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Patrizia Wächter: «Vi racconto chi era Papà Leo»

Leggendo le belle e accorate pagine di “Papà Leo” (Bompiani editore, pp. 204, €16,50) riviviamo l’incredibile vita dell’impresario Leo Wächter guidati dalla prosa semplice e piacevole della figlia Patrizia, che per quindici anni ha gestito con lui il “mitico” Teatro Ciak di Via San Gallo n°33, a Milano. Oggi Patrizia è un’affermata figura nel mondo cinematografico, collabora con diversi registi sia italiani che stranieri e tra gli altri, con il Noir in Festival, il Festival del film di Locarno, le Giornate degli autori a Venezia, il Torino Film Festival.

A dieci anni di distanza dalla morte del padre, Patrizia Wächter ha deciso di farne rivivere la figura e con essa il suo coraggio, il grande intuito e la sua famosa generosità. Leo Wächter, ancora bambino, finì nel campo di lavoro di Dachau dal quale fuggì finendo in Olanda, poi in Jugoslavia e infine in Italia ma solo nel 1966 ottenne la cittadinanza e ciò lo costrinse a rinunciare a due sogni. Partecipò alla Resistenza, finì in carcere e conobbe la famiglia Fo.

I suoi risultati come impresario privato sono incredibili: fu lui a organizzare la storica tournée dei Beatles nel giugno 1965. Oltre ai Beatles, portò nel nostro paese artisti del calibro di Louis Armstrong, Duke Ellington, Ella Fitzgerald, Jimi Hendrix, i Rolling Stones, The Who, il grande Frank Sinatra, senza dimenticare la sua grande passione per il mondo circense e l’avventura della balena Jonas…

 

Patrizia, come mai ha voluto raccontare la vita di suo padre a dieci anni dalla sua scomparsa?

Alla base di questa scelta ci sono una serie di motivi. Innanzitutto per elaborare i lutti serve parecchio tempo ma anche perché, col passare degli anni, le persone che ricordavano il suo impegno e i suoi successi erano sempre meno. Quando morì non organizzammo nulla e non partecipammo a nessuna commemorazione in suo nome ma non vi fu alcuna decisione alla base, era semplicemente la nostra risposta, il nostro modo di sopravvivere alla sua scomparsa. Però mi dispiaceva tantissimo rendermi conto che quando si parlava di jazz, di circo, di teatro o di rock, quasi nessuno lo citava. Scriverlo è stato molto duro: è servito oltre un anno di ricerche per reperire il materiale e per me, che odio scrivere persino i comunicati stampa, mettermi alla prova con un romanzo è stato come entrare in terapia. Delle ricerche si sono occupati Leonard e mio marito Antonello che hanno ricostruito tutto con grande cura anche grazie a delle associazioni polacche che hanno permesso di ricostruire la prima parte della sua vita. Anche Umberto Veronesi e Dario Fo mi hanno aiutato a ricostruire degli aspetti della sua vita che non potevo conoscere, come la sua militanza partigiana che la sorella di Dario, Bianca, ricostruisce in parte nel suo libro Io, da grande, mi sposo un partigiano. La ringhiera dei miei vent’anni (Einaudi).

Per via del suo vissuto ma anche del suo attuale lavoro sottolinea senza snobismo che la fascinazione per la celebrità non l’hai mai davvero vissuta. Forse l’unica volta fu in quella foto accanto ai Fab Four…

Beh, l’emozione di aver conosciuto i Beatles venne anni dopo. Ero una persona talmente fortunata che anche quella tournée mi sembrava normale. Credo ci siano due tipi di emozioni quando si conoscono personaggi davvero importanti, quella artistica e quella da autografo. Quest’ultima, davvero, non l’ho mai provata ma quella artistica la provo ancora oggi. La storia della foto è davvero particolare perché, all’improvviso mi hanno seduta accanto a loro e quella foto, mi è giunta anni dopo dalla famiglia di mio padre che vive in America. Invece la foto in cui sono immortalata mentre scendo dall’aereo con i Beatles l’ha trovata casualmente mio marito Antonello in una libreria. Pensate che io non sapevo nemmeno che esistesse quella foto.

