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«L’indipendenza della Sardegna è una necessità storica». Michela Murgia si racconta

Dopo il grande successo ottenuto con “Accabadora” – che le valse la vittoria del premio Campiello 2010 – la scrittrice sarda Michela Murgia torna in libreria con “L’Incontro”, edito da Einaudi (pp. 112 euro 10). Ancora protagonista il tema della comunità ma stavolta, grazie alla voce narrante di Maurizio – un bimbo di dieci anni in vacanza a Crabas dai nonni – la Murgia si concentra sui limiti e sulle barriere che possono allontanarci persino dagli amici di infanzia, complice la decisione di un prete di fondare una seconda parrocchia, fratturando in due la comunità stessa. In questo nuovo libro la Murgia, la quale esordì con un libro sul mondo del precariato (“Il mondo deve sapere”) e in seguito evidenziò il ruolo della donna nella religione cattolica (“Ave Mary”), ci riporta nella sua terra natìa per la cui indipendenza si batte attivamente…

Ne L’Incontro ritorna l’ambientazione della comunità che aveva già usato per “Accabbadora” ma stavolta la prospettiva è mutata.

«Più che i limiti ho posto l’accento sulle contraddizioni insite nella vita comunitaria. Si tende a credere che la comunità sia infrangibile ma è una credenza assai lontana dalla realtà dei fatti. Se volessimo traslare il discorso al mondo della politica potremmo prendere come punto di riferimento il concetto di comunità nell’accezione leghista, dove l’estraneo in senso lato non ha cittadinanza, non può esserne incluso nemmeno da un punto di vista antropologico. L’Incontro è nato dall’idea di raccontare una storia dove la grammatica dell’estraneità fosse invertita, nella quale l’elemento destabilizzante non è rappresentato da un nemico sconosciuto ma dal proprio vicino di casa».

Perché ha scelto il punto di vista narrativo di un bambino? Quali sfumature le ha permesso di cogliere e cristallizzare sulla pagina?

«C’è certamente un lato autobiografico in questo libro poiché la scintilla iniziale è riferita ad un fatto realmente accaduto che io ho vissuto in tenera età. Per tale motivo affidarsi al punto di vista di un ragazzino è stata una scelta legata tanto all’istinto che alla memoria. La voce narrante del libro è cresciuta con un’unica idea di comunità ma ad un certo punto, questa unicità entra in crisi quando il suo compagno di giochi si troverà a far parte di un’alterità escludente».

Ne L’Incontro è centrale anche il tema di un’idea di infanzia smarrita nel tempo visto che oggi l’unica avventura possibile sembra quella concessa dalla televisione…

«Oggi i bambini sembrano poter incontrare l’avventura solo per caso, senza alcuna programmazione possibile, invece io e mio fratello ogni pomeriggio uscivamo da casa e sapevamo che potevamo concederci un certo margine di rischio senza la vigilanza costante di un adulto. L’infanzia è uno dei momenti topici per eccellenza, è il periodo in cui si formano i criteri che utilizzeremo per leggere la realtà futura, in modo conscio o inconscio. L’idea di analizzare la nascita di un’amicizia o la fine di una comunità dal punto di vista di un bambino mi sembrava davvero allettante poiché la loro realtà è fatta soltanto di certezze assolute refrattarie a qualsivoglia flessibilità».

Anche il ruolo degli anziani è mutato nella comunità, prima erano saggi e oggi sono diventati dei reietti. Cos’è accaduto?

«La società del passato preferiva il concetto di appartenenza a quello di efficienza, tanto in voga nei giorni nostri. L’appartenenza non esclude nessuno, nemmeno quando non è più utile al sistema produttivo, invece oggi gli anziani e i bambini ma anche le donne, quando decidono di fare le mamme, sono considerati cittadini di serie b poiché la percezione della loro utilità alla produzione diretta viene a mancare».

È noto il suo impegno per il movimento indipendentista sardo.

«È la principale causa per cui impegno il mio tempo, la mia scrittura e le mie risorse. Capisco che dopo aver fatto una critica sull’idea leghista della sclerotizzazione dell’idea comunitaria, possa sembrare un controsenso ma ciò non fa altro che dimostrare come i leghisti siano stati bravi a raccontare le cose sino ad impossessarsi dell’unico paradigma di indipendentismo. Non è così. Esistono percorsi di autodeterminazione che non sono di matrice nazionalista e che non riconoscono l’Altro come un pericolo o una negazione di sé. Questo è certamente il caso della Sardegna che mai potrà essere accusata di razzismo o xenofobia».

