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Amélie Nothomb si racconta: «Nella mia natura convivono l’estrema bellezza nipponica e il grottesco della realtà belga».

Amélie Nothomb

Amélie Nothomb

Ogni anno il nuovo libro della scrittrice belga, Amélie Nothomb è un evento letterario se non propriamente mediatico. Il suo cappello a cilindro di velluto nero e la prosa, lieve eppure insieme pungente, surreale e sofisticata, ne segnano il cammino letterario sin dall’esordio con “Igiene dell’assassino” nel 1992, cui sono seguiti ben venti libri, con una invidiabile cadenza annuale. Del resto è ormai noto che la Nothomb scriva ogni giorno dalle 4 alle 8 di mattina in una stanza riservatale dal suo editore parigino e ogni anno, tocca a lei decidere in piena autonomia, quali dei suoi manoscritti verranno riposti in delle scatole di scarpe – pare siano ormai centinaia gli inediti custoditi – e quale di questi, invece, verrà dato alle stampe. Nei suoi libri ci sono sempre elementi autobiografici ma in alcuni si narra esclusivamente il suo vissuto, come accade nel ventunesimo romanzo da poco edito, “La nostalgia felice” (Voland, pp. €). In questo libro, grande protagonista della réentre letteraria francese e nato da un «senso d’urgenza», l’autrice ricuce il legame affettivo con la sua patria, il Giappone, in cui nacque e visse la propria infanzia – il padre era un celebre diplomatico – prima di lasciarlo bruscamente e non senza traumi affettivi. “La nostalgia felice” nasce come naturale conseguenza di un documentario per la televisione francese, “Amélie Nothomb: une vie entre deux eaux”, che ha seguito il ritorno in Giappone della Nothomb nella primavera del 2012, dopo ben sedici lunghi anni di lontananza, culminati con l’incontro con il primo amore d’un tempo, Rinri – di cui si parla in “Né di eva né di Adamo”, 2004 – ma soprattutto nell’abbraccio con la sua tata, Nishio-San, considerata una seconda madre. Un legame talmente forte che la casa editrice Voland – nel loro catalogo l’intero corpus romanzesco della Nothomb – ha scelto una loro tenera foto d’epoca per la copertina del libro. Un libro-documentario, molto personale e capace di trasmettere al lettore occidentale cosa sia la nostalgia felice: un sentimento ignoto all’animo occidentale che colpisce puntualmente chi si innamora del Giappone e della sua tragica bellezza.

“Ricapitoliamo. È il 28 marzo 2012. Sono una scrittrice belga che, dopo un’assenza molto lunga, ritrova il paese dei suoi primi ricordi”. Madame Nothomb, qual è il suo rapporto con la memoria? È pericoloso immergersi nei ricordi e nelle sensazioni dolci e amare del passato?
«Sì, è molto pericoloso. Quando l’emittente francese France 5 mi ha proposto di fare un documentario sul mio ritorno in Giappone ho accettato perché pensavo che nessuno avrebbe investito dei soldi in questo progetto: chi poteva mai essere interessato al mio ritorno in Giappone? Invece 2 mesi dopo Laureline Amanieux e Luca Chiari mi hanno detto che avevano trovato i fondi e che potevamo partire. Così, nella primavera del 2012 sono tornata in Giappone, 16 anni dopo averlo lasciato. Vuole la verità? Sembra che non possa stare lontana dal suolo nipponico, ho bisogno di poggiare i piedi su quel suolo vulcanico per ritrovare le mie energie».

Con che animo è partita per questo viaggio nella memoria? 
«Ero molto preoccupata. È sempre molto pericoloso tornare nei luoghi sacri della propria infanzia e fa ancora più paura se si decide di tornare accompagnati da una telecamera che ti segue ovunque. Invece si è rivelato tutto perfetto e quello che sembrava poter diventare un incubo si è rivelato un miracolo».

la-nostalgia-Sin dalla copertina (italiana) ci si immerge nel suo vissuto. Il passato non torna mai ma ci si può far pace?
«Quando ho ritrovato, Nishio-San la mia tata giapponese, la mia seconda madre da cui ero stata strappata a 5 anni ero molto agitata, ci eravamo parlate per telefono e lei aveva ancora una voce giovanile. Avevo lasciato una donna che aveva circa trentacinque anni e che nei miei ricordi era alta, invece ho ritrovato una signora molto anziana, piccolissima e fragile. E poi ho trovato una donna molto sola, aveva lavorato tutta la sua vita per le figlie e si ritrovava da sola a vivere in un palazzo popolare nella periferia di Kobe. Quando le ho chiesto di Fukushima non ne sapeva niente: è incredibile quali miracoli possa compiere la vecchiaia. Alla fine del nostro incontro la riservatezza ed educazione giapponese è scomparsa, ci siamo abbracciate e ritrovate».