Però Antonello lei non lo faceva nemmeno entrare al Derby…

Allora ero una ragazzina un poco viziata e al Derby facevo entrare solo i miei amici. E lui non lo era!

Nel libro riporta il contratto coi Beatles: era un semplice foglio di carta con quattro righe e due firme in calce, quasi un gentleman agreement. Che differenza con i contratti di oggi…

Mio padre aveva amici sparsi per il mondo che gli mandavano telegrammi con poche righe. In quello dei Rolling Stones, dietro, ci sono solo le date di nascita. Oggi è cambiato tutto. Basta pensare ai miei contratti o quelli con i festival, roba di pagine su pagine. Oppure, quando curo un grosso film a livello nazionale, arrivano dagli uffici stampa una serie di condizioni ferree, come domande da non fare e richieste più o meno comprensibili da parte degli attori. Da una parte tutto si è semplificato grazie ad Internet ma d’altra parte tutto si è complicato, incasinato.

Suo padre era affascinato dal mondo circense. Organizzò la tournée del Circo di Mosca che venne anche ricevuta in Vaticano, un evento storico. E il giorno delle tue nozze le fece anche una proposta shock…

Non voleva che mi sposassi e mi propose un giro del mondo. Era davvero gelosissimo e per dieci anni, prima che nascesse mia sorella, fui anche figlia unica. Voleva che restassi per sempre la sua bambina ma onestamente era anche un po’ maschilista…

Ad un certo punto ricorda che suo padre, seduto alla cassa del Ciak con accanto il suo cane, le rimproverava di voler cambiar vita.

Intanto credo che in generale lavorare con i propri genitori sia difficilissimo. Nel migliore dei casi ci si vuole talmente bene che si finisce per litigare su tutto. Ma nel caso specifico, il problema è che lui amava moltissimo il rischio, era un vero incosciente, aveva milioni di idee che voleva mettere in pratica. E vi riusciva sempre. Al contrario io sono una persona che detesta il rischio. Anzi, forse lo sono diventata col tempo, prendendo le distanze da lui e da quella vita. Ma non metto in dubbio il fatto che il vero impresario privato, per avere successo, doveva agire esattamente come faceva lui, doveva amare il rischio.

Scrivi che se tuo padre avesse saputo in anticipo l’esito degli spettacoli sarebbe divenuto milionario ma si sarebbe annoiato. Per questo rifiutò il contributo pubblico per il Ciak. Ma decise anche di non seguire Mina, Celentano e abbandonò un locale importante come il Piper. Insomma fece scelte coraggiose.

Credo che Mina e Celentano li rifiutò perché non voleva fare l’agente, non voleva prendersi cura dei personaggi. E questa scelta, ammetto, la condivido in pieno. Io seguo i film come ufficio stampa ma non i singoli attori anche perché credo che sia un lavoro difficilissimo per il quale sei costretto ad annullare la tua personalità, mettendoti a totale disposizione del tuo assistito. Invece il Piper, penso che lo lasciò perché una discoteca, al contrario di un teatro, ad un certo punto porta con se un ambiente non proprio “pulito”. Altrimenti non si spiegherebbe perché d’improvviso, nonostante il successo, decise di lasciarlo.

Di tuo padre dice che lui ascoltava sempre tutti…ma poi faceva sempre di testa sua…

Assolutamente sì. Ma forse aveva anche ragione a fare così. Io all’inizio ero molto impreparata ma di sicuro mio padre, pur essendo una persona meravigliosa, non aveva un buon carattere e si fidava soltanto di se stesso. In fondo, sin dall’infanzia, dovette lottare sempre per affermarsi.

Eppure la tournée di Paul Anka nacque grazie a lei…

Ma in realtà credo che sia una leggenda metropolitana. Lui disse che ero stata io a convincerlo perché a me piaceva moltissimo ma credo che alla fine ci sarebbe arrivato lo stesso e visto che quell’operazione andò benissimo me ne diede il merito.

