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Le scimmie di Berselli cadono dagli alberi e imparano la lezione. Noi no.

Alessandro Berselli

Alessandro Berselli

Fine umorista, Alessandro Berselli con “Anche le scimmie cadono dagli alberi” (Piemme) torna alla scrittura umoristica dopo aver firmato diversi romanzi noir. Samuel Ferrari, il suo protagonista, lavora per una bieca multinazionale che sta allegramente distruggendo il mondo – cosa che gli procurerà non pochi problemi – ma la sua è un’esistenza anestetizzata, disimpegnata, forse persino educata all’errore. Sul suo cammino di sopravvivenza esistenziale – frustrato da un padre che lo vorrebbe in divisa e con una sorella fin troppo svampita – Samuel Ferrari rappresenta “un Peter Pan terminale” che si scontra con un universo femminile – rappresentato dalla collega Anna, la compagna Giada, la sorella Violet e la misteriosa Milf made in Japan – cinico e fin troppo determinato a prendere ciò che vuole, con qualsiasi mezzo. Fra le pagine di questo caustico romanzo “spaventosamente contemporaneo” troviamo la celebre Generazione X ormai alla deriva, alienata e alienante, rappresentata da una galleria di casi umani che Berselli fotografa con maestria. Perché chi critica la scrittura umoristica, relegandola in second’ordine rispetto ai cosiddetti romanzi impegnati, non ha compreso che far ridere riuscendo anche a far riflettere è un’impresa davvero, davvero dura. Leggi il resto di questa voce

Philippe Djian: «I giovani hanno voglia di vendicarsi»

Vendette (Voland edizioni; pp. 160), il nuovo romanzo di Philippe Djian è un libro lacerante, tanto da riuscire a farsi beffe del moralismo dominante nella società borghese non solo francese, capace di mostrare con chiarezza che le passioni, le emozioni, benché sopite sono ancora fortemente radicate nell’animo umano e possono irrompere nella vita quotidiana con un impatto devastante, facendosi beffe delle etichette sociali, travolgendo persino le amicizie più salde nel tempo, apparentemente granitiche. 

Djian – già autore di 37°2 al mattino, Imperdonabili Incidenze (tutti editi da Voland) – rende un esplicito tributo a Teorema di Pasolini con un romanzo che ci mette di fronte al dolore per la prematura perdita del proprio figlio che attanaglia Marc, scultore contemporaneo di grande successo, nella Parigi dei giorni nostri. Il baratro per la perdita e dell’autocommiserazione nel quale piomba rapidamente, renderà impossibile la sopravvivenza della sua storia d’amore con Élisabeth, decisa a non sopportare più il fardello del lutto. A quarantacinque anni, Marc piange Alexandre, il proprio figlio suicida, potendosi appoggiare solo sulla spalla di Michel e Anne, i suoi amici di sempre con i quali condivide un passato di azioni politiche ben poco ortodosse. Ma un giorno, nella sua vita piomba Gloria, la ragazza di suo figlio e Marc, sorprendendo tutti persino se stesso, la accoglie in casa. Una giovanissima, affascinante, imbronciata e incazzata lolita, viene ospitata in casa del padre del proprio ex e Marc, donnaiolo con una passione per la coca e l’alcool, è indeciso se questa sia una possibilità di redenzione o un castigo divino…

Qual è il suo personale rapporto con la vendetta?

«L’idea che sta alla base del romanzo è affrontare la vendetta e il perdono, anche se non li ho mai studiati in modo preciso. Un modo di analizzare questi sentimenti forti, che quando vengono interrotti portano alla rottura di legami. Io credo che sia meglio un legame violento piuttosto che non avere legami. I giovani hanno voglia di vendicarsi e questo è quello che prova Gloria, vuole portare il caos, come in Teorema di Pasolini ma al contrario».

Gloria afferma che il perdono è impossibile. Crede che il perdono sia possibile o che sia solo una facciata necessaria per la convivenza pacifica?

«Se dice che il perdono serve non è certo per ottenere un ambiente pacifico in cui vivere. Non c’è redenzione, ma piuttosto un’attitudine generale, non solo generazionale, verso un sentimento molle. Certamente non è bello basare le relazioni su questo tipo di sentimenti. Non è così semplice quando ti macchi di una qualsiasi colpa, venire perdonato. Se ti rompi una gamba, poi si aggiusta, ma resta sempre un punto debole. Gloria sa che deve vendicarsi e questo la tiene in vita, mentre il figlio di Marc si uccide, o forse è il suo modo di vendicarsi».

Qual è il suo rapporto con l’ispirazione letteraria? La attende o la insegue?

«Non esiste l’ispirazione, per fare della letteratura non si aspetta la grazia. La scrittura è un lavoro, bisogna scrivere, riscrivere, limare continuamente. L’ispirazione c’è solo nei film. Secondo me l’ispirazione non è una cosa da bravo scrittore».

Élisabeth dice a Marc che lasciarsi andare al dolore del lutto è inutile. Non le pare che l’elaborazione del lutto spesso sia più necessaria per la collettività, piuttosto che per chi ha subito la perdita?

«Non lo so, lei gli rimprovera che lasciarsi andare alla pena e alla tristezza è un modo di non affrontare il vero dolore. A volte si sviene per non affrontare il dolore. Ma il dolore del lutto è per chi resta, e per Marc sta nell’autoimpietosirsi che è quello che Elisabeth gli rimprovera».

Spesso si dice che l’opera d’arte sia un perfetto modo per scampare alla mortalità eppure le opere d’arte di Marc sembrano destinate all’autodistruzione. Crede nel potere salvifico dell’arte?

«No, appunto Marc sostiene il contrario e io penso lo stesso. Marc è un creatore che sa che il suo lavoro si distruggerà. Se credo che l’arte abbia un potere salvifico? No, non ce l’ha. Io non scrivo per essere salvato».

Leggendo “Vendette” si ha la sensazione che da un momento all’altro scopriremo tutto su Gloria, sul suo modo di fare e sulle sue misteriose compagnie. Al contrario lei sceglie con coraggio di mantenere molti punti interrogativi senza il classico punto di vista onnisciente.