Il fascino che emerge parlando del Giappone è quello di un paese proiettato verso il futuro, all’avanguardia, ma ancorato alle tradizioni. Come compiere un passo avanti con lo sguardo indietro?
«Il Giappone è un paese molto tecnologico ma dove le tradizioni si conservano, sembra che riescano a modificarsi al minimo di un centimetro ogni dieci anni. Spesso la gioventù giapponese fa pensare che ci sia un vero e proprio cambiamento nei costumi, ma è un’illusione, vale solo per i giapponesi dai 13 ai 25 anni. Perché compiuti i 25 anni rientrano nei ranghi, si vestono come si deve e si pettinano normalmente».

Che tratto ha lasciato nel suo carattere il Giappone? Forse la costante ricerca della bellezza e dell’armonia?
«Io sono nata in Giappone ma da genitori belgi. Ho in me l’estrema bellezza del Giappone e il grottesco belga. È uno strano miscuglio».

Che vita sarebbe stata la sua, se fosse rimasta in Giappone, con la tata amorevole e il suo fidanzato…se l’è mai domandato?
«Ad essere sinceri non l’ho fatto. Ma ho capito perché con Rinri, il mio primo amore, una persona meravigliosa, non potevo restare. Con lui c’era una sorta di disagio, non in una accezione negativa, piuttosto è una sorta di attenzione eccessiva per l’altro; è come se si spostasse il proprio centro di gravità verso l’altro. È un sentimento anche bello ma soprattutto scomodo. Probabilmente esistono coppie giapponesi che vivono così una vita intera ma per me non poteva andar bene».

Sappiamo le sue abitudini nello scrivere, gli orari che segue rigidamente e il tè nero con cui si accompagna. Ma scrivere cos’è per lei? Catarsi, ragione di vita, piacere…?
«Per me scrivere è essenziale, è vivere. Devo scrivere quelle 4 ore, dalle 4 alle 8 di mattina, e mi costa anche fatica farlo perché non sono certo masochista, ma se non lo facessi, semplicemente starei male».

Ogni anno i lettori attendono di tutto il mondo attendono il suo nuovo libro. Un giorno pubblicherà tutti gli inediti che conserva nelle scatole delle scarpe?
«No, ho pensato di consegnarli agli archivi del Vaticano. L’unico luogo veramente sicuro al mondo».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud, aprile 2014

Amélie Nothomb si racconta.

Quando entra in una stanza, con il suo cappello a cilindro di velluto, la celebre scrittrice belga Amélie Nothomb non può davvero passare inosservata. Divenuta presto una vera e propria celebrità letteraria grazie anche alla sua proverbiale prolificità – sta ultimando il suo 75° libro – con Uccidere il padre (Voland), la Nothomb è tornata ai livelli dei suoi più grandi successi (Igiene dell’assassinoStupori e tremori) narrando la storia del talentuoso e irrequieto quindicenne Joe che incrocia il destino del più grande mago vivente, Norman e della sua compagna, Christina. Las Vegas con la sua promessa di fama e successo rimane a lungo un’esca visto che Norman vive nella ben più anonima Reno. Ma parafrasando la sua scelta controcorrente e di basso profilo, la Nothomb conclude che il Papa non possa essere una persona perbene proprio perché continua a risiedere nel Vaticano. Uccidere il padre, grazie ad una scrittura pungente e ad una arguta ironia si rivela un romanzo distillato da sorseggiare con cura o da ingollare d’un sorso, lasciandosi travolgere dal fascino della magia e dal demone del fuoco, dal continuo gioco fra controllo e abbandono, fedeltà e tradimento su cui ruota questo romanzo. E infine, come una perfetta illusionista, la Nothomb ci riserva anche un colpo di scena degno di nota. Chapeau.