Marcello Fois e Salvatore Niffoi sottolineano l’importanza della tutela della lingua sarda. Cosa ne pensa?

«La lingua sarda deve trovare i suoi primi difensori in Sardegna. Recentemente il governo Monti ha stabilito che il sardo non è una lingua, negando qualsiasi aiuto economico per il suo insegnamento, i sardi si sono indignati ma lo hanno fatto in italiano perché la maggior parte di loro ha rinunciato volontariamente alla lingua natìa, relegandola al mondo intimo e familiare. Per quanto mi riguarda io parlo e scrivo in sardo ma non è questo il punto. Piuttosto credo che non sia più il tempo di parlare di una lingua-una nazione: si tratta di un concetto con un retrogusto fascista».

Quando vinse il Campiello disse che sognava una Sardegna indipendente. Conferma tutto?

«La Sardegna è già autonoma alla massima potenza e ha esigenze molto diverse dall’Italia. Credo che l’indipendenza non sia una prospettiva per l’isola, ma una necessità storica».

Francesco Musolino®

Gianni Barbacetto: «Tangentopoli? Un’occasione sprecata»

Gianni Barbacetto

Gianni Barbacetto

Il 17 febbraio 1992, con l’arresto di Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio e membro di spicco del PSI milanese, scoppiò Tangentopoli. A vent’anni di distanza, tre voci di punta del giornalismo d’inchiesta italiano – Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio – hanno ricostruito in Mani Pulite (Chiarelettere – Pp 912  Euro 19,60) tutto ciò che accadde con una cronologia degli eventi precisa e dettagliata che fa di questo volume un vero e proprio documento imprescindibile per capire cosa fu Tangentopoli e come si arrivò a quella catastrofe etico-giudiziaria. Ma, come spiega Barbacetto, il pericolo è tutt’altro che scampato visto che il peso della corruzione oggi è di ben 60 miliardi annui.

Vent’anni è ingiusto dire che Tangentopoli è stata un’occasione persa?

Purtroppo è stata un’occasione persa per la politica che non ha colto l’occasione per rinnovare davvero le regole del gioco e gli uomini che lo conducono. Il sistema dei partiti è apparentemente crollato perchè c’è stato solo un ricambio di facciata, che ha riciclato fin troppi protagonisti nella cosiddetta seconda repubblica. Soprattutto non sono cambiati i metodi e gli stili di lavoro. Leggi il resto di questa voce

Moretti provoca: «All’estero Berlusconi sarebbe stato costretto a dimettersi»

TAORMINA. Tutti lo cercano con gli occhi dentro la Sala B del PalaCongressi di Taormina ma di Nanni Moretti non c’è alcuna traccia. I giornalisti presenti lo aspettano e tirano un sospiro di sollievo quando trapela la voce che sia appena atterrato all’aeroporto di Catania. Laura Delli Colli – presidente del Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani – guida con serenità l’annuncio dei premiati del cinema italiano, da Kim Rossi Stuart ad Alba Rohrwacher da Massimiliano Bruno a Maria Sole Tognazzi ma appena arriva Moretti in sala – polo, pantaloni, mocassini con trolley al seguito – i fotografi si scatenano, cogliendo persino il momento in cui, seduto, si infila i calzini scuri. Con Moretti si ha sempre il dubbio – più che lecito – che possa sfuggire alle domande o rispondere in modo laconico, del resto ad un genio non si possono imporre obblighi ma quando acclamato dai critici e dagli spettatori, sale sul palco prende in mano l’intera conferenza, regalando sorrisi, battute contro le domande banali dei giornalisti («chiedono sempre “progetti futuri?”) e intanto invoca notizie circa l’arrivo della sceneggiatrice Federica Pontremoli e della scenografa Paola Bizzarri che non faranno in tempo a godersi la pioggia di elogi che Nanni Moretti – trionfatore alla 65a edizione dei Nastri d’Argento con 6 riconoscimenti per Habemus Papam – regala loro.

