare “fortuna” lontano dalla Sicilia?

«Certamente. Da una parte è necessario sapere che bisogna sapersi spostare con facilità verso Roma, Milano e Torino, i maggiori centri culturali italiani, per respirarne le atmosfere e conoscerne gli attori principali. Ma vista una certa ritrosia del territorio, spesso penso quanto potrebbe essere diversa la mia vita e la mia professione se vivessi lì, a stretto contatto con l’ambiente di cui scrivo. Tuttavia mi piace pensare che sia possibile parlare e scrivere di cultura a Messina – e in generale nel Sud – facendo una vita serena e non precaria. Per questo continuo a seminare e ad impegnarmi al massimo nel mio lavoro, fra libri, mail, recensioni ed interviste. E se un giorno dovessi stancarmi…la valigia è sempre pronta».

Che consigli ti sentiresti di dare a un ragazzo che sogna di fare il giornalista culturale?

«Credo che l’importante sia impegnarsi giorno per giorno, lavorare sul proprio stile ispirandosi alle firme famose senza mai copiarle. Bisogna leggere moltissimo e non aver paura di muovere critiche anche a chi viene ritenuto, a torto o a ragione, intoccabile. E infine consiglierei di essere modesti ma al tempo stesso ambiziosi. In fin dei conti chi vorrà davvero fare il giornalista si renderà conto ben presto delle difficoltà del mestiere ma non potrà fare altrimenti che seguire la sua vocazione. Nella vita poche cose sono davvero importanti quanto un sogno che si realizza, soprattutto se si lotta per averlo».

Qual è stata la tua più grande soddisfazione nell’ambito dell’attività giornalistica che hai svolto finora?

«Ogni volta che mi viene inviato un libro, ogni volta che vengo contattato per propormi un’intervista o una recensione, ogni volta che vengo invitato ad un festival…mi sento sinceramente onorato. Sono attestati di stima che che raccolgo con grande piacere. Ho una vera passione per le interviste e mi ispiro tanto a quelle di Sabelli Fioretti che a quelle storiche della Paris Review. Grazie al mio mestiere ho avuto il piacere di realizzarne parecchie e fra queste spiccano certamente quelle ad Emir Kusturica, Carlo Lucarelli, Alessandro Bergonzoni, Oliver Stone, Dan Fante, David Foenkinos e Nanni Moretti. Ma ad essere sinceri credo che potenzialmente qualunque intervista possa serbare grandi sorprese».

Progetti per il futuro?

«Per fortuna sono tanti. In primo luogo ho ripreso il lavoro per le diverse testate con le quali collaboro e spero di seguire diversi festival letterari e cinematografici quest’anno. Inoltre per la “libreria Circolo Pickwick” di Messina, sto curando un palinsesto di presentazioni letterarie che partirà a fine settembre e si concluderà a dicembre per poi riprendere a gennaio. Parleremo di Mediterraneo e di libri legati al nostro mare e avremo il piacere di ospitare sia nomi celebri dell’editoria italiana che giovani talenti emergenti. Ma non saranno le classiche presentazioni letterarie poiché punteremo sul connubio che la letteratura sa tessere con la musica, le arti visive e persino il gusto.

Chissà forse il 2011 sarà l’anno giusto per rimettersi a scrivere. Ho composto due silloge di poesia ma non ho davvero cercato un editore perché il mercato italiano è troppo timoroso nei confronti della poesia e trovo che l’editoria a pagamento sia un detestabile ossimoro. Accanto alla mia passione per la poesia, ho in mente tre racconti e due romanzi che non aspettano altro che d’essere scritti. Vedremo».

Fonte: Letteratitudine del 4 settembre 2011 (e Terza Pagina)

Lorenzo Del Boca:«Il popolo meridionale credo sia il più paziente mai esistito»

Ha fatto molto discutere il lancio di Polentoni (Piemme, pp. 196, €16.50), il nuovo libro dellʼex presidente dellʼOrdine dei Giornalisti dal 2001 al 2010, Lorenzo Del Boca. Frettolosamente bollato da parte della stampa nazionale come un libro filo leghista e anti-meridionale, Polentoni è piuttosto il perfetto completamento delle tesi esposte con chiarezza dal giornalista Pino Aprile in Terroni (Piemme). Del Boca, infatti, sottolinea diversi punti essenziali che hanno incrinato il rapporto Nord-Sud sin dallʼUnità: «Per colpa di un manipolo di affaristi, impossessatisi delle ricchezze del Banco di Napoli – afferma Del Boca – il Nord cominciò ben presto a pagare di tasca propria gli stipendi del Mezzogiorno». Ma Del Boca – che in passato ha già studiato lʼimpatto dei Savoia sullʼItalia – si spinge innanzi evidenziando sia lʼincapacità degli storici italiani a far davvero chiarezza sulle violenze legate allʼUnità dʼItalia, che la necessità di celebrare degnamente gli sconfitti, «traendo esempio dagli americani che hanno rivalutato la memoria legata alla “civil war”». Ed infine la stoccata finale diretta proprio ai messinesi e alle vie, ancora intitolate a personaggi assai noti che denigrano il Meridione, facendo nascere lo stereotipo dei Terroni come oggi lo conosciamo tutti.

Sgombriamo subito il campo dagli equivoci: Polentoni è un libro contro il Sud?

«No, assolutamente. Eʼ complementare alla dimostrazione che il Sud sia stato depredato, massacrato e punito in seguito allʼUnità dʼItalia ma aggiunge che neanche il Nord cʼha guadagnato, anzi»

Perché?

