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“I ricordi mi guardano”: la forza dei versi, dalla tenebra alla luce

«Il mio primo ricordo databile è una sensazione. Una sensazione di fierezza. Ho appena compiuto tre anni e mi hanno detto che è qualcosa di molto importante, che adesso sono diventato grande. Sono a letto in una stanza luminosa e a un tratto poso i piedi sul pavimento con l’inaudita consapevolezza che sto diventando adulto». Con queste parole, prende avvio la narrazione de I ricordi mi guardano (Iperborea, pp.96; €10), l’autobiografia essenziale e luminosa di Tomas Tranströmer, premio Nobel per la letteratura del 2011.

Il volume edito da Iperborea – acclarato punto di riferimento per la letteratura scandinava – è l’unico testo narrativo scritto del più importante poeta svedese vivente e si compone di otto episodi significativi che ci conducono dalla sua infanzia, nella Stoccolma degli anni ‘30 sino all’autunno del 1946 ovvero il primo anno del liceo classico. Questo è certamente un momento cruciale per il poeta poiché coincide con la scoperta di Orazio e della metrica classica, che gli permetterà – come scrive Fulvio Ferrari nella nota finale – di rivelare gli abissi di senso che si nascondono dietro le apparenze del quotidiano, di elevare la banalità verso il sublime.

Certamente Esorcismo, il paragrafo dedicato all’inverno dei suoi quindici anni, è determinante per comprendere appieno la nascita di una particolare sensibilità nell’indole del poeta svedese: Tranströmer vi racconta quando venne colpito da grande angoscia notturna («ero nel raggio di un riflettore che proiettava buio invece di luce») provocata dalla consapevolezza improvvisa del “potere della malattia” ovvero del ruolo primario che il male aveva nel mondo e della minaccia continua che incombeva sugli uomini. Quel passaggio attraverso le tenebre terminò una chiara notte primaverile, «il buio si ritrasse» e il poeta si rese conto di aver attraversato non l’Inferno ma il Purgatorio, pur conservando dentro di sé una traccia indelebile che riaffiora nei suoi versi dedicati alla relazione fra la vita e la morte.

I Ricordi mi guardano ci consegna le chiavi per comprendere la vis poetica di Tranströmer, l’essenzialità folgorante dei suoi versi e la sua ricerca di una sintesi estrema della lingua che epura ogni orpello.

Fonte: Settimanale Il Futurista – n°28 del 15 dicembre 

Chi potrebbe uccidere un poeta? Intervista a Björn Larsson

Un giallo scandinavo, provocatorio e ironico, che prende in giro il folle mercato editoriale – ormai perennemente a caccia del nuovo Stieg Larsson – e cerca di rinnovare un genere autoreferenziale. È questa l’estrema sintesi de “I poeti morti non scrivono gialli” (Iperborea; pp. 360; €17), il nuovo libro dell’apprezzato scrittore svedese Björn Larsson. L’autore ha deciso di mettere alla prova il proprio talento scegliendo di scrivere un giallo decisamente atipico e fuori dai consueti schemi narrativi, cedendo alla tentazione del gioco letterario con il lettore, senza lesinare una critica esplicita nei confronti dei giganti dell’editoria, colpevoli d’aver standardizzato il panorama letterario. Proprio partendo dai cliché editoriali, Larsson costruisce una vicenda brillante che ruota attorno alla figura del talentuoso poeta Jan Y. Nilsson, destinato a pagare lo scotto della sua ispirazione con una vita di stenti, vivendo su una barca decrepita, perennemente attraccata al porto di Helsinborg. Eppure, diversamente da molti poeti, Jan Y. ha avuto la fortuna di avere incontrato Karl Petersén, un editore che crede fermamente in lui ma sarà proprio il senso di riconoscenza ad indurre il poeta ad accettare di scrivere un giallo, cedendo ad una vera e propria offerta indecente. Petersén è assolutamente certo che il libro sarà un best-seller e soprattutto “riuscirà a riabilitare letterariamente il genere letterario”. Forse per contraltare alle lusinghe economiche, Jan Y. ha dato voce alla sua rabbia sociale ponendo al centro del proprio libro una sorta di vendicatore che punisce con crudeltà chi si è arricchito senza scrupoli. Tuttavia, lo stesso poeta non può non domandarsi se lui non verrà accusato di aver tradito i suoi ideali ed è certo che la sua musa ispiratrice, Tina Sandell, non gli perdonerà di essersi svenduto. In fin dei conti Jan Y Nilsson vorrebbe solo poter solcare di nuovo i mari e ogni tanto poter offrire una buona bottiglia di vino agli amici, magari accompagnata da un piatto di ragù. Ma un giallo senza vittima non ha ragion d’essere e quando il poeta scriverà finalmente il suo finale, verrà aggredito e assassinato, inscenando un suicidio per impiccagione. Logico credere che sia stato Petersén – colui che troverà il corpo – a farlo fuori ma il commissario Barck non vuole precludersi nessuna ipotesi, del resto lui è il “poliziotto-poeta” e in questo caso, ricco di sospettati e di moventi, serve davvero qualcuno che possa pensare fuori dagli schemi, del resto “chi potrebbe voler uccidere un poeta?”