 

«La scenografia è un riconoscimento molto importante per questo film visto che Paola Bizzarri è riuscita a ricostruire il Vaticano fra Palazzo Farnese, altri palazzi storici romani e un teatro di posa. E’ stato un lavoro impegnativo e dispendioso. Prima mi autocensuravo, tagliavo tutte le scene costose ma ne Il Caimano e soprattutto in Habemus Papam ci siamo concessi il lusso di realizzare tutte le scene che avevamo scritto. Senza Domenico Procacci e Rai Cinema non avrei potuto realizzare questo film, sia dal punto di vista economico che psicofisico».

“Il Caimano” su RaiTre ha fatto ottimi ascolti qualche sera fa. Pensa sia la conseguenza diretta del clima politico attuale?

«Sono rimasto sorpreso perché solitamente i miei film vanno sempre male in tv ma mi hanno detto che Il Caimano ha fatto il 13% e per RaiTre sono numeri importanti. In realtà il merito è del direttore di rete che spingeva da parecchio tempo per farlo entrare nel palinsesto. E’ stato un caso che sia andato in onda proprio ora, non c’è nulla di studiato».

Perché ha scelto Piccoli come protagonista?

«Abbiamo voluto fortemente lui perché con la voce e con gli occhi riesce ad aggiungere sempre qualcosa al copione. Ogni giorno noi vedevamo tutto il girato stampato su pellicola e non su dvd come fanno molti, e tutte le volte vedevo l’uomo oltre all’attore. Molti attori si vantano di immedesimarsi completamente nella parte ma a me non piacciono gli attori che si annullano sullo schermo. Inoltre Piccoli è il creatore di una nuova interpretazione di Habemus Papam…»

Ovvero?

«Siamo andati a Parigi ma piuttosto che vedere la città siamo rimasti tre giorni in una stanza d’albergo a fare intervista. All’ennesima domanda del giornalista, Michel ha risposto che il film è la storia di una coppia di fratelli e tutto il resto è marginale. Sono rimasto interdetto ma magari ha ragione lui».

Come sono andate le vendite del film all’estero?

«Molto bene. Per Caro Diario è stato fondamentale il premio vinto invece stavolta il film è andato subito bene. In realtà devo scegliere se passare un anno intero in giro per festival internazionali a presentare il film oppure restare a Roma…ma mi sa che ho già scelto».

A proposito di Cannes, che ne pensa del livello dei film in concorso?
«Ne ho visti solo due il giorno prima che il Festival finisse, appena in tempo per i premi dunque. I fratelli Dardenne non sono affatto una scoperta, mi piacciono parecchio e del  Ragazzo con la bicicletta mi ha colpito molto la sequenza in cui il bambino cade giù dall’albero tanto che ho fatto un salto sulla sedia. E’ una scena girata senza alcun compiacimento e per questo mi ricorda lo stile di Rossellini.  Invece “The three of life” di Malick lo voglio rivedere. Molti lo amano, altri lo odiano. Io vi ho trovato cose bellissime e altre meno».

Una parte della critica straniera si aspettava un film iconoclasta e dissacrante nei confronti della Chiesa.

«E’ lecito che ogni spettatore abbia aspettative circa i film che escono in sala ma io non volevo ribadire certezze anticlericali o meno. Volevo narrare un viaggio non solo fisico che Michel compie a Roma, ponendo e ponendosi delle domande che non possono non toccare gli spettatori. Ovviamente gli scandali finanziari e la pedofilia sono cose gravissime ma noi volevamo raccontare il nostro Papa, i nostri cardinali».

Anche lei ha avuto momenti di crisi interiore nella sua vita come il Papa che racconta?

«Certamente, ne ho avuti parecchi. Ma non ho alcuna intenzione di raccontarli».

Ha in progetto un film in 3D?

«Ho visto pochi film girati in 3D. Ho letto che il prossimo film di Bertolucci sarà in 3D ma io ho deciso di aspettare, non ne sento affatto il bisogno».
Come giudica il dilagare del Multiplex?
«Per molto tempo sono stato favorevole ma adesso non lo sono più perché mi sono reso conto che i multiplex hanno indotto la chiusura delle sale cittadine e ciò è molto grave per la comunità. Credevo che i multiplex avrebbero garantito la programmazione di tanti generi diversi di film ed invece spingono solo un certo tipo di cinema. Inoltre essendo fuori città, molti non se la sentono di prendere la macchina e così, paradossalmente, il pubblico più maturo rimane tagliato fuori».

