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Alan Friedman: «mi vergogno di Donald Trump. Non ci meritiamo questo presidente».

Alan Friedman

«Donald Trump è il simbolo della democrazia illiberale. Al G7 di Taormina Trump si è comportato da cafone, mi vergogno di essere rappresentato da un uomo così». Senza mezzi termini, il giornalista americano Alan Friedman, celebre volto sulla tv italiana, giudica con disprezzo l’inquilino della Casa Bianca e nel suo nuovo libro, “Questa non è l’America” (Newton Compton, pp. 348 €12,90) racconta un viaggio nel cuore degli Stati Uniti, una vera e proprio contro storia degli ultimi sessant’anni che ruota attorno ad un assunto provocatorio: «il sogno americano è morto. Era un ideale meritocratico che ha fatto sognare intere generazioni ma oggi il paese è spaccato, impoverito e preda del razzismo più becero». Alan Friedman è uno degli ospiti internazionali della settima edizione del TaoBuk – ideato e diretto da Antonella Ferrara. Leggi il resto di questa voce

La ragazza più fortunata del mondo, Jessica Knoll, Rizzoli (Gazzetta del Sud – 18 novembre 2015)

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Jared Diamond: «voi europei siete troppo pessimisti sull’idea di futuro».

Jared Diamond

Jared Diamond

Jared Diamond parla tredici lingue. L’italiano, ad esempio, l’ha imparato per pura curiosità. Già vincitore del Premio Pulitzer con il monumentale saggio del 1997, “Armi, acciaio e malattie” (Einaudi, pp.414 €16), Diamond è uno studioso d’altri tempi, capace di spaziare dal campo della geografia a quello dell’ornitologia, dallo studio della genetica a quello della fisiologia, riuscendo infine a concentrare alla perfezione le sue conoscenze sulla società antropomorfizzata e le sue sorti evolutive. Nato a Boston nel 1937, oggi Diamond ha una cattedra di geografia e salute ambientale in California e una di geografia politica a Roma ma continua a studiare sul campo la flora, la fauna e la popolazione della Nuova Guinea, tanto da esserne considerato il massimo esperto mondiale. Divulgatore scientifico di eccellenza – ricordiamo anche “Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere” (Einaudi, pp.578 €24) – nel suo più recente libro del 2014, “Da te solo a tutto il mondo. Un ornitologo osserva le società umane” (Einaudi, pp.126 €13.40) si oppone fermamente alle spiegazioni scientifiche che giustifichino eventuali divari di ricchezza o di sviluppo sociale tra popolazioni umane dovute a presunte differenze cognitive o di attitudine. La ragione del successo di una nazione? «Un mix di fortuna, ingegno umano e risorse immediatamente disponibili sul territorio». È stato l’ospite più atteso della prestigiosa kermesse “Internazionale a Ferrara” e in tale occasione la Gazzetta del Sud lo ha intervistato, con un occhio già rivolto alle prossime elezioni presidenziali negli States. Leggi il resto di questa voce

«Chi conosce davvero la Corea del Nord?». Intervista ad Adam johnson (Premio Pulitzer, 2013)

La prima volta che Adam Johnson è riuscito a varcare la frontiera della Corea del Nord, l’ha fatto spacciandosi per l’aiutante di un uomo che doveva occuparsi di alcune piantagioni di mele in quel misterioso paese. Comincia così, con un escamotage degno di un romanzo spionistico, il viaggio dello scrittore statunitense Adam Johnson in uno delle nazioni più oscure dei nostri giorni, dominata da una dittatura totalitaria e dall’odio verso gli Stati Uniti, emblema del marcio imperialismo occidentale. Ha impiegato sette anni di severe ricerche per capire una realtà impenetrabile, sempre al centro delle speculazioni e dei complotti politici e mentre il suo libro prendeva forma, accanto al protagonista, il giovane Pak Jun Do, l’autore ha voluto mettere nel libro anche il defunto dittatore Kim Jong-il, il “caro leader” (scomparso nel dicembre del 2011) e le sue notevoli stranezze. Il bel libro di cui stiamo parlando è “Il Signore degli Orfani” (Marsilio, pp. 560 euro 21, traduzione di Fabio Zucchella) con cui Johnson ha recentemente vinto il prestigioso premio Pulitzer, permettendo, a noi lettori di qualsiasi latitudine, di cominciare squarciare il sipario su un paese in cui rapimenti, sevizie e torture sono all’ordine del giorno. Un libro che ha un effetto straniante, capace di trasportare il lettore in una realtà distorta e capovolta, al fine di farci comprendere cosa significhi vivere in un paese da oltre 24 milioni di abitanti, in cui non esiste nemmeno una libreria. Recentemente Adam Johnson era a Capri per il festival letterario Conversazioni e ha accettato di rispondere alle nostre domande.

