Simona Lo Iacono racconta la Palermo d’antan. E la pazzia per amore.

Lucia Salvo è realmente esistita. Trattasi di una donna siciliana che visse nella seconda meta dell’800 e – come racconta Luigi Natoli in “Cronache e leggende di Sicilia” – ebbe il ruolo di portare messaggi ai detenuti reclusi a Palermo allo Steri, per volontà di una famiglia d’ispirazione antiborbonica. La ragazza per passare inosservata, si fingeva “babba” e i carcerieri la lasciarono sempre passare, interessati solo alla sua bellezza. Di fatto lei fu una delle artefici dei moti rivoluzionari del 1848 in Sicilia. Parte da questo spunto “Il morso” (edito da Neri Pozza) il nuovo romanzo dell’autrice siracusana Simona Lo Iacono che con il precedente, “Le streghe di Lanzavacche” (edito da E/O) era stata selezionata per la dozzina del Premio Strega 2016 e le è valso la vittoria del Premio Chianti. Lo Iacono torna sulla biografia di Lucia Salvo per raccontare un vivido spaccato siciliano, aprendo la narrazione sulla Palermo del 1847, a ridosso della rivoluzione che avrebbe messo in fuga Ferdinando II di Borbone. Lo Iacono immagina che Lucia faccia parte di una famiglia decaduta, offerta come serva alla casa dei Ramacca a Palermo e sua madre spera che il Conte figlio – erede del titolo e grandi ricchezze – possa invaghirsene. Lui è un dongiovanni senza scrupoli che sazia i suoi appetiti in attesa che la sua promessa sposa – la giovanissima Assunta degli Agliata – sia matura per l’altare. In una casa ricca di servitù – con tanto del nano Minnalò e di un castrato d’animo nobile – Lucia resiste alle avances del Conte finché accade “il fatto”. Lucia è epilettica e viene presa per pazza. Ma la sua salute precaria innescherà una serie di conseguenze che porteranno sino alla rivolta dei palermitani e ad un destino assai poco favorevole per la protagonista. Lo Iacono firma un romanzo storico dall’incastro lodevole, in cui narra le vicende di una donna dimenticata da tutti che ebbe un ruolo importante per il cambiamento. Lei e Assunta – in modo molto dissimile – tentano di riscattarsi dalle rigide regole imposte dalla società borbonica e dai casati e anche il Conte figlio si rivelerà essere un personaggio dall’inaspettata profondità, a caccia non solo di sottane ma del senso del tutto. Fra verità e finzione Lo Iacono ricostruisce anche la Palermo d’antan restituendocene i suoni, gli odori e il vivace vocio dei mercati.

FRANCESCO MUSOLINO®

FONTE: GAZZETTA DEL SUD, MAGGIO 2017

Chi sta male non lo dice. Antonio Dikele Distefano torna in libreria

Ventiquattro anni, nato nel varesotto da genitori d’origini angolane, Antonio Dikele Distefano ha raggiunto la notorietà con i social network, con determinazione e forte ambizione. Con il suo libro d’esordio nel 2015, “Fuori piove, dentro pure, passo a prenderti?” ha raggiunto le centomila copie; un successo bissato appena un anno dopo, con il secondo libro “Prima o poi ci abbracceremo”. Da poche settimane Dikele è tornato in libreria con “Chi sta male non lo dice” (pp. 162 euro 12, tutti i suoi libri sono editi da Mondadori) in cui racconta la storia di  Yannick e Ifem, due giovani ragazzi che devono fare i conti con rinunce, abbandoni, sconfitte e speranze. È una storia di sogni infranti quella in cui Dikele conduce il lettore, in mezzo alle famiglie della periferia, fra razzismo e violenze domestiche, con le dipendenze – anche quelle lavorative e affettive – che diventano un’ancora a cui aggrapparsi mentre tutto il resto rischia di crollare in pezzi. La pelle scura dei due protagonisti Yannick e Ifem, (“non ci fermeremo finché non capiranno che non siamo neri che si sentono italiani, ma italiani neri”) è uno scoglio tagliente da affrontare quando basta “il taglio degli occhi diverso per sentirsi intruso, un cognome con troppe consonanti per sentirsi gli sguardi addosso”. Ifem prova a colmare il vuoto della sua vita – l’abbandono del padre e di un futuro che appare sempre troppo lontano – con l’amore per Yannick. Ma lui ha un’anima incapace di star ferma, inadatta a mettere radici, talmente rabbioso da essere incapace di accorgersi che Ifem – e non la cocaina in cui si rifugia sempre più spesso – potrebbe essere la chiave per la salvezza, per l’avvenire. E in un attimo ciò che era evasione dalla noia, diventa capriccio, poi dipendenza e infine una sentenza di condanna. Dikele non ha mai nascosto la sua ambizione e in questo libro affronta il tema dell’amore come possibile redenzione che si infrange sul razzismo e l’indifferenza, sulla rabbia autodistruttiva delle periferie italiane, spesso troppo lontani dai fari dei media.

