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Moretti provoca: «All’estero Berlusconi sarebbe stato costretto a dimettersi»

TAORMINA. Tutti lo cercano con gli occhi dentro la Sala B del PalaCongressi di Taormina ma di Nanni Moretti non c’è alcuna traccia. I giornalisti presenti lo aspettano e tirano un sospiro di sollievo quando trapela la voce che sia appena atterrato all’aeroporto di Catania. Laura Delli Colli – presidente del Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani – guida con serenità l’annuncio dei premiati del cinema italiano, da Kim Rossi Stuart ad Alba Rohrwacher da Massimiliano Bruno a Maria Sole Tognazzi ma appena arriva Moretti in sala – polo, pantaloni, mocassini con trolley al seguito – i fotografi si scatenano, cogliendo persino il momento in cui, seduto, si infila i calzini scuri. Con Moretti si ha sempre il dubbio – più che lecito – che possa sfuggire alle domande o rispondere in modo laconico, del resto ad un genio non si possono imporre obblighi ma quando acclamato dai critici e dagli spettatori, sale sul palco prende in mano l’intera conferenza, regalando sorrisi, battute contro le domande banali dei giornalisti («chiedono sempre “progetti futuri?”) e intanto invoca notizie circa l’arrivo della sceneggiatrice Federica Pontremoli e della scenografa Paola Bizzarri che non faranno in tempo a godersi la pioggia di elogi che Nanni Moretti – trionfatore alla 65a edizione dei Nastri d’Argento con 6 riconoscimenti per Habemus Papam – regala loro.

 

«La scenografia è un riconoscimento molto importante per questo film visto che Paola Bizzarri è riuscita a ricostruire il Vaticano fra Palazzo Farnese, altri palazzi storici romani e un teatro di posa. E’ stato un lavoro impegnativo e dispendioso. Prima mi autocensuravo, tagliavo tutte le scene costose ma ne Il Caimano e soprattutto in Habemus Papam ci siamo concessi il lusso di realizzare tutte le scene che avevamo scritto. Senza Domenico Procacci e Rai Cinema non avrei potuto realizzare questo film, sia dal punto di vista economico che psicofisico».

“Il Caimano” su RaiTre ha fatto ottimi ascolti qualche sera fa. Pensa sia la conseguenza diretta del clima politico attuale?

«Sono rimasto sorpreso perché solitamente i miei film vanno sempre male in tv ma mi hanno detto che Il Caimano ha fatto il 13% e per RaiTre sono numeri importanti. In realtà il merito è del direttore di rete che spingeva da parecchio tempo per farlo entrare nel palinsesto. E’ stato un caso che sia andato in onda proprio ora, non c’è nulla di studiato».

Perché ha scelto Piccoli come protagonista?

«Abbiamo voluto fortemente lui perché con la voce e con gli occhi riesce ad aggiungere sempre qualcosa al copione. Ogni giorno noi vedevamo tutto il girato stampato su pellicola e non su dvd come fanno molti, e tutte le volte vedevo l’uomo oltre all’attore. Molti attori si vantano di immedesimarsi completamente nella parte ma a me non piacciono gli attori che si annullano sullo schermo. Inoltre Piccoli è il creatore di una nuova interpretazione di Habemus Papam…»

Ovvero?

«Siamo andati a Parigi ma piuttosto che vedere la città siamo rimasti tre giorni in una stanza d’albergo a fare intervista. All’ennesima domanda del giornalista, Michel ha risposto che il film è la storia di una coppia di fratelli e tutto il resto è marginale. Sono rimasto interdetto ma magari ha ragione lui».

Come sono andate le vendite del film all’estero?

«Molto bene. Per Caro Diario è stato fondamentale il premio vinto invece stavolta il film è andato subito bene. In realtà devo scegliere se passare un anno intero in giro per festival internazionali a presentare il film oppure restare a Roma…ma mi sa che ho già scelto».

