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Maria De Filippi, ti prego, fammi diventare famoso!

Ammetto che appena ho tirato fuori dalla busta il libro di Emanuele Kraushaar e ho visto il faccione di Maria De Filippi campeggiare in copertina, ho avuto un piccolo mancamento. Quella foto iper-patinata, vista e rivista (paradossalmente potrebbe essere persino inedita), sarebbe stata a suo agio sulla copertina di Chi o di qualche altro settimanale di gossip da parrucchiere di provincia (le signore impellicciate preferiscono Vogue o magari Vanity) ma trovarla sulla copertina del terzo libro della collana Iconoclasti (avviata con Valentina Brunettin e proseguita con Olivia Corio) guidata dalla coraggiosa editor di casa Alet, Giulia Belloni, mi ha lasciato interdetto. Possibile?

Ma una volta cominciata la lettura, allo sconcerto subentra una grande curiosità e in tal modo, già alla prima pagina, la mossa spiazzante ideata dall’autore va a segno con grande precisione. Il libro è composto da brevi frammenti, a volte solo poche righe a volte un paio di pagine, dove si fotografa con precisione ma senza l’ombra di alcun giudizio di morale, l’universo-mondo che ruota attorno a Maria De Filippi. Sono soprattutto i fulminanti dialoghi costruiti da Kraushaar, a darci la certezza che i concorrenti di Uomini & Donne – tronisti o corteggiatori – siano assolutamente borderline eppure tremendamente comuni e ordinari, poiché vanno tutti semplicemente a caccia del trucco per riuscire a bucare lo schermo tv, diventando “qualcuno per tutti” e riuscendo in tal modo, a mettere finalmente a tacere quel senso di vacuità di cui tutti siamo prede. Tutti, persino i palestrati depilati (“per un attimo mi sento dall’altra parte dello schermo e mi innamoro di me stesso”) che furoreggiano da Maria De Filippi.

É bene chiarire che per Kraushaar la De Filippi è solo un miraggio, un faro in lontananza che appare in ogni pagina per restare solo sullo sfondo, aizzando i desideri di rivalsa dei papabili concorrenti contro la vita stessa. Dunque non vi è mai un’ironia diretta nei confronti della presentatrice, anzi, nel libro si preferisce lasciare al lettore la scelta di farsi cogliere dall’amarezza o piuttosto dalla pungente ironia.

Nei 110 frammenti c’è dentro di tutto, una commedia umana rivista e aggiornata ai giorni nostri, narrata con un tono didascalico-catatonico che permette a Kraushaar di attaccare a raccontare di getto la marginalità dei personaggi narrati in prima persona, con uno stile che sembra richiamare l’Aldo Nove di Woobinda e Superwoobinda.

Coglie nel segno la Belloni scrivendo, nella prefazione, che Maria De Filippi è una porta aperta, un simbolo che la trascende persino, rendendola l’icona dell’evasione dalla propria vita, del riscatto all’insegna della notorietà. La tv e Maria De Filippi sono il miraggio, la Via per cercare di “rimanere impressi per sempre”, tuttavia è lecito chiedersi se sia possibile spegnere la televisione. “Certo che puoi” – scrive Kraushaar – “è un modo come un altro per suicidarti”.

E una volta terminato il libro sorge persino il dubbio che la normalità, laddove esista, sia espressa dagli ipotetici concorrenti di Uomini & Donne. Non da tutti gli altri.

MARIA DE FILIPPI – Emanuele Kraushaar – Alet edizioni, collana Iconoclasti – pp. 144 – €10

Audiointervista con Valentina Brunettin: «Gli animali ci parlano, forse basterebbe ascoltarli»

Un ritorno col sapore della conferma. A soli diciassette anni Valentina Brunettin vinse il Campiello Giovani e oggi, col suo terzo romanzo, I cani vanno avanti (Alet edizioni; € 10), è candidata al Campiello senior. Il merito va anche alla sua editor, Giulia Belloni che le ha riservato l’onore di aprire la sua nuova collana, il cui titolo, Iconoclasti è già tutto un programma.