FRANCESCO MUSOLINO®

FONTE: GAZZETTA DEL SUD 30 APRILE 2017

 

 

 

Jeff Kinney: «sono andato ad Amatrice per far sorridere i ragazzi con la mia Schiappa».

 

Jeff Kinney

«Sono andato ad Amatrice ad ascoltare i ragazzi, per portare qualche sorriso, un po’ di speranza e lasciare sfogare tutta la loro creatività». Lo scrittore Jeff Kinney è il creatore del celeberrimo “Diario di una schiappa”, la serie di libri per giovani lettori, edita da Il Castoro, che macina milioni di copie ovvero ben 180 milioni di copie vendute in tutto il mondo (oltre 3 milioni in Italia), superando autori osannati come Dan Brown. Il primo volume, “Diario di una schiappa”, edito nel 2007, è considerato ormai un classico ed è stato tradotto persino in latino da un latinista del Vaticano. La serie della Schiappa ha macinato un successo dopo l’altro, incuriosendo un pubblico variegato per l’azzeccato miscuglio fra disegni lineari, elementari, e le trame ricche di contrattempi e ironia. Dal libro al cinema il passo è stato breve con ben quattro pellicole all’attivo e un adattamento teatrale. Ma chi è la schiappa? Il suo nome è Greg Heffley, un ragazzino di undici anni che vorrebbe diventare popolare e sopravvivere nel difficile mondo delle scuole medie e in tutte ciò che lo circonda, dal campo scuola estivo alle vacanze in famiglia sino all’ultimo uscito, il decimo della serie, “Diario di una schiappa. Non ce la posso fare!” (pp. 218 euro 13 pubblicato nel 2016, tradotto da Rossella Bernascone) in cui gli tocca l’improbo compito di provare a sopravvivere senza connessione wifi in un campeggio immerso nella natura selvaggia. Nel tempo libero, Jeff Kinney (classe ’71) gestisce con la moglie una libreria, An Unlikely Story Bookstore & Café, in una città di soli ottomila abitanti, Plainville – ma per la scrittura si ispira alla vita familiare, alle proprie marachelle d’infanzia, lasciando correre a briglia sciolta la propria, funambolica, fantasia, mescolando scrittura e disegni: «Da piccolo leggevo i fumetti. Faccio il lavoro che ho sempre sognato. Ma Greg è un eterno Peter Pan, lui non crescerà mai». In questi giorni Jeff Kinney è in Italia per incontrare i propri lettori (è una delle star alla Fiera del libro per ragazzi a Bologna) ma ha deciso di recarsi anche ad Amatrice, fra le comunità più colpite dai recenti terremoti.

Ben 180 milioni di libri venduti nel mondo. Qual è il segreto del suo successo?

«Ci ho pensato a lungo. I libri più venduti per ragazzi sono spesso declinati in tema fantasy, fra magia e mostri. Greg è molto diverso. Non è affatto perfetto, anzi, è pieno di difetti ma alla fine gli eroi senza macchia sono davvero noiosi, non trova? Greg è un ragazzino qualunque che vorrebbe soltanto potersi rilassare sul divano ma le disavventure lo vanno a cercare…e i lettori di tutte le età ridono con lui. Penso davvero che piaccia semplicemente perché parla della sua vita, delle sue disavventure normali e ordinarie. Cercando di scherzarci su, di ingoiare i bocconi amari che ogni tanto ci capitano. In fondo imparare a ridere, ci aiuta a vivere meglio, no?».