«Penso che non c’erano dei lati della personalità di Gloria che mi interessassero tanto. Lei riesce a rompere l’amicizia tra i tre, poi finisce massacrata ma da un personaggio che non c’entrava niente con loro, in tutt’altra situazione. Gli altri suoi coetanei sono come dei suoi cloni con cui Marc non riesce neanche a comunicare, non parlano neanche la stessa lingua. È la ragazza alla fine che dice a Marc di andare dal suo amico, quindi anche se non c’è più Gloria lo stesso sentimento viene portato avanti perché le armi di Gloria e dei suoi amici sono più forti, come in Teorema il meccanismo è inesorabile».

Infine le giro una considerazione che Anne rivolge a Marc: fare sesso orale è tradire?

«Ma cosa vuol dire tradire? Negli Stati Uniti c’è stata tutta una teoria Clinton sulla differenza del sesso orale… Ma cosa vuol dire tradire. Fai male all’altro? no. Tradire è andare a denunciare un ebreo ai tedeschi. Se pensi che tradisci, allora tradisci. Ci sono a volte sguardi che tradiscono di più. Ti rendi disponibile all’altro e quindi già tradisci. Quando ero giovane ero molto geloso, certo non mi piace pensare che la mia compagna stia con un altro…

Francesco Musolino

Fonte: Satisfiction

La Vita Oscena di Aldo Nove

Per vent’anni lo scrittore Aldo Nove (al secolo Antonello Satta Centanin) ha convissuto con i suoi fantasmi. Rimasto orfano bambino dopo la morte di entrambi i genitori, è piombato dalla prima adolescenza nella dipendenza da alcol e psicofarmaci, decidendo di intraprendere, volontariamente, una discesa verso l’Abisso: «Compivo diciassette anni e il mio unico desiderio era quello di morire il più presto possibile». Amante della poesia – Aldo Nove è anche un poeta apprezzato oltre che tra gli storici redattori del mensile “Poesia” – giunto a Milano ha scelto la cocaina come vettore di morte, proprio come George Trakl, il grandissimo poeta tedesco che scelse di suicidarsi proprio con un’overdose di cocaina.

 

La Vita Oscena (Einaudi, pp. 111, €15,50) segna per Aldo Nove un momento fondamentale perché dà prova di saper padroneggiare una scrittura fatta di attimi sezionati con una prosa che sconcerta e trascina il lettore in un lungo cammino verso la ricerca di un limite umano che si trova sempre un gradino più in basso. I temi fondanti sono l’oscenità e la pornografia – sempre imperanti ma mutate oggi in modo (im)mediato-  il senso di colpa e la ricerca della morte con l’ausilio di una “coscienza anestetizzata” che diventa metafora attualissima di una società più cannibalizzata che cannibale.

Ha impiegato vent’anni per scrivere questo libro e poi lo ho terminato in un mese e mezzo. Perché adesso?

«L’ho fatto appena ho avuto l’impressione di aver raggiunto gli strumenti linguistici sufficienti per potermi muovere con della materia piuttosto incandescente. Quando mi sono reso conto che potevo rielaborare con la giusta serenità il materiale di cui volevo parlare, mi sono messo al lavoro»

Dopo aver involontariamente provocato l’esplosione di casa sua, lei viene ricoverato con gravi ustioni. Decide, metaforicamente, di indossare una maschera: “Io non ero più di me”, ripete più volte sulla pagina.

«Quando c’è una grande alterazione dello stato d’animo, il dolore, finisce per alienarci, ci allontana da noi stessi. Talvolta ciò scatena conseguenze assai pericolose come nel caso degli attentatori o dei kamikaze, che magari reagiscono a grandi sofferenze intese anche in chiave sociale. Il dolore ci trasforma. Il dolore trasforma anche il nostro modo di presentarci agli altri, talvolta anche in modo pericoloso».

L’oscenità è un concetto fondante nel suo libro. Gli altarini con le riviste hard nelle edicole hanno lasciato il posto ad una pornografia accessibile, a portata di mouse. Oggi cos’è osceno? Quali sono i tabù delle nuove generazioni?

«Ogni tanto si sente dire “io non sono moralista” oppure “non voglio fare della morale”. Queste frasi sembrano indicare che, nel periodo in cui tutti i valori sono stati capovolti, oggi la morale stessa sia divenuta un tabù, per cui l’osceno potrebbe essere rappresentato dalla semplice normalità».

In casa vostra nessuno pronunciò mai la parola “cancro”. Ancora oggi si esorcizza la malattia col linguaggio. Serve a qualcosa?

«No, fa male. E’ un errore profondamente umano, magari una forma di delicatezza ma non serve a nulla, anzi, ci allontana dalla realtà».

Che rapporto ha con la religione? Il senso di colpa è dominante in lei?

«E’ un discorso molto complesso. Fin quando il senso di colpa viene inteso come la semplice consapevolezza che ad ogni comportamento consegue un effetto, va bene. Ma l’errore del cattolicesimo, a mio avviso, sta nella sessuofobia, legando in modo indiscriminato la colpa alla sessualità, finendo per stravolgere l’intero senso della nostra esistenza. Quello che è più assurdo è che gli stessi preti si inculano i ragazzini…»

Lei scrive che “il dolore è l’unico maestro” e che “al massimo dolore corrisponde il massimo piacere”. Dobbiamo temerlo o no, il dolore?

«E’ impossibile non temere il dolore, nessuno può farlo. Credo che esista soprattutto un piacere derivante dalla sottrazione del dolore, come per un mal di denti che passa o per una sovreccitazione sessuale finalmente sfogata, ma non credo esista un piacere totalmente svincolato dal dolore».

Lei “doveva provare tutto”. Ma dopo averlo fatto cosa accade?

«Magari ci si annoia. Leggendo le biografie dei grandi santi, ad esempio San Francesco, scopriamo che lui aveva provato tutto e alla fine, aveva cambiato radicalmente vita. Magari facesse così anche Berlusconi. Ci mancherebbe altro che si mettesse a fare il santo…»

Sua madre si augurava che in futuro il mondo sarebbe migliorato, sarebbe diventato un bel posto in cui vivere. Mi sembra che siamo lontani.

«Non solo siamo lontani, siamo infinitamente lontani. La situazione è molto peggiore rispetto al passato. Voglio fare un esempio e restringo il campo alla politica italiana: se vent’anni fa avessi pensato che oggi Gianfranco Fini sia la chiave per migliorare la situazione politica italiana, sarei impazzito. Ma oggi accade questo ».

Comprendere che tutti non fanno altro che andare avanti giorno dopo giorno è intimamente connesso alla mercificazione dominante nella nostra società?