Cosa ne pensa della vicenda Bisignani?
«Credo sia molto grave che un personaggio di quel genere abbia condizionato scelte fondamentali per il nostro Paese».

Siamo alla fine del berlusconismo?
«Siete sicuri? Ogni giorno compro un quotidiano e leggo che ormai la fine di Berlusconi è vicinissima, oggi, domani. Mi illudo e poi mi arrabbio sia con me che con il quotidiano. I referendum sono stati una vittoria per i cittadini e le elezioni comunali sono stata una vittoria dei candidati oltre che una sconfitta della Destra. Diciamoci la verità, in un altro paese di democrazia occidentale se il presidente del consiglio avesse fatto o detto un millesimo di quello che ha fatto Berlusconi, sarebbe stato costretto alle dimissioni dalla sua stessa coalizione. Invece il centro-destra ha dimostrato di saper digerire molto, tutto. Hanno digerito gli attacchi ai PM, ai comunisti, gli scandali sessuali e la corruzione. Insomma Berlusconi ad essere molto ma molto generosi, mi sembra una persona confusa. All’estero, in Francia o in Israele l’avrebbero costretto alle dimissioni. Aspettiamo e vediamo cosa accadrà in Italia».

 

La Vita Oscena di Aldo Nove

Per vent’anni lo scrittore Aldo Nove (al secolo Antonello Satta Centanin) ha convissuto con i suoi fantasmi. Rimasto orfano bambino dopo la morte di entrambi i genitori, è piombato dalla prima adolescenza nella dipendenza da alcol e psicofarmaci, decidendo di intraprendere, volontariamente, una discesa verso l’Abisso: «Compivo diciassette anni e il mio unico desiderio era quello di morire il più presto possibile». Amante della poesia – Aldo Nove è anche un poeta apprezzato oltre che tra gli storici redattori del mensile “Poesia” – giunto a Milano ha scelto la cocaina come vettore di morte, proprio come George Trakl, il grandissimo poeta tedesco che scelse di suicidarsi proprio con un’overdose di cocaina.

 

La Vita Oscena (Einaudi, pp. 111, €15,50) segna per Aldo Nove un momento fondamentale perché dà prova di saper padroneggiare una scrittura fatta di attimi sezionati con una prosa che sconcerta e trascina il lettore in un lungo cammino verso la ricerca di un limite umano che si trova sempre un gradino più in basso. I temi fondanti sono l’oscenità e la pornografia – sempre imperanti ma mutate oggi in modo (im)mediato-  il senso di colpa e la ricerca della morte con l’ausilio di una “coscienza anestetizzata” che diventa metafora attualissima di una società più cannibalizzata che cannibale.

Ha impiegato vent’anni per scrivere questo libro e poi lo ho terminato in un mese e mezzo. Perché adesso?

«L’ho fatto appena ho avuto l’impressione di aver raggiunto gli strumenti linguistici sufficienti per potermi muovere con della materia piuttosto incandescente. Quando mi sono reso conto che potevo rielaborare con la giusta serenità il materiale di cui volevo parlare, mi sono messo al lavoro»

Dopo aver involontariamente provocato l’esplosione di casa sua, lei viene ricoverato con gravi ustioni. Decide, metaforicamente, di indossare una maschera: “Io non ero più di me”, ripete più volte sulla pagina.

«Quando c’è una grande alterazione dello stato d’animo, il dolore, finisce per alienarci, ci allontana da noi stessi. Talvolta ciò scatena conseguenze assai pericolose come nel caso degli attentatori o dei kamikaze, che magari reagiscono a grandi sofferenze intese anche in chiave sociale. Il dolore ci trasforma. Il dolore trasforma anche il nostro modo di presentarci agli altri, talvolta anche in modo pericoloso».

L’oscenità è un concetto fondante nel suo libro. Gli altarini con le riviste hard nelle edicole hanno lasciato il posto ad una pornografia accessibile, a portata di mouse. Oggi cos’è osceno? Quali sono i tabù delle nuove generazioni?

