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Eloy Moreno attacca: «L’attuale sistema di distribuzione penalizza tutti i libri. Gli esordienti sono destinati a scomparire dagli scaffali»

Le favole non esistono. O forse sì? Il nuovo anno si apre per la Corbaccio con Ricomincio da te (pp. 384; €16,40) il libro evento di Eloy Moreno che ha sbancato in Spagna. In un’epoca in cui una fascetta urlata non si risparmia a nessuno, vale davvero la pena fermarsi ad ascoltare la storia di Eloy, professionista nel mondo dei computer divenuto romanziere di successo. “E allora”, direte voi? La differenza sta nel fatto che Moreno è stato abbastanza furbo da capire che il mercato editoriale è saturo fra esordiente e grandi nomi e la distribuzione, per forza di cose, penalizza gli sconosciuti. Poco tempo per leggere e alto prezzo dei libri sono un mix micidiale che scoraggia gli esperimenti dei lettori. E allora Moreno si arma di un trolley e con grande pazienza, faccia tosta e umiltà, batte palmo a palmo le catene di librerie, mettendo il suo libro in conto-vendita. Con risultati sorprendenti, fino a che la casa editrice Espasa – un colosso iberico – lo contatta e ripubblica il suo libro che oggi è già tradotto in numerose lingue. Ricomincio da te è dedicato a chi, stanco di lamentarsi, decide di cambiare davvero la propria vita. Scritto in prima persona, questo libro può essere davvero la scossa che molti aspettavano per diventare finalmente protagonisti della propria vita.

Come mai ha deciso di darsi alla scrittura e com’è nata la scelta della storia da narrare?

«Mi è sempre piaciuto scrivere. Lo faccio da circa 6 o 7 anni e ho iniziato scrivendo soprattutto racconti brevi di 10 o 15 pagine al massimo. Ho anche partecipato ad alcuni concorsi letterari ho vinto anche alcuni premi. Poi ho pensato che fosse arrivato il momento di fare il salto e scrivere un romanzo. Ma… che storia raccontare? Ho guardato cosa e chi mi circondava e ho visto persone con una vita sempre uguale da lunedì a venerdì, persone che si lamentavano della propria vita ma che poi in realtà non facevano niente per cambiarla. Volevo scrivere una storia a favore del cambiamento, un cambiamento reale e non sognato».

L’aver narrato la vicenda in prima persona permette al lettore di identificarsi immediatamente nel protagonista, per questo ha scelto di lasciarlo anonimo?

«Sì dall’inizio. L’ho scritto in prima persona senza mai citare il nome del protagonista, il che non è stato facile in particolare nei dialoghi e nei saluti. É una domanda che mi viene spesso rivolta: come si chiama il protagonista. Alcuni pensano, hanno dedotto che si chiami Carlos visto che il figlio si chiama Carlitos! (N.d.T.  una tradizione spagnola tuttora in auge vuole che il primogenito riceva lo stesso nome del padre e la primogenita quello della madre). Ho pensato che in questo modo ogni lettore si sarebbe più facilmente identificato nel protagonista senza interferenze di sorta poiché a volte il nome pur essere un elemento potenzialmente negativo se associato ad una persona invisa.  L’assenza di contro, lascia totale libertà al lettore».

Spesso si giunge all’autopubblicazione come scelta estrema, lei invece è partito proprio da qui, scegliendo di auto pubblicarsi e promuoversi con convinzione. Perché?

«Ho pensato che il mio romanzo non avrebbe suscitato il benché minimo interesse presso alcun editore perché oggi tutti puntano esclusivamente sui grandi nomi e non danno alcuna possibilità agli esordienti da cui ricevono centinaia di manoscritti ogni giorno. Io ero un autore sconosciuto e nessuno mi avrebbe dato una chance e il mio libro sarebbe finito in un cassetto dove nessuno lo avrebbe mai letto. L’attuale sistema di distribuzione penalizza i libri (tutti), al massimo rimangono in libreria per un mese e scompaiono ben presto sotto le novità più recenti».

 Invece di cercare un editore, è stato un grande editore spagnolo a trovarla e da lì in poi è giunto sino in Italia. Come si è sentito quando ha ricevuto la chiamata di Espasa?

