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«L’altro siamo noi». Igiaba Scego si racconta a #3DomandeCon.

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Igiaba Scego con Adua.

Che legame corre fra la grande Storia e i corpi? Cosa accade alla nostra natura fisica in un sistema fortemente coercitivo? Perché amiamo tanto raccontare le gesta degli eroi se, in fin dei conti, la realtà è fatta di sfumature di quotidianità? E infine, dove nasce la nostra incapacità nel voler comprendere l’Altro? In “Adua” (Giunti, pp.192 €13) romanzo densamente stratificato, la scrittrice, giornalista e attivista per i diritti umani, Igiaba Scego, compie un viaggio nella memoria colonialista con un romanzo a due voci, alternando la storia della giovane Adua a quella del più maturo Zoppe. Senza essere mai melensa né moralista, la Scego – già firma di “Internazionale” – ci invita ad accostarci al suo romanzo per specchiarci in esso e affrontare i nostri muri, quei preconcetti che ci impediscono di fare un fronte comune contro le ingiustizie e il razzismo dilagante nella nostra società occidentale. Oggi più che mai. Così Igiaba invita l’Italia a cogliere la sfida, «a meticciarsi», diventando «un paese per giovani, donne, bambini. Oggi non lo è».

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Jared Diamond: «voi europei siete troppo pessimisti sull’idea di futuro».

Jared Diamond

Jared Diamond

Jared Diamond parla tredici lingue. L’italiano, ad esempio, l’ha imparato per pura curiosità. Già vincitore del Premio Pulitzer con il monumentale saggio del 1997, “Armi, acciaio e malattie” (Einaudi, pp.414 €16), Diamond è uno studioso d’altri tempi, capace di spaziare dal campo della geografia a quello dell’ornitologia, dallo studio della genetica a quello della fisiologia, riuscendo infine a concentrare alla perfezione le sue conoscenze sulla società antropomorfizzata e le sue sorti evolutive. Nato a Boston nel 1937, oggi Diamond ha una cattedra di geografia e salute ambientale in California e una di geografia politica a Roma ma continua a studiare sul campo la flora, la fauna e la popolazione della Nuova Guinea, tanto da esserne considerato il massimo esperto mondiale. Divulgatore scientifico di eccellenza – ricordiamo anche “Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere” (Einaudi, pp.578 €24) – nel suo più recente libro del 2014, “Da te solo a tutto il mondo. Un ornitologo osserva le società umane” (Einaudi, pp.126 €13.40) si oppone fermamente alle spiegazioni scientifiche che giustifichino eventuali divari di ricchezza o di sviluppo sociale tra popolazioni umane dovute a presunte differenze cognitive o di attitudine. La ragione del successo di una nazione? «Un mix di fortuna, ingegno umano e risorse immediatamente disponibili sul territorio». È stato l’ospite più atteso della prestigiosa kermesse “Internazionale a Ferrara” e in tale occasione la Gazzetta del Sud lo ha intervistato, con un occhio già rivolto alle prossime elezioni presidenziali negli States. Leggi il resto di questa voce

#HoLettoCose – In Altre Parole (Jhumpa Lahiri – Guanda, 2015)

#HoLettoCose – In Altre Parole, Jhumpa Lahiri – Guanda, 2015

Togliamoci subito il dente. La mia compagna l’ha presa bene. Davanti allo schermo del mio iMac, ha letto le prime righe di #HoLettoCose

Ed ha sorriso.

“Bell’idea lanciare una nuova rubrica libri online” mi ha detto.

E poi, appena ho abbassato le difese, mi ha gelato:

“Ma quanto durerà?”.

Ma io faccio finta di nulla e mentre il progetto lettura noprofit @Stoleggendo sfiora quota diecimila followers, parto con la seconda puntata di #HoLettoCose: questa nuova rubrica libri scanzonata, non richiesta ed emotiva.

Lahiri_In altre paroleDiciamoci la verità, chi non vorrebbe avere Jhumpa Lahiri come insegnante di italiano?