«Sottolineo che quella folgorazione giunge in un momento molto particolare per il protagonista del romanzo. Oggi mi rendo conto che questa è una forte tendenza negativa ma per fortuna non vale per tutta l’umanità».

La discesa verso l’abisso l’avrebbe dovuta condurre verso l’Oltre che desiderava. Invece cosa avvenne?

«”Abissum abissus invocat” come dicevano gli antichi, ad un abisso ne segue un altro. Ad un certo punto o subentra il limite naturale della morte oppure avviene una naturale presa di coscienza, la volontà di sopravvivere».

Per tornare al tema della moralità, è servito del coraggio per portare sulla pagina ciò che le è accaduto?

«Fortunatamente lo scrittore ha un filtro ovvero la letteratura, è cosa ben diversa dall’andare a “La Vita in diretta” a raccontare le proprie catastrofi. La finalità dello scrittore non deve semplicemente creare scandalo ma fare della letteratura e ciò gli permette di muoversi su registri più complessi».

Ritornando all’attualità italiana, fra scandali, escort e corruzione il popolo è vicino al limite di sopportazione secondo lei?

«La questione è proprio capire dove sia questo limite. Sicuramente si percepisce un disagio fortissimo e tutte le rivoluzioni, in fondo, sono partite dalla pancia piuttosto che dalla riflessione. In Italia si tira avanti ma il malessere interiore, sommato ai problemi derivanti dalla crisi economica, inevitabilmente comporterà delle conseguenze e francamente non credo che passerà ancora molto tempo».

Antonello Satta Centanin è rinato come Aldo Nove?

«Sicuramente. Aldo Nove è un laboratorio linguistico di quell’altro».

 

 

Fonte: Satisfiction del 30/11/2011

Il precariato esistenziale di Facebook è protagonista nei “Diciotto secondi prima dell’alba” di Giorgio Scianna

Diciotto secondi prima dell’alba, il romanzo di Giorgio Scianna (Einaudi, pp.210, €17) è un insieme di cose. Un gioco di suspense, un tributo alla musica, una denuncia contro la vanità dei social networke un inno, inconscio, alla precarietà: «Edo e i suoi amici non sono precari perché la società o il reddito insufficiente gli impediscano di fare scelte definitive, di diventare adulti, il precariato è lo stato di esistenza in cui stanno meglio». Edoardo fa parte della Milano “bene”: il padre è socio d’uno studio d’avvocati in pieno centro, accanto a se ha Marta, una fidanzata quasi perfetta e una ristretta ma forte cerchia di amici come guscio di protezione. La musica, ColdplaySigur Ros, è la sua unica forma di evasione dichiarata, ostentata dal colore bianco delle cuffiette dell’iPod: «Per lui la musica è molto più di uno svago: è la colonna sonora della sua vita. Certo riempie i suoi vuoti, ma è anche un mezzo per capire il mondo che lo circonda». In questo equilibrio stabile ma delicatissimo che è il mondo di Edo, fa il suo ingresso Ksenja, una bellissima ragazza del’Est della quale lui riesce a carpire poco o nulla. Un mistero che lo affascina e lo trascina in una zona dove non c’è controllo. Lei diventa la sua ossessione e alla fine, ovviamente, ci sarà un prezzo da pagare.

Una volta terminato il libro – nella quarta parte e ultima parte, il tempo non è più l’elemento dominante, cedendo il posto al corpo e alle sensazioni tattili – è evidente come Giorgio Scianna abbia saputo dominare appieno la suspense dosando con cura le informazioni e facendoci cadere preda degli stereotipi.

Scianna perché ha voluto questo titolo? Cosa accade “diciotto secondi prima dell’alba”?

«Diciotto secondi prima dell’alba è un momento di sospensione: non è più notte e non è ancora giorno. In un momento così accade l’evento drammatico che segna la svolta nella vita di Edo. Ma il tema della sospensione percorre in maniera sotterranea tutto il romanzo. La vita del protagonista è sospesa in quella zona di confine che c’è prima della maturità piena, prima delle scelte professionali e sentimentali definitive. “Diciotto secondi prima dell’alba” è tutto questo, eppure è semplicemente il titolo di una canzone dei Sigur Ros, il gruppo islandese. Una traccia di diciotto secondi di silenzio tra un pezzo e l’altro».

Ksenja è protagonista diretta solo di una piccola parte del libro ma la sua figura aleggia sull’intero libro. Una presenza di questo tipo, fatta di allusioni, ricordi propri e altrui, è difficile da costruire narrativamente?

«La cosa difficile è lavorare sul non detto senza essere evanescenti. Anche la suspense ha bisogno di accadimenti precisi e, allo stesso tempo, di zone d’ombra. Quanto a Ksenja, esce di scena quando di lei sappiamo ancora poco e rimane la voglia di conoscerla di più. Ma per poterla capire è necessario mettere insieme i pezzi della sua vita, ricostruire i suoi incontri, bisogna seguire le sue tracce ovunque queste portino. La suspense non è privilegio che hanno solo le storie poliziesche. E’ una tecnica per catturare l’attenzione e fare in modo che non cada mai. “Diciotto secondi prima dell’alba” è una storia in cui ci sono dentro un evento traumatico, un’indagine e un mistero da svelare. Sono situazioni che finiscono per richiamare l’atmosfera noir».

Edoardo confessa che Marta l’aveva già tradita ma Ksenja è un’altra cosa. In un certo senso proprio la sua diversità la rende quasi un ossessione…

«Ksenja è bellissima, affascinante ed enigmatica. Una violoncellista in abito da sera. Sono queste cose a catturare Edo, ma è solo la sua scomparsa a legarlo così forte a lei. Edo è ossessionato dal capire i segreti che si nascondono dietro quella donna, ma forse c’è in gioco anche un mistero più grande, quotidiano, che riguarda la sua stessa vita».

Nel romanzo affronta  di petto la vanità e l’egocentrismo del mondo di Facebook. Molti scrittori costruiscono il proprio pubblico proprio su questo social network, curando la propria pagina in modo (quasi) ossessivo: uno strumento di comunicazione può tramutarsi in una vetrina per se stessi?