Greg a chi si ispira?

«Beh, ero un po’ una schiappa da piccolo, lo ammetto sinceramente. I miei ricordi d’infanzia mi tornano in mente e mi ispirano ancora. Ma giornalmente accadono cose bizzarre ai miei figli che finiscono dritte nei miei libri. Sin da quando ero piccolo, il mio sogno è sempre stato quello di raccontare la vita a fumetti ma per farlo bisogna tenere gli occhi aperti e catturare tutto ciò che di buffo ci circonda».

Lei è andato ad Amatrice per incontrare i ragazzi. Che esperienza è stata?

«Davvero molto forte ma ci tenevo molto ad esserci. Ho seguito tutto ciò che è accaduto dagli Stati Uniti e sia io che il mio editore, Il Castoro, abbiamo pensato che sarebbe stato davvero un bel regalo andare in questi luoghi, raggiungere delle località in cui c’è davvero bisogno di conforto e speranza».

Il suo Greg è stato tradotto anche in latino!

«Sì, è stato tradotto il primo volume della serie, “Commentarii de Inepto Puero”, a cura di Monsignor Daniel B. Gallagher, latinista dell’ufficio Vaticano per le Lettere Latine e curatore del profilo Twitter in latino di Papa Francesco. Davvero curioso, non trova?».

Ha mai pensato di scrivere un libro per adulti?

«Sì, certamente. Ma non ho intenzione di fare qualcosa solo per dimostrare ad altri le mie capacità narrative. Mi piace scrivere per i ragazzi perché mi lascia libero di sognare. E francamente, sono convinto che i bambini siano molto più interessanti degli adulti».

Jeff, lei è preoccupato per la situazione in America?

«Sì, sono molto preoccupato. L’America oggi versa in una situazione disastrosa. Il presidente Trump divide anziché unire la gente, crea forti contrasti. Non è un momento facile e in generale, mi sembra che nel mondo ci sia tanta confusione. È davvero un bel problema».

FRANCESCO MUSOLINO ®

FONTE: GAZZETTA DEL SUD APRILE 2017

Il ritorno di Harry Hole inseguendo un killer su Tinder.

Jo Nesbø non è solo uno scrittore best-seller noto in tutto il mondo. L’ideatore del detective Harry Hole, protagonista di una serie di grande successo, prima di darsi alla scrittura di fiction è stato un calciatore di Seria A in Norvegia, giornalista free-lance e broker di borsa. Ma forse la sua passione più grande è la musica e il suo gruppo “Di Derre”. Nesbø dà la sensazione di conoscere il mondo là fuori, oltre il proprio studio e lontano dalla tastiera del pc, nei suoi libri si avverte la passione per la narrazione e al contempo, traspare la percezione della realtà, della vita vera. Dalla sua prima crime-novel, “Il pipistrello” (pubblicato nel 1997) Hole è cresciuto e ha acquistato spessore e cicatrici, libro dopo libro (imperdibile “Il Leopardo”, Einaudi 2011). Lo ritroviamo in pagina sposato da tre anni con Rakel; Hole si è ritirato dalla vita in strada e adesso insegna all’accademia di polizia di Oslo. Ormai cinquantenne ha scelto di rinunciare agli orrori e alla violenza delle indagini, ha chiuso con l’alcool ma il male torna a cercarlo, inesorabile. “Sete” (Einaudi, pp. 640 €22 tr. Eva Kampmann) ruota attorno al sito di dating online più famoso, Tinder, difatti tramite la app per il sesso occasionale, uno spietato serial killer dà la caccia alle sue prede e Nesbø gioca con il lettore seminando numerose false piste e facendo crescere la suspense ad arte. Tutto ha inizio con l’uccisione di tre donne in rapida successione nelle proprie case ad Oslo – il pericolo non è fuori ma dentro le mura domestiche – e su ciascuna c’è una macabra firma: morsi profondi sul collo, pelle lacerata brutalmente e il sospetto che il fondato sospetto che killer abbia bevuto il loro sangue. Spietato nel sospingere il lettore innanzi, Nesbø firma l’undicesimo libro della serie con protagonista Harry Hole (“Polizia” era uscito nel 2013 sempre per Einaudi e sembrava poter essere il capitolo finale), un eroe pieno di ombre, “forse il migliore, forse il peggiore, a ogni modo il più leggendario investigatore della polizia di Oslo”, molto amato dal pubblico femminile perché, nonostante tutto, mostra tutte le sue debolezze e non nasconde i propri sentimenti per Rakel e dovrà far scudo anche al proprio figlio, Oleg. Jo Nesbø, considerato il re del thriller scandinavo, danza sulla pagina e scatena la violenza del proprio serial killer, richiamando in causa il vampirismo, i giochi sadomaso e persino la tradizione nipponica, dando spessore ad un personaggio che non è soltanto cattivo, ma un vero incubo in carne ed ossa.