Non posso non chiederle se anche lei, come Jan Y Nilsson, non abbia avuto delle remore prima di dedicarsi al giallo…

Nessuna remora però ero ansioso davanti alla sfida di cercare di rinnovare un genere, di fare riflettere i lettori che non leggono quasi niente d’altro che gialli stereotipici. Per me, la letteratura non ha niente da fare con la moda, con le etichette, con il genere, con le collane. Deve essere una boccata di area fresca, capace di far capire al lettore che domani, forse, la vita può cambiare e nulla è scontato.

I giallisti scandinavi avranno sufficiente autoironia per non arrabbiarsi del suo ritratto?
Prima, gli editori stranieri non volevano pubblicare libri svedesi perché erano troppo cupi e pieni di angoscia esistenziale. Nel giallo svedese non si sorride affatto, forse un’eredità della nostra etica protestante, dove non esiste il perdono. Ma prendete Camilleri: lì c’è una pura ironia che sembra dire ai lettori che l’universo di Montalbano non deve essere inteso come un ritratto fedele della realtà.
Nella continua caccia al nuovo Stieg Larsson, gli editori sono vittime o carnefici?

Ci sono senza dubbio editori che non amano i buoni libri, però se un editore potesse scegliere, sono sicuro che preferirebbe vendere milioni di copie con ”Cento anni di solitudine” piuttosto che con un giallista­ tipico o un Dan Brown.
Lei affronta il tema della morte, la sua onnipresenza in tutto ciò che è vivo. Che rapporto ha con la morte, la teme o la sua vita da lupo di mare le ha pacificato l’animo?
Non mi piace il fatto che nel giallo tradizionale la morte sia un semplice pretesto per raccontare una storia, piuttosto che un elemento tragico e essenziale della nostra esistenza. La morte non è sempre scandalosa, ma deve essere trattata con rispetto e compassione. Ho vissuto una bella vita, ho amato – amo ancora – ho veri amici, ho una bella figlia, ho scritto qualche libro di cui sono finalmente abbastanza orgoglioso, ho perfino avuto successo professionale come universitario. Amo la vita, intensamente, pero non sarebbe una catastrofe né per me né per il mondo se sparissi domani… o dopodomani.

La cito e le domando: “Ma chi potrebbe uccidere un poeta”?

Non posso evidentemente svelare l’assassino ma il poeta è stato ucciso perché si è lasciato convincere del suo editore a scrivere un… giallo. Purtroppo sono davvero numerosi i romanzieri che sono stati uccisi solo per avere immaginato che la realtà – e con essa i pensieri, i valori, la società, il linguaggio, la fede – potesse essere diversa da ciò che è.