«E’ così. Facebook ha sdoganato l’intimità dei sentimenti e degli stati d’animo. Non solo perché in rete si raccontano i fatti propri, ma perché capita di vivere gli eventi chiedendosi come raccontarli più tardi su Facebook. Prima ancora di domandarsi cosa si prova, ci si interroga su come rappresentare se stessi. E’ un reality continuo con le telecamere puntate. Non è tanto questione di esibizionismo, quello ognuno se lo gestisce come vuole, temo che sia diventata una sorta di condanna: se vuoi comunicare ed essere socialmente vivo, quella è l’unica via».

La musica assume un ruolo importante a livello narrativo sin dalla prima pagina, quasi come fosse un personaggio e le cuffie dell’ipod aiutano Edoardo ad isolarsi dal mondo. La scelta della musica ricalca i suoi gusti o sono affini a quelli del suo personaggio?

«Vado molto d’accordo con Edo e abbiamo gusti simili. Per lui la musica è molto più di uno svago: è la colonna sonora della sua vita. Certo riempie i suoi vuoti, ma è anche un mezzo per capire il mondo che lo circonda. Per Ksenja è quasi il contrario, la musica è quello che le dà da vivere, ma non le procura nessun piacere. L’intimità continua con il violoncello ormai è solo un fastidio, e, per assurdo, di musica non ne ascolta mai. Per Edo è inconcepibile, le canzoni dei Sigur Ros e dei Coldplay sono sempre nella sua testa. La musica per Edo. E’ sempre accesa, sempre “on”. Da sfondo finisce per riempire i suoi pensieri, quando rimane solo è l’unica compagnia che entra nel suo letto. Ma mi piace sottolineare l’ambivalenza musicale di Edo perché Coldplay e Sigur Ros sono due mondi lontanissimi. Edo ha una personalità più complessa di quanto possa sembrare al primo incontro. Cerca conferme e gli piace sperimentare. E’ incuriosito dalla ricerca musicale dei Sigur Ros, e alla fine quei brani che “non esplodono mai” diventano la colonna sonora del libro».

Quando Edoardo si rende conto di non aver organizzato le vacanze estive comincia a ricevere inviti sempre più insistenti. Perché nessuno sembra accettare pacificamente l’altrui voglia di solitudine? E’ ancora possibile essere un’isola?

«La solitudine spaventa perché è un momento che costringe a fare i conti con se stessi. L’idea che un trentenne scelga di passare l’estate a Milano da solo è uno scandalo, una cosa che non si fa se non si è dichiaratamente depressi. Si confonde la solitudine con lo star soli. Nella lingua inglese la differenza è chiara: la loneliness (solitudine) è molto diversa dalla solitude (la situazione in cui si è semplicemente, magari felicemente, soli con se stessi). In italiano i concetti si confondono. Ma la confusione è anche un’altra: si finisce per credere che la comunicazione ossessiva e il social network continuo ci impediscano di sentirci soli. Invece, anche in un mondo dove siamo sempre connessi, possiamo essere isola più che mai».

La quarta di copertina dice: affresco di una generazione che prima o poi sarà costretta a crescere…

«Il precariato non è solo una drammatica realtà sociale, temo che in qualche caso sia un alibi, un segno distintivo di questa generazione. Edo e i suoi amici non sono precari perché la società o il reddito insufficiente gli impediscano di fare scelte definitive, di diventare adulti, il precariato è lo stato di esistenza in cui stanno meglio».

 

Fonte: Satisfiction del 11 novembre 2010

 

Romana Petri: «Scrivere vuol dire liberarsi dei mali, spurgarsi. Lo scrittore, di sporcizia si nutre per forza, e se scrivendo se ne libera».

Cominci a leggere “Ti Spiego” (Cavallo di ferro; pp. 210; € 16.50) e pagina dopo pagina rischi di metterlo giù solo dopo averlo terminato. Romana Petri vi ricostruisce mediante un rapporto epistolare a senso unico ovvero facendoci leggere solo le lettere di Cristiana, i quarant’anni di vita condivisi fra lei e l’ex marito Mario, compresi quindici anni di separazione “civile”. Perché un giorno tutto cambia, Mario va via oltre oceano, si risposa, fa un altro figlio ma all’improvviso decide di riprendersi la “perduta giovinezza” e fatalmente, con essa, vorrebbe riprendersi Cristiana e lei risale dall’oblio dei ricordi. Un racconto che colpisce perché ha dentro il senso del ritmo, «sono figlia del bass-baritono Mario Petri, questo libro è concepito come un crescendo, comincia con dei pianissimo e sfocia nella sarabanda» e così, pagina dopo pagina, si passa dalla sorpresa al livore e la sua scrittura si fa “acuminata come una freccia”, rivivendo i ricordi, le delusioni, le false speranze, i pianti notturni e solitari: «il vero significato di una vita non si capisce mai al momento, bisogna voltarsi indietro per farlo». E la boxe, l’arte di tirar pugni tanto cara a scrittori made in U.S.A. diviene metafora del “tutto”: «la relazione di due ex coniugi che non hanno ancora fatto chiarezza sul passato, cos’altro potrebbe essere se non un vero e proprio ring?». Proprio in questi giorni ritorna in libreria “La donna delle Azzorre” (con cui vinse il Grinzane-Cavour nel 2002) ed esce una sua nuova traduzione del folgorante “Il diario di Adamo ed Eva” (Cavallo di ferro; pp.96; € 12.50) di Mark Twain che gli causò non pochi dispiaceri: «alla fine i due dicono che in fondo l’Eden non era poi gran cosa paragonato al loro amore. Insomma, l’amore tra un uomo e una donna, per Twain, era il vero Paradiso». Scrittrice, editrice, insegnante di lettere e traduttrice parlando della scrittura afferma: «Scrivere vuol dire liberarsi dei mali, spurgarsi. Lo scrittore, di sporcizia si nutre per forza, e se scrivendo se ne libera».

 


Ai tempi dei social network un romanzo epistolare può sembrare un’idea folle, invece il meccanismo narrativo si rivela azzeccato sino all’ultima pagina, colpo di scena incluso. “Ti spiego” è nato con l’idea di far parlare solo lei sin da principio o aveva tentato il dialogo epistolare?