FRANCESCO MUSOLINO ®

FONTE: GAZZETTA DEL SUD, APRILE 2017

“La cucina felice”. Angela Frenda apre le porte del suo regno.

Il suo piatto preferito? Gli spaghetti al pomodoro, sempre. Dopo quindici anni da cronista politica, la giornalista napoletana Angela Frenda da tre anni è food editor al Corriere della Sera e le sue videoricette impazzano sul web in “Racconti di cucina”. Dopo l’esordio con “Racconti di cucina”, adesso torna in libreria con un libro manifesto, “La cucina felice. Le mie 76 ricette per stare bene” (Rizzoli, fotografie di Claudia Ferri e Beatrice Pilotto, illustrazioni di Felicita Sala) in cui racconta il suo personale rapporto con il cibo e la gioia di vivere. Una passione per i fornelli sbocciata prestissimo seguendo le ricette del Manuale delle Giovani Marmotte ma in questo libro la Frenda si sofferma soprattutto sugli stereotipi (una donna che ha appetito “mangia come un camionista”) che finiscono per svilire il nostro rapporto con il cibo, del resto, prosegue l’autrice “nessuna food writer confessa di essere a dieta”. Ma perché nascondersi? Perché abbiamo bisogno di etichettare tutto? Soprattutto, possiamo smetterla di usare un hashtag orrendo come #foodporn? La prima ricetta è Seppie e Piselli, poi la Gricia e la Torta Pasqualina. Ricette golose, colorite, genuine e soprattutto non estreme. Del resto, secondo la Frenda la vera trasgressione “non è provare una torta, ma cucinarla”. Il cibo che mangiamo porta con sé tracce della nostra cultura, “ogni morso è un ricordo” e giocoforza le donne ai fornelli da un lato voglio essere emancipate, dall’altro in pace con il loro aspetto fisico, apprezzate dalla società. È forse chiedere troppo? C’è spazio per la Sicilia, terra amata dall’autrice, con “Pane, pipi e patate”, i cannoli e la pasta ammollicata per poi approdare al mangiare in modo moderno. Ovvero “accanto ad una fetta di torta c’è posto anche per una ciotola d’avena”, seguendo anche i dettami di Michael Pollan. Per cui se possibile rinunciate al pane bianco, mangiamo meno carne rossa, ascoltiamo il nostro corpo e assaggiamo l’avocado. Dalla ricetta dell’Amatriciana alla zuppa thai, di volata sino all’insalata di carciofi e parmigiano (“la mia coperta di Linus”) tutto nel segno del volersi bene, passando per il cibo portato in tavola. E cucinato con le nostre mani.

La cucina felice. Le mie 76 ricette per stare bene”. Rizzoli, pp. 251 €16,90

FRANCESCO MUSOLINO

FONTE: GAZZETTA DEL SUD

“Il crepuscolo degli chef” di Paolini. Il lato oscuro del voyuerismo gastronomico.