Amélie, qual è stata la scintilla che ha dato il via al suo ventesimo romanzo?

Questa storia è nata grazie alla frequentazione dell’ambiente dei maghi, che risale a dieci anni fa. Pensavo mi avessero avvicinato per via del cappello che indosso e invece ho scoperto d’essere la lettura preferita dei maghi e, nel tempo, ho potuto frequentarli e conoscere e apprendere il loro ambiente. Il personaggio di Joe Whip è un antieroe, uno Iago moderno.

Com’è nato questo quindicenne?

Ha visto bene, sarebbe perfetto nei panni di uno Iago contemporaneo. L’ambiente dei maghi è stato lo sfondo ideale ma per scrivere sono tornata indietro sino ai miei quindici anni e vi garantisco che quella è un’età folle, in cui si può fare davvero di tutto, si può diventare ladri, scrittori o assassini.

Perché l’affascina tanto la magia?

La magia ha un fine generoso perché pone nell’altro il dubbio sulla realtà e proprio per questo c’è un forte legame con la vera letteratura.

É andata davvero al festival Burning Man?

 Certamente! Sono andata all’edizione del 2010 con molto scetticismo ma ne sono rimasta sbalordita. È un’utopia che funziona da vent’anni, una vera magia: una città che compare all’improvviso divenendo meta per circensi d’ogni tipo, per poi scomparire nella polvere del deserto. Dopo esserci stata ho pensato che ne dovevo scrivere, per i terrestri. I fire-dancer di cui scrive sono in qualche senso dei maghi, sempre in bilico fra pericolo e controllo? I più grandi maghi sono proprio loro, perché scendono a patti con il fuoco, lo dominano ma sono continuamente in pericolo. Li ammiro perché rischiano la vita eppure non lo fanno per i soldi ma solo per stupire, per ammaliare il pubblico, specie quello del Burning Man.

In inglese si scrive “fire-dancer”, in francese “danseur de feu”: non è affatto la stessa cosa..

Sì è vero, perché in francese si aggiunge un complemento che trovo superfluo. Non ho una particolare ammirazione per la lingua inglese ma in questo caso dà vita ad un’espressione molto più forte, lascia che le parole cozzino fra loro e diano vita a delle scintille. In francese c’è troppa struttura, come nella traduzione italiana e invece, bisogna lasciare che il fuoco possa danzare. Anche con le parole.

Alla fine Christine cede a Joe ma Norman vorrebbe non provare gelosia. Lei crede sia possibile un amore totalmente libero in una coppia?

 L’amore libero, quello degli hippie, esiste davvero e abbiamo sbagliato a prenderlo in giro, a svilirlo, sia perché non è fallito ma soprattutto perché le alternative successive sono state peggiori. Nel west degli USA ci sono ancora hippie e si tratta di una comunità molto più equilibrata di quanto si creda.

Joe è in cerca di un padre ma la voglia di paternità di Norman può tramutarsi in una ossessione?

Naturalmente non ho un’esperienza personale ma ho osservato che molti padri, semplicemente e in modo assai ingeneroso, non vengono riconosciuti dai propri figli. Credo che si tratti di un tipo di sofferenza prettamente moderno che andava analizzata e questa è stata un’altra delle scintille che ha dato vita al romanzo.

Lei scrive che il Vaticano e Las Vegas sono due luoghi illusori…

Las Vegas e il Vaticano vengono entrambe riconosciute nel mondo per qualità che non rispecchiano. Il Vaticano dovrebbe essere la sede del cattolicesimo e invece vi regna il clero con un potere enorme e molte ombre. Allo stesso modo, Las Vegas è la capitale del gioco ma in realtà è il luogo simbolo della magia. Adoro come questi due posti riescano ad illuderci ogni giorno, celando la propria natura al mondo.

Sta scrivendo il suo 75° libro: che rapporto ha con l’ispirazione?

È verissimo, lo sto finendo proprio in questi giorni. Sorprende anche me questa prolificità ma la mattina, quando mi sveglio, mi ritrovo incinta e devo scrivere. Come se anni fa si fosse aperta una ferita e da allora l’ispirazione è continua. Per fortuna.