Fonte: Leggere:Tutti – ottobre 2011

 

Vanessa Diffenbaugh: «I fiori ci parlano. Basta saperli interpretare»

Fresia? Amicizia duratura. Giglio? Regalità. Lavanda? Diffidenza. Basilico? Odio. Tulipano? Dichiarazione d’amore. Ai primi posti delle classifiche di narrativa straniera, Il linguaggio segreto dei fiori (Garzanti, tr. it di Alba Mantovani; pp. 368; €18.60) sembra aver davvero stregato i lettori e non solo le lettrici di tutta Europa grazie al riuscito mix di sentimento e amore materno ma soprattutto per aver saputo schiudere la porta sul misterioso mondo dei fiori e sui loro molteplici e talvolta arcani, significati. Non a caso, proprio l’Italia, con il suo immenso e variopinto patrimonio floreale, è stato fra i paesi che hanno accolto con maggiore entusiasmo questo titolo.

Tempostretto.it ha incontrato l’autrice, Vanessa Diffenbaugh in occasione della sua presentazione al Salone del Libro di Torino.

 

«Non mi fido, come la lavanda. Mi difendo, come il rododendro. Sono sola, come la rosa bianca, e ho paura. E quando ho paura, la mia voce sono i fiori».

 

Cosa l’ha spinta a voler rivelare il linguaggio segreto dei fiori?

«Quando ho cominciato a scrivere questo libro non avevo idea di dove mi avrebbe condotto ma sono molto contenta di aver voluto parlare dei fiori e del loro significato nascosto perché sto ottenendo grandi risposte dai miei lettori, in special modo proprio da quelli italiani. Credo che i fiori siano un sistema meraviglioso per comunicare e adesso ho rivelato anche questo mio piccolo segreto che è alla base del mio libro»

Il significato di alcuni fiori come la rosa e il giglio è universalmente noto. Viceversa alcuni fiori l’hanno stupita per il loro significato?

«Sì, in particolare il vischio. Tutti lo associamo al Natale o al fatto che ci si baci sotto il suo rametto ma nel linguaggio specifico dei fiori significa “io supererò tutte le difficoltà”. Quando l’ho scoperto sono rimasta molto sorpresa e il fatto che fosse un messaggio colmo di speranza mi ha ispirato la primissima scena del romanzo nella quale avviene l’incontro fra Victoria e Grant: lei gli regala del rododendro – che significa “stai attento” – e lui risponde proprio con il vischio. In quel momento però Victoria non sa se Grant conosca o meno il significato recondito del vischio e da subito si instaura anche un’aura di mistero, legata al codice floreale…

Non è dunque un azzardo affermare che i fiori posseggano un linguaggio segreto.

«Affatto. Tuttavia il significato dei fiori, è importante sottolinearlo, varia da cultura in cultura e soprattutto col passare del tempo si modifica».

Chi è Victoria e perché decide di rifugiarsi nei fiori?

«Victoria è una ragazza che è nata e cresciuta nel sistema dell’affidamento americano. Non ha una famiglia stabile, è molto sola e si fida poco degli altri. Lei comunica attraverso i fiori perché le è stato insegnato dall’unica donna che l’ha amata come fosse sua madre, Elizabeth, e ciò le dà un senso di sicurezza».

A proposito: ha davo vita a Camellia Network. Di cosa si tratta?

«La scrittura e le vicende legate all’affidamento sono al centro della mia vita tutti i giorni. In generale il tema dell’affidamento negli USA non è al centro dell’attenzione e c’è sempre molta confusione sui media. Camellia Network è uno spazio online dove i ragazzini dati in affidamento possono postare le proprie foto, i dati, raccontare le loro storie, i loro desideri per il futuro, le loro necessità. Oggi i social network sono un mezzo molto potente e tramite facebook cerchiamo di costruire una rete salda e sicura con i donatori in modo da poter costruire un contatto stabile fra loro e i ragazzi».

Chiudiamo con una curiosità. Anche l’autrice comunicava con il linguaggio dei fiori?

«Sì e voglio raccontarvi un aneddoto. Quando ho scoperto il linguaggio dei fiori ero un adolescente e ne sono subito rimasta affascinata. Sono tornata a casa e ho scritto una poesia d’amore con il linguaggio vittoriano, legando insieme i fiori, uno per uno. Ho cercato tutti i fiori che mi servivano in giro per i vivai cittadini e ho allegato una grossa pesca perché il fiore che mi serviva non l’ho trovato. La pesca significa “sono tua prigioniera”. Ovviamente ho allegato anche il dizionario per tradurla!».