«Dapprima sorpresa perché non avevo mandato il libro a nessuno. Ero in ufficio e ho anche pensato che fosse uno scherzo da parte dei miei colleghi e invece no! Era proprio l’Espasa, una tra le più grandi casi editrici spagnole. Rimasi senza parole e trovai rapidamente una scusa per riattaccare preso tra l’emozione e la confusione. Li richiamai nel pomeriggio una volta assimilata la sorpresa».

Molti decideranno di imitarla: ha un consiglio per gli aspiranti romanzieri?

«Avevo investito parecchio tempo nella stesura del romanzo quindi ho pensato che sarebbe stato giusto investirne almeno una parte per la promozione. La grande difficoltà per non è pubblicare fisicamente un libro quanto piuttosto distribuirlo. Di fatto alcune catene di librerie non mi hanno permesso di vendere il libro presso il loro punto vendita. Tuttavia, se si crede fermamente nel valore di ciò che si è scritto bisogna avere il coraggio di andare avanti, la perseveranza di sostenerlo facendo tutti gli sforzi possibili.

Francesco Musolino

Fonte: Tempostretto.it dell’8 febbraio 2012

Reinhold Messner, l’Ulisse delle vette

Ben 3500 vette scalate fra cui 31 spedizioni sopra gli ottomila metri fanno di Reinhold Messner l’emblema vivente dell’alpinismo, declinato come ricerca di se stessi a contatto con la natura e il suo lato indomabile. Ma Messner è un uomo dai molteplici interessi e da anni è impegnato con la Messner Mountain Foundation con la quale aiuta attivamente la gente della montagna, tanto che attualmente sta interamente ricostruendo un paesino sul versante pakistano dell’Himalya, distrutto da un’alluvione. Nel suo recente passato annovera anche cinque anni (1999-2004) al parlamento europeo – sfruttando la frattura del tallone – culminati con la pubblicazione e la consegna all’ONU dei dieci comandamenti per salvare le montagne. La casa editrice Corbaccio ha voluto celebrare le sue imprese e il suo pensiero con Tutte le mie cime (pp. 344; €29), un prestigioso diario di viaggio ricco di annotazioni tratte dai diari delle salite e corredato di sessant’anni di fotografie – ben 600 fra b/n e colore – che celebrano Messner a tutto tondo, raccontando i traguardi, le riflessioni e i viaggi (dalla cima del Nanga Parbat al deserto del Gobi) di un moderno Ulisse.

Quando nacque la sua passione per l’alpinismo?

Ho iniziato a scalare a cinque anni con i miei genitori e da allora in poi ho cercato sempre di scalare le vette più difficili e suggestive. Ho cambiato vita più volte, scalando sia gli ottomila metri che le montagne sacre e attraversando i deserti. Sono sempre stato spinto dalla voglia di vedere cosa ci fosse, oltre l’orizzonte.

Sottolinea più volte come sia cambiato, nel tempo, l’alpinismo…

Cambia velocemente e diventa sempre più sport. Presto avremo il cronometro e prima o poi si faranno le analisi antidoping agli scalatori, del resto si sa che molti di loro ricorrono a sostanze proibite per cercare di infrangere i record. L’alpinismo sportivo non mi interessa, io non scalo per conquistare la cima ma per conoscere me stesso, le mie paure, la mia felicità. Solo nelle situazioni estreme l’uomo non può più nascondersi.

Ma cosa si prova lassù in cima?

Sulla cima non c’è alcun momento celebrativo, come spesso si crede, è un momento di cambio fra salita e discesa. L’aria è talmente rarefatta che si procede molto lentamente e visto che in cima non c’è alcuna sicurezza, si ha solo voglia di tornare al campo base, al sicuro.

Riusciremo a ritrovare il giusto rispetto verso la montagna e la natura in generale?

Con l’alpinismo sportivo le montagne non saranno più battute come un tempo. Oggi il 90% dei giovani si arrampica indoor, solo per fare ginnastica senza alcun rischio: nessuno ha più voglia di camminare, di trovare la via giusta per la salita. Credo che il turismo nelle Alpi sia necessario per la crescita ma non c’è nessun bisogno di portare la funivia in cima al Cervino, no?