Francesco Musolino

Fonte: Satisfiction

Moretti provoca: «All’estero Berlusconi sarebbe stato costretto a dimettersi»

TAORMINA. Tutti lo cercano con gli occhi dentro la Sala B del PalaCongressi di Taormina ma di Nanni Moretti non c’è alcuna traccia. I giornalisti presenti lo aspettano e tirano un sospiro di sollievo quando trapela la voce che sia appena atterrato all’aeroporto di Catania. Laura Delli Colli – presidente del Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani – guida con serenità l’annuncio dei premiati del cinema italiano, da Kim Rossi Stuart ad Alba Rohrwacher da Massimiliano Bruno a Maria Sole Tognazzi ma appena arriva Moretti in sala – polo, pantaloni, mocassini con trolley al seguito – i fotografi si scatenano, cogliendo persino il momento in cui, seduto, si infila i calzini scuri. Con Moretti si ha sempre il dubbio – più che lecito – che possa sfuggire alle domande o rispondere in modo laconico, del resto ad un genio non si possono imporre obblighi ma quando acclamato dai critici e dagli spettatori, sale sul palco prende in mano l’intera conferenza, regalando sorrisi, battute contro le domande banali dei giornalisti («chiedono sempre “progetti futuri?”) e intanto invoca notizie circa l’arrivo della sceneggiatrice Federica Pontremoli e della scenografa Paola Bizzarri che non faranno in tempo a godersi la pioggia di elogi che Nanni Moretti – trionfatore alla 65a edizione dei Nastri d’Argento con 6 riconoscimenti per Habemus Papam – regala loro.

 

«La scenografia è un riconoscimento molto importante per questo film visto che Paola Bizzarri è riuscita a ricostruire il Vaticano fra Palazzo Farnese, altri palazzi storici romani e un teatro di posa. E’ stato un lavoro impegnativo e dispendioso. Prima mi autocensuravo, tagliavo tutte le scene costose ma ne Il Caimano e soprattutto in Habemus Papam ci siamo concessi il lusso di realizzare tutte le scene che avevamo scritto. Senza Domenico Procacci e Rai Cinema non avrei potuto realizzare questo film, sia dal punto di vista economico che psicofisico».

“Il Caimano” su RaiTre ha fatto ottimi ascolti qualche sera fa. Pensa sia la conseguenza diretta del clima politico attuale?

«Sono rimasto sorpreso perché solitamente i miei film vanno sempre male in tv ma mi hanno detto che Il Caimano ha fatto il 13% e per RaiTre sono numeri importanti. In realtà il merito è del direttore di rete che spingeva da parecchio tempo per farlo entrare nel palinsesto. E’ stato un caso che sia andato in onda proprio ora, non c’è nulla di studiato».

Perché ha scelto Piccoli come protagonista?

«Abbiamo voluto fortemente lui perché con la voce e con gli occhi riesce ad aggiungere sempre qualcosa al copione. Ogni giorno noi vedevamo tutto il girato stampato su pellicola e non su dvd come fanno molti, e tutte le volte vedevo l’uomo oltre all’attore. Molti attori si vantano di immedesimarsi completamente nella parte ma a me non piacciono gli attori che si annullano sullo schermo. Inoltre Piccoli è il creatore di una nuova interpretazione di Habemus Papam…»

Ovvero?

«Siamo andati a Parigi ma piuttosto che vedere la città siamo rimasti tre giorni in una stanza d’albergo a fare intervista. All’ennesima domanda del giornalista, Michel ha risposto che il film è la storia di una coppia di fratelli e tutto il resto è marginale. Sono rimasto interdetto ma magari ha ragione lui».

Come sono andate le vendite del film all’estero?

«Molto bene. Per Caro Diario è stato fondamentale il premio vinto invece stavolta il film è andato subito bene. In realtà devo scegliere se passare un anno intero in giro per festival internazionali a presentare il film oppure restare a Roma…ma mi sa che ho già scelto».

A proposito di Cannes, che ne pensa del livello dei film in concorso?
«Ne ho visti solo due il giorno prima che il Festival finisse, appena in tempo per i premi dunque. I fratelli Dardenne non sono affatto una scoperta, mi piacciono parecchio e del  Ragazzo con la bicicletta mi ha colpito molto la sequenza in cui il bambino cade giù dall’albero tanto che ho fatto un salto sulla sedia. E’ una scena girata senza alcun compiacimento e per questo mi ricorda lo stile di Rossellini.  Invece “The three of life” di Malick lo voglio rivedere. Molti lo amano, altri lo odiano. Io vi ho trovato cose bellissime e altre meno».