 

Diffenbaugh Vanessa. Per scrivere Il linguaggio segreto dei fiori Vanessa Diffenbaugh ha tratto ispirazione dalla sua esperienza come madre adottiva. Dopo aver studiato scrittura creativa alla Stanford, ha tenuto corsi di arte e scrittura ai bambini delle comunità di accoglienza. Lei e suo marito hanno tre figli e vivono a Cambridge, nel Massachusetts. Il linguaggio segreto dei fiori è il suo primo romanzo.

 

Fonte: www.tempostretto.it del 6 giugno 2011

Matteo Chiavarone ritorna con la seconda raccolta di poesia, Blanchard Close

La seconda raccolta poetica di Matteo Chiavarone, romano classe ’82, giunge in libreria: Blanchard Close (Giulio Perrone editore; pp. 80; €10). L’occasione era propizia e con Chiavarone, ho voluto affrontare la situazione della poesia nella nostra editoria, cercando di venire a capo della moltitudine di ostacoli e luoghi comuni che gravitano attorno ad essa, oggi più che mai.
Difatti, vista la forte ritrosia degli editori italiani (e a loro volta dei lettori), è lecito persino domandarsi se i nostri poeti noti e celebrati – pensiamo a Montale, Carducci, Penna – oggi incontrerebbero delle difficoltà per emergere.


Matteo, come nasce questa nuova raccolta? C’è un tema dominante?
«Come nasce questa raccolta… Domanda difficile a cui rispondere perché spesso la poesia nasce da sola e poi viene rielaborata secondo quello che si vuole esprimere in un determinato momento (e troppo spesso anche secondo lo stato d’animo). Nel libro ci sono quattro sezioni, ognuna serve a tracciare un’ideale “spazio silenzioso” e, in lontananza, una tematica che il più delle volte diventa soltanto uno sfondo, un qualcosa da cercare con gli occhi. Nella prima sezione (Il pranzo delle ceneri) cerco di rielaborare il mio vissuto, gli ingranaggi che permettono alla nostalgia (del vissuto e del non vissuto) di trovare terreno fertile; nella seconda che è quella che dà il titolo all’opera (Blanchard Close) c’è la mia idea di globalizzazione e di Europa o forse soltanto la mia incapacità nel comprendere alcune fasi (o alcuni momenti storici) della nostra società contemporanea; in Litalia lo sguardo si sposta sul nostro paese e su dinamiche e personaggi e luoghi che, nel bene e nel male, purtroppo più nel male, lo caratterizzano; nell’ultima (Sarcinen) come dice il sottotitolo sono “poesie sparse”, ovvero testi nati in determinati momenti o volutamente conclusi in se stessi».

Ad un poeta non si può non domandare da cosa tragga ispirazione. Nei tuoi versi anche gli oggetti più comuni sembrano trasfigurati…
«Io amo la tradizione poetica europea e soprattutto italiana, amo quel “respiro” personale che poi nel suo intimismo trova l’universalità. Mi rifaccio a Pascoli, a Pater: “vedere e udire altro non deve il poeta”. Chi ha seguito alcune mie presentazioni mi avrà sentito dire molte volte questa frase, la ripeto fino all’ossessione ne sono consapevole. Nel mio primo libro Gli occhi di Saturno (Perrone, 2006) la misi persino nell’epigrafe iniziale. La poesia è uno spazio che contiene le parole; le parole sono luoghi, persone, incontri, dettagli macro o microscopici. Tutto quello che viene dopo è piacere della scrittura».