«Non avevo mai pensato a un dialogo a due, quello sì che sarebbe stato un classico romanzo epistolare. Le lettere di un’unica persona, invece, il romanzo epistolare lo camuffano in romanzo e basta. In realtà ogni lettera si legge come un normalissimo capitolo, anzi, come una confessione, una seduta dall’analista in cui una voce sola riassume la sua vita passata, qual è poi stato il suo vero significato. Perché il vero significato di una vita non si capisce mai al momento, bisogna voltarsi indietro per farlo. E’ un po’ come scrivere un libro, prima di darlo alle stampe bisogna lasciarlo decantare un po’. Cristiana ha addirittura avuto fortuna, non è stata lei a voler cominciare questa corrispondenza, è stato l’ex marito che, come in un contrappasso dantesco, è ridotto al silenzio. Un silenzio, però, assai eloquente».

Isabella Bossi Fedrigotti sul Corriere della Sera, afferma che la cura con cui ricostruisce i quarant’anni complessivi che Mario e Cristiana hanno condiviso, passando sulla pagina dalla sorpresa al livore, somiglia ad una vera e propria indagine psicologica.  Ritrova il suo libro in questo paragone? E più in generale, è stato difficile “acuminare la scrittura” di Cristiana di lettera in lettera?

«Isabella Bossi Fedrigotti ha detto ciò che io speravo dicesse un critico, e cioè che questo romanzo (io vengo da una famiglia di musicisti, mio padre era il famoso bass-baritono Mario Petri) fosse in realtà un crescendo. Comincia con dei pianissimo e sfocia nella sarabanda. Acuminare la scrittura non è stato un problema, ogni volta che descrivo un personaggio cerco di annullarmi completamente in lui. Prenda ad esempio Mimmo, un personaggio mostro, La Fedrigotti lo chiama l’assassino (ovviamente in senso metaforico), ma per renderlo credibile mi sono dovuta identificare con lui, diventare lui, così come sono stata Elsa la vittima, Marta, la traditrice, Mario l’inconcluso etc. etc.»

Il pugilato è per Cristiana una metafora significativa del rapporto di Cristiana con Marco. E’ una mia impressione o la boxe, con l’inversione dei ruoli fra i protagonisti, finisce per assume un significato quasi “catartico”?

«Non ci sono dubbi, catartico al massimo. Anche se qui, devo ammetterlo, qualcosa di

autobiografico c’è. Io ho fatto davvero pugilato per qualche anno. E’ uno sport faticoso ma bellissimo. Ovviamente non ho mai fatto incontri, ma anche un sacco può essere un avversario e, come dico nel libro, ci si può vedere il volto che si vuole. E poi, la relazione di due ex coniugi che non hanno ancora fatto chiarezza sul passato, cos’altro potrebbe essere se non un vero e proprio ring?»

Grazie al modo in cui descrive il pugilato – dal rituale della fasciatura delle mani all’attenzione agli odori, dalla luce della palestra a fine giornata al suono armonico ed ipnotico del punch ball – entra a pieno diritto in quella schiera di scrittori affascinati dalla boxe capitanati da Hemingway. Qual è il suo personale rapporto con questo sport e secondo lei in cosa consiste, o consisteva, il suo grande fascino?

«Ne sono stata affascinata da bambina. Mio padre, quando aveva 17 anni scappò da Perugia e venne a Roma per studiare canto lirico, per pagarsi le lezioni faceva degli incontri di pugilato, era un peso massimo e vinceva quasi sempre. Naturalmente, anche quando smise la passione restò e riuscì a trasmettermela completamente. Per riassumerla in un’unica parola direi che lì dentro c’è tutta l’epica, per lo meno quella di cui sono sempre andata a caccia io».

Ha curato una nuova traduzione de “Il diario di Adamo ed Eva” (pp. 96; €12) che sta uscendo proprio in questi giorni. Un libro che nasconde una storia ricca di peripezie e delusioni per il “primo vero scrittore americano” come lo definì Faulkner…

«Twain era uno scrittore geniale perché oltre ad essere bravo era anche senza paure. Venne molto tormentato per l’audacia di ciò che aveva scritto. Un libro che con la Chiesa non ha niente a che vedere. Si immagini che alla fine i due dicono che in fondo l’Eden non era poi gran cosa paragonato al loro amore. Insomma, l’amore tra un uomo e una donna, per Twain, era il vero Paradiso. Tradurre questo libro è stato un lavoro appassionante e spassoso».

Un libro/diario sul primo rapporto fra i due sessi che viene inteso come mondo inesplorato. Oltreché divertentissimo ma anche toccante, è un libro ancora attuale?

«Direi attualissimo, anzi, direi che potrebbe essere scritto adesso e nessuno avrebbe nulla da obiettare. L’uomo e la donna sono due universi che hanno ben poco a che vedere l’uno con l’altro, ma sono talmente complementari da non poter fare a meno l’uno dell’altra. Twain è molto generoso con Eva, le attribuisce tutte le qualità, ad Adamo, invece, lo tratta piuttosto maluccio, fa la figura del tonto, però, quando alla fine Eva cerca di capire perché lo ama, l’unica risposta attendibile che può darsi è che lo ama perché è maschio, insomma, diverso, l’altro, ma proprio per questo l’affascinante da scoprire».

Ritorna in libreria “La donna delle Azzorre” (la quinta edizione portoghese uscirà per l’editore Bertrand). Che rapporto ha con i suoi precedenti libri, li rilegge volentieri o, come accade per alcuni, non li sente più suoi come fossero figli divenuti ormai grandi e pronti per procedere con le proprie forze?

«Un certo distacco è fisiologico, altrimenti non si potrebbe nemmeno andare avanti. Però il legame resta, e anche profondo. Intanto, per ridare alle stampe un libro è necessario rileggerlo per vedere se c’è qualcosa da cambiare, ed ecco che a quel punto il “ritorno nel passato” si fa necessario. Sembrerà paradossale, ma a volte rileggendo un suo vecchio libro, uno scrittore può trovare l’idea per un lavoro nuovo. Ma non è tanto paradossale, quello che abbiamo da dire lo abbiamo dentro, viene fuori un po’ volta, certe cose fanno più fatica, altre meno».

E più in generale, lei che riassume in sé molti ruoli come lettrice innanzitutto ma anche scrittrice, editrice, traduttrice ed insegnante, che rapporto ha con la scrittura? Cosa vuol dire per lei “scrivere”?