Una parte della critica straniera si aspettava un film iconoclasta e dissacrante nei confronti della Chiesa.

«E’ lecito che ogni spettatore abbia aspettative circa i film che escono in sala ma io non volevo ribadire certezze anticlericali o meno. Volevo narrare un viaggio non solo fisico che Michel compie a Roma, ponendo e ponendosi delle domande che non possono non toccare gli spettatori. Ovviamente gli scandali finanziari e la pedofilia sono cose gravissime ma noi volevamo raccontare il nostro Papa, i nostri cardinali».

Anche lei ha avuto momenti di crisi interiore nella sua vita come il Papa che racconta?

«Certamente, ne ho avuti parecchi. Ma non ho alcuna intenzione di raccontarli».

Ha in progetto un film in 3D?

«Ho visto pochi film girati in 3D. Ho letto che il prossimo film di Bertolucci sarà in 3D ma io ho deciso di aspettare, non ne sento affatto il bisogno».
Come giudica il dilagare del Multiplex?
«Per molto tempo sono stato favorevole ma adesso non lo sono più perché mi sono reso conto che i multiplex hanno indotto la chiusura delle sale cittadine e ciò è molto grave per la comunità. Credevo che i multiplex avrebbero garantito la programmazione di tanti generi diversi di film ed invece spingono solo un certo tipo di cinema. Inoltre essendo fuori città, molti non se la sentono di prendere la macchina e così, paradossalmente, il pubblico più maturo rimane tagliato fuori».

Cosa ne pensa della vicenda Bisignani?
«Credo sia molto grave che un personaggio di quel genere abbia condizionato scelte fondamentali per il nostro Paese».

Siamo alla fine del berlusconismo?
«Siete sicuri? Ogni giorno compro un quotidiano e leggo che ormai la fine di Berlusconi è vicinissima, oggi, domani. Mi illudo e poi mi arrabbio sia con me che con il quotidiano. I referendum sono stati una vittoria per i cittadini e le elezioni comunali sono stata una vittoria dei candidati oltre che una sconfitta della Destra. Diciamoci la verità, in un altro paese di democrazia occidentale se il presidente del consiglio avesse fatto o detto un millesimo di quello che ha fatto Berlusconi, sarebbe stato costretto alle dimissioni dalla sua stessa coalizione. Invece il centro-destra ha dimostrato di saper digerire molto, tutto. Hanno digerito gli attacchi ai PM, ai comunisti, gli scandali sessuali e la corruzione. Insomma Berlusconi ad essere molto ma molto generosi, mi sembra una persona confusa. All’estero, in Francia o in Israele l’avrebbero costretto alle dimissioni. Aspettiamo e vediamo cosa accadrà in Italia».

 

Giacomo Galeazzi chiarisce: «Lasciate che sia il tempo a giudicare Wojtyla e il suo operato»

Due anni di lavoro intenso e di viaggi in giro per il mondo alla ricerca di documenti inediti e testimonianze dirette quanto scomode, sono alla base del sorprendente Wojtyla segreto – la prima controinchiesta su Giovanni Paolo II, (Chiarelettere; pp. 352; € 16), firmato dal vaticanista de “La Stampa”, Giacomo Galeazzi e il giornalista Ferruccio Pinotti.

Un libro coraggioso che i due autori dedicano non a caso “a chi ha il coraggio di raccontare”, consci del fatto che non tutti i fedeli saranno lieti di conoscere gli aspetti misteriosi, le ombre e le strategie geopolitiche, che hanno ispirato l’operato di un pontefice tanto amato e appena beatificato. Proprio il processo di beatificazione, coronato l’1° maggio da una folla di fedeli, è la scintilla per innescare il libro: perché tanta fretta? Perché non si è indagato a fondo sui legami con Solidarnosc, l’Opus Dei e i Legionari di Cristo? Il controverso vescovo Marcinkus, monsignor Pavel Hnilica, il banchiere Roberto Calvi e persino Flavio Carboni si muovono fra le pagine di questo libro che, diviso in tre ricche parti, si pone come primo strumento per una seria rilettura della figura di Giovanni Paolo II.
Giacomo Galeazzi, afferma: «da queste pagine e dai tanti documenti raccolti, emerge un Wojtyla capace di muoversi come un antico monaco-guerriero in battaglia contro l’ateismo di Stato e al contempo come un modernissimo predicatore».

