«La Sicilia, un giorno, sarà un posto bellissimo». Corrado Fortuna racconta il suo esordio da romanziere


Corrado Fortuna

Corrado Fortuna

Fra le pagine di “Un giorno sarai un posto bellissimo” (Baldini & Castoldi, pp.208, €14,50) trasuda l’urgenza di capire, di tracciare un segno rosso che, partendo dalle stragi di Capaci e via D’Amelio, ci conduca fuori, svelando verità dolorose ancorché taciute. Il bel romanzo d’esordio di Corrado Fortuna sa essere duro, verso la Sicilia e i palermitani – colpevoli spesso di non voler vedere, di non saper cambiare – e al tempo stesso misericordioso nei confronti di una terra bellissima, eppure martoriata, abbandonata alle brutture dell’uomo. Corrado Fortuna – nato a Palermo, nel 1978 – ha esordito al cinema come protagonista di “My name is Tanino” (diretto da Paolo Virzì) per poi essere il protagonista di “Perduto amor”, diretto da Franco Battiato, vincendo il premio Guglielmo Biraghi nel 2004. Negli anni è stato diretto dal messinese Christian Bisceglia (Agente matrimoniale, 2005), da Giuseppe Tornatore (Baaria, 2009) e infine da Woody Allen (“To Rome with love”, 2013). Il suo esordio come romanziere narra la storia di una lunga amicizia, quella fra l’introverso Arturo e lo strafottente Lorenzo, che sboccia sui banchi di scuola nella Palermo del 1983 per giungere sino ai giorni nostri. Peccato che Lorenzo sia figlio di un boss e che al suo matrimonio sarà presente anche Giulio Andreotti. Dalla ricerca di un prezioso regalo di nozze, un prezioso vassoio d’argento che proverebbe la Trattativa Stato-Mafia, si dipana un libro pungente, che alterna fatti processuali a mera finzione, un giallo in cui, come scrisse Calvino a Sciascia, il colpevole è già noto a tutti. Corrado tornerà al cinema a novembre con “Scusate che esisto!” al fianco di Paola Cortellesi e Raoul Bova, diretto da Riccardo Milani.

Un giorno sarai un posto bellissimo. Partiamo dal titolo?

«Nasce da una celebre frase di Paolo Borsellino, “la Sicilia un giorno sarà un posto bellissimo”. Peccato che non ci ha detto quando accadrà».

Com’è nato il libro?

Anni fa avevo scritto la parte in cui Arturo è un bambino nella Palermo durante gli anni delle stragi. Ma una sorta di pudore mi impedì di proseguire. Ho continuato a scrivere il libro e intanto ho portato in scena il testo nei teatri off di Roma riscuotendo un buon successo, finché Michele Dalai (direttore editoriale Baldini & Castoldi, ndr) mi ha detto che avrebbe voluto leggere l’intero manoscritto. A quel punto non potevo più tornare indietro»

Il suo libro mescola fiction e realtà, tutto nella sua Palermo…

«Crescere a Palermo, nella cosiddetta Palermo bene, è stato fondamentale. Una città piena di contraddizioni, del resto Giovanni Falcone e Tommaso Buscetta da bambini giocavano negli stessi cortili del quartiere la Kalsa di Palermo. Ma l’amicizia da bimbi non ha limiti ideologici e può durare per tutta la vita, proprio come accade ad Arturo, il timido protagonista che diventa intimo di Lorenzo, il figlio del boss, restandogli legato per sempre. Pero questo romanzo è anche una fiaba, perché come scrisse Calvino a Sciascia, è impossibile ambientare un giallo a Palermo: si sa già chi è il colpevole».

Ungiornosarai (1)La trama ruota attorno alla ricerca di un vassoio d’argento, prova emblematica della trattativa Stato-Mafia…

«Un vassoio d’argento è esistito davvero. Ma la cosa più importante è che per nasconderlo, per proteggerlo, si è fatto di tutto finché Andreotti era in vita ma dopo, dopo non interessava più a nessuno. Questa è la misura dell’ipocrisia italiana. Si parla sempre di mafia in campagna elettorale ma non si fa nulla di concreto. E del resto non ho sentito una sola parola pronunciata dall’attuale premier su questo tema…»

Sul suo profilo Twitter domandi che fine abbia fatto l’Agenda Rossa del giudice Borsellino…

«Falcone è stato ucciso; Borsellino è stato punito. Borsellino, a mio avviso, aveva tratto le somme della trattativa Stato-Mafia, era diventato scomodo. L’Agenda Rossa è il simbolo di uno Stato che si sporca le mani per questo è importante continuare a cercarla, per questo dobbiamo esigere di sapere la verità. Ma passeranno molti anni ancora, temo».

Il suo libro è legato da un filo rosso al film di Pif, “La mafia uccide solo d’estate”. E non è un caso.

«Io e Pierfrancesco siamo amici. Entrambi nati e cresciuti in quella stessa Palermo. Siamo segnati da quelle bombe, da quella violenza, dalle stesse domande. Anni fa scoprimmo che stavamo scrivendo un soggetto per un film e decidemmo di non collaborare in nessun modo, per non influenzarci. Quando uscì “La mafia uccide solo d’estate” lo chiamai e gli dissi che non avrei visto il suo film. Non serviva ne girassi un altro per conto mio. Per questo ho deciso di continuare a scrivere il libro».

Oggi qual è il suo rapporto con Palermo?

«E’ lo stesso di Arturo. Di immenso amore e dolore, al tempo stesso. Sono andato via a diciotto anni e ci torno due volte l’anno e malvolentieri: la mia città mi fa diventare nervoso. Però qualsiasi cosa faccia, qualunque testo scriva, è dedicato a Palermo. In fondo, spero che questo libro mi faccia far pace con la mia città».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud, 12 settembre 2014

Informazioni su Francesco Musolino

Francesco Musolino, giornalista siciliano, classe '81. Scrive di libri e cultura su diverse testate nazionali. Ha ideato il progetto lettura noprofit @Stoleggendo su Twitter.

Pubblicato il 2014/09/15, in Interviste con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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