A tuo avviso, perché c’è tanta diffidenza editoriale verso i poeti e la poesia?
«Bella domanda. Non sono gli editori ad avere diffidenza verso la poesia, ma viceversa. Sono i poeti ad avere diffidenza della poesia. Che la poesia non abbia mercato, intendo un grande mercato, è nella natura delle cose ma se tutti i poeti o presunti tali che ci sono in Italia leggessero almeno un paio di libri di poesie all’anno ci si accorgerebbe subito della crescita vertiginosa di vendite.
Ma il problema ripeto non sono le vendite… Dobbiamo iniziare ad avere diffidenza delle case editrici a pagamento, iniziare a boicottarle, dire no a questo mercato assurdo. Esistono editori seri che investono nella poesia (Perrone, Donzelli, Fazi, Edizioni della Sera e molte altre) e la pubblicano, magari con piccole tirature ma la pubblicano. Supportiamole. Iniziamo a chiedere i loro libri nelle librerie (anche i grandi circuiti) e vedrai che queste torneranno ad acquistarla.
L’altra sera ad una presentazione di uno libro-intervista a Paolo Di Paolo ci siamo soffermati a parlare di una frase di Berardinelli: “io non credo nella poesia. Credo soltanto in quelle poesie che mi fanno credere in loro”. Non ero d’accordo con lui. Ma se non ci crediamo noi nella poesia chi ci deve credere?»

Per quanto riguarda i lettori la battaglia più ardua, a mio avviso, è quella di far comprendere che la poesia deve colpire alle viscere e non è necessario essere degli intenditori per apprezzarla. Perché tanti pregiudizi secondo te?
«Non siamo educati a leggere poesie, vogliamo comprendere tutto quando invece, ed è il bello della poesia, una frase ci può tornare in mente mesi dopo averla letta. Entra dall’orecchio, di nascosto e ci dice: “Ecco”. Non esistono intenditori della poesia esistono persone che sanno aspettarla.
Sì c’ è bisogno di prendere una sbornia, e non una sbornia qualsiasi, per capire alcuni versi di Ginsberg. In uno dei più bei pometti de Le ceneri di Gramsci (La terra di lavoro) Pasolini ci regala un verso bellissimo: Tu ti perdi nel paradiso interiore, e anche la tua pietà gli è nemica.
Durante la prima lettura mi era sfuggito, mi tornò in mente come un macigno durante un viaggio… Provavo quella pietà e, per colpa sua, mi sono sentito colpevole del mio status.
Fidati non ci sono pregiudizi ma pigrizia… È come quando ti dicono “non vedo film impegnati perché il cinema è intrattenimento”. Non lo sopporto! La letteratura non è intrattenimento e non deve esserlo ma, se buona, non è neanche noiosa, anzi. Bisogna saper attendere…»

Infine ti chiedo: si sceglie di essere poeti o si viene scelti?
«Prima di tutto si scrive poi quello che si è poco importa. Poeta, scrittore, blogger, scribacchino…Cos’è un poeta oggi? La Pivano definì Ligabue uno dei maggiori poeti italiani contemporanei. Non sono molto d’accordo sulla figura (anche se ne apprezzo la comunicatività) ma come possiamo non definire poeti i vari Guccini, De André, Vecchioni, Bertoli? Sono cantanti, o meglio cantautori, ma in fondo la poesia non nasce con una lira in mano?
Mi piace rifarmi al poeta greco, al’aedo: un qualcuno che non vede quello che gli altri vedono (e vede quello che gli altri non vedono) ma porta la divinità dentro di sé.
Comunque se devo decidere ti dico che si sceglie di essere poeti. Nella società di oggi piena di “bruttezza” è una scelta di campo provare ad esserlo…»

 

 

Matteo Chiavarone (Roma, 1982). Si laurea prima in Lettere con una tesi di Filologia della Letteratura Italiana nella quale pubblica alcune lettere inedite
del poeta Giosuè Carducci appartenenti al Fondo Patetta della Biblioteca Apostolica Vaticana, poi in Italianistica con un lavoro su Curzio Malaparte che prova a ripercorrere la vicenda umana, politica e letteraria del controverso autore pratese.
Dal 2006 al 2008 ha lavorato presso la Giulio Perrone Editore ricoprendo vari ruoli; dal 2008 è caporedattore de IlRecensore.com. Molti dei suoi articoli di argomento letterario e politico sono stati pubblicati su diverse riviste e siti internet: IlRecensore, Flanerí, Ghigliottina, Core, L’Eco del Sud, Periodico Italiano, L’Isola, Portuense News.
Dal 2010 dirige la collana poetica “Lab city lights” per la casa editrice romana Giulio Perrone Editore. Sempre nel 2010 ha fondato, insieme a Dario De Cristofaro, Flanerì (www.flaneri.com). Ha pubblicato: Gli occhi di Saturno (Perrone, 2006) e Blanchard Close (Perrone, 2011).