Partiamo da un presupposto per sgombrare il campo da ogni equivoco: il vostro non è un attacco contro Wojtyla piuttosto vuole affrontare e chiarire il peso che egli giocò in un periodo molto instabile nella politica mondiale. Forse proprio per questo si è scelta una beatificazione a tempo di record?
«Non è semplice accettare una descrizione a tutto campo e non agiografica di Giovanni Paolo II, come evidenzia nella prefazione del nostro libro Wojtyla segreto, il vescovo di Mazara del Vallo, monsignor Domenico Mogavero, che è anche commissario Cei per l’immigrazione. Ciò vale soprattutto se ci tornano alla memoria le immagini dei suoi ultimi anni di vita; immagini che hanno turbato tanti spiriti deboli che si sono incautamente scandalizzati di fronte alla manifestazione di un progressivo e irreversibile disfacimento del suo corpo, una volta integro e aitante. Provvidenzialmente, nonostante il parere contrario di tanti titubanti opinionisti, il pontefice continuò a mostrarsi in pubblico su una sedia a rotelle, con un viso reso rigido dalla malattia, incapace di articolare anche un breve saluto. Archiviato il mito di una immarcescibile giovinezza papale, Wojtyla ha percorso per intero la parabola del disfacimento. Noi partiamo dall’inizio del suo percorso. Il pontefice polacco che la Santa sede ha proclamato Beato il 1° maggio assume una nuova luce attraverso il racconto di un viaggio tra Solidarnosc, scandali finanziari e crisi geopolitiche, da cui emerge un Wojtyla capace di muoversi come un antico monaco-guerriero in battaglia contro l’ateismo di Stato e al contempo come un modernissimo predicatore. Un fondamentale «asset» atlantico durante la guerra fredda. Per oltre trent’anni gli organi di polizia polacchi spiarono ogni movimento e discorso di Karol Wojtyla. Usando anche preti infiltrati per entrare nelle sue stanze. Ora i documenti su questa attività sono finalmente desecretati. Da queste carte inedite compilate dagli uomini del regime di Varsavia incaricati di sorvegliarlo, pedinarlo e controllarlo, emerge una nuova immagine di Giovanni Paolo II. Dal primo giorno di sacerdozio fino all’ascesa al pontificato. Nel piano strategico di Karol Wojtyla, di fronte al rischio dell’Est totalmente scristianizzato occorre mobilitare qualunque risorsa, convogliare tutti i canali di sostegno economico, anche i più imbarazzanti, verso le organizzazioni che oltre cortina si battono per la sopravvivenza dell’identità cattolica. C’è una sfida mortale in atto, Wojtyla lo sa e si dà da fare per vincerla. A ogni costo. L’importante non è da dove arrivano i soldi ma dove sono diretti. Il libro rivela sia tratti inediti del Wojtyla personaggio pubblico e vero uomo politico sia aspetti finora mai scritti e legati alla sua vita privata, prima in Polonia poi in Vaticano».

L’immaginario comune lega Wojtyla ad un uomo dal sorriso candido, molto affettuoso verso i bambini. Ma lui fu un uomo assai energico che benedisse Pinochet e il suo pontificato si distingue anche per la linea dura verso i cosiddetti “dissidenti”, fra cui spicca monsignor Oscar Romero. In generale Giovanni Paolo II osteggiò duramente la Teologia della Liberazione: in cosa consisteva e perché agì in tal modo?
«Nel libro Wojtyla segreto sono raccontati con dovizia di particolari molti altri capitoli oscuri, come la copertura offerta al movimento dei Legionari di Cristo, guidato Marcial Maciel, così come l’appoggio indiscriminato a lobby di potere come Opus Dei, Cl, Focolarini, Neocatecumenali. Movimenti integralisti che sono ormai vere e proprie «chiese nella chiesa». Per tutte queste ragioni giudichiamo inopportuna la beatificazione lampo di Wojtyla ed ancor più rischiosa la probabile canonizzazione, come sostenuto da un altro documento pubblicato in appendice: la testimonianza prodotta dal teologo Giovanni Franzoni al processo di beatificazione. Un documento nel quale il coraggioso sacerdote esplicita le ragioni per le quali Wojtyla non può e non deve diventare santo. Così Franzoni: “E’ mio dovere elencare i gravi dubbi che non si possono tacere. Mi rendo conto che alcune mie affermazioni sembreranno inaudite. L’ansia con cui molti ambienti lavorano alla beatificazione ha poco di evangelico. Chiedo che Wojtyla sia lasciato al giudizio della Storia”.