Mr. Johnson, cosa significa aver vinto il Premio Pulitzer?
«In realtà ancora non l’ho capito. Credo mi serva del tempo per metabolizzare. Posso senz’altro dire che sono felice che in questo modo si parlerà di più della Corea del Nord, per cui più del premio fine a se stesso, mi sta a cuore il fatto che i lettori possano finalmente cominciare a conoscere la realtà di questo paese e capire cosa significa vivere sotto l’egida della propaganda».

Il suo stile è stato definito dal New York Times come “una sorta di realismo magico dove la realtà supera la finzione”. Perché ha scelto questa tecnica narrativa?
«Realismo magico? Questa è una buona domanda. In realtà ho cercato di essere il più realista possibile ma volevo narrare la Corea del Nord con gli occhi e la voce di un suo cittadino e si tratta di qualcosa di molto lontano e diverso dal mondo occidentale che conosciamo. Adottando quel punto di vista è venuto fuori una narrativa assurda, surreale e per l’appunto, persino magica in certi momenti».

Il dittatore Kim Jong-il è uno dei personaggi centrali del suo libro. Alla sua morte molti pensarono che avremmo scoperto tutto di lui e invece…
«Verissimo. Alla morte di Saddam Hussein o Gheddafi, il dittatore invincibile ha lasciato il posto ad un cadavere e le telecamere sono entrate nelle loro stanze, nelle loro regge, svelandone le umane debolezze. E Kim Jong-il? Lui è morto ma non abbiamo visto il corpo, né si sa di cosa sia effettivamente morto. Per scrivere questo libro ho fatto molto ricerche anche su lui, scoprendo, ad esempio, la sua passione per le moto d’acqua e per il sushi ma soprattutto che ha rapito Choe Eun-hui, una star del cinema sudcoreano, e Shin-Sang Ok, il suo consorte nonché apprezzato regista. Li imprigionò a Pyongyang per due anni fin quando non hanno accettato di girare la versione comunista di Godzilla, Pulsagari. Ecco, se dovessi immaginare un dittatore capace di rinchiudersi in un bunker e da lì sotto, osservare il regno del figlio, Kim Jong-un, questo sarebbe senz’altro Kim Jong-il».

Cosa l’ha colpita di più della Corea del Nord?
«In Corea del Nord nessuno si può permettere di essere ironico. Non ci sono sottintesi in quello che ci si dice. Non esistono librerie e nessuno legge libri da sessant’anni. Esiste una sola storia ufficiale e nessuno dei 24 milioni di abitanti della Corea del Nord, sa cosa accada nel mondo, là fuori. Sanno solo quello che gli raccontano e ogni casa ha una radio accesa e sintonizzata su una frequenza che trasmette continuamente i messaggi de “il caro leader” e chi la spegne… rischia guai seri».

C’è una famosa immagine della Corea del Nord vista dal satellite e praticamente al buio cui fa da contraltare quella della Corea del Sud e degli Usa in un tripudio di luci. C’è una lezione che il mondo occidentale dovrebbe apprendere?
«Fa davvero impressione vedere cosa sono costrette a fare le persone pur di sopravvivere in Corea del Nord. Vivono in enormi stanzoni con una minuscola lampadina, costretti a conservare persino le proprie feci per poterle riutilizzare come fertilizzante. Anche in Corea del Nord ci sono scale mobili nei musei ma mi ha colpito il fatto che appena arrivati in cima, si debba premere un interruttore per disattivarle. Non posso non pensare alle nostre scale mobili, che girano e girano a vuoto e mi chiedo a cosa serva tutto questo spreco di energia, a cosa serva tenere accese tutte le luci per brillare persino dallo spazio…».