 

 Gli chef intesi come una metafora della nostra concezione puramente mediatica del cibo. Con questo intento, il giornalista Davide Paolini ha scritto “Il crepuscolo degli chef” (Longanesi, pp. 216 euro 16.40). Altrimenti noto come Il Gastronauta, Paolini scrive di cibo dal 1983 ed è una delle voci più celebri di Radio24. Punto di partenza di questo saggio è il fatto che il cibo è diventato un’ossessione. Ha colonizzato internet (13 milioni di foto su Instagram, 25.000 blog, 1.000 siti web che raggiungono ogni mese oltre 35 milioni di persone), ammicca dalle vetrine delle librerie e domina anche in tv con format di successo – da “Cucine da Incubo” a “4 Ristoranti”, da “Hell’s Kitchen” a “Masterchef”. Eppure Paolini sottolinea come dietro tanto clamore ci sia un settore in crisi, difatti nel 2015 c’è stato un saldo nettamente negativo, con 7292 esercizi commerciali legati al cibo che hanno chiuso i battenti. “Guardare la tv e sognare non è alimentazione ma spettacolo”, afferma l’autore ma nonostante la crisi, si “moltiplica a dismisura il fenomeno del voyuerismo gastronomico”. In tale ottica secondo Paolini va intesa la moda imperante della cucina a vista, “protetta da uno schermo di vetro come se fosse un acquario per consentire ai commensali di assistere alla rappresentazione della messa in scena dello chef”. E in questa situazione il proliferare dei “cibi senza qualcosa” (senza glutine, senza olio di palma) rischiano di diventare solo l’ennesimo boom economico, come testimonia il successo del Kamut, definito da Paolini, “il novello Figaro”. Ma è tutto da buttare via? Nient’affatto a patto di riuscire ad invertire il senso di marcia. Secondo l’autore dovremmo ricordare la lezione di Roland Barthes, perché oggi più che mai il cibo è un sistema di significazione, una vera e propria lingua. Dovremmo nutrirci non tanto, non soltanto di alimenti, ma “di valori e contenuti insiti” nella nostra cultura. Per far ciò è necessario ricominciare a puntare sulla tradizione, sui prodotti locali, accantonando l’idea folle della cucina spettacolo e riabbracciare, finalmente, la terra.

IL CREPUSCOLO DEGLI CHEF. Gli Italiani e il cibo tra bolla mediatica e crisi dei consumi. Davide Paolini; pp: 216 € 16.40

FRANCESCO MUSOLINO

Fonte: Gazzetta del Sud

“Carne Trita” di Leonardo Lucarelli: in cucina la ricerca della perfezione confina con l’ossessione.

 

Si moltiplicano i format televisivi culinari di successo, gli chef escono dalla cucina, sorridenti davanti alle telecamere, esaltando il potere del cibo, soprattutto per coloro che non sanno comporre un’insalata senza rischiare di mandare tutto in fiamme. Ma la ricerca dello standard nella perfezione è ardua e confina con l’ossessione. Del resto gli chef non riposano mai – nelle cucine c’è “cocaina inguattata dappertutto” – lavorano quando gli altri sono in vacanza e a tarda notte, per staccare, frequentano i posti più malfamati. Carne trita. L’educazione di un cuoco è il romanzo autobiografico dello chef Leonardo Lucarelli, classe ’77, nato in India ma con un’infanzia umbra, capace di spalancare con coraggio le porte della cucina, svelandone i lati oscuri, senza mai lasciarsi andare ad un briciolo di auto esaltazione. Si può iniziare a lavorare in cucina per tanti motivi – anche per il fascino sessuale che si esercita, certo – ma metter su famiglia e non perdere la testa non è facile. Bisogna star dietro ai turni massacranti, ai fornitori, alle pretese di guadagno dei proprietari che pagano in nero e ai clienti che, stando davanti alla tv, sono diventati tutti critici gastronomici. Del resto, oggi al bar si parla di calcio e di quale olio sia più adatto alle fritture.

Leonardo Lucarelli; Carne trita. L’educazione di un cuoco; Garzanti, pp. 288 euro 16.40

FRANCESCO MUSOLINO

Fonte: Il Fatto Quotidiano

 

«Lo zucchero fa male? Non ci sono dati scientifici». Parola di Iginio Massari, il re dei pasticceri italiani.