L’appoggio attivo che offrì a Solidarnosc ci conduce ad un’altra figura legata a doppio filo con Giovanni Paolo II ossia il controverso vescovo Marcinkus…
«A confermare l’appoggio di Giovanni Paolo II al movimento polacco Solidarnosc è nel libro lo stesso Lech Walesa. Nel biennio 1980-1981 il Banco ambrosiano, tramite il suo presidente Roberto Calvi inizia a versare capitali enormi al sindacato di Walesa. Tutto è avviato nella più assoluta segretezza. La cittadella di Solidarnosc ha bisogno di aiuto; la battaglia di resistenza in Polonia è solo una tappa nel più impegnativo confronto con l’impero sovietico. Insieme a Roberto Calvi, deus ex machina dell’intera operazione è Marcinkus, l’anima nera dello Ior, la banca del Vaticano. Marcinkus sarà la figura chiave della politica di papa Wojtyla contro il comunismo. Una battaglia da vincere con ogni mezzo, anche soldi sporchi, passando per i paradisi fiscali. Con Roberto Calvi, Marcinkus imbastisce una rete di società fantasma nei paradisi fiscali di mezzo mondo, dove arrivano fiumi di soldi. Forte della benedizione vaticana, Calvi allaccia relazioni pericolose con Michele Sindona e il giro della Loggia P2, di cui è affiliato. Giacomo Botta, dirigente del settore esteso del Banco Ambrosiano racconterà ai magistrati: «Già nel 1977-1978, quando divenni consigliere [del Banco ambrosiano di Managua], Calvi mi disse che il gruppo che controllava il pacchetto di controllo dell’Ambrosiano era lo Ior, che deteneva all’estero una consistente partecipazione del Banco. Seppi anche che le società che a quell’epoca l’Ambrosiano di Managua finanziava erano del Vaticano. Calvi probabilmente intendeva mettermi al corrente di questi segreti che lui tutelava gelosamente e intendeva altresì giustificare i finanziamenti, dicendo che erano imposti dal Vaticano, che era in sostanza il padrone del Banco ambrosiano». Panama, Bahamas, Lima, Managua. Arriva da lì il tesoro per sostenere Solidarnosc. Roberto Calvi fugge all’estero, braccato dai creditori. Finirà la sua corsa il 17 giugno 1982 sotto un ponte di Londra, appeso a una corda con dei mattoni nelle tasche. Solo pochi giorni prima scriverà una lettera drammatica, indirizzata a sua santità Giovanni Paolo II. Una lettera che fotografa un pezzo importante di storia italiana e ci dice anche che Wojtyla non poteva non sapere»

Perché il Vaticano ebbe tanta fretta di riconoscere il neonato stato croato e che conseguenze ebbe questa decisione?
«Germania e Santa Sede hanno riconosciuto subito la Croazia e questo è stato un errore geopolitico e diplomatico che ha gettato benzina sull’incendio nell’ex Jugoslavia».