Francesco Musolino®
Fonte: La Gazzetta del Sud – 11 luglio 2013

Joe Lansdale: «È il denaro a governare il mondo, non il buon senso»

Joe-R.-LansdaleOrmai da diverso tempo i lettori italiani sono affascinati dal cosiddetto “stile Lansdale”. I romanzi nati dalla penna di Joe Lansdale, scrittore texano sino al midollo, sono ricchi di ritmo in cui gli elementi più disparati si coniugano alla perfezione: dalla passione per le arti marziali al fascino per le ambientazioni western (che troveremo nel romanzo che sta attualmente scrivendo), senza dimenticare la passione per il noir, la fantascienza, l’horror e ovviamente quella per il genere pulp che l’hanno definitivamente consacrato, dandogli caratura internazionale. Assiduo lettore, Lansdale si dedica alla scrittura ogni giorno sin dal 1981 ovvero subito dopo l’uscita del suo primo romanzo, “Atto d’Amore”. Il suo Texas – vive nella cittadina di Nacogdoches sin dalla tenera età – è parte integrante dei suoi romanzi, soprattutto delle avventure dei suoi due protagonisti preferiti, i detective Hap Collins e Leonard Pine – uno bianco e democratico, l’altro di colore, gay e repubblicano – talmente strambi da funzionare alla perfezione insieme. Per celebrare l’uscita di “Una coppia perfetta” (Einaudi, pp.200 Euro 16), una raccolta di tre lunghi ed esilaranti racconti con Hap e Leonard protagonisti, Joe Lansdale è stato felice di rispondere alle domande della Gazzetta del Sud e l’amore per il nostro paese è talmente vivo che già quest’estate vi farà ritorno, magari per ambientarci il prossimo libro…

Com’è nato questo libro-tributo dedicato ai lettori italiani?

«Un libro di Hap e Leonard nasce in modo particolare. Quando sento di avere il giusto stato d’animo mi siedo, Hap inizia a parlare e la storia decolla. Mi piacciono questi due ragazzi e sono felice quando mi fanno visita con le loro avventure. I miei lettori sanno che queste storie puntano proprio sui loro caratteri, tutto viene fuori in modo spontaneo, hanno la capacità di attirare problemi come veri e propri magneti».

Facciamo un passo indietro. Com’è nata questa stramba coppia di detective?

«Fatalità. Ho iniziato un libro intitolato “Savage Season” (Le Stagioni Selvagge, Einaudi). Volevo scrivere di qualcuno che mi somigliasse, che vedesse le cose come la maggior parte della gente nata nel Texas orientale. Ho cominciato a lavorare su alcune delle mie esperienze passate mischiando tutto con una tempesta di ghiaccio assai rara che ha colpito la cittadina texana di Nacogdoches. Ma volevo anche scrivere degli anni Sessanta, come li avevo attraversati e del tipo di persone che ha prodotto, nel bene e nel male. Appena ho iniziato a scrivere, si è presentato Hap e ha preso la parola. Così è cominciata. Poi è arrivato Leonard ma non sapevo che fosse gay finché il libro ha preso una direzione e comunque non era il punto focale perché io volevo scrivere di quelli come Hap che erano contro la guerra in Vietnam e sono andati in galera per protesta e di chi come Leonard, al contrario, è andato a combattere. Leonard era certamente un repubblicano ma oggi come potrebbe esserlo? Insomma, sono partito con queste premesse e queste influenze e tutto ciò si è mescolato in pagina».

Leonard è lontanissimo dagli stereotipi legati all’omosessualità cui ci hanno abituati le serie-tv e i film. Una scelta controtendenza.

«I gay hanno personalità e atteggiamenti variegati, proprio come tutti. Ma la gente tende a sviluppare una visione dell’omosessualità basata su stereotipi e atteggiamenti facilmente etichettabili, per semplice comodità. Però quando stavo scrivendo la prima avventura di Hap e Leonard, gli omosessuali negli States non erano affatto considerati “normali”, non erano ancora stati accettati dalla collettività».

A proposito, il problema del razzismo negli States è migliorato con la presidenza Obama?

«In un certo senso è peggiorato poiché ha portato alla ribalta la questione e molti di quelli che cercano di far cadere Obama lo fanno per pregiudizi razziali. Ovviamente non tutti i suoi detrattori sono razzisti ma è sconvolgente quanti di essi lo siano. La realtà è che io vedo del razzismo in Italia, Germania e Inghilterra e solo dove la convivenza fra diverse etnie è minore sono lievi anche le tensioni razziali. Credo che ovunque subentrino la paura e la disoccupazione alla fine si finisca, fatalmente, per ricadere sulla questione razziale. Ma nel complesso la situazione è migliorata, c’è più consapevolezza della questione».