Lo scorso anno la scrittrice nata a Londra e cresciuta fra l’India e gli States, ha raccontato a puntate su Internazionale, il suo viaggio di avvicinamento alla lingua

italiana avvenuto anche fra i ponti di Venezia e la magnificenza di Roma che è raccontato (con l’aggiunta del bel racconto finale “Penombra”) nel libro “In Altre Parole” (Guanda editore, pp.156 €14). Sì avete letto bene, Jhumpa Lahiri pur potendo scrivere in inglese – o in bengalese – ha deciso di scrivere in italiano. Non è la prima scrittrice a farlo ma onestamente c’è di che essere orgogliosi se la vincitrice del Premio Pulitzer alla narrativa nel 2000 ha fatto questa scelta, no? Leggi il resto di questa voce

«Parafrasando Churchill, i nuovi radical chic sono il peggiore degli ambienti possibili, esclusi tutti gli altri». Michele Masneri racconta “Addio, Monti”.

Michele Masneri

Michele Masneri

«Monti, antica suburra, luogo di schiavi, gladiatori e prostitute, è rimasto più o meno così fino agli anni Ottanta, poi è diventato improvvisamente il posto giusto per l’aperitivo e la cena di fusion giapponese-brasiliana». L’ossessione degli eventi, Cortina e i supermercati in cui andare a fare la spesa, passando per omaggi più o meno espliciti – da Arbasino a Gadda, da Risi a Balzac – il giornalista Michele Masneri nel suo romanzo d’esordio “Addio, Monti” (Minimum Fax, pp.167 €14), racconta la società e i salotti romani, lo sfoggio delle riviste e delle amicizie giuste, in un libro folgorante dalla prosa torrenziale, rapsodica, che trascina tutto dentro, mischiando l’alto e il basso, il cervello e la pancia, in un vortice da cui nessuno si salva; eppure la bravura del Masneri (bresciano, classe ‘74) è quella di pungere armato di humour british senza mai giudicare, senza mettere nessuno alla gogna perché in fondo i radical chic descritti da Tom Wolfe, oggi sono gli hipster, «ragazzi con grandi barbe e occhiali tartarugati appena ritornati da Berlino…sono, come scrive Walter Siti in Troppi paradisi, “la fascia alta dei morti di fame”». Un libro pungente, sfrontato ma soprattutto intelligente, che ruota sul rione Monti e sulla dorata Cortina ma soprattutto sul concetto di “gentrifricazione”, un processo che affascina il Masneri, svelando come nascono le tendenze e la ricerca delle “zone alternative”, dal Pigneto in avanti…

Un libro che somiglia ad un lavoro antropologico per la capacità di rendere con fulminanti descrizioni look, manie, tic verbali e gestualità. Com’è nato Addio, Monti?

«L’idea di Addio, Monti nasce molto poco da una trama e molto di più da un fatto linguistico; avevo voglia di scrivere un romanzo con una lingua veloce e rapida, senza tanta psicologia, con un chiacchiericcio tra due persone abbastanza colte, molto disilluse, forse molto superficiali, che raccontano di avvenimenti esistenziali anche drammatici, e fino in fondo non si capisce se sono dei cinici tremendi o se invece in fondo a questo cinismo c’è qualcosa. L’ispirazione è Fratelli d’Italia di Alberto Arbasino, per me il più grande romanzo del dopoguerra italiano, e per il quale Addio, Monti è un piccolo omaggio, a partire dall’incipit. Un Fratelli d’Italia aggiornato ai tempi della troika e della austerity; lì c’erano ragazzi-bene a scorrazzare tra Capri la Baviera e il festival di Spoleto durante l’Italia del boom. Qui, nell’Italia della crisi, si sta chiusi in un supermercato a parlare delle proprie diete e disavventure sentimentali e lavori part time». Leggi il resto di questa voce

Intervista a tutto campo con Zerocalcare: «Gli zombie sono mostri proletari, senza troppe pretese, per questo li amo»