«Ogni tanto si sente dire “io non sono moralista” oppure “non voglio fare della morale”. Queste frasi sembrano indicare che, nel periodo in cui tutti i valori sono stati capovolti, oggi la morale stessa sia divenuta un tabù, per cui l’osceno potrebbe essere rappresentato dalla semplice normalità».

In casa vostra nessuno pronunciò mai la parola “cancro”. Ancora oggi si esorcizza la malattia col linguaggio. Serve a qualcosa?

«No, fa male. E’ un errore profondamente umano, magari una forma di delicatezza ma non serve a nulla, anzi, ci allontana dalla realtà».

Che rapporto ha con la religione? Il senso di colpa è dominante in lei?

«E’ un discorso molto complesso. Fin quando il senso di colpa viene inteso come la semplice consapevolezza che ad ogni comportamento consegue un effetto, va bene. Ma l’errore del cattolicesimo, a mio avviso, sta nella sessuofobia, legando in modo indiscriminato la colpa alla sessualità, finendo per stravolgere l’intero senso della nostra esistenza. Quello che è più assurdo è che gli stessi preti si inculano i ragazzini…»

Lei scrive che “il dolore è l’unico maestro” e che “al massimo dolore corrisponde il massimo piacere”. Dobbiamo temerlo o no, il dolore?

«E’ impossibile non temere il dolore, nessuno può farlo. Credo che esista soprattutto un piacere derivante dalla sottrazione del dolore, come per un mal di denti che passa o per una sovreccitazione sessuale finalmente sfogata, ma non credo esista un piacere totalmente svincolato dal dolore».

Lei “doveva provare tutto”. Ma dopo averlo fatto cosa accade?

«Magari ci si annoia. Leggendo le biografie dei grandi santi, ad esempio San Francesco, scopriamo che lui aveva provato tutto e alla fine, aveva cambiato radicalmente vita. Magari facesse così anche Berlusconi. Ci mancherebbe altro che si mettesse a fare il santo…»

Sua madre si augurava che in futuro il mondo sarebbe migliorato, sarebbe diventato un bel posto in cui vivere. Mi sembra che siamo lontani.

«Non solo siamo lontani, siamo infinitamente lontani. La situazione è molto peggiore rispetto al passato. Voglio fare un esempio e restringo il campo alla politica italiana: se vent’anni fa avessi pensato che oggi Gianfranco Fini sia la chiave per migliorare la situazione politica italiana, sarei impazzito. Ma oggi accade questo ».

Comprendere che tutti non fanno altro che andare avanti giorno dopo giorno è intimamente connesso alla mercificazione dominante nella nostra società?

«Sottolineo che quella folgorazione giunge in un momento molto particolare per il protagonista del romanzo. Oggi mi rendo conto che questa è una forte tendenza negativa ma per fortuna non vale per tutta l’umanità».

La discesa verso l’abisso l’avrebbe dovuta condurre verso l’Oltre che desiderava. Invece cosa avvenne?

«”Abissum abissus invocat” come dicevano gli antichi, ad un abisso ne segue un altro. Ad un certo punto o subentra il limite naturale della morte oppure avviene una naturale presa di coscienza, la volontà di sopravvivere».

Per tornare al tema della moralità, è servito del coraggio per portare sulla pagina ciò che le è accaduto?

«Fortunatamente lo scrittore ha un filtro ovvero la letteratura, è cosa ben diversa dall’andare a “La Vita in diretta” a raccontare le proprie catastrofi. La finalità dello scrittore non deve semplicemente creare scandalo ma fare della letteratura e ciò gli permette di muoversi su registri più complessi».

Ritornando all’attualità italiana, fra scandali, escort e corruzione il popolo è vicino al limite di sopportazione secondo lei?

«La questione è proprio capire dove sia questo limite. Sicuramente si percepisce un disagio fortissimo e tutte le rivoluzioni, in fondo, sono partite dalla pancia piuttosto che dalla riflessione. In Italia si tira avanti ma il malessere interiore, sommato ai problemi derivanti dalla crisi economica, inevitabilmente comporterà delle conseguenze e francamente non credo che passerà ancora molto tempo».

Antonello Satta Centanin è rinato come Aldo Nove?

«Sicuramente. Aldo Nove è un laboratorio linguistico di quell’altro».

 

 

Fonte: Satisfiction del 30/11/2011