Ancora riguardo Obama, come crede che andrà a finire la sua battaglia contro le armi? Quant’è forte la loro presenza nel suo Texas?

«È una questione complessa. In primo luogo sarebbe utile che i paesi che giudicano eccessiva la presenza delle armi negli States, non vendessero armi al nostro paese, come accade per l’Italia con le pistole Beretta (il modello 92-FS è in dotazione a tutti gli agenti di polizia americani, ndr). Abbiamo bisogno di leggi migliori però io non sono contrario in assoluto alle armi e difatti ne posseggo ma non sono armi d’assalto o semi-automatiche. Sarebbe giusto che la produzione d’armi venisse limitata ma non accadrà perché è il denaro a governare il mondo, non il buon senso».

Secondo Michael Connelly, i thriller sono best-seller perché lì, a differenza della realtà, la giustizia trionfa sempre. È d’accordo?

«Sì, nei suoi libri la giustizia trionfa sempre e forse per questo sono best-seller ma nei miei libri non è così. Hap e Leonard non sono degli eroi e ricorrono spesso alle cattive maniere per risolvere i guai. Ne escono bene semplicemente perché sono animati da buone intenzioni ma non per questo Hap non ha rimorsi circa l’uso delle armi e circa il loro modo d’agire, anche se a fin di bene».

Dica la verità Joe, quanto si diverte a scrivere di loro due?

«Alcuni dei miei migliori libri non li vedono protagonisti ma Hap e Leonard sono senza dubbio i miei personaggi preferiti».

Non crede sia il momento di portarli via dal Texas, magari proprio in Italia?

«Ci penso da un po’ ma non appena mi siedo a scrivere una loro storia, questa si sviluppa in modo naturale nell’East Texas. Però potrebbe succedere, anzi credo che accadrà, staremo a vedere. Quest’estate potrei venire in Italia proprio con quest’obiettivo».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud

Michael Connelly: «Leggere è come mettere benzina nel serbatoio della creatività»

 

Michael Connelly

Michael Connelly

Con oltre 45 milioni di copie vendute nel mondo Michael Connelly è considerato uno fra gli autori thriller più importanti al mondo. Per anni i fan hanno invocato un libro che portasse in pagina i suoi eroi principali, Hieronymus “Harry” Bosch e Mickey Haller – rispettivamente un detective privato e un avvocato penalista – e finalmente Connelly li ha soddisfatti con La Svolta (Piemme, pp.372 Euro 19,90), un thriller molto intenso che non viene meno alla consueta attenzione verso l’evoluzione psicologica dei personaggi. Ha un passato felice nel giornalismo potendo vantare anche la candidatura al Pulitzer per un reportage sui sopravvissuti di un disastro aereo e nonostante il successo raggiunto – i suoi libri sono tradotti in 35 lingue – trova l’ispirazione per la strada e continuando a leggere tutto ciò che trova, giorno dopo giorno. Proprio come profetizzava CervantesMr. Connelly perché ha scelto di portare in pagina contemporaneamente Bosch e Haller?

Considero i miei libri come una sorta di storia continua che si dipana per cui è naturale che i personaggi principali possano attraversarsi la strada reciprocamente. Dando vita al ciclo di Haller ho sancito che lui e Haller fossero fratellastri e in questo libro volevo concedermi la possibilità di tornare indietro ed esplorare le pieghe del loro rapporto».

Bosch e Haller hanno personalità “ingombranti”. È stato difficoltoso trovare il giusto equilibrio a livello narrativo?

«Ammetto che è stato complicato perché volevo che fossero proprio loro due a costruire la storia, bilanciandola alla perfezione. Credo che abbiano due “voci” molto caratteristiche e diverse per cui non avevo paura che il lettore potesse confondersi, piuttosto volevo essere certo che fossero entrambi capaci di portare avanti la storia in modo autonomo».

Parliamo di Hieronymus “Harry” Bosch, il personaggio a lei più vicino. Com’è nato?

