“Pinocchio è un cretino senza rimedio”. Emanuele Trevi racconta “Il Popolo di Legno”.


 

Emanuele Trevi

Emanuele Trevi

Una Calabria lontana da qualsivoglia realismo geografico è la assoluta protagonista de “Il popolo di legno” (Einaudi, pp.192 €18), il nuovo libro di Emanuele Trevi, scrittore e critico letterario romano, classe ’64. Si tratta di un libro amaro, centrato sulla convinzione che sia impossibile mutare il corso del proprio destino, per cui ogni azione compiuta cercando di innalzarsi, è destinata a fallire. Questo è il messaggio che il Topo – un ex prete dotato di mellifluo fascino – porta innanzi nella trasmissione radiofonica, “Le avventure di pinocchio il calabrese” in onda su una emittente locale. Il suo pubblico è ovviamente il popolo di legno, ovvero i calabresi, raccontati senza alcuna misericordia, né speranza di salvezza dalle umane miserie. Il Topo diventerà un idolo dell’etere, dando una nuova interpretazione politica alle gesta di Pinocchio – “un cretino senza rimedio” – come fosse un moderno Vangelo, in un romanzo dalla prosa cautamente cadenzata su cui incombe l’ombra del potere criminale imperante sul territorio calabrese, capace di decretare la vita o la morte una sconcertante, inconcepibile, naturalezza. Un libro scomodo, capace di fotografare la durezza di certi ambienti, inadatto ai buonisti che continuano a vagheggiare un Meridione favolistico, anni luce lontano dalla realtà dei fatti.

Il Topo rilegge e reinterpreta Pinocchio. Una decisione rischiosa?

«Credo che libri come Pinocchio o Cuore appartengano al patrimonio generalizzato dell’umanità e ciò permette di far sparire la canonicità dell’interpretazione, consentendo di trascenderlo. I personaggi davvero celebri possono persino staccarsi dal proprio autore e prendere vie traverse».

trevi_MusolinoIl Topo afferma che “Pinocchio è un cretino senza rimedio”. Perché?

«Perché Pinocchio è un credulone, ci ricasca sempre e analizzando il suo modo di agire rispecchia in toto il meccanismo comico della forza del cretino. Il lettore si aspetta che lui compia delle azioni per evolversi e invece continua a seguire i suoi stupidi desideri».

Secondo il Topo il vero pericolo per Pinocchio è la Fata.

«Pinocchio, secondo il Topo, è un libro sacro per cui il suo significato segreto è il contrario di quanto vi è scritto. Ma la Fata è un elemento di disturbo troppo forte per la sua predicazione. Fra lei e Pinocchio sboccia una delle più belle storie d’amore in letteratura perché non fa parte del mondo degli adulti, anzi, è infantile almeno quanto Pinocchio».

All’apice del successo, il Topo viene definito l’Anti-Saviano. Cosa può significare?

«L’Anti-Saviano è una persona che non ha fiducia nel carattere gnoseologico e rivelatore del reale. Anzi, solo appena si sposta oltre il reale riesce a vedere qualcosa. È una frattura insanabile».

Perché ha scelto di ambientare il libro in Calabria?

«È un luogo cui sono molto legato, una location perfetta perché c’è dentro del vissuto personale, simbolo di tutto il Meridione. La Calabria della mia infanzia, quella degli anni ’60, era quella del Natale vissuto in paese, dal sanguinaccio allo scemo del paese sino alla figura del campanaro. I calabresi hanno le radici dei popoli conquistatori del passato – i visigoti, gli spagnoli, gli angioini, gli aragonesi – eppure i piemontesi vi hanno mandato un numero di soldati pari a quelli che gli americani hanno mandato in Iraq. La Calabria, per me, è un luogo che esprime la resistenza all’educazione imposta. Sono legnusi, ecco».

“Non è la Calabria ma non appena dici, sono calabrese, ci cominciano a guardare in modo strano”. Ovvero?

«Se dici d’essere umbro, sei italiano. Ma non appena dici che sei calabrese o siciliano, le persone si aspettano che tu abbia visto straordinari di sangue e violenza e questo cambia tutto negli equilibri interpersonali».

Crede che all’estero ci sia un atteggiamento razzista verso il nostro meridione?

«Non parlerei di razzismo, anzi, credo che le anomalie del nostro sud creino una forma di stupore che si traduce anche in una grande attrattiva narrativa. La Calabria affascina, è un territorio che non quadra con il profilo ufficiale della realtà del paese. L’estremo sud italiano finisce per essere un luogo paradigmatico».

Concorda con il Topo, dobbiamo smettere di cercare di elevarci, di cambiare la nostra natura?

«Personalmente concordo con lui. La vita umana è fatta di accettazioni. Vengo dal mondo della sinistra, il mondo della presunta superiorità morale e invece ho sempre sentito estranee le costruzioni ideologiche tese al miglioramento della persona. Per essere una buona persona non devi necessariamente nutrire sentimenti nobili, basta accettare la propria natura. Le ideologie non puntano a cambiare le cose ma il cuore umano, tuttavia credo sia impossibile farlo e puntare sull’ego e sulla vanità può avere conseguenze pericolose, come la storia insegna».

FRANCESCO MUSOLINO®

FONTE: GAZZETTA DEL SUD, GENNAIO 2016

Informazioni su Francesco Musolino

Francesco Musolino, giornalista siciliano, classe '81. Scrive di libri e cultura su diverse testate nazionali. Ha ideato il progetto lettura noprofit @Stoleggendo su Twitter.

Pubblicato il 2016/01/08, in Interviste con tag , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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