«Vuol dire liberarsi dei mali, spurgarsi. Insomma essere delle persone privilegiate, perché l’unico modo per ripulirsi un po’ è fare del proprio mestiere un’arte, nel senso di farlo con una passione che al lavoro ti fa aderire totalmente. Fortunato è chi riesce a farlo anche che so… facendo il barista, o qualsiasi altra cosa, perché se fatta bene è sempre un’arte. C’è però una differenza, chi panifica con arte ha più possibilità di ripulirsi completamente rispetto a chi scrive. Lo scrittore, di sporcizia si nutre per forza, e se scrivendo se ne libera, non c’è dubbio che questo passaggio continuo possa essere un po’ nocivo».

«Esiste una certa necessità di realismo nella vecchiaia, niente più illusioni», scrive ne La Donna delle Azzorre e il tema del tempo è centrale in “Ti Spiego” («Eravamo giovani. E’ triste ma è così. A un certo punto non lo si è più. E succede proprio in un momento, sai?»). Secondo lei nella nostra società, fa più paura la vecchiaia o la morte?

«Personalmente non avrei dubbi: la morte. La vecchiaia è una scocciatura, ma dipende molto da come stiamo dentro, organi e cervello compreso. Meno si è legati al passato della propria giovinezza e meno si invecchia tanto dentro quanto fuori. Ci vuole coraggio per vivere, e per averlo bisogna stare qui, né voltati indietro, né troppo inutilmente proiettati nel futuro.  Bisognerebbe abusare dell’oggi per stare meglio, vivere imitando la spina dorsale di un serpente, unita ma sciolta allo stesso tempo, tra un pezzo e l’altro ci passa di certo un benefico filo interdentale».

 

Fonte: Satisfiction del 3 settembre 2010

Alessandro Bergonzoni in esclusiva su Satisfiction: «Ma intanto, il problema è che intanto…»

Vorrei introdurre l’intervista ad Alessandro Bergonzoni senza usare le definizioni clichè quali “funambolo della parola”, “artista del monologo”, “creatore di cortocirtuiti cerebrali”. Preferisco definirlo con le sue stesse parole: «un comico surreale che ad un certo punto si è dovuto forzare per non voltare più lo sguardo altrove e ha cominciato a dire cose “politiche” sia per risvegliare le coscienze (a partire dagli asili) che per cercare – lui stesso – di capire». Difficile fare una sintesi di questa lunga intervista che mi ha concesso in esclusiva per “Satisfiction” perché ha toccato il tema del degrado morale imperante, il parallelo con Beppe Grillo, l’assenza di vergogna che si ritrova nell’”embè” di cui parla Antonio Padellaro e tanti altri temi attuali ma anche eterei come l’anima e quell’Oltre cui accennava già Terzani… Bergonzoni attacca duramente sia la tv e quei 6 milioni che guardano l’Isola e il Grande Fratello («violenza culturale») sia tutti quelli che si proclamano innocenti perché non guardano la tv, perché scrivono libri e fanno teatro. «Ma intanto, il problema è che intanto…»



Cominciamo dal video messaggio “Viva l’Italia, desta o assopita”. Qual è il miglior modo per commemorare l’Unità d’Italia secondo lei?

«C’è un sistema. Sicuramente cominciando a pensare che la nazione siamo noi e non l’Italia. Se facciamo sempre della geografia e delle categorie non arriviamo mai a considerare che noi abbiamo un governo, un parlamento e una Costituzione senza le quali è impossibile pensare ad un’unità d’Italia, senza le quali è impossibile pensare a nazioni o nozioni di libertà. Noi continuiamo a demandare, a delegare, noi votiamo ed eleggiamo qualcosa o qualcuno tutti i giorni quasi come se ci liberassimo d’un peso. Se non partiamo da qui arriveremo poco lontano».

Padellaro diceva che oggi prevale l’”embè”, non ci si stupisce più di nulla. Oggi c’è ancora il concetto di vergogna?

«Non esiste più perché i mezzi di distrazione di massa hanno fatto sì che tramite lo sport, la finta satira e sottolineo finta (ne esite una anche vera), tramite gli imitatori e il varietà siamo stati messi sotto. Siamo stratificati, ad un ultimo livello. Dobbiamo far saltare le alte cariche dello strato che ci copre. I Maya erano più avanti di noi, ma non perché erano superiori quanto perché noi siamo diventati inferiori coprendo tutti i sensi sociali e antropologici. L’”embè”, il “non mi interessa”, il “non mi tocca” è potenziato grazie a determinata televisione che non è innocua, grazie a determinati artisti che non artisti ma sono semplicemente passanti passeggeri, a determinati sportivi che non ci fanno passare il tempo ma ce lo distruggono. E allora Padellaro ha ragione dicendo che siamo forse dinnanzi alla mancanza di vergogna ma non è un tema solo etico o sociale o politico quanto antropologico, antroposofico, legato all’anima ma non nel senso delle religioni ma della spiritualità. Qui il problema è dell’Oltre, come dicevano già Terzani,  Kandinskij e Leonardo Da Vinci ma la gente quando sente questi nomi dice “embè”?».

Lei afferma che chi guarda la tv è connivente delle “metastasi culturali”.

«Al 100%. Noi siamo preoccupati del buco dell’ozono, del fumo passivo, dei gas di scarico e dello slow-food ma i piatti culturali, i piatti di coscienza dai quali mangiamo ogni giorno sono pieni di parrucche. Siamo diventati sportatori di brodo, spostiamo il brodo dentro questi piatti dicendo “io mangio da questa parte” ma intanto la parrucca è dentro. Abbiamo piste di atterraggio cortissime dove i concetti di vita, morte, dignità e arte non possono atterrare perché chi detiene il potere, dunque il controllo, non lo permette. Dobbiamo capire che non c’entra la politica ma c’entra l’anima di un uomo, di una nazione, di un popolo, di un governo    che ti taglia la potenza e ti fa dimenticare di reagire, di essere re dell’agire. La parte negativa politica della nostra nazione e di tante altre, è dovuta al non-studio del perché siamo  giunti a questo punto. La devastazione dell’anima ci ha spinto ad interessarci solo del bisogno, della necessità, del controllo, del potere, dell’economia. Quando dimenticheremo queste tendenze negative forse ci sveglieremo e capiremo che possiamo arrivare ad un’altra politica ma non dobbiamo fare appello solo alle leggi e alla Costituzione perché sarà già tardi, le norme non bastano. Noi abbiamo una costituzione interiore cui dobbiamo far appello per capire cosa devasta un uomo sino a mettere un bambino nell’acido. La Mafia non è una questione solo politica o sociale ma tratta di anime, anime. La Chiesa che potrebbe spiegare questi fenomeni, è invischiata nel potere . Ho parlato di trascendenza e spiritualità perché l’arte può essere un mezzo per pulire, non punire, quello che spesso abbiamo schifosamente riempito con scorie».