«Basti pensare che solo sei settimane dopo che erano stati depredati i soldi dal Banco di Napoli, la Banca di Torino ha dovuto pagare gli stipendi per il Sud. Ciò significa che quei soldi sono stati rubati ma non sono andati a vantaggio del Nord e delle sue istituzioni politiche, piuttosto sono stati razziati da un manipolo di affaristi».

Da Proudhon a Giolitti, sono numerosi gli intellettuali che rimasero scettici dinanzi le conseguenze dellʼUnità dʼItalia. Come mai?

«LʼItalia aveva unʼarticolazione dal punto di vista territoriale ma anche degli usi e dei costumi, che si prestava ben poco ad unʼidea centralistica e fortemente burocratizzata. Si partiva da leggi e monete diverse e sarebbe stato più logico costruire un tessuto connettivo grazie al quale poter far parte di una nuova identità senza però perdere il proprio patrimonio di appartenenza. Abbiamo fatto lʼEuropa unita ma ciò non ha comportato che tutte le nazioni dovessero rinunciare alle proprie radici tuttavia per unire lʼItalia si è agito in modo molto diverso purtroppo».

Perché in America anche gli sconfitti della guerra civile hanno ottenuto il giusto riconoscimento mentre noi abbiamo grandi difficoltà a far chiarezza sulle vicende legate allʼUnità dʼItalia?

«Questo è uno dei crucci dei veri storici. Eʼ straordinario che dopo 150 anni molti continuino a pensare che la rivolta del Sud possa essere identificata in modo negativo equiparandola il brigantaggio ad una sorta di guerriglia disorganizzata. In realtà quelli erano veri e propri partigiani e se avessero vinto sarebbero divenuti cittadini emeriti, medaglie dʼoro al merito. A mio avviso è colpa degli storici che hanno cominciato a raccontare la storia come piaceva ai vincitori e col passare del tempo, invece di mettersi in cerca della verità, hanno continuato a scimmiottare i libri già scritti, spalleggiandosi lʼuno con lʼaltro. Il risultato è una storia monca che fa male a tutto il paese perché lo priva della propria memoria».

Le sono piovute addosso critiche per aver scritto che sarebbe stato più conveniente comprare gli stati del Sud. Ma la sua era una provocazione, no?

«Certamente! Sono partito dal parallelismo con la Germania dellʼOvest che, di fatto, ha comprato la Germania dellʼEst, per affermare che nel periodo risorgimentale sono stati sprecati, dispersi e depredati una tale quantità di tesori e ricchezze, che sarebbe stato più assai conveniente comprare gli stati uno per uno. Ovviamente è un ragionamento assurdo ma dà lʼidea di quanto accaduto».

Terroni e Polentoni sono dispregiativi dʼuso comune: come sono divenuti tanto celebri?

«Una buona responsabilità pesa su quei cittadini esuli dal regime borbonico che si sono rifugiati a Torino. Col tempo hanno maturato un atteggiamento antimeridionalista così sprezzante e razzista nei confronti dei propri concittadini che ha finito per fare scuola. Pensiamo a Giuseppe La Farina. Messinese dʼorigine e costretto a fuggire in Piemonte per le sue idee, maturò un atteggiamento duro verso il sud e quando gli chiesero di tornare a Messina per fare il sindaco, lui rispose sprezzante: “no, io in quel postaccio non ci torno più”. Anche Nino Bixio non era da meno, visto che parlava del Sud come “lʼAffrica” ed era convinto che sarebbero serviti anni per ripulire le strade della Sicilia. Ovviamente non cʼerano televisioni e fotografie e queste lettere che arrivavano al Nord finirono per creare unʼimmagine distorta che però tutti presero per buona».

Lei sa che a Messina ci sono due vie importanti e anche un liceo, intitolati a Bixio e La Farina?

«Questo è un altro particolare che mi stupisce. Il popolo meridionale credo sia il più paziente mai esistito. Perché intitolare strade e piazze alla memoria di individui che lo hanno massacrato e avvilito? Eʼ come se a Roma ci fosse una via intitolata al generale Kappler o se in Austria vi fossero piazze per celebrare i gerarchi nazisti. Il popolo non può celebrare la memoria di chi lʼha derubato, tradito e colonizzato!»

Cosa proporrebbe di fare per recuperare la giusta memoria?

«Intanto andrebbero immediatamente modificate i nomi delle vie e delle piazze che celebrano questi personaggi e se proprio non si riesce a trovare qualcuno che sia degno di essere ricordato, cosa che mi sembra impossibile, allora tanto vale proporre nomi neutri come Viale Mediterraneo. Ovviamente non cʼè bisogno di ricordare i Borboni, basterebbe celebrare i grandi scrittori come Verga o Pirandello».

Il tema federalista è sempre più centrale nellʼagenda di governo. Pino Aprile esprimeva forti perplessità a riguardo, temendo una nuova frattura Nord-Sud. Lei cosa ne pensa?

«Io credo che lʼItalia abbia unʼidentità fatta di campanilismi molto forte e non sia possibile amalgamare e omologare tutto. Credo che più che al Risorgimento dovremmo rifarci al Rinascimento, quando cʼerano comuni e signorie che ancora oggi sono vive nel nostro patrimonio. Le formule di governo sono parole, tutto sta nel modo in cui vengono attuate: il centralismo attuale è dannoso, per cui bisogna puntare ad attuare un buon federalismo che sia capace di sostenere le realtà disagiate e premiare le eccellenze».

 

Fonte: Centonove del 10 giugno 2011