Lorenzo Del Boca:«Il popolo meridionale credo sia il più paziente mai esistito»


Ha fatto molto discutere il lancio di Polentoni (Piemme, pp. 196, €16.50), il nuovo libro dellʼex presidente dellʼOrdine dei Giornalisti dal 2001 al 2010, Lorenzo Del Boca. Frettolosamente bollato da parte della stampa nazionale come un libro filo leghista e anti-meridionale, Polentoni è piuttosto il perfetto completamento delle tesi esposte con chiarezza dal giornalista Pino Aprile in Terroni (Piemme). Del Boca, infatti, sottolinea diversi punti essenziali che hanno incrinato il rapporto Nord-Sud sin dallʼUnità: «Per colpa di un manipolo di affaristi, impossessatisi delle ricchezze del Banco di Napoli – afferma Del Boca – il Nord cominciò ben presto a pagare di tasca propria gli stipendi del Mezzogiorno». Ma Del Boca – che in passato ha già studiato lʼimpatto dei Savoia sullʼItalia – si spinge innanzi evidenziando sia lʼincapacità degli storici italiani a far davvero chiarezza sulle violenze legate allʼUnità dʼItalia, che la necessità di celebrare degnamente gli sconfitti, «traendo esempio dagli americani che hanno rivalutato la memoria legata alla “civil war”». Ed infine la stoccata finale diretta proprio ai messinesi e alle vie, ancora intitolate a personaggi assai noti che denigrano il Meridione, facendo nascere lo stereotipo dei Terroni come oggi lo conosciamo tutti.

Sgombriamo subito il campo dagli equivoci: Polentoni è un libro contro il Sud?

«No, assolutamente. Eʼ complementare alla dimostrazione che il Sud sia stato depredato, massacrato e punito in seguito allʼUnità dʼItalia ma aggiunge che neanche il Nord cʼha guadagnato, anzi»

Perché?

«Basti pensare che solo sei settimane dopo che erano stati depredati i soldi dal Banco di Napoli, la Banca di Torino ha dovuto pagare gli stipendi per il Sud. Ciò significa che quei soldi sono stati rubati ma non sono andati a vantaggio del Nord e delle sue istituzioni politiche, piuttosto sono stati razziati da un manipolo di affaristi».

Da Proudhon a Giolitti, sono numerosi gli intellettuali che rimasero scettici dinanzi le conseguenze dellʼUnità dʼItalia. Come mai?

«LʼItalia aveva unʼarticolazione dal punto di vista territoriale ma anche degli usi e dei costumi, che si prestava ben poco ad unʼidea centralistica e fortemente burocratizzata. Si partiva da leggi e monete diverse e sarebbe stato più logico costruire un tessuto connettivo grazie al quale poter far parte di una nuova identità senza però perdere il proprio patrimonio di appartenenza. Abbiamo fatto lʼEuropa unita ma ciò non ha comportato che tutte le nazioni dovessero rinunciare alle proprie radici tuttavia per unire lʼItalia si è agito in modo molto diverso purtroppo».

Perché in America anche gli sconfitti della guerra civile hanno ottenuto il giusto riconoscimento mentre noi abbiamo grandi difficoltà a far chiarezza sulle vicende legate allʼUnità dʼItalia?

«Questo è uno dei crucci dei veri storici. Eʼ straordinario che dopo 150 anni molti continuino a pensare che la rivolta del Sud possa essere identificata in modo negativo equiparandola il brigantaggio ad una sorta di guerriglia disorganizzata. In realtà quelli erano veri e propri partigiani e se avessero vinto sarebbero divenuti cittadini emeriti, medaglie dʼoro al merito. A mio avviso è colpa degli storici che hanno cominciato a raccontare la storia come piaceva ai vincitori e col passare del tempo, invece di mettersi in cerca della verità, hanno continuato a scimmiottare i libri già scritti, spalleggiandosi lʼuno con lʼaltro. Il risultato è una storia monca che fa male a tutto il paese perché lo priva della propria memoria».