Molti vanno a teatro per spensierarsi invece lei afferma che bisogna andare a teatro per pensare…

«Le Isole, i Grandi Fratello, i vari Darwin, le Pupe e i Secchioni sono atti di violenza come chi ti aspetta sotto casa per rubarti la borsa o ti ruba la pensione. E’ delinquenza culturale. Dicono “danni non ne fa” ma eticamente, umanamente, antropologicamente c’è un danno violentissimo. Pensare che il presentatore di “Ciao Darwin” sia andato al Salone del Libro di Torino per fare una lezione agli studenti sul concetto di memoria…è questo il progetto signori, noi ci scherziamo sopra ma questa è droga, è violenza che uccide culturalmente, uccide la trascendenza e l’energia degli esseri. C’è qualche pazzo che afferma che l’Italia reale è quella di chi guarda queste trasmissioni per cui a questo punto dobbiamo decidere perché se davvero questa è l’Italia reale allora dobbiamo fare la rivoluzione ma che sia violenta. Ma dato che non lo penso, mettiamo da parte la violenza e puntiamo al risveglio delle coscienze. Se ci fossero 6 milioni di delinquenti che guardano trasmissioni su furti e stupri ci saremmo già messi in moto ma dato che questi 6 milioni guardano quelle trasmissioni con corpi, seni, schiene e gambe cacciate in grande tritacarne pensiamo di salvarci dicendo “no io non li guardo”, “io scrivo libri”, “io faccio concerti”, “io vado solo al teatro”. Ma intanto. Il problema è “intanto”! Anch’io posso essere un montanaro che sta a 3000 metri di altezza e posso disinteressarmi dell’inquinamento cittadino. Ma intanto c’è chi inquina e fra 4 giorni, 4 anni, 4 secoli la mia montagna magari non ci sarà più. E’ una forza di distruzione culturale che sta nell’aria e alla fine arriva e fa danni. Calciatori che perdono ore per difendere gli ultrà, allenatori che parlano di sfide, coraggio, pianto e dolore…questa è droga! Sono stupri ai concetti e alle idee, siamo alla follia ormai. C’è un problema di danno antropologico, io credo che certi presentatori, sportivi e politici abbiano un problema clinico ancor prima che politico. C’è una devastazione di anime che continuo a raccontare ma faccio fatica perché la gente o la prende a ridere o ne fa una bandiera ma non lo analizza, non ci riflette su. La televisione dice in modo chiaro “mi raccomando non pensare, fai quello che dico io”. Se non pensi diventi uno strumento, questo sì che è un problema politico».

Anche tacere è connivenza…

«Non so chi, visto che sono un ignorante, ma qualcuno ha detto “il peccato non è fare del male ma non fare del bene”. Fare teatro, libri, concerti, spettacoli disinteressandosi del resto è omissione di soccorso. C’è qualcuno, qualcosa che muore ma spesso si è indifferenti. Il tema politico è solo la punta dell’iceberg, mi interessa occuparmi di cultura e ai politici di sinistra, purtroppo, la cultura interessa molto poco».

Flaiano diceva «la situazione è grave ma non seria». Dicono che se si arriverà all’elezione diretta del Capo dello Stato alla francese, l’unico candidato possibile contro Berlusconi dovrebbe essere Prodi. Non cambia nulla insomma?

«Qui il problema è diverso. Flaiano era un grande, lavorava sulla parola. Io dico che non ci arriveremo nemmeno a quel punto, è necessario che in questi anni si risolva questa situazione, non si può più procrastinare, non c’è più tempo per rimandare. Non è questione di pessimismo, dobbiamo cambiare necessariamente altrimenti fra dieci anni saremmo già sepolti a livello antropologico, umano».

Le piace se faccio un parallelo fra la sua maturazione artistica e quella di Grillo? Siete due comici quotati che hanno cominciato a dire cose “serie”.

«Grillo ha smesso di fare il comico, ora fa il comunicatore con grande bravura e pur se non condivido tutto, non esiterò a tornare in piazza con lui se servirà. Io non mollo, perché secondo me l’arte ha a che fare con la comunicazione, con la coscienza, con la comicità, con la filosofia, con la salute, con il dolore, con la creazione. Indubbiamente all’inizio ho dovuto forzarmi perché non mi consideravano “politico”, ero un comico surreale o metafisico. Credo di esserlo ancora ma adesso non me la sento più di voltarmi dall’altra parte, non posso più omettere il soccorso. Da tempo vado a parlare negli asili e lì dico sempre che non c’è solo un governo, una medicina, una legge, una religione, un’arte, una verità. Bisogna aprire gli occhi perché molta gente è paralizzata dalle tempie in sù. Molta gente, pur stando bene, ha intenzione di essere minorata nella coscienza e questo mi ha spinto a dire anche cose “politiche”. La mia strada e quella di Grillo si sono affiancate per questi motivi: io voglio cercare di capire e scuotere le coscienze, Grillo invece punta sulla denuncia  per mettere fine alle cricche. Grillo non è un capo popolo come vorrebbero farci credere, lui è un sollecitatore, l’uomo per le “mine pro-uomo”».

E’ preoccupato dal paventato bavaglio all’informazione?

«Chi è che può permettersi di non preoccuparsi? Se non mi preoccupassi sarei un uomo dell’”embè”. Alcune persone hanno paura e per questo motivo vogliono mettere un bavaglio all’informazione. Ma se si riesce a trasmettere la paura si ottiene uno strumento forte per comandare, per dominare, per toglierci la libertà di pensare e la forza necessaria per agire».