Zerocalcare_-_Lucca_Comics_and_Games_2012Sta per concludersi il 2011 quando Zerocalcare dà alle stampe il suo primo albo di fumetti “La profezia dell’Armadillo”, prodotto con il supporto di un altro grande fumettista italiano, Makkox. Zerocalcare – al secolo, Michele Rech – dopo numerose fanzine e collaborazioni fra quotidiani e magazine, entrava così nel circuito editoriale sfornando poi, uno dopo l’altro, una serie di albi di grande successo: “Un polpo alla gola”, “Ogni maledetto lunedì su due” e infine “Dodici” (tutti editi da Bao Publishing). Il nostro viaggio nel mondo di fumetti e graphic novel riprende con il purosangue Zerocalcare, capace di veicolare la propria comicità tramite le strisce sui magazine, diversi blog online e gli albi in libreria con grande – e apparente – semplicità. I fumettisti di norma non amano l’incontro con il pubblico e lo stesso vale per Zerocalcare ma il suo successo – oggi è di gran lunga il fumettista più noto in Italia – fa si che i suoi incontri diventino dei veri e propri eventi, con i fan in coda per ore “solo” per avere la sua firma, come avvenuto al Castello Sforzesco lo scorso novembre, in occasione dell’incontro per BookCity. Perché Zerocalcare piace tanto ed è capace di ampliare il suo pubblico anche ai non lettori di fumetti? Possiamo senz’altro sottolineare una serie di elementi che denotano le sue storie: l’ostentazione delle sue origini testardamente romane – emblematico il suo ultimo albo, “Dodici” in cui il “suo” quartiere di Rebibbia viene invaso da un’orda di zombie – il refrain di alcuni personaggi metaforici – su tutti l’amico Secco e l’Armadillo visto come una sorta di Io/SuperIo – e soprattutto, un tratto originale e unico unito a dialoghi surreali, cervellotici eppure immediati ed esilaranti. Un successo talmente ampio e trasversale che non stupisce l’annuncio della lavorazione di un film tratto da “La profezia dell’armadillo”. E’ stato lo stesso Zerocalcare a darne recentemente l’annuncio, sperando che si punti ad un’autonomia del prodotto cinematografico senza però rinunciare in toto al linguaggio del fumetto. Staremo a vedere.

In “Dodici” ti cali in una dimensione horror inedita per te e lo fai con un devoto uso di citazioni a pennello. Ma com’è nata la storia? E’ vero che consideri gli zombie dei mostri proletari a differenza dei vampiri…?

«La storia è nata da una mia esigenza di staccare dai miei soliti temi e di provare a cimentarmi con una storia di fantasia, non autobiografica, che mi divertisse e rilassasse. E gli zombie, mio grande amore sin dall’infanzia, erano perfetti per questo scopo. E sì, li considero dei mostri proletari, o meglio dei mostri qualunque: non hanno quell’aura di aristocratici belli e maledetti tipica dei vampiri, non sono esotici come gli extraterrestri, sono il mostro di tutti i giorni».

Sempre in “Dodici” ho notato una cosa interessante. Le tue figure femminili sono spesso forti e decise, come Katya. In generale sembra anche una scelta per non far ricorso ai facili stereotipi…

«Sì, in realtà uno dei paletti che ho sempre cercato di rispettare nei fumetti è quello di non ricalcare mai gli stereotipi di genere, le divisioni di ruoli classiche tra maschi e femmine, è una cosa a cui tengo molto. Però è anche vero che la donna forte tutta d’un pezzo è anch’essa una sorta di stereotipo, soprattutto nell’epica zombie. Per questo ho cercato di dargli alcune sfumature che la stemperassero un po’…» Leggi il resto di questa voce

Giovanni Fasanella accusa: “Siamo un paese che non ha bisogno di eroi, ma di verità”

«Ho la sensazione che basandosi solo su dichiarazioni di qualche pentito a scoppio ritardato e per giunta prive di riscontri, difficilmente scopriremo la verità su Via D’Amelio e le stragi del ‘92». E ancora: «Noi italiani dobbiamo fare i conti con il nostro passato, con la nostra storia».

Il giornalista Giovanni Fasanella – co-autore con il giudice Rosario Priore di Intrigo InternazionalePerché la guerra in Italia. Le verità che non si sono mai potute dire (Chiarelettere, pp. 208, €14) – è stato uno degli ospiti della kermesse culturale “Tabula Rasa” svoltasi a Reggio Calabria dal 19 al 22 luglio 2010: «E’ stata un’iniziativa molto incoraggiante soprattutto perché portata avanti da giovani quali Giusva Branca e Raffaele Mortelliti che vogliono scuotere le coscienze, pur sapendo che sarà un cammino molto difficile poiché il ceto politico attuale, nel suo complesso, si distingue per litigiosità e collusioni con la criminalità».