«Harry è il risultato di molti differenti detective che ho conosciuto facendo il giornalista e insieme il frutto di tante influenze letterarie e cinematografiche. Proprio per l’aver mescolato tante cose insieme, sia reali che fittizie, spero che il mio Harry Bosch sia un personaggio davvero unico.

È vero che comincia ogni giornata ascoltando “Lullaby” di Frank Morgan in suo onore?

«Sì mi piace molto ascoltare “Lullaby” di Frank Morgan, la considero l’inno di Harry. È una canzone malinconica ma anche piena di speranza. Proprio come Harry».

Ha dichiarato che “la giustizia trionfa solo nel mondo del thriller perché nel mondo reale i casi irrisolti sono davvero numerosi”. Scrive anche per fare giustizia, per mettere le cose a posto?

«Anche per questo motivo. Del resto ho usato più volte reali casi irrisolti come punto di partenza ma almeno nella fiction, venivano risolti».

Le manca qualcosa della sua esperienza giornalistica al Los Angeles Times?

«Non mi manca il lavoro da reporter piuttosto ho nostalgia della vita di redazione e del cameratismo fra colleghi. Mi manca la prospettiva giornalistica, il fatto che al termine della giornata sapevi davvero cosa stava accadendo nella tua città».

Quando ha capito che sarebbe diventato uno scrittore?

«A 19 anni lessi i libri di Raymond Chandler e ciò mi mise su quel sentiero. Da allora ho voluto diventare uno scrittore».

Dopo tanti successi letterari qual è il suo rapporto con l’ispirazione? La sua voglia di scrivere è cambiata nel tempo?

«Devo andare in giro per trovarla, l’ispirazione. Trascorro molto tempo con avvocati e poliziotti e ascolto molte storie diverse, aspettando di sentire quella che mi colpirà e farà scattare la scintilla. Nei miei primi anni ero più affamato e desideroso di dimostrare qualcosa.  Adesso sono più interessato al lavoro vero e proprio e ai miei personaggi e non mi interessa più cosa si dice lì fuori, nel mondo».

Ha detto che un giovane scrittore deve leggere ogni giorno per tenere viva la fiamma.

«Credo che leggere serva a mettere benzina nel serbatoio. Se sei in procinto di scrivere una crime fiction allora devi certamente leggerne una ma non bisogna limitarsi a questo. Bisogna leggere anche saggistica, arte e opere in lingua originale. Insomma, leggete ogni singola cosa che vi capiti a tiro. Per quanto mi riguarda ultimamente sto leggendo da Charles Bukowski a Dennis Lehane sino a Donato Carrisi ».

 

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud, 27 aprile 2013

Dalla marijuana al comunismo: Oliver Stone a Taormina

TAORMINA. «L’Italia ha partecipato attivamente alle missioni della NATO in Afghanistan, Iraq e Libia. Siete un paese delegittimato che non può ribellarsi alla smania degli Stati Uniti di mettere le mani sul mondo intero».

Il regista americano Oliver Stone, tre volte premio Oscar, è senza dubbio la punta di diamante della 57a edizione del Taormina Film Fest e non ha certamente deluso le attese. Attualmente è al lavoro su un documentario da dieci ore dal promettente titolo – The Unknow Story of United States – nel quale vuole mettere in luce il peso dell’America sul mondo come lo conosciamo oggi: «Sono certo che se i servizi segreti americani non fossero intervenuti nel ’48, l’Italia sarebbe diventata un paese comunista».

Stone non si tira indietro e rilancia ancora: «La Morgan Bank ebbe un peso fondamentale per la storia italiana perché finanziò direttamente Mussolini e la diffusione del fascismo. Inoltre nel mio documentario dimostro con l’aiuto di storici, che le truppe alleate liberando la Sicilia avrebbero potuto agire in modo assai diverso, senza bombardare in modo indiscriminato».

Stone è a lavoro anche su Savages un serial tv nel quale narrerà come Los Angeles sia diventata la capitale mondiale della marijuana, rivelando anche un’ampia conoscenza dell’argomento: «Prima dominava l’hashish afghano ma oggi il massimo sul mercato è l’erba della California del Sud. Hanno fatto grandi investimenti genetici e oggi la qualità Original Gangster, la più saporita,  costa quasi come un buon bordeaux».

 

 

Fonte: Stretto Indispensabile del 14 giugno 2011