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«Gli Stati Uniti non sono il paese dei sogni». NoViolet Bulawayo si racconta

NoViolet Bulawayo

NoViolet Bulawayo

NoViolet Bulawayo è la prima donna di colore e africana ad essere stata finalista al prestigioso Man Booker Prize 2013, traguardo raggiunto con il suo romanzo d’esordio “C’è bisogno di nuovi nomi” (edito da Bompiani, pp. 265 €18). Un libro duro, doloroso ma anche ironico, narrato dal punto di vista di una bambina africana di dieci anni, Darling, e del suo colorito gruppo di amici (accanto a Darling ci sono Chipo, Bastard, Stina, Diolosa e Sbho) ogni giorno in strada a piedi scalzi e malandati, andando a caccia di guava per sopravvivere ai morsi della fame mentre il loro paese cade a pezzi. NoViolet Bulawayo racconta la durissima realtà dello Zimbabwe con il punto di vista candido, ironico e disincantato tipico dei bambini ma anche quando Darling finalmente andrà in America – nella seconda parte del libro – troverà una realtà difficile, molto lontana dal paese delle meraviglie e delle opportunità che le avevano imparato a far sognare. Ospite in questi giorni al Festivaletteratura di Mantova, NoViolet Bulawayo – nata in Zimbabwe e cresciuta negli Stati Uniti, ha cambiato il suo nome di battesimo per tributo alla memoria della madre, persa in tenerissima età – ha risposto alle nostre domande, senza lesinare i suoi personali dubbi in merito al valore degli interventi delle ONG del mondo occidentale nel Darfur, riportando in primo piano il dibattito sull’Aids, una catastrofe sanitaria troppo spesso relegata al silenzio dai mass media.

Questo libro è ispirato alla recente storia del suo paese, lo Zimbabwe. È stato un compito doloroso ma necessario?

«Assolutamente. Ha detto bene, questo è un libro doloroso e deludente perché è la storia di un paese che sta cadendo a pezzi. Ma era anche necessario raccontare una storia alternativa a quella narrata dai mass media, perché di alcuni aspetti non si era mai sentito parlare». Leggi il resto di questa voce

«La Sicilia, un giorno, sarà un posto bellissimo». Corrado Fortuna racconta il suo esordio da romanziere

Corrado Fortuna

Corrado Fortuna

Fra le pagine di “Un giorno sarai un posto bellissimo” (Baldini & Castoldi, pp.208, €14,50) trasuda l’urgenza di capire, di tracciare un segno rosso che, partendo dalle stragi di Capaci e via D’Amelio, ci conduca fuori, svelando verità dolorose ancorché taciute. Il bel romanzo d’esordio di Corrado Fortuna sa essere duro, verso la Sicilia e i palermitani – colpevoli spesso di non voler vedere, di non saper cambiare – e al tempo stesso misericordioso nei confronti di una terra bellissima, eppure martoriata, abbandonata alle brutture dell’uomo. Corrado Fortuna – nato a Palermo, nel 1978 – ha esordito al cinema come protagonista di “My name is Tanino” (diretto da Paolo Virzì) per poi essere il protagonista di “Perduto amor”, diretto da Franco Battiato, vincendo il premio Guglielmo Biraghi nel 2004. Negli anni è stato diretto dal messinese Christian Bisceglia (Agente matrimoniale, 2005), da Giuseppe Tornatore (Baaria, 2009) e infine da Woody Allen (“To Rome with love”, 2013). Il suo esordio come romanziere narra la storia di una lunga amicizia, quella fra l’introverso Arturo e lo strafottente Lorenzo, che sboccia sui banchi di scuola nella Palermo del 1983 per giungere sino ai giorni nostri. Peccato che Lorenzo sia figlio di un boss e che al suo matrimonio sarà presente anche Giulio Andreotti. Dalla ricerca di un prezioso regalo di nozze, un prezioso vassoio d’argento che proverebbe la Trattativa Stato-Mafia, si dipana un libro pungente, che alterna fatti processuali a mera finzione, un giallo in cui, come scrisse Calvino a Sciascia, il colpevole è già noto a tutti. Corrado tornerà al cinema a novembre con “Scusate che esisto!” al fianco di Paola Cortellesi e Raoul Bova, diretto da Riccardo Milani.

Un giorno sarai un posto bellissimo. Partiamo dal titolo?