Dietro le figure di Jimi Hendrix e Frank Sinatra ci sono due aneddoti gustosi…

Jimi Hendrix doveva fare un concerto il pomeriggio ma non stava affatto bene, non si reggeva in piedi. E ovviamente nacquero mille leggende metropolitane su quale fosse l’origine del suo malanno… Ma la sera, i giornali raccontano, fece un concerto meraviglioso. Per quanto riguarda Sinatra accadde che il primo concerto andò malissimo mentre il secondo fu un successone e lui, da gran signore, pretese di coprire le spese del primo spettacolo. Ma successi e insuccessi, per un impresario privato, si alternano spessissimo. Delle volte organizzavi uno spettacolo e pensavi che non venisse nessuno eppure capitava che si formassero le file al botteghino perché, evidentemente, quello era il momento perfetto per organizzarlo. Altre volte invece eri convinto che sarebbe stato un successo, come nel caso di un grosso concerto di Franco Battiato al Palazzo dello Sport di Milano, e invece si rivelava un tremendo flop. Eppure Battiato era già famoso… Per questo poi gli venivano gli infarti…

A proposito della generosità di tuo padre, lei afferma che il periodo trascorso a Dachau ha sicuramente avuto un peso non indifferente…

Certamente. Però tengo a precisare che Dachau, quando lui fu lì, era ancora un campo di lavoro e non vi giunse perché ebreo ma perché suo padre era social-democratico. Ma di sicuro l’esser costretto a fuggire lo costringeva a cercare di vivere al massimo, aveva paura di non avere abbastanza tempo davanti. In realtà ha vissuto moltissimo e ha avuto grandi soddisfazioni ma da giovane ha cominciato a star male. Ha avuto ben 6 infarti e nell’82, a soli sessant’anni, ebbe un ictus importante. Era ancora molto giovane.

L’elenco degli artisti che dal ’77 in poi passarono da via San Gallo n°33, è davvero impressionante e molti di questi lo chiamavano Papà Leo.

Soprattutto lo faceva Jango Edwards, uno dei comici più divertenti e di successo di quel periodo. Papà non voleva che lui finisse nudo ma, inevitabilmente, alla fine lui si spogliava e poi andava da lui e gli diceva “Scusa Papà Leo”. Ma molti dei comici lo presero come un secondo padre perché gli volevano davvero molto bene e lo vezzeggiavano.

Suo padre ebbe la possibilità di lasciare l’Italia ma poi decise di abbracciare la causa partigiana e ciò lo portò a far conoscenza dell’intera famiglia Fo.

Conobbe casualmente Bianca che ricostruì nel suo libro questa storia e si nascose dal capostazione, che era il papà di Dario. Molti anni dopo, quando un giornale attaccò duramente Dario, papà lo andò difendere. Magari Dario vestiva davvero una divisa ma molti giovani, a quel tempo erano obbligati a farlo. Anzi, magari la vestivano per poter meglio aiutare i partigiani e Dario era un noto antifascista. Poi quando nacque il Ciak, Dario e Franca vennero spesso a lavorarci ma, come scrivo, il palcoscenico era davvero troppo piccolo. Ciò non toglie che quando lasciarono il Ciak mio padre si offese a morte e ci mise molto a perdonarli.

Il successo è sempre frutto di un insieme di tanti fattori. Ma secondo lei perché il Ciak era un luogo così speciale?

Il periodo trascorso al Ciak fu uno dei più belli della mia vita anche se alla fine non ne potevo davvero più, un teatro così ti costringe a viverci dentro senza alcuna pausa compresi Natale e Capodanno. Era un periodo fantastico dal punto di vista dello spettacolo perché rinascevano il mimo e un certo tipo di cabaret dopo un lungo periodo di calma piatta. La cosa bella è che da quell’esperienza sono nate anche vere amicizie come quella con Alessandro Bergonzoni.

Il suo personale ricordo di tuo padre è il primo di un lungo elenco con il quale si chiude il libro. Come mai lui per primo?