 

http://www.alessandrobergonzoni.it/

 

Fonte: Satisfiction del 15 luglio 2010

Consigli d’autore da Marsala

Oltre sessanta “big” dell’informazione – da Marco Travaglio a Peter Gomez, da Luca Telese a Carlo Lucarelli, da Massimo Carlotto ad Antonio Pascale – e noti personaggi del mondo dello spettacolo e della musica – come Lella Costa, Serena Dandini e Paolo Fresu – sono stati protagonisti della tre giorni del 2° festival del giornalismo d’inchiesta “A Chiarelettere”, svoltosi a Marsala (organizzato dall’agenzia Communico, Mismaonda e la casa editrice Chiarelettere con il patrocinio del Comune di Marsala e la fondamentale partecipazione a titolo gratuito di tanti ragazzi marsalesi). Il tema centrale della kermesse era Viva Italia, biografia di un paese da inventare, spunto per una riflessione sul nostro paese, ormai prossimo al suo 150° anniversario, e su alcuni temi sempre caldi come immigrazione, lavoro, precariato, corruzione, speculazioni edilizie e “la cricca”. Ma al contrario di ciò che si potrebbe pensare non si è dato adito ai facili pessimisti, anzi, è stato proprio Marco Travaglio ad affermare: «questo non è certo un momento allegro eppure è sicuramente interessante perché prossimo a grandi cambiamenti che non potranno non riguardare tutta la collettività».

 

Ecco i consigli di lettura d’autore Satisfiction.

Luca Telese: Per chi è appassionato dei misteri italiani consiglio “Piazza Fontana, noi sapevamo” diAndrea Sceresini, Nicola Palma e Maria Elena Scandaliato. E’ l’appassionato lavoro di tre ragazzi che hanno dato una lezione di giornalismo a tutti andando sino in Sudafrica senza alcuna certezza né rimborso spese, per intervistare il generale – dichiarato latitante – Gian Adelio Maletti. Un’inchiesta bellissima che racconta molti misteri italiani, godibile anche per chi non sa nulla per gli anni di piombo.  Una vera lezione di giornalismo fatta da tre ragazzi giovanissimi di cui dovremmo far tesoro.

 

Carlo Lucarelli: Non è mai facile consigliare un libro ma io suggerisco l’ultimo che ho letto, “A long, long way” di Sebastian Bailey. E’ la storia di un ragazzo irlandese che diventa grande durante la prima guerra mondiale facendo il soldato. Sento parlare spesso di rabbia, delusione e questo libro di guerra in trincea mi è sembra un perfetto specchio di questi tempi.

 

Serena Dandini: Senz’altro “Hanno tutti ragione” di Paolo Sorrentino. Un romanzo assolutamente fuori dagli schemi con uno stile contenuto che coinvolge il lettore sino a fargli sentire davvero vicino il protagonista, Tony Pagoda. Sorrentino ha una capacità narrativa straordinaria che gli permette di parlare con ironia ma anche con profondità, dell’Italia degli anni ’60 guardando ai giorni nostri.

 

Lella Costa: “Boy A” di Jonathan Trigell (premiato con l’”Edoardo Kilhgren Opera Prima”), un libro davvero sorprendente che porta sulla pagina una vicenda che ha sconvolto l’Inghilterra molti anni fa ovvero l’uccisione di un adolescente per mano di suoi coetanei. Trigell immagina la vita di uno dei protagonisti ed io sono rimasta affascinata dalla forza della sua scrittura.

 

Paolo Fresu: Suggerisco “Conversazioni con Glenn Gould” di Jonathan Cott. Un libro illuminante perché lo possono leggere gli appassionati di musica ma anche coloro che non la conoscono affatto. Gould riesce a raccontare il mondo della musica con metafore suggestive e con un linguaggio sorprendente che riesce a trasportare altrove il lettore.

 

Antonio Pascale: Consiglio “Pane e Bugie” di Dario Bressanini non solo perché sfata i luoghi comuni legati all’alimentazione ma per la metodologia critica che utilizza. Bressanini svela con chiarezza il processo mentale che sta dietro la formazione delle stesse opinioni nel “sentire comune” e ciò differenzia nettamente questo libro dagli altri che affrontano lo stesso tema.

 

Francesco Piccolo: Ho amato moltissimo il libro di Edoardo Nesi, “Storia della mia gente”. E’ prezioso perché nella nostra narrativa i racconti dell’alta borghesia, del mondo industriale, sono molto pochi e Nesi racconta il decadimento dell’industria tessile di Prato con lucidità ma, visto che lo fa in prima persona, anche con grande dolore ed empatia. Inoltre mi piace sottolineare il contributo che un romanziere può dare al mondo dell’inchiesta proprio perché può usare una scrittura fatta di esperienza vissuta che può risultare davvero molto potente.

 

Giorgio Vasta: Ho trovato caldo ed incandescente nelle sue percezioni l’ultimo libro di Carlo De Amicis, “La battuta perfetta”. Vi si descrive il percorso di uomo, Canio Spinato, dominato dal desiderio di piacere che prenderà nettamente le distanze dal proprio padre, funzionario RAI legato ad un’idea pedagogica della tv. La scalata del protagonista alle reti commerciali, la sua completa adesione “ai consigli per gli acquisti”, lo porterà a divenire consulente personale  di Silvio Berlusconi per tutto ciò che riguarda le sue battute e la volontà di piacere agli altri. Credo De Amicis riesca ad individuare cos’è accaduto da un punto di vista antropologico alla nostra società e come sia cambiato il concetto stesso di vergogna.

 

Ferruccio Sansa (giornalista de Il Fatto Quotidiano): Consiglierei “Due” di Irène Némirovski, un libro che indaga i rapporti fra uomo e donna. L’autrice, che morì nei lager nazisti, descrive  una lucida analisi della passione che lega i due protagonisti ma analizza anche i singoli componenti che fanno parte di un legame amoroso, influenzando inevitabilmente l’andamento del rapporto stesso.

 

Lorenzo Fazio (direttore editoriale Chiarelettere): Vorrei consigliare “Questo è il paese che non amo” di Antonio Pascale perché è un libro che ci aiuta molto a ragionare sulla mancanza di stile, cultura e bellezza degli ultimi anni di questa nostra Italia martoriata. In Pascale troviamo una denuncia sacrosanta che però ci aiuta anche a riflettere sui nostri giorni, dandoci lo stimolo per ricominciare ad impegnarci in prima persona. Pascale, inoltre, ci fornisce i mezzi per ripensare alla nostra società, portando avanti una cultura di tipo più scientifico che non tenga conto solo dell’emotività ma anche della ragione.

 

Massimo Carlotto: Consiglio “Tre secondi” di Roslund Anders e Hellström Börge perché sconvolge completamente la nostra immagine del romanzo nordico, raccontando per la prima volta l’infiltrazione della mafia polacca in Svezia e di come questo paese, così democratico e civile, reagisca. Un libro dal taglio mediteranno che va assolutamente letto.

 

Fonte: Satisfiction del 3 giugno 2010