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Iginio Massari

Iginio Massari è considerato il re dei pasticceri italiani, tanto che la sua “Pasticceria Veneto” a Brescia si conferma leader del settore secondo l’autorevole guida Gambero Rosso.  Già commendatore al merito della Repubblica dal 2013 è stato anche allenatore della nazionale italiana per la Coppa del Mondo di pasticceria nel 1997 e 2015, Massari è divenuto noto anche al grande pubblico grazie alle puntuali apparizioni nel celebre cooking show “Masterchef” in onda su Sky – condotto dagli chef Carlo Cracco, Bruno Barbieri, Antonino Cannavacciuolo e dall’imprenditore Joe Bastianich – terrorizzando i partecipanti con la disciplina e con i suoi giudizi tranchant. Massari è stato uno dei protagonisti della ricca sezione di incontri “Food Factor”, relativi al cibo e ai suoi protagonisti “stellati”, ideata e condotta dai giornalisti eno-gastronomici Gigi e Clara Padovani, nell’ambito della sesta edizione del TaoBuk che si è concluso ieri a Taormina, con un riscontro di pubblico importante che fa ben sperare anche per le future edizioni. Leggi il resto di questa voce

«Sono un artigiano della parola». Intervista a Marc Levy.

Marc Levy

Marc Levy

Marc Levy è il romanziere francese più letto al mondo. Basterebbe questa affermazione, tradotta in trentacinque milioni di copie, per intendere al volo la caratura del personaggio, il valore della sua scrittura, l’amore che i suoi lettori gli tributano ad ogni latitudine. Ma come spesso accade, ciò che colpisce maggiormente dei grandi autori è la loro disponibilità, l’ascolto del proprio pubblico (anche) mediante i social, l’impegno per cause nobili – Levy ha lavorato per la Croce Rossa e Amnesty International – e la capacità di ampliare il proprio sguardo, affrontando anche i temi dell’attualità. Di recente è tornato in libreria con il suo nuovo romanzo, il sedicesimo, “Lei & Lui” (Rizzoli, pp.350 euro 18) in cui racconta, con ironia e leggerezza, una storia d’amore, una commedia romantica sbarazzina ovvero il ritorno in pagina di Mia e Paul, richiamando il suo romanzo d’esordio, “Se solo fosse vero”. Lei è un’attrice inglese di successo con un matrimonio infelice, Lui uno scrittore dalle alterne vicende, fidanzato con la sua traduttrice coreana. Entrambe le coppie sono in crisi e per una casualità Paul e Mia si incontreranno, andando alla scoperta di una Parigi nascosta, sconosciuta ai turisti, battibeccando dalla prima all’ultima pagina in attesa del lieto fine. Sabato 17 settembre, Marc Levy è stato protagonista durante la serata finale della sesta edizione del TaoBuk International Book Festival, incontrando il pubblico alle ore 20 presso Piazza IX Aprile per presentare il suo ultimo romanzo “Lei & Lui”. Leggi il resto di questa voce

Taormina riavrà la sua storica libreria.

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Antonella Ferrara

«Una vittoria per tutti, soprattutto per la cultura e la nostra Taormina». Giubilante, Antonella Ferrara commenta a caldo la notizia ufficiale che la sua storica libreria Bucolo, «l’unica da quasi 20 anni a servire da Taormina il territorio nel raggio di 50 km», verrà ospitata nei locali di Palazzo Ciampoli – gioiello dell’architettura gotico-catalana di proprietà del demanio regionale, che domina l’omonima scalinata affacciata sul corso principale di Taormina – come assicurato dall’assessore dall’Assessore regionale dei Beni culturali e dell’Identità Siciliana, Carlo Vermiglio. «Sono molto felice che l’Assessorato abbia accolto il nostro grido d’aiuto – prosegue la Ferrara – risolvendo una criticità e mettendo a disposizione un bene nella disponibilità della Regione siciliana con una scelta politica forte. Tutto ciò va nella direzione dell’auspicata integrazione fra pubblico e privato, uno dei punti principali della nuova, buona politica. Palazzo Ciampoli concede i locali ma la libreria offrirà dei servizi attivi, tenendo aperta la struttura e offrendo una serie di attività alla città, diventando finalmente anche un vero centro di aggregazione culturale, traendo giovamento da una direttiva nazionale per concedere immobili ad equo canone alle librerie storiche cittadine per evitarne la chiusura». Leggi il resto di questa voce