«Nasce da una celebre frase di Paolo Borsellino, “la Sicilia un giorno sarà un posto bellissimo”. Peccato che non ci ha detto quando accadrà». Leggi il resto di questa voce

Eloy Moreno attacca: «L’attuale sistema di distribuzione penalizza tutti i libri. Gli esordienti sono destinati a scomparire dagli scaffali»

Le favole non esistono. O forse sì? Il nuovo anno si apre per la Corbaccio con Ricomincio da te (pp. 384; €16,40) il libro evento di Eloy Moreno che ha sbancato in Spagna. In un’epoca in cui una fascetta urlata non si risparmia a nessuno, vale davvero la pena fermarsi ad ascoltare la storia di Eloy, professionista nel mondo dei computer divenuto romanziere di successo. “E allora”, direte voi? La differenza sta nel fatto che Moreno è stato abbastanza furbo da capire che il mercato editoriale è saturo fra esordiente e grandi nomi e la distribuzione, per forza di cose, penalizza gli sconosciuti. Poco tempo per leggere e alto prezzo dei libri sono un mix micidiale che scoraggia gli esperimenti dei lettori. E allora Moreno si arma di un trolley e con grande pazienza, faccia tosta e umiltà, batte palmo a palmo le catene di librerie, mettendo il suo libro in conto-vendita. Con risultati sorprendenti, fino a che la casa editrice Espasa – un colosso iberico – lo contatta e ripubblica il suo libro che oggi è già tradotto in numerose lingue. Ricomincio da te è dedicato a chi, stanco di lamentarsi, decide di cambiare davvero la propria vita. Scritto in prima persona, questo libro può essere davvero la scossa che molti aspettavano per diventare finalmente protagonisti della propria vita.

Come mai ha deciso di darsi alla scrittura e com’è nata la scelta della storia da narrare?

«Mi è sempre piaciuto scrivere. Lo faccio da circa 6 o 7 anni e ho iniziato scrivendo soprattutto racconti brevi di 10 o 15 pagine al massimo. Ho anche partecipato ad alcuni concorsi letterari ho vinto anche alcuni premi. Poi ho pensato che fosse arrivato il momento di fare il salto e scrivere un romanzo. Ma… che storia raccontare? Ho guardato cosa e chi mi circondava e ho visto persone con una vita sempre uguale da lunedì a venerdì, persone che si lamentavano della propria vita ma che poi in realtà non facevano niente per cambiarla. Volevo scrivere una storia a favore del cambiamento, un cambiamento reale e non sognato».

L’aver narrato la vicenda in prima persona permette al lettore di identificarsi immediatamente nel protagonista, per questo ha scelto di lasciarlo anonimo?

«Sì dall’inizio. L’ho scritto in prima persona senza mai citare il nome del protagonista, il che non è stato facile in particolare nei dialoghi e nei saluti. É una domanda che mi viene spesso rivolta: come si chiama il protagonista. Alcuni pensano, hanno dedotto che si chiami Carlos visto che il figlio si chiama Carlitos! (N.d.T.  una tradizione spagnola tuttora in auge vuole che il primogenito riceva lo stesso nome del padre e la primogenita quello della madre). Ho pensato che in questo modo ogni lettore si sarebbe più facilmente identificato nel protagonista senza interferenze di sorta poiché a volte il nome pur essere un elemento potenzialmente negativo se associato ad una persona invisa.  L’assenza di contro, lascia totale libertà al lettore».

Spesso si giunge all’autopubblicazione come scelta estrema, lei invece è partito proprio da qui, scegliendo di auto pubblicarsi e promuoversi con convinzione. Perché?

«Ho pensato che il mio romanzo non avrebbe suscitato il benché minimo interesse presso alcun editore perché oggi tutti puntano esclusivamente sui grandi nomi e non danno alcuna possibilità agli esordienti da cui ricevono centinaia di manoscritti ogni giorno. Io ero un autore sconosciuto e nessuno mi avrebbe dato una chance e il mio libro sarebbe finito in un cassetto dove nessuno lo avrebbe mai letto. L’attuale sistema di distribuzione penalizza i libri (tutti), al massimo rimangono in libreria per un mese e scompaiono ben presto sotto le novità più recenti».

 Invece di cercare un editore, è stato un grande editore spagnolo a trovarla e da lì in poi è giunto sino in Italia. Come si è sentito quando ha ricevuto la chiamata di Espasa?

«Dapprima sorpresa perché non avevo mandato il libro a nessuno. Ero in ufficio e ho anche pensato che fosse uno scherzo da parte dei miei colleghi e invece no! Era proprio l’Espasa, una tra le più grandi casi editrici spagnole. Rimasi senza parole e trovai rapidamente una scusa per riattaccare preso tra l’emozione e la confusione. Li richiamai nel pomeriggio una volta assimilata la sorpresa».

Molti decideranno di imitarla: ha un consiglio per gli aspiranti romanzieri?

«Avevo investito parecchio tempo nella stesura del romanzo quindi ho pensato che sarebbe stato giusto investirne almeno una parte per la promozione. La grande difficoltà per non è pubblicare fisicamente un libro quanto piuttosto distribuirlo. Di fatto alcune catene di librerie non mi hanno permesso di vendere il libro presso il loro punto vendita. Tuttavia, se si crede fermamente nel valore di ciò che si è scritto bisogna avere il coraggio di andare avanti, la perseveranza di sostenerlo facendo tutti gli sforzi possibili.

Francesco Musolino

Fonte: Tempostretto.it dell’8 febbraio 2012