L’ostracismo nei confronti di Carlo Maria Martini e la santificazione di Josemaria Escrivà de Balaguer. Sono due passi fondamentali per capire la linea di Wojtyla, no?
«Sono due aspetti di un cammino di forte conservazione. E non sono gli unici. Sulla base di documenti pubblicati in appendice al libro, emerge il rapporto segreto che legava papa Wojtyla al vescovo 007, monsignor Pavel Hnilica. Una figura leggendaria, al punto che nel 1951 dovette fuggire a Roma, dove negli anni 60 fondò la misteriosa Fondazione Pro Fratribus, dedita all’assistenza dei profughi dell’Est ma in realtà strumento per convogliare aiuti alla resistenza anticomunista in tutta l’Europa orientale. Abbiamo scannerizzato e pubblicato tutti gli assegni della Pro Fratribus, che documentano il vorticoso giro di denaro messo in piedi dal vescovo 007 amico di Wojtyla sin dal dopoguerra. In seguito abbiamo pubblicato l’assegno da 1,5 miliardi con il quale Hnilica – certamente con il consenso di Wojtyla– cerca di comprare da Flavio Carboni, la valigetta di Calvi contenente i documenti con cui intendeva ricattare il Papa. Un assegno non onorato dallo Ior solo per l’intervento del cardinale Casaroli. Ma l’appoggio del Papa al discusso padre Hnilica, condannato per ricettazione insieme a Carboni e al falsario Giulio Lena (se la caveranno solo nei successivi gradi di giudizio) è acclarato, come testimonia la missione affidata da Wojtyla a Hnilica di una messa segreta a Mosca nel 1984 che consacrasse la Russia al cuore immacolato di Maria».

Il libro è diviso in tre parti e ciascuna di esse è ricca di documenti inediti che trovano il loro coronamento nell’appendice. Quanti anni di lavoro di sono dietro questo libro?
«Due anni di lavoro e di viaggi in giro per il mondo alla ricerca di documenti e testimonianze inededite. Per esempio nel libro è pubblicata un’intervista esclusiva a Zbigniew Brzezinski, il potentissimo consigliere strategico della Casa Bianca di origine polacca che teorizzò l’uso della religione come strumento per distruggere l’impero sovietico, sostenendo a Est la resistenza polacca e la Chiesa del Silenzio; e a Sud i mujaeedin che in Afghanistan contrastavano i sovietici dando però in seguito ad Al Qaeda. Brzezinski ammette che già nel 76, due anni prima della salita al soglio pontificio, lui e l’arcivescovo Wojtyla ebbero un incontro riservato ad Harvard e che da lì nasce un’amicizia “calda e affettuosa” mai interrottasi. Sarebbe stato Brezinski stesso, attraverso il cardinale Krol di origine polacca, a mobilitare la conferenza episcopale americana per sostenere l’elezione di Wojtyla due anni dopo».

Avete mai avuto il timore che vi fossero segreti di Wojtyla che nessuno voleva davvero conoscere?
«Sì. Per questo abbiamo dedicato il libro “a chi ha il coraggio di raccontare”. Non va dimenticato che nel momento in cui Karol Wojtyla assume il supremo incarico al vertice della Chiesa universale, oscure nubi si addensano sull’orizzonte, e il mondo, stupito e quasi incredulo, sente con improvvisa angoscia di dover seriamente trepidare per la pace. Il taglio “geopolitico” del pontificato wojtyliano fu subito esplicitato dal principale collaboratore del papa polacco, il segretario di Stato Agostino Casaroli, fin dai discorsi dei primi anni Ottanta al corpo diplomatico accreditato in Vaticano. Fu immediatamente palese alle cancellerie d’Occidente e d’Oriente cosa la Santa Sede si attendeva da loro, parallelamente all’importanza del tutto particolare che il Beato Karol Wojtyla annetteva al rapporto diretto e senza mediazioni con i popoli della terra. Oltre alle finalità d’interesse bilaterale che sono proprie alla Santa sede (ossia assicurare e promuovere corrette relazioni fra gli Stati e la Chiesa cattolica) la diplomazia di Karol Wojtyla aveva come denominatore comune lo scopo di servire alla causa della pace fra gli Stati e la fruttuosa cooperazione fra i popoli. L’obiettivo del papa venuto dall’Est era principalmente quello di contribuire a fare della comunità internazionale un’unica entità che abbraccia piccoli e grandi di ogni continente, di ogni stirpe, di ogni religione. Giovanni Paolo II considerava l’umanità come una famiglia, nella quale nessuno si permette di ledere i diritti degli altri nella ricerca di un proprio interesse egoistico, ma tutti si sentono solidali nello sforzo diretto alla promozione del comune progresso, nella consapevolezza che il benessere di ciascuno ridonda a beneficio di tutti e consolida la pacifica convivenza fra tutti».

Fonte: www.tempostretto.it del 26/05/2011