Fonte: Settimanale Il Futurista – n°28 del 15 dicembre 2011

Jerker Eriksson e Håkan Axlander Sundquist: «Per stupire il pubblico bisogna essere sottili e far leva sull’immaginazione del lettore»

Jerker Eriksson e Håkan Axlander Sundquist sono l’asso nella manica firmatoCorbaccio, che vincendo un’asta agguerrita si è assicurata il loro romanzo d’esordio,La Stanza del Male (trad. di U. Ghdoni; pp. 463; €18,60). Al centro della narrazione gli scrittori svedesi pongono due donne molto diverse fra loro: l’ispettore di Polizia Jeanette Kihlberg e la psichiatra Sofia Zeltelund che coopereranno su un caso davvero truce finendo per trovarsi sulla traccia di un serial killer spietato e deciso ad infliggere sofferenza in modo quasi “scientifico”. Vittime che si tramutano in carnefici, terribili violenze su minori e lo spettro inquietante dei bambini soldato sono fra gli ingredienti di un libro cupo e dal grande ritmo narrativo che ha favorevolmente spiazzato i lettori europei.

I due autori hanno risposto alle mie domande dialogando su scrittura, violenza “narrativa”, catarsi e rivelando anche i loro assai interessanti progetti futuri.

Il vostro romanzo è piuttosto cruento ma non scade mai nel morboso, nella violenza compiaciuta. Qual è il limite quando si descrivono certe situazioni estreme?

Anche se il libro è abbastanza pieno di sangue, non scivola mai sul morboso, non indugia mai nella violenza. Una delle missioni dell’arte in generale è quella di riflettere il presente e per questo i confini saranno sempre mossi, poiché la realtà continuerà sempre a superare la fiction. A noi non interessa rivelare solo la violenza, anche se è una parte naturale del romanzo poliziesco moderno. Se si vuole colpire davvero il pubblico, è più efficace essere sottili e far leva sull’immaginazione del lettore.

La scrittura, a vostro avviso, può avere un potere terapeutico ed esorcizzante anche nell’affrontare le violenze quotidiane sui minori o la pedopornografia?

Difficile rispondere a questa domanda senza sollevare dei dubbi. Il problema è molto complesso. Le persone malate e bisognose di aiuto manifestano un problema che non può essere risolto scrivendo. Tuttavia una persona malata può certamente essere ispirata dai libri.

Voi date la voce a personaggi femminili molto sfaccettati e convincenti. Com’è stato portare sulla pagina delle donne e perchè avete fatto questa scelta?

No, non è stato affatto difficile. In realtà è stata una coincidenza. Noi frequentiamo maggiormente le donne che gli uomini e per questo è stato naturale scrivere da quella prospettiva. Inoltre pensiamo che molte storie con protagoniste femminili, scritte dagli uomini, partono da concetti stereotipati come quello che le donne e gli uomini siano sempre molto diversi fra loro.

Come avete costruito il personaggio di Sofia e le sue competenze professionali così definite?

Abbiamo svolto ricerche davvero molto approfondite con un ufficiale di polizia che, per molti anni, ha lavorato sui casi di abusi sessuali su minori. Inoltre Jerker per diversi anni ha convissuto con una psicologa che ci ha fornito davvero un grande aiuto.

Ciascuno di voi ha svolto un numero impressionante di lavori, più o meno stravaganti, nel proprio passato. Com’è nata l’idea di scrivere a quattro mani questo romanzo?

Insieme abbiamo più di dieci anni di sperimentazione con l’arte e la musica, per cui il passo verso la scrittura non è stato così grande. Inoltre tre anni fa siamo andati incontro a due crisi personali molto diverse ed entrambi abbiamo cominciato a far uso della scrittura come terapia.

Siete già al lavoro su un nuovo libro? Volete anticiparci qualcosa?

Per prima cosa finiremo la trilogia di Victoria Bergman. L’ultima parte è quasi pronta e verrà pubblicata in Svezia per la primavera del 2012.

First we will finish the trilogy of Victoria Bergman. The final part is almost ready and will be released in Sweden during spring 2012.‪ Abbiamo già diversi progetti in cantiere: uno script per la televisione e un nuovo romanzo che, pur non essendo una continuazione della trilogia, sarà parzialmente impostata nello stessa “realtà”.

Fonte: www.tempostretto.it del 16 ottobre 2011