 

Fonte: www.tempostretto.it del 1 giugno 2011

 

Franco Marcoaldi: «I nostri cani ci osservano e ci giudicano»

Il legame affettivo che lega l’uomo e il cane ha ispirato diversi scrittori eccellenti da Paul Auster a Franz Kafka, da Edmondo Berselli a Grenier. Una lista che si arricchisce con il nome del poeta, scrittore e giornalista Franco Marcoaldi, autore di Baldo. I cani ci guardano (Einaudi, pp. 136, €13). Marcoaldi, che collabora alle pagine del quotidiano La Repubblica, ha voluto dar voce a Baldo, «un cane che attende il suo padrone» sino all’arrivo dell’Uomo e della Donna che lo porteranno a casa con loro. Nasce così un rapporto sempre più stretto fra Baldo e il Dio-Padrone e il cane con levità ma anche con grande profondità d’animo, osserva gli uomini, le loro ansie e la loro incapacità di essere felici godendo semplicemente del miracolo della vita: «Spesso noi rinunciamo inconsciamente alla spontaneità, all’immediatezza e alla dignità e solo loro sono capaci di dimostrarci quanto siano importanti queste qualità». Un libro adatto agli amanti dei cani, degli animali domestici tutti ma in generale Baldo è un libro di una bellezza malinconica, adatto ad ogni buon Lettore a caccia di una buona lettura.

 

Perché ha voluto dar voce ad un cane?
«Nasce da un’esperienza concreta, da una convivenza ormai decennale con il mio cane, la creatura con cui passo più tempo. Si è creato un rapporto molto intenso, cosa che spesso accade alle persone che convivono con gli animali e per tale motivo ho cominciato ad osservare il mio cane, provando ad immaginarne i pensieri, le emozioni e le sensazioni che possono attraversare la sua testa. Sin quando, verso la fine, il cane prende la parola e si rivolge al Lettore in prima persona».

Ma concretamente come si è mosso per mettere su carta pensieri e sensazioni del cane?
«Alla fine del libro cito una serie di libri di riferimento sull’argomento e ci sono alcuni classici che considero imperdibili come Flush. Biografia di un cane di Virginia Woolf. Molti libri mi hanno accompagnato durante la scrittura ma Baldo nasce dall’esperienza diretta, dalla convivenza quotidiana. L’idea fondamentale è quella di assumere un altro punto di vista perché probabilmente noi esseri umani siamo incastrati nella nostra presunzione di essere le creature elette dell’Universo e spesso finiamo per dare per scontate delle cose che non lo sono affatto».

Decisivo si rivela il cambio di prospettiva.
«L’idea di assumere un punto di vista differente non ha solo un valore sentimentale perché, diluito nel racconto, il punto di vista canino, con uno sguardo elementare, mette alla berlina l’essere umano, la sua presunta razionalità, il suo presunto buon senso e il suo utilitarismo. In tal modo finisce per mostrare come nelle azioni quotidiane sia possibile essere semplicemente felici tuttavia le nostre ansie ci privano di godere dei piaceri e delle gioie che ci accadono intorno. Uno sguardo attento ai nostri animali durante la vita di tutti i giorni può permetterci di ampliare la nostra percezione del mondo stesso poiché spesso noi rinunciamo inconsciamente alla spontaneità, all’immediatezza e alla dignità e solo loro sono capaci di dimostrarci quanto siano importanti queste qualità».

