«L’altro siamo noi». Igiaba Scego si racconta a #3DomandeCon.


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Igiaba Scego con Adua.

Che legame corre fra la grande Storia e i corpi? Cosa accade alla nostra natura fisica in un sistema fortemente coercitivo? Perché amiamo tanto raccontare le gesta degli eroi se, in fin dei conti, la realtà è fatta di sfumature di quotidianità? E infine, dove nasce la nostra incapacità nel voler comprendere l’Altro? In “Adua” (Giunti, pp.192 €13) romanzo densamente stratificato, la scrittrice, giornalista e attivista per i diritti umani, Igiaba Scego, compie un viaggio nella memoria colonialista con un romanzo a due voci, alternando la storia della giovane Adua a quella del più maturo Zoppe. Senza essere mai melensa né moralista, la Scego – già firma di “Internazionale” – ci invita ad accostarci al suo romanzo per specchiarci in esso e affrontare i nostri muri, quei preconcetti che ci impediscono di fare un fronte comune contro le ingiustizie e il razzismo dilagante nella nostra società occidentale. Oggi più che mai. Così Igiaba invita l’Italia a cogliere la sfida, «a meticciarsi», diventando «un paese per giovani, donne, bambini. Oggi non lo è».

“Attraversare la grande storia parlando di ciò che accade ai corpi”. Com’è nato Adua?

«Le mie storie nascono quando cucino, lavo i piatti o faccio la doccia. È in quel momento che le suggestioni prendono forma. Quando paradossalmente sono libera dai miei strumenti di lavoro (il quaderno, il computer) e Adua come quasi tutto (articoli, saggi) è nato in bagno. Credo che il bagno sia la mia stanza preferita. Il mio è piccolo. Ma ecco sogno quelle stanze bagno che vedi solo nei film della vecchia Hollywood. Adua credo sia nata per accumulo. Sono anni che mi occupo di postcoloniale. Notavo come gli stereotipi sui corpi delle donne e in particolare sulle donne nere erano gli stessi da secoli. Cambiava la moda, la tecnologia, ma la visione spesso rimaneva la stessa. L’attrice porta su di se il peso di una rappresentazione stereotipata. È una lotta uscirne. Quindi sono partita semplicemente da questa immagine una ragazza che ha il sogno del cinema e prova a realizzarlo. Dopo questa immagine ne sono arrivate altre. Ho soprattutto riflettuto cosa fa ai corpi un sistema di coercizione come può essere un sistema coloniale. Cosa ti fa letteralmente il fascismo, il colonialismo, lo sfruttamento psicologico e sessuale. E allora Adua si è arricchita di altri personaggi soprattutto del padre zoppe. E di riflessione in riflessione sono arrivata a scrivere un romanzo che essenzialmente parla di relazioni (famigliari, amorose, amicali) e di corpi. Ma non ci sono arrivata subito a tutto questo. È stata una lenta stratificazione. Un processo di accumulo e sedimentazione. Le mie storie nascono più o meno così. Immagine, studio, riflessione, tentativi di scrittura, nuove riflessioni, nuova scrittura. Una torta di nozze più che un romanzo a ben vedere».

aduaZoppe prima, poi Adua e Titanic. Anche chi sapeva ha taciuto la verità perché non c’è posto per gli sconfitti nella nostra società?

«Noi amiamo gi eroi. È più facile specchiarci negli eroi. Credo perchè un eroe fa sentire anche noi un po’ eroi. Ma ecco avendo fatto studi storici (ho una laurea in letteratura spagnola e un dottorato in pedagogia ma con tesi sul postcoloniale italiano. Questo per dire che la storia è stata fondamrntale) non potevo prescindere dalle sfumature. La storia non è fatta del giallo cangiante degli eroi. La storia non è tutto sole, tutto calore, tutto eroismo. Purtroppo ci sono stati compromessi, tradimenti, paure incrociate, egoismi. Attraverso i miei personaggi ho cercato di far vedere la storia anche di chi non ce la fa. Di persone che partono con dei sogni, ma che si scontrano con le delusione esterne, ma anche con le meschinerie interne. Sono a loro modo eroi Zoppe e Adua. Raggiungono vette altissime per poi improvvisamente precipitare. Titanic (il richiedente asilo che Adua sposa per salvarlo. Ragazzo che lei chiama perfidamente Titanic per mettere una distanza tra lei e il nuovo arrivato) invece è un eroe, forse l’unico vero eroe del romanzo. Lui comunque ha la forza dei suoi sogni che lo hanno portato dalla Sua Somalia all’Occidente con un barcone, sfidando le regole assurde di un’Europa sempre più chiusa in se stessa e che sta creando un regime di apartheid di viaggio».

“Nel libro si incrociano tre periodi storici” e oggi il flusso di migranti e rifugiati risveglia paure e ideologie sopite. Avremo sempre paura dell’Altro?

«L’altro siamo noi! Se non capiamo questa cosa in fretta saremmo destinati all’estinzione. Gli esseri umani nascono dagli spostamenti, dal meticciato. Le società si sono sempre evolute creando terreni di incontro. Noi dovremmo capire che è inutile parlare di stranieri e italiani o stranieri e europei. Le persone che stanno arrivando (e che sono già arrivate, penso ai miei genitiri, a me stessa che sono frutto dell’immigrazione e di Roma allo stesso tempo) possono essere una risorsa. Ma non parlo di una risorsa solo in termini utilitaristici, ovvero il solito “fanno i lavori che noi non vogliamo fare”. Ma in termini umani. L’Italia è un paese con un tasso demografico basso, ha due strade davanti l’estinzione o il meticciato. La seconda strada, il meticciato, può aiutare l’Italia, la sua storia, il suo passato, ma anche il futuro. Però su tutto questo si deve investire e far si che il passaggio culturale sia davvero possibili. L’Italia si deve mettere in testa che non deve creare stranieri senza diritti (la legge Bossi Fini fa questo, toglie diritti), ma per sopravvivere (ed essere concorrenziale) deve creare cittadini. Servono investimenti in una scuola inclusiva, in un mondo del lavoro aperto. E non solo per chi viene dall’immigrazione, ma per tutti. L’Italia deve meticciarsi in ogni senso. Deve diventare un paese per giovani, donne, bambini. Oggi non lo è. Questa è la sfida che abbiamo davanti. Purtroppo la politica (e me ne rammarico) ha uno sguardo a breve termine. Si pensano solo alle elezioni del giorno dopo. Ma serve una visione a lungo raggio, dobbiamo pensare ora ai prossimi 20 e 50 anni. Costruire oggi i cittadini e l’Italia del futuro. Ora dobbiamo fare gli italiani diceva Massimo D’Azeglio dopo l’unificazione, credo che il punto sia ancora qui. Fare gli italiani però in che modo? Abbiamo due strade davanti: chiuderci a riccio e vivere di nostalgia o (ed è la strada che auspico prenda il mio paese) creare un paese dove la gente possa finalmente conoscersi, superare le discriminazioni, non dimenticare il proprio passato, ma arricchendole di futuro. Ecco quello che spero per il mio paese. Meno paura, più inclusione. Forse nel suo piccolo la Letteratura ci aiuta a capire che questo è un processo necessario, ora più che mai».

FRANCESCO MUSOLINO®

Informazioni su Francesco Musolino

Francesco Musolino, giornalista siciliano, classe '81. Scrive di libri e cultura su diverse testate nazionali. Ha ideato il progetto lettura noprofit @Stoleggendo su Twitter.

Pubblicato il 2015/11/07, in #3DomandeCon, Interviste con tag , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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