Perché Alessandro lascia “un rigo di silenzio” per ricordare mia sorella e in fondo questo libro è dedicato interamente a lei visto che quel lutto non l’ho mai davvero elaborato.

Solo nel 1966 suo padre divenne italiano e per questo fu costretto ad abbandonare il calcio e la medicina. Ma nonostante una vita così frenetica e ricca d’avventura suo padre ebbe sempre due rimpianti…

Barbra Streisand e il festival di San Remo. Della Streisand l’ho scoperto solo dopo, per quanto riguarda San Remo…ci mancava solo quello!

 

Fonte: Satisfiction del 14 ottobre 2010

 

Alessandro Bergonzoni in esclusiva su Satisfiction: «Ma intanto, il problema è che intanto…»

Vorrei introdurre l’intervista ad Alessandro Bergonzoni senza usare le definizioni clichè quali “funambolo della parola”, “artista del monologo”, “creatore di cortocirtuiti cerebrali”. Preferisco definirlo con le sue stesse parole: «un comico surreale che ad un certo punto si è dovuto forzare per non voltare più lo sguardo altrove e ha cominciato a dire cose “politiche” sia per risvegliare le coscienze (a partire dagli asili) che per cercare – lui stesso – di capire». Difficile fare una sintesi di questa lunga intervista che mi ha concesso in esclusiva per “Satisfiction” perché ha toccato il tema del degrado morale imperante, il parallelo con Beppe Grillo, l’assenza di vergogna che si ritrova nell’”embè” di cui parla Antonio Padellaro e tanti altri temi attuali ma anche eterei come l’anima e quell’Oltre cui accennava già Terzani… Bergonzoni attacca duramente sia la tv e quei 6 milioni che guardano l’Isola e il Grande Fratello («violenza culturale») sia tutti quelli che si proclamano innocenti perché non guardano la tv, perché scrivono libri e fanno teatro. «Ma intanto, il problema è che intanto…»



Cominciamo dal video messaggio “Viva l’Italia, desta o assopita”. Qual è il miglior modo per commemorare l’Unità d’Italia secondo lei?

«C’è un sistema. Sicuramente cominciando a pensare che la nazione siamo noi e non l’Italia. Se facciamo sempre della geografia e delle categorie non arriviamo mai a considerare che noi abbiamo un governo, un parlamento e una Costituzione senza le quali è impossibile pensare ad un’unità d’Italia, senza le quali è impossibile pensare a nazioni o nozioni di libertà. Noi continuiamo a demandare, a delegare, noi votiamo ed eleggiamo qualcosa o qualcuno tutti i giorni quasi come se ci liberassimo d’un peso. Se non partiamo da qui arriveremo poco lontano».

Padellaro diceva che oggi prevale l’”embè”, non ci si stupisce più di nulla. Oggi c’è ancora il concetto di vergogna?

«Non esiste più perché i mezzi di distrazione di massa hanno fatto sì che tramite lo sport, la finta satira e sottolineo finta (ne esite una anche vera), tramite gli imitatori e il varietà siamo stati messi sotto. Siamo stratificati, ad un ultimo livello. Dobbiamo far saltare le alte cariche dello strato che ci copre. I Maya erano più avanti di noi, ma non perché erano superiori quanto perché noi siamo diventati inferiori coprendo tutti i sensi sociali e antropologici. L’”embè”, il “non mi interessa”, il “non mi tocca” è potenziato grazie a determinata televisione che non è innocua, grazie a determinati artisti che non artisti ma sono semplicemente passanti passeggeri, a determinati sportivi che non ci fanno passare il tempo ma ce lo distruggono. E allora Padellaro ha ragione dicendo che siamo forse dinnanzi alla mancanza di vergogna ma non è un tema solo etico o sociale o politico quanto antropologico, antroposofico, legato all’anima ma non nel senso delle religioni ma della spiritualità. Qui il problema è dell’Oltre, come dicevano già Terzani,  Kandinskij e Leonardo Da Vinci ma la gente quando sente questi nomi dice “embè”?».