Il rapporto con l’Uomo e la Donna è molto profondo, soprattutto con il Dio-Padrone. Dopo 11 anni, la Donna accusa il compagno di essersi “inselvatichito”. Ma per il cane è qualcosa di cui andar fieri…
«Il luogo comune vuole che chi abbia un rapporto stretto con gli animali finisca per “umanizzarli” troppo. Anche a me disturbano certi bamboleggiamenti inutili di alcune persone che hanno un rapporto stretto con i cani o i gatti ma in questo frangente il rapporto, semmai, è rovesciato. Il Padrone comprende che è necessario che lui si animalizzi, riscoprendo la naturalezza che ha perso nel corso del tempo. Proprio questa è la lezione che Baldo offre al suo padrone».

 

 

Franco Marcoaldi vive e lavora a Roma. Ha pubblicato: A mosca cieca (Einaudi 1992, premio Viareggio), Celibi al limbo (Einaudi 1995), Amore non Amore (Bompiani 1997), Benjaminowo. Padre e figlio (Bompiani, 2004) e Animali in versi (Einaudi, 2006). Da Einaudi ha pubblicato anche Voci rubate (1993), L’isola celeste (2000), Il tempo ormai breve (2008), Viaggio al centro della provincia (2009) e Baldo (2011). Collabora al quotidiano la Repubblica.

 

Fonte: http://www.tempostretto.it del 26/04/2011

 

La Vita Oscena di Aldo Nove

Per vent’anni lo scrittore Aldo Nove (al secolo Antonello Satta Centanin) ha convissuto con i suoi fantasmi. Rimasto orfano bambino dopo la morte di entrambi i genitori, è piombato dalla prima adolescenza nella dipendenza da alcol e psicofarmaci, decidendo di intraprendere, volontariamente, una discesa verso l’Abisso: «Compivo diciassette anni e il mio unico desiderio era quello di morire il più presto possibile». Amante della poesia – Aldo Nove è anche un poeta apprezzato oltre che tra gli storici redattori del mensile “Poesia” – giunto a Milano ha scelto la cocaina come vettore di morte, proprio come George Trakl, il grandissimo poeta tedesco che scelse di suicidarsi proprio con un’overdose di cocaina.

 

La Vita Oscena (Einaudi, pp. 111, €15,50) segna per Aldo Nove un momento fondamentale perché dà prova di saper padroneggiare una scrittura fatta di attimi sezionati con una prosa che sconcerta e trascina il lettore in un lungo cammino verso la ricerca di un limite umano che si trova sempre un gradino più in basso. I temi fondanti sono l’oscenità e la pornografia – sempre imperanti ma mutate oggi in modo (im)mediato-  il senso di colpa e la ricerca della morte con l’ausilio di una “coscienza anestetizzata” che diventa metafora attualissima di una società più cannibalizzata che cannibale.

Ha impiegato vent’anni per scrivere questo libro e poi lo ho terminato in un mese e mezzo. Perché adesso?

«L’ho fatto appena ho avuto l’impressione di aver raggiunto gli strumenti linguistici sufficienti per potermi muovere con della materia piuttosto incandescente. Quando mi sono reso conto che potevo rielaborare con la giusta serenità il materiale di cui volevo parlare, mi sono messo al lavoro»

Dopo aver involontariamente provocato l’esplosione di casa sua, lei viene ricoverato con gravi ustioni. Decide, metaforicamente, di indossare una maschera: “Io non ero più di me”, ripete più volte sulla pagina.

«Quando c’è una grande alterazione dello stato d’animo, il dolore, finisce per alienarci, ci allontana da noi stessi. Talvolta ciò scatena conseguenze assai pericolose come nel caso degli attentatori o dei kamikaze, che magari reagiscono a grandi sofferenze intese anche in chiave sociale. Il dolore ci trasforma. Il dolore trasforma anche il nostro modo di presentarci agli altri, talvolta anche in modo pericoloso».

L’oscenità è un concetto fondante nel suo libro. Gli altarini con le riviste hard nelle edicole hanno lasciato il posto ad una pornografia accessibile, a portata di mouse. Oggi cos’è osceno? Quali sono i tabù delle nuove generazioni?

«Ogni tanto si sente dire “io non sono moralista” oppure “non voglio fare della morale”. Queste frasi sembrano indicare che, nel periodo in cui tutti i valori sono stati capovolti, oggi la morale stessa sia divenuta un tabù, per cui l’osceno potrebbe essere rappresentato dalla semplice normalità».

