Matteo Chiavarone ritorna con la seconda raccolta di poesia, Blanchard Close


La seconda raccolta poetica di Matteo Chiavarone, romano classe ’82, giunge in libreria: Blanchard Close (Giulio Perrone editore; pp. 80; €10). L’occasione era propizia e con Chiavarone, ho voluto affrontare la situazione della poesia nella nostra editoria, cercando di venire a capo della moltitudine di ostacoli e luoghi comuni che gravitano attorno ad essa, oggi più che mai.
Difatti, vista la forte ritrosia degli editori italiani (e a loro volta dei lettori), è lecito persino domandarsi se i nostri poeti noti e celebrati – pensiamo a Montale, Carducci, Penna – oggi incontrerebbero delle difficoltà per emergere.


Matteo, come nasce questa nuova raccolta? C’è un tema dominante?
«Come nasce questa raccolta… Domanda difficile a cui rispondere perché spesso la poesia nasce da sola e poi viene rielaborata secondo quello che si vuole esprimere in un determinato momento (e troppo spesso anche secondo lo stato d’animo). Nel libro ci sono quattro sezioni, ognuna serve a tracciare un’ideale “spazio silenzioso” e, in lontananza, una tematica che il più delle volte diventa soltanto uno sfondo, un qualcosa da cercare con gli occhi. Nella prima sezione (Il pranzo delle ceneri) cerco di rielaborare il mio vissuto, gli ingranaggi che permettono alla nostalgia (del vissuto e del non vissuto) di trovare terreno fertile; nella seconda che è quella che dà il titolo all’opera (Blanchard Close) c’è la mia idea di globalizzazione e di Europa o forse soltanto la mia incapacità nel comprendere alcune fasi (o alcuni momenti storici) della nostra società contemporanea; in Litalia lo sguardo si sposta sul nostro paese e su dinamiche e personaggi e luoghi che, nel bene e nel male, purtroppo più nel male, lo caratterizzano; nell’ultima (Sarcinen) come dice il sottotitolo sono “poesie sparse”, ovvero testi nati in determinati momenti o volutamente conclusi in se stessi».

Ad un poeta non si può non domandare da cosa tragga ispirazione. Nei tuoi versi anche gli oggetti più comuni sembrano trasfigurati…
«Io amo la tradizione poetica europea e soprattutto italiana, amo quel “respiro” personale che poi nel suo intimismo trova l’universalità. Mi rifaccio a Pascoli, a Pater: “vedere e udire altro non deve il poeta”. Chi ha seguito alcune mie presentazioni mi avrà sentito dire molte volte questa frase, la ripeto fino all’ossessione ne sono consapevole. Nel mio primo libro Gli occhi di Saturno (Perrone, 2006) la misi persino nell’epigrafe iniziale. La poesia è uno spazio che contiene le parole; le parole sono luoghi, persone, incontri, dettagli macro o microscopici. Tutto quello che viene dopo è piacere della scrittura».

A tuo avviso, perché c’è tanta diffidenza editoriale verso i poeti e la poesia?
«Bella domanda. Non sono gli editori ad avere diffidenza verso la poesia, ma viceversa. Sono i poeti ad avere diffidenza della poesia. Che la poesia non abbia mercato, intendo un grande mercato, è nella natura delle cose ma se tutti i poeti o presunti tali che ci sono in Italia leggessero almeno un paio di libri di poesie all’anno ci si accorgerebbe subito della crescita vertiginosa di vendite.
Ma il problema ripeto non sono le vendite… Dobbiamo iniziare ad avere diffidenza delle case editrici a pagamento, iniziare a boicottarle, dire no a questo mercato assurdo. Esistono editori seri che investono nella poesia (Perrone, Donzelli, Fazi, Edizioni della Sera e molte altre) e la pubblicano, magari con piccole tirature ma la pubblicano. Supportiamole. Iniziamo a chiedere i loro libri nelle librerie (anche i grandi circuiti) e vedrai che queste torneranno ad acquistarla.
L’altra sera ad una presentazione di uno libro-intervista a Paolo Di Paolo ci siamo soffermati a parlare di una frase di Berardinelli: “io non credo nella poesia. Credo soltanto in quelle poesie che mi fanno credere in loro”. Non ero d’accordo con lui. Ma se non ci crediamo noi nella poesia chi ci deve credere?»