A proposito di Cannes, che ne pensa del livello dei film in concorso?
«Ne ho visti solo due il giorno prima che il Festival finisse, appena in tempo per i premi dunque. I fratelli Dardenne non sono affatto una scoperta, mi piacciono parecchio e del  Ragazzo con la bicicletta mi ha colpito molto la sequenza in cui il bambino cade giù dall’albero tanto che ho fatto un salto sulla sedia. E’ una scena girata senza alcun compiacimento e per questo mi ricorda lo stile di Rossellini.  Invece “The three of life” di Malick lo voglio rivedere. Molti lo amano, altri lo odiano. Io vi ho trovato cose bellissime e altre meno».

Una parte della critica straniera si aspettava un film iconoclasta e dissacrante nei confronti della Chiesa.

«E’ lecito che ogni spettatore abbia aspettative circa i film che escono in sala ma io non volevo ribadire certezze anticlericali o meno. Volevo narrare un viaggio non solo fisico che Michel compie a Roma, ponendo e ponendosi delle domande che non possono non toccare gli spettatori. Ovviamente gli scandali finanziari e la pedofilia sono cose gravissime ma noi volevamo raccontare il nostro Papa, i nostri cardinali».

Anche lei ha avuto momenti di crisi interiore nella sua vita come il Papa che racconta?

«Certamente, ne ho avuti parecchi. Ma non ho alcuna intenzione di raccontarli».

Ha in progetto un film in 3D?

«Ho visto pochi film girati in 3D. Ho letto che il prossimo film di Bertolucci sarà in 3D ma io ho deciso di aspettare, non ne sento affatto il bisogno».
Come giudica il dilagare del Multiplex?
«Per molto tempo sono stato favorevole ma adesso non lo sono più perché mi sono reso conto che i multiplex hanno indotto la chiusura delle sale cittadine e ciò è molto grave per la comunità. Credevo che i multiplex avrebbero garantito la programmazione di tanti generi diversi di film ed invece spingono solo un certo tipo di cinema. Inoltre essendo fuori città, molti non se la sentono di prendere la macchina e così, paradossalmente, il pubblico più maturo rimane tagliato fuori».

Cosa ne pensa della vicenda Bisignani?
«Credo sia molto grave che un personaggio di quel genere abbia condizionato scelte fondamentali per il nostro Paese».

Siamo alla fine del berlusconismo?
«Siete sicuri? Ogni giorno compro un quotidiano e leggo che ormai la fine di Berlusconi è vicinissima, oggi, domani. Mi illudo e poi mi arrabbio sia con me che con il quotidiano. I referendum sono stati una vittoria per i cittadini e le elezioni comunali sono stata una vittoria dei candidati oltre che una sconfitta della Destra. Diciamoci la verità, in un altro paese di democrazia occidentale se il presidente del consiglio avesse fatto o detto un millesimo di quello che ha fatto Berlusconi, sarebbe stato costretto alle dimissioni dalla sua stessa coalizione. Invece il centro-destra ha dimostrato di saper digerire molto, tutto. Hanno digerito gli attacchi ai PM, ai comunisti, gli scandali sessuali e la corruzione. Insomma Berlusconi ad essere molto ma molto generosi, mi sembra una persona confusa. All’estero, in Francia o in Israele l’avrebbero costretto alle dimissioni. Aspettiamo e vediamo cosa accadrà in Italia».

 

Marco Bellocchio sulla banalità del cinema italiano: «Oggi viviamo in tempi di guerra»