In casa vostra nessuno pronunciò mai la parola “cancro”. Ancora oggi si esorcizza la malattia col linguaggio. Serve a qualcosa?

«No, fa male. E’ un errore profondamente umano, magari una forma di delicatezza ma non serve a nulla, anzi, ci allontana dalla realtà».

Che rapporto ha con la religione? Il senso di colpa è dominante in lei?

«E’ un discorso molto complesso. Fin quando il senso di colpa viene inteso come la semplice consapevolezza che ad ogni comportamento consegue un effetto, va bene. Ma l’errore del cattolicesimo, a mio avviso, sta nella sessuofobia, legando in modo indiscriminato la colpa alla sessualità, finendo per stravolgere l’intero senso della nostra esistenza. Quello che è più assurdo è che gli stessi preti si inculano i ragazzini…»

Lei scrive che “il dolore è l’unico maestro” e che “al massimo dolore corrisponde il massimo piacere”. Dobbiamo temerlo o no, il dolore?

«E’ impossibile non temere il dolore, nessuno può farlo. Credo che esista soprattutto un piacere derivante dalla sottrazione del dolore, come per un mal di denti che passa o per una sovreccitazione sessuale finalmente sfogata, ma non credo esista un piacere totalmente svincolato dal dolore».

Lei “doveva provare tutto”. Ma dopo averlo fatto cosa accade?

«Magari ci si annoia. Leggendo le biografie dei grandi santi, ad esempio San Francesco, scopriamo che lui aveva provato tutto e alla fine, aveva cambiato radicalmente vita. Magari facesse così anche Berlusconi. Ci mancherebbe altro che si mettesse a fare il santo…»

Sua madre si augurava che in futuro il mondo sarebbe migliorato, sarebbe diventato un bel posto in cui vivere. Mi sembra che siamo lontani.

«Non solo siamo lontani, siamo infinitamente lontani. La situazione è molto peggiore rispetto al passato. Voglio fare un esempio e restringo il campo alla politica italiana: se vent’anni fa avessi pensato che oggi Gianfranco Fini sia la chiave per migliorare la situazione politica italiana, sarei impazzito. Ma oggi accade questo ».

Comprendere che tutti non fanno altro che andare avanti giorno dopo giorno è intimamente connesso alla mercificazione dominante nella nostra società?

«Sottolineo che quella folgorazione giunge in un momento molto particolare per il protagonista del romanzo. Oggi mi rendo conto che questa è una forte tendenza negativa ma per fortuna non vale per tutta l’umanità».

La discesa verso l’abisso l’avrebbe dovuta condurre verso l’Oltre che desiderava. Invece cosa avvenne?

«”Abissum abissus invocat” come dicevano gli antichi, ad un abisso ne segue un altro. Ad un certo punto o subentra il limite naturale della morte oppure avviene una naturale presa di coscienza, la volontà di sopravvivere».

Per tornare al tema della moralità, è servito del coraggio per portare sulla pagina ciò che le è accaduto?

«Fortunatamente lo scrittore ha un filtro ovvero la letteratura, è cosa ben diversa dall’andare a “La Vita in diretta” a raccontare le proprie catastrofi. La finalità dello scrittore non deve semplicemente creare scandalo ma fare della letteratura e ciò gli permette di muoversi su registri più complessi».

Ritornando all’attualità italiana, fra scandali, escort e corruzione il popolo è vicino al limite di sopportazione secondo lei?

«La questione è proprio capire dove sia questo limite. Sicuramente si percepisce un disagio fortissimo e tutte le rivoluzioni, in fondo, sono partite dalla pancia piuttosto che dalla riflessione. In Italia si tira avanti ma il malessere interiore, sommato ai problemi derivanti dalla crisi economica, inevitabilmente comporterà delle conseguenze e francamente non credo che passerà ancora molto tempo».

Antonello Satta Centanin è rinato come Aldo Nove?

«Sicuramente. Aldo Nove è un laboratorio linguistico di quell’altro».

 

 

Fonte: Satisfiction del 30/11/2011