Tabula Rasa sta a significare un punto zero da cui ripartire, un nuovo approccio per far chiarezza?

Tabula Rasa è un titolo che trovo molto azzeccato che trovo in linea con l’obiettivo di questo libro che non è quello di far piazza pulita della memoria ma di tutti i luoghi comuni e le chiavi di lettura obsolete che, per diversi decenni, hanno condizionato un periodo buio della nostra storia.

Un altro input interessante potrebbe essere il titolo di un libro del magistrato Gherardo Colombo che indagò fra le tante cose anche sulla P2 e sul delitto Ambrosoli ovvero Il vizio della memoria.

Ha senz’altro ragione, dobbiamo ricostruire la memoria e il nostro passato per non ricadere negli stessi errori ma lo stesso deve valere per i magistrati perché, sino ad oggi, le ricostruzioni complessive fatte sino ad oggi sugli Anni di Piombo sono fragili e carenti. Per evitare di ricadere negli stessi errori bisognerebbe ricominciare con l’atteggiamento del giudice Rosario Priore il quale ammette, con grande umiltà, che i magistrati non hanno fatto sino in fondo il proprio lavoro, in parte perché non furono lasciati liberi di lavorare ma altri stettero al gioco e preferirono chiudere un occhio se non entrambi.

Priore ha dichiarato di essersi trovato innanzi, durante le sue indagini, “non muri di gomma ma muri di cemento”. E’ un libro che nasce da un bisogno personale?

Nasce dal bisogno di saldare un debito di verità contratto nei confronti dell’opinione pubblica perché Priore ha condotto molte delle inchieste più importanti sul terrorismo e sulla violenza politica sia di matrice interna che internazionale. Il suo lavoro e  quello svolto da molti altri suoi colleghi hanno certamente prodotto dei risultati ma ci sono dei buchi neri che quei magistrati non hanno saputo o voluto colmare per cui Priore cerca di far luce demolendo alcuni luoghi comuni che hanno condizionato molte ricostruzioni giudiziarie e giornalistiche dell’ultimo trentennio.

Con Priore ricostruite la salita al potere di Gheddafi  e il fatto che il famoso DC-9 venne abbattuto “per sbaglio” perché lo stesso corridoio era utilizzato dai libici.

Nell’inchiesta sulla strage di Ustica, come in quasi tutte le alte, vi furono dei depistaggi: prove sottratte, documenti contraffatti e testimoni morti nell’immediatezza delle deposizioni. Nel caso di Ustica certamente non conveniva agli italiani ammettere che Gheddafi era una nostra creatura, visto che non solo lo aiutammo a compiere il colpo di stato che venne pianificato in un albergo di Abano Terme ma gli indicammo anche corridoi aerei non rintracciabili dai radar della NATO per i voli da Tripoli verso il centro e in nord Europa. In pratica avevano indicato a Gheddafi i punti deboli del sistema radar, ad un uomo che era anche amico del nemico per eccellenza ovvero il mondo sovietico. Queste sono verità che non potevano non creare enormi conseguenze.

Il fil-rouge che lega il vostro libro sono le “guerre invisibili”. Chi le combatteva?

Questo libro cerca un approccio diverso non giudiziario, poiché tale metodo a suo tempo si rivelò inefficace. Abbiamo voluto rileggere alcuni fatti inquadrandoli nel contesto storico-politico. Le guerre invisibili combattute sul territorio italiano e con mezzi non convenzionali, dal 25 aprile 1945 in poi furono diverse e non potevano certo essere raccontate. Vi furono almeno due guerre civili – quella fra fascisti e anti-fascisti e quella fra comunisti e anti-comunisti – e almeno tre guerre internazionali che trasformarono l’Italia in un campo di battaglia, ponendola al centro dello scontro fra Occidente e Oriente e dello scontro arabo-israeliano. Tutti questi conflitti hanno creato una miscela esplosiva che sarebbe sfociata nel terrorismo.

Ma c’è stata soprattutto una guerra invisibile mediterranea.