Lei afferma che chi guarda la tv è connivente delle “metastasi culturali”.

«Al 100%. Noi siamo preoccupati del buco dell’ozono, del fumo passivo, dei gas di scarico e dello slow-food ma i piatti culturali, i piatti di coscienza dai quali mangiamo ogni giorno sono pieni di parrucche. Siamo diventati sportatori di brodo, spostiamo il brodo dentro questi piatti dicendo “io mangio da questa parte” ma intanto la parrucca è dentro. Abbiamo piste di atterraggio cortissime dove i concetti di vita, morte, dignità e arte non possono atterrare perché chi detiene il potere, dunque il controllo, non lo permette. Dobbiamo capire che non c’entra la politica ma c’entra l’anima di un uomo, di una nazione, di un popolo, di un governo    che ti taglia la potenza e ti fa dimenticare di reagire, di essere re dell’agire. La parte negativa politica della nostra nazione e di tante altre, è dovuta al non-studio del perché siamo  giunti a questo punto. La devastazione dell’anima ci ha spinto ad interessarci solo del bisogno, della necessità, del controllo, del potere, dell’economia. Quando dimenticheremo queste tendenze negative forse ci sveglieremo e capiremo che possiamo arrivare ad un’altra politica ma non dobbiamo fare appello solo alle leggi e alla Costituzione perché sarà già tardi, le norme non bastano. Noi abbiamo una costituzione interiore cui dobbiamo far appello per capire cosa devasta un uomo sino a mettere un bambino nell’acido. La Mafia non è una questione solo politica o sociale ma tratta di anime, anime. La Chiesa che potrebbe spiegare questi fenomeni, è invischiata nel potere . Ho parlato di trascendenza e spiritualità perché l’arte può essere un mezzo per pulire, non punire, quello che spesso abbiamo schifosamente riempito con scorie».

Molti vanno a teatro per spensierarsi invece lei afferma che bisogna andare a teatro per pensare…

«Le Isole, i Grandi Fratello, i vari Darwin, le Pupe e i Secchioni sono atti di violenza come chi ti aspetta sotto casa per rubarti la borsa o ti ruba la pensione. E’ delinquenza culturale. Dicono “danni non ne fa” ma eticamente, umanamente, antropologicamente c’è un danno violentissimo. Pensare che il presentatore di “Ciao Darwin” sia andato al Salone del Libro di Torino per fare una lezione agli studenti sul concetto di memoria…è questo il progetto signori, noi ci scherziamo sopra ma questa è droga, è violenza che uccide culturalmente, uccide la trascendenza e l’energia degli esseri. C’è qualche pazzo che afferma che l’Italia reale è quella di chi guarda queste trasmissioni per cui a questo punto dobbiamo decidere perché se davvero questa è l’Italia reale allora dobbiamo fare la rivoluzione ma che sia violenta. Ma dato che non lo penso, mettiamo da parte la violenza e puntiamo al risveglio delle coscienze. Se ci fossero 6 milioni di delinquenti che guardano trasmissioni su furti e stupri ci saremmo già messi in moto ma dato che questi 6 milioni guardano quelle trasmissioni con corpi, seni, schiene e gambe cacciate in grande tritacarne pensiamo di salvarci dicendo “no io non li guardo”, “io scrivo libri”, “io faccio concerti”, “io vado solo al teatro”. Ma intanto. Il problema è “intanto”! Anch’io posso essere un montanaro che sta a 3000 metri di altezza e posso disinteressarmi dell’inquinamento cittadino. Ma intanto c’è chi inquina e fra 4 giorni, 4 anni, 4 secoli la mia montagna magari non ci sarà più. E’ una forza di distruzione culturale che sta nell’aria e alla fine arriva e fa danni. Calciatori che perdono ore per difendere gli ultrà, allenatori che parlano di sfide, coraggio, pianto e dolore…questa è droga! Sono stupri ai concetti e alle idee, siamo alla follia ormai. C’è un problema di danno antropologico, io credo che certi presentatori, sportivi e politici abbiano un problema clinico ancor prima che politico. C’è una devastazione di anime che continuo a raccontare ma faccio fatica perché la gente o la prende a ridere o ne fa una bandiera ma non lo analizza, non ci riflette su. La televisione dice in modo chiaro “mi raccomando non pensare, fai quello che dico io”. Se non pensi diventi uno strumento, questo sì che è un problema politico».