TAORMINA. A soli 26 anni, nel 1965, Marco Bellocchio esordì e divenne famoso con “I pugni in tasca”, un film che coglieva pienamente lo spirito di ribellione e protesta di quegli anni che sfociò nel Sessantotto. Con gli anni Bellocchio non ha mai messo da parte la sua grinta – si pensi a “L’ora di religione”, “Buongiorno, notte” e “Nel nome del padre” – attaccando spesso le convenzioni sociali e l’industria cinematografica: «Il diploma al Centro Sperimentale di Roma è stato ridicolo, non mi è servito a nulla. Sono andato via dall’Italia per capire se volevo davvero fare il regista e credo che il distacco sia stato benefico». Alla 56a edizione del Taormina film fest ha ricevuto il Taormina Arte Award ma anche oltreoceano il film ha riscosso grande successo. A gennaio porterà a teatro la riduzione teatrale del suo film d’esordio, con il figlio Piergiorgio e Ambra Angiolini nei ruoli dei protagonisti. Dopo i successi di “Vincere”, Bellocchio sta cominciando a lavorare ad un viaggio nell’Italia dei giorni nostri, «fra i tanti paradossi e i fasti del potere».

Lei ha spesso attaccato le “scuole cinematografiche”. A cosa servono?

«A nulla. Oggi i giovani apprendono molto velocemente l’abc del cinema e sono molto ferrati sulle innovazioni tecniche, molto più di me. Il vero problema sta nel saper scrivere la sceneggiatura e nel lavoro con gli attori. Oggi ci sono film ben montati, con una buona musica e una bella fotografia ma spesso sono recitati male. Magari è anche colpa del soggetto ma il più delle volte è la diretta conseguenza della devastazione televisiva che continua a sfornare dei divi da reality o da fiction che non recitano, mormorano come nella vita quotidiana. Non sono dei cani, non sono proprio attori. Nessuno di questi potrebbe recitare Shakespeare o Pirandello».

Le piace il cinema italiano contemporaneo?

«Il cinema oggi è messo in un angolo, la tv ha assorbito tutti gli spazi. Ovviamente sarebbe meglio puntare su storie e visioni originali evitando di cadere nella banalità. Ma tutto questo è contraddetto dal fatto che la gran parte del cinema italiano è di una qualità davvero mediocre che incassando molto riesce a far sopravvivere anche quei pochi film buoni. E’ un discorso davvero complesso. I film natalizi incassano moltissimo perché viviamo in anni di grande inquietudine e il pubblico cinematografico desidera divertirsi ed evadere. Oggi il genere drammatico attrae poco, esattamente come accadeva negli anni della guerra. Anche oggi siamo in anni di guerra. Non è tutto da buttare perché ci sono tanti singoli autori davvero validi ma manca una visione d’assieme, credo che il cinema italiano sia inferiore alla somma delle sue parti».

Taormina ha ospitato al Teatro Antico l’anteprima mondiale di Toy Story3D. Le è piaciuto?

«Negli anni ’50 avevo visto qualche film in 3d che poi scomparve per ricomparire oggi. E’ un film molto americano, un po’ stucchevole e con l’inevitabile lieto fine. A dire la verità ero incerto se restare o andar via, alla fine sono rimasto anche sorpreso dalle sequenze finali che mi hanno persino emozionato».

Dopo “Vincere” sta realizzando “Italia Mia”. Un atteso ritorno all’attualità.

«Ho creduto molto in“Vincere” soprattutto perché lo ritengo un film molto attuale, addirittura la critica estera si è soffermata sul paragone Mussolini-Berlusconi a cui io non pensavo affatto. Sto realizzando “Italia Mia”, un film sui nostri anni che sarà molto difficile da realizzare vista la prudenza dei produttori oggigiorno. In questo film parlerò dei paradossi di una certa Italia. Ad esempio dell’assurdità di realizzare un museo a Ravamusa che non ha avuto neanche un visitatore per diversi mesi. Sarà un film complesso, difficile da finanziare, perché voglio rappresentare anche i fasti di chi domina e detiene il potere».

A proposito di tempi di guerra, la riduzione teatrale de “I pugni in tasca” è un segnale di un rinnovato impegno?

«C’è curiosità e interesse attorno a questo lavoro teatrale, conseguenza di un interesse del mercato. E’ certamente un segnale positivo ma visti gli anni in cui viviamo sarà necessario attendere il responso del pubblico».

 

Fonte: L’Editoriale, Luglio 2010