Il punto di partenza fondamentale è la considerazione che l’Italia, pur avendo perso la seconda guerra mondiale ed essendo sottoposta al controllo delle potenze vincitrici, grazie alla propria classe dirigente dell’immediato secondo dopoguerra riuscì a divenire una potenza economica, merito di una politica mediterranea e terzo-mondista che aveva in Enrico Mattei e Aldo Moro, i suoi principali esponenti. Loro capirono che per riacquistare prestigio nel Nord Africa e nel mondo orientale era necessario pagare molto di più ai produttori di petrolio rispetto a quanto facessero inglesi e francesi ma ciò, inevitabilmente, incrinò le relazioni diplomatiche con questi paesi. La chiava di volta fu proprio la salita al potere di Gheddafi che, come primo atto espulse le basi inglesi dalla Libia. Successivamente l’Inghilterra perse l’Egitto, l’isola di Cipro e Malta.

Le dichiarazioni sulla scoperta imminente delle verità su Via D’Amelio, rese e poi smentite non le sembrano “strane”?

Mi sembrano strane e poco credibili. Ovviamente spererei che i magistrati avessero scoperto la verità su cosa avvenne in Via d’Amelio ma mi sembra che lo schema utilizzato per comprendere quegli eventi punti sempre sui servizi deviati e su uno Stato in combutta con la mafia, una chiave di lettura esclusivamente italiana insomma. Per carità c’è anche della verità in questo ma è difficile capire gli anni delle stragi senza tener conto del contesto geo-politico. In quegli anni crollava il muro di Berlino e finiva la Prima Repubblica, quali equilibri mutarono? Quali nuovi attori entravano in gioco? Ho la sensazione che basandosi solo su dichiarazioni a scoppio ritardato di qualche pentito e per giunta prive di riscontri non si possa andare molto lontano.

In un paese in cui il senatore Marcello Dell’Utri afferma che “Vittorio Mangano è un eroe”, abbiamo buone possibilità di arrivare alle “verità”?

Credo che complessivamente il ceto politico attuale sia di infimo livello, incapace di affrontare una fase delicata come il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica si tratta di una classe politica litigiosa e collusa con la criminalità. Per fortuna oggi abbiamo un’opinione pubblica attiva e responsabile e l’iniziativa “Tabula Rasa” rappresenta, in tal senso, un segnale molto incoraggiante. E’ un cammino difficile ma per riuscire a scuotere la politica è necessario che ciascuno, dal giornalista allo storico, faccia la sua parte: dobbiamo fare i conti con il nostro passato, con la nostra storia.

Per restare alla stretta attualità, cosa ne pensa della P3?

Si parla di una mera cricca affaristica molto ramificata, dall’editoria alle istituzioni statali. A mio avviso non è nemmeno lontanamente paragonabile alla P2, un’associazione segreta in cui si combinavano affari e si cercavano protezioni e promozioni, un fenomeno anomalo che si inseriva alla perfezione nel contesto della Guerra Fredda: gli uomini della loggia P2 erano uomini anti-comunisti sino al midollo. La cosiddetta P3 vorrebbe ricreare quel sistema ma in un contesto in cui non vi è più un nemico comune da combattere, solo soldi e appalti da ottenere.

Giovanni Fasanella, giornalista, sceneggiatore e documentarista, è autore di molti libri sulla storia invisibile italiana, tra i quali ricordiamo Segreto di StatoLa verità da Gladio al caso Moro (con G. Pellegrino, C. Sestieri, Einaudi 2000), Che cosa sono le BR. Le radici, la nascita, la storia, il presente (con A. Franceschini, Bur 2004), La guerra civile (con G. Pellegrino, Bur 2005) e I Silenzi degli innocenti (con A. Grippo, Bur 2006).  er Chiarelettere ha pubblicato con Gianfranco Pannone il DVD+libro Il sol dell’avvenire (2009).

Rosario Priore, magistrato, per oltre un trentennio, fin dai primissimi anni Settanta, quando arrivò come giudice istruttore al Tribunale di Roma, ha seguito molti dei casi di violenza e terrorismo (interno e internazionale) più importanti della storia giudiziaria italiana: dall’eversione nera ad Autonomia operaia, dal caso Moro a Ustica, dagli attentati palestinesi al tentato omicidio di Giovanni Paolo II.

Fonte: Stilos il blog – 25 luglio 2010