Anche tacere è connivenza…

«Non so chi, visto che sono un ignorante, ma qualcuno ha detto “il peccato non è fare del male ma non fare del bene”. Fare teatro, libri, concerti, spettacoli disinteressandosi del resto è omissione di soccorso. C’è qualcuno, qualcosa che muore ma spesso si è indifferenti. Il tema politico è solo la punta dell’iceberg, mi interessa occuparmi di cultura e ai politici di sinistra, purtroppo, la cultura interessa molto poco».

Flaiano diceva «la situazione è grave ma non seria». Dicono che se si arriverà all’elezione diretta del Capo dello Stato alla francese, l’unico candidato possibile contro Berlusconi dovrebbe essere Prodi. Non cambia nulla insomma?

«Qui il problema è diverso. Flaiano era un grande, lavorava sulla parola. Io dico che non ci arriveremo nemmeno a quel punto, è necessario che in questi anni si risolva questa situazione, non si può più procrastinare, non c’è più tempo per rimandare. Non è questione di pessimismo, dobbiamo cambiare necessariamente altrimenti fra dieci anni saremmo già sepolti a livello antropologico, umano».

Le piace se faccio un parallelo fra la sua maturazione artistica e quella di Grillo? Siete due comici quotati che hanno cominciato a dire cose “serie”.

«Grillo ha smesso di fare il comico, ora fa il comunicatore con grande bravura e pur se non condivido tutto, non esiterò a tornare in piazza con lui se servirà. Io non mollo, perché secondo me l’arte ha a che fare con la comunicazione, con la coscienza, con la comicità, con la filosofia, con la salute, con il dolore, con la creazione. Indubbiamente all’inizio ho dovuto forzarmi perché non mi consideravano “politico”, ero un comico surreale o metafisico. Credo di esserlo ancora ma adesso non me la sento più di voltarmi dall’altra parte, non posso più omettere il soccorso. Da tempo vado a parlare negli asili e lì dico sempre che non c’è solo un governo, una medicina, una legge, una religione, un’arte, una verità. Bisogna aprire gli occhi perché molta gente è paralizzata dalle tempie in sù. Molta gente, pur stando bene, ha intenzione di essere minorata nella coscienza e questo mi ha spinto a dire anche cose “politiche”. La mia strada e quella di Grillo si sono affiancate per questi motivi: io voglio cercare di capire e scuotere le coscienze, Grillo invece punta sulla denuncia  per mettere fine alle cricche. Grillo non è un capo popolo come vorrebbero farci credere, lui è un sollecitatore, l’uomo per le “mine pro-uomo”».

E’ preoccupato dal paventato bavaglio all’informazione?

«Chi è che può permettersi di non preoccuparsi? Se non mi preoccupassi sarei un uomo dell’”embè”. Alcune persone hanno paura e per questo motivo vogliono mettere un bavaglio all’informazione. Ma se si riesce a trasmettere la paura si ottiene uno strumento forte per comandare, per dominare, per toglierci la libertà di pensare e la forza necessaria per agire».

 

http://www.alessandrobergonzoni.it/

 

Fonte: Satisfiction del 15 luglio 2010

Audiointervista con Valentina Brunettin: «Gli animali ci parlano, forse basterebbe ascoltarli»

Un ritorno col sapore della conferma. A soli diciassette anni Valentina Brunettin vinse il Campiello Giovani e oggi, col suo terzo romanzo, I cani vanno avanti (Alet edizioni; € 10), è candidata al Campiello senior. Il merito va anche alla sua editor, Giulia Belloni che le ha riservato l’onore di aprire la sua nuova collana, il cui titolo, Iconoclasti è già tutto un programma.