Le sono piovute addosso critiche per aver scritto che sarebbe stato più conveniente comprare gli stati del Sud. Ma la sua era una provocazione, no?

«Certamente! Sono partito dal parallelismo con la Germania dellʼOvest che, di fatto, ha comprato la Germania dellʼEst, per affermare che nel periodo risorgimentale sono stati sprecati, dispersi e depredati una tale quantità di tesori e ricchezze, che sarebbe stato più assai conveniente comprare gli stati uno per uno. Ovviamente è un ragionamento assurdo ma dà lʼidea di quanto accaduto».

Terroni e Polentoni sono dispregiativi dʼuso comune: come sono divenuti tanto celebri?

«Una buona responsabilità pesa su quei cittadini esuli dal regime borbonico che si sono rifugiati a Torino. Col tempo hanno maturato un atteggiamento antimeridionalista così sprezzante e razzista nei confronti dei propri concittadini che ha finito per fare scuola. Pensiamo a Giuseppe La Farina. Messinese dʼorigine e costretto a fuggire in Piemonte per le sue idee, maturò un atteggiamento duro verso il sud e quando gli chiesero di tornare a Messina per fare il sindaco, lui rispose sprezzante: “no, io in quel postaccio non ci torno più”. Anche Nino Bixio non era da meno, visto che parlava del Sud come “lʼAffrica” ed era convinto che sarebbero serviti anni per ripulire le strade della Sicilia. Ovviamente non cʼerano televisioni e fotografie e queste lettere che arrivavano al Nord finirono per creare unʼimmagine distorta che però tutti presero per buona».

Lei sa che a Messina ci sono due vie importanti e anche un liceo, intitolati a Bixio e La Farina?

«Questo è un altro particolare che mi stupisce. Il popolo meridionale credo sia il più paziente mai esistito. Perché intitolare strade e piazze alla memoria di individui che lo hanno massacrato e avvilito? Eʼ come se a Roma ci fosse una via intitolata al generale Kappler o se in Austria vi fossero piazze per celebrare i gerarchi nazisti. Il popolo non può celebrare la memoria di chi lʼha derubato, tradito e colonizzato!»

Cosa proporrebbe di fare per recuperare la giusta memoria?

«Intanto andrebbero immediatamente modificate i nomi delle vie e delle piazze che celebrano questi personaggi e se proprio non si riesce a trovare qualcuno che sia degno di essere ricordato, cosa che mi sembra impossibile, allora tanto vale proporre nomi neutri come Viale Mediterraneo. Ovviamente non cʼè bisogno di ricordare i Borboni, basterebbe celebrare i grandi scrittori come Verga o Pirandello».

Il tema federalista è sempre più centrale nellʼagenda di governo. Pino Aprile esprimeva forti perplessità a riguardo, temendo una nuova frattura Nord-Sud. Lei cosa ne pensa?

«Io credo che lʼItalia abbia unʼidentità fatta di campanilismi molto forte e non sia possibile amalgamare e omologare tutto. Credo che più che al Risorgimento dovremmo rifarci al Rinascimento, quando cʼerano comuni e signorie che ancora oggi sono vive nel nostro patrimonio. Le formule di governo sono parole, tutto sta nel modo in cui vengono attuate: il centralismo attuale è dannoso, per cui bisogna puntare ad attuare un buon federalismo che sia capace di sostenere le realtà disagiate e premiare le eccellenze».

 

Fonte: Centonove del 10 giugno 2011

 

Informazioni su Francesco Musolino

Francesco Musolino, giornalista siciliano, classe '81. Scrive di libri e cultura su diverse testate nazionali. Ha ideato il progetto lettura noprofit @Stoleggendo su Twitter.

Pubblicato il 2011/06/10, in Interviste con tag , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

  1. Quest’uomo, Lorenzo Del Boca, è semplicemente di un intelligenza disarmante.

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