 

La Brunettin risponde con riserbo alle domande, soppesando con cura le parole, la stessa con cui colpisce fatalmente il lettore grazie ad una scrittura dura, diretta, talvolta scarnificata. Ne I cani vanno avanti narra la storia di Emma e Virgilio, due scrittori che dovrebbero formare una coppia artistica ma come in una scatola cinese, la Brunettin ci porta per mano dentro le storie inventate da Emma e dalla sua capricciosa ispirazione che la porta lontano, molto lontano, inseguendo il latrato della cagnetta Laika, destinata ad entrare, suo malgrado, nella storia dell’umanità.

 

 

Perché “I cani vanno avanti”? Cosa nasconde questo titolo?

«Per fortuna è un titolo che si presta a diverse interpretazioni soggettive: a me piace pensare che possa celebrare il coraggio di un animale come il cane. Tuttavia riconosco anche il retrogusto “sarcastico” del titolo, se viene riferito agli esseri umani».

Valentina, in nome del progresso Laika venne imbarcata sulla capsula Sputnik 2. Ma gli esperimenti, siano essi farmaceutici o cosmetici, riguardano spesso gli animali. E’ tutto lecito nel nome del progresso?

«In filosofia si potrebbe anche asserire che non esiste conoscenza senza sofferenza. E’ però agghiacciante che questa sofferenza la paghi chi, di quella conoscenza, non se ne fa praticamente nulla».

Emma dovrebbe scrivere ciò che Virgilio le chiede. Lei vorrebbe scrivere di Laika ma nel frattempo saltano fuori altre storie, altre vicende. C’è un fil rouge che lega tutte le protagoniste femminili del libro?

«Forse è l’eterna ricerca della consapevolezza di sé e di ciò che si vuole che, ovviamente, contrasta con il perimetro che viene spesso imposto dall’esterno e che, a sua volta, delimita il ruolo della donna, nella sua fase più innocua, ma arriva a delimitare anche i suoi desideri, le sue ambizioni e la sua vita nella sua fase più pesante».

Il rapporto che lega Emma e Virgilio sembra frutto del più classico dei cliché legati all’adulterio. Ma in verità la loro unione è la razionale conseguenza della volontà di Virgilio…

«L’adulterio è l’esaltazione della passione irrazionale. Il matrimonio è l’inno all’amore razionale. Se Emma riuscisse, soprattutto agli inizi del romanzo, a compiere gli atti di infedeltà a cui anela così tanto, forse riuscirebbe anche a uscire dai confini della sua unione con il marito e a scrivere».

Agli scrittori spesso si chiede se sia difficile dar voce a personaggi del sesso diverso dal proprio, presupponendo una diversità di vedute implicite. Nel tuo caso com’è stato portare sulla pagina i pensieri e gli stati d’animo degli animali?

«E’ stato più bello e gratificante di aver dato voce a dei personaggi umani. Anche se non si tratta in realtà di “dar voce”: gli animali generalmente ci parlano, forse basterebbe ascoltarli».

Già vincitrice del Campiello giovani, con questo terzo romanzo vieni candidata al Campiello “senior”. Con che sensazioni hai accolto questa candidatura e più in generale, che rapporto hai con i premi letterari?

«Sono emozionata. Ma sono anche una persona scaramantica, perciò evito di parlarne… »

Emma dice che il talento non dura. Che rapporto hai con la scrittura e con l’ispirazione?

«Citando Bergonzoni, lo scrittore è uno scritturato. Anche se sembra una banalità, l’ispirazione è elemento imprescindibile, dominante e purtroppo indominabile per chi ama scrivere».

 

 

Valentina Brunettin, udinese, ventinove anni. Ha vinto a soli diciassette anni il Primo Premio Campiello con il romanzo L’antibo (Marsilio) e pubblica a ventidue anni il suo secondo romanzo Fuoco su babilonia(Marsilio). I cani vanno avanti è il suo terzo romanzo e accende per Alet la collana Iconoclasti.

 

Fonte: www.tempostretto.it del 31 marzo 2010