 

La Brunettin risponde con riserbo alle domande, soppesando con cura le parole, la stessa con cui colpisce fatalmente il lettore grazie ad una scrittura dura, diretta, talvolta scarnificata. Ne I cani vanno avanti narra la storia di Emma e Virgilio, due scrittori che dovrebbero formare una coppia artistica ma come in una scatola cinese, la Brunettin ci porta per mano dentro le storie inventate da Emma e dalla sua capricciosa ispirazione che la porta lontano, molto lontano, inseguendo il latrato della cagnetta Laika, destinata ad entrare, suo malgrado, nella storia dell’umanità.

 

 

Perché “I cani vanno avanti”? Cosa nasconde questo titolo?

«Per fortuna è un titolo che si presta a diverse interpretazioni soggettive: a me piace pensare che possa celebrare il coraggio di un animale come il cane. Tuttavia riconosco anche il retrogusto “sarcastico” del titolo, se viene riferito agli esseri umani».

Valentina, in nome del progresso Laika venne imbarcata sulla capsula Sputnik 2. Ma gli esperimenti, siano essi farmaceutici o cosmetici, riguardano spesso gli animali. E’ tutto lecito nel nome del progresso?

«In filosofia si potrebbe anche asserire che non esiste conoscenza senza sofferenza. E’ però agghiacciante che questa sofferenza la paghi chi, di quella conoscenza, non se ne fa praticamente nulla».

Emma dovrebbe scrivere ciò che Virgilio le chiede. Lei vorrebbe scrivere di Laika ma nel frattempo saltano fuori altre storie, altre vicende. C’è un fil rouge che lega tutte le protagoniste femminili del libro?

«Forse è l’eterna ricerca della consapevolezza di sé e di ciò che si vuole che, ovviamente, contrasta con il perimetro che viene spesso imposto dall’esterno e che, a sua volta, delimita il ruolo della donna, nella sua fase più innocua, ma arriva a delimitare anche i suoi desideri, le sue ambizioni e la sua vita nella sua fase più pesante».

Il rapporto che lega Emma e Virgilio sembra frutto del più classico dei cliché legati all’adulterio. Ma in verità la loro unione è la razionale conseguenza della volontà di Virgilio…

«L’adulterio è l’esaltazione della passione irrazionale. Il matrimonio è l’inno all’amore razionale. Se Emma riuscisse, soprattutto agli inizi del romanzo, a compiere gli atti di infedeltà a cui anela così tanto, forse riuscirebbe anche a uscire dai confini della sua unione con il marito e a scrivere».

Agli scrittori spesso si chiede se sia difficile dar voce a personaggi del sesso diverso dal proprio, presupponendo una diversità di vedute implicite. Nel tuo caso com’è stato portare sulla pagina i pensieri e gli stati d’animo degli animali?

«E’ stato più bello e gratificante di aver dato voce a dei personaggi umani. Anche se non si tratta in realtà di “dar voce”: gli animali generalmente ci parlano, forse basterebbe ascoltarli».

Già vincitrice del Campiello giovani, con questo terzo romanzo vieni candidata al Campiello “senior”. Con che sensazioni hai accolto questa candidatura e più in generale, che rapporto hai con i premi letterari?

«Sono emozionata. Ma sono anche una persona scaramantica, perciò evito di parlarne… »

Emma dice che il talento non dura. Che rapporto hai con la scrittura e con l’ispirazione?

«Citando Bergonzoni, lo scrittore è uno scritturato. Anche se sembra una banalità, l’ispirazione è elemento imprescindibile, dominante e purtroppo indominabile per chi ama scrivere».

 

 

Valentina Brunettin, udinese, ventinove anni. Ha vinto a soli diciassette anni il Primo Premio Campiello con il romanzo L’antibo (Marsilio) e pubblica a ventidue anni il suo secondo romanzo Fuoco su babilonia(Marsilio). I cani vanno avanti è il suo terzo romanzo e accende per Alet la collana Iconoclasti.

 

Fonte: www.tempostretto.it del 31 marzo 2010