Per quanto riguarda i lettori la battaglia più ardua, a mio avviso, è quella di far comprendere che la poesia deve colpire alle viscere e non è necessario essere degli intenditori per apprezzarla. Perché tanti pregiudizi secondo te?
«Non siamo educati a leggere poesie, vogliamo comprendere tutto quando invece, ed è il bello della poesia, una frase ci può tornare in mente mesi dopo averla letta. Entra dall’orecchio, di nascosto e ci dice: “Ecco”. Non esistono intenditori della poesia esistono persone che sanno aspettarla.
Sì c’ è bisogno di prendere una sbornia, e non una sbornia qualsiasi, per capire alcuni versi di Ginsberg. In uno dei più bei pometti de Le ceneri di Gramsci (La terra di lavoro) Pasolini ci regala un verso bellissimo: Tu ti perdi nel paradiso interiore, e anche la tua pietà gli è nemica.
Durante la prima lettura mi era sfuggito, mi tornò in mente come un macigno durante un viaggio… Provavo quella pietà e, per colpa sua, mi sono sentito colpevole del mio status.
Fidati non ci sono pregiudizi ma pigrizia… È come quando ti dicono “non vedo film impegnati perché il cinema è intrattenimento”. Non lo sopporto! La letteratura non è intrattenimento e non deve esserlo ma, se buona, non è neanche noiosa, anzi. Bisogna saper attendere…»

Infine ti chiedo: si sceglie di essere poeti o si viene scelti?
«Prima di tutto si scrive poi quello che si è poco importa. Poeta, scrittore, blogger, scribacchino…Cos’è un poeta oggi? La Pivano definì Ligabue uno dei maggiori poeti italiani contemporanei. Non sono molto d’accordo sulla figura (anche se ne apprezzo la comunicatività) ma come possiamo non definire poeti i vari Guccini, De André, Vecchioni, Bertoli? Sono cantanti, o meglio cantautori, ma in fondo la poesia non nasce con una lira in mano?
Mi piace rifarmi al poeta greco, al’aedo: un qualcuno che non vede quello che gli altri vedono (e vede quello che gli altri non vedono) ma porta la divinità dentro di sé.
Comunque se devo decidere ti dico che si sceglie di essere poeti. Nella società di oggi piena di “bruttezza” è una scelta di campo provare ad esserlo…»

 

 

Matteo Chiavarone (Roma, 1982). Si laurea prima in Lettere con una tesi di Filologia della Letteratura Italiana nella quale pubblica alcune lettere inedite
del poeta Giosuè Carducci appartenenti al Fondo Patetta della Biblioteca Apostolica Vaticana, poi in Italianistica con un lavoro su Curzio Malaparte che prova a ripercorrere la vicenda umana, politica e letteraria del controverso autore pratese.
Dal 2006 al 2008 ha lavorato presso la Giulio Perrone Editore ricoprendo vari ruoli; dal 2008 è caporedattore de IlRecensore.com. Molti dei suoi articoli di argomento letterario e politico sono stati pubblicati su diverse riviste e siti internet: IlRecensore, Flanerí, Ghigliottina, Core, L’Eco del Sud, Periodico Italiano, L’Isola, Portuense News.
Dal 2010 dirige la collana poetica “Lab city lights” per la casa editrice romana Giulio Perrone Editore. Sempre nel 2010 ha fondato, insieme a Dario De Cristofaro, Flanerì (www.flaneri.com). Ha pubblicato: Gli occhi di Saturno (Perrone, 2006) e Blanchard Close (Perrone, 2011).

 

Fonte: www.tempostretto.it del 1 giugno 2011

 

Informazioni su Francesco Musolino

Francesco Musolino, giornalista siciliano, classe '81. Scrive di libri e cultura su diverse testate nazionali. Ha ideato il progetto lettura noprofit @Stoleggendo su Twitter.

Pubblicato il 2011/06/01, in Interviste con tag , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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