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Valerio Massimo Manfredi: «L’Italia il paese dei miracoli ma un giorno spero che diventi un grande paese normale»

Valerio-Massimo-Manfredi_h_partbNarrare l’intera ed avventurosa esistenza di Ulisse, l’eroe omerico che affascinò anche Dante, compiendo un’impresa letteraria ambiziosa e mai tentata sin’ora. Dopo il successo internazionale raccolto con la trilogia “Aléxandros” e diversi bestseller (fra cui “L’ultima Legione”), Valerio Massimo Manfredi – scrittore, archeologo e conduttore tv – torna in libreria con “Il mio nome è Nessuno. Il giuramento” (Mondadori, pp. 353 euro 19), prima parte di un atteso viaggio che si concluderà nella prossima primavera, con l’uscita del secondo e conclusivo romanzo dedicato all’eroe.

Perché ha scelto di narrare la storia dell’eroe omerico?

«Ulisse è sempre stato il mio eroe sin da bambino e questo libro rappresenta il coronamento di anni di studi e viaggi nel mondo greco. Ulisse affascina perché è l’eroe mai sazio di conoscenza che sfida ogni pericolo pur di scoprire terre e popoli sconosciuti ma ovviamente c’è quell’aspetto titanico che Dante ha colto nel suo canto infernale. Odysseo – così lo chiamavano i greci – rievoca la solitudine dei pomeriggi d’agosto della mia infanzia, trascorsi in un piccolo borgo emiliano con il vento che sferzava senza sosta la nostra casa. Questo eroe e le sue incredibili imprese mi portavano via lontano, in un altro tempo, in un’altra vita e io avrei tanto voluto essere uno dei suoi compagni. Ulisse ebbe un impatto dirompente nella mia vita».

Fra il mito di Alessandro Magno e l’epos di Ulisse che differenza c’è?

«Il mito, ad esempio, narra di Zeus che s’innamora di Leda, la regina di Sparta e, data la sua grande predilezione per i cigni, lui ne incarna uno mettendola incinta: dalla loro unione nasceranno Castore e Polluce. Se invece, racconto di un re delle isole occidentali che va in guerra e riesce a tornare a casa solo dopo un lungo peregrinare ma, trovandola piena di pretendenti per la moglie, compie una strage, probabilmente siamo dinnanzi ad un evento reale che, solo in seguito, ha innescato l’epos».

Ulisse venne così chiamato dal nonno Autolykos, re di Acarnania. Un nome davvero molto significativo…

«È la radice del verbo odiare ma se ne renderà conto solo quando Eolo rifiuterà di aiutarlo una seconda volta e lo allontanerà, proferendo parole eloquenti ovvero “un dio ti odia, vattene abominio degli uomini”. Si tratta della medesima maledizione che gli rivolgeranno il Ciclope e l’indovino Tiresia, nell’aldilà. Nessuno vuole stare al suo fianco poiché maledetto da Poseidone e lui rimane solo, in balia del suo destino oscuro».

Questo libro è già stato venduto in 40 paesi. Qual è il suo segreto, forse il connubio fra l’immaginazione e la documentazione storica?

«È tutto autentico, solo la mia narrazione è frutto d’immaginazione. Chi scrive di fatti storici ha l’onere della prova ma come scrittore, ho potere assoluto sui miei personaggi. Il mio compito è quello di interpretarli sulla pagina, dandogli voce nel modo più credibile possibile. Tuttavia devo rendere tutto tremendamente autentico, dal modo di parlare sino agli abiti e le scenografie poiché senza una base di verità, sarebbe impossibile creare un impianto narrativo genuino».

A Messina terrà una lectio magistralis incontrando le scolaresche. E’ importante confrontarsi con loro?

«I ragazzi sono la nostra speranza e se saranno corrotti o se incontreranno persone che non crederanno in loro, saremo perduti, tutti. Devono capire che i valori sono fondamentali e non bisogna guardare chi distrugge ma, al contrario, avere fiducia in chi ha voglia di costruire».

A proposito del suo legame con la Grecia, la preoccupa la situazione dell’Europa?

«Italia e Grecia sono due pilastri dell’intero Occidente e oggi vivono un momento critico. La politica intesa come mera posizione di rendita ha indebitato il nostro paese oltre ogni limite sopportabile e il medico accorso al capezzale sta somministrando una medicina amara almeno quanto necessaria. Ma prima che arrivasse Monti il nostro paese era sepolto nel ridicolo, cosa mai accaduta in tutta la sua storia millenaria. Tuttavia sono fiducioso poiché l’Italia è un paese capace di colpi di reni imprevedibili, il nostro è il paese dei miracoli ma un giorno spero che diventi un grande paese normale».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud

Reinhold Messner, l’Ulisse delle vette

Ben 3500 vette scalate fra cui 31 spedizioni sopra gli ottomila metri fanno di Reinhold Messner l’emblema vivente dell’alpinismo, declinato come ricerca di se stessi a contatto con la natura e il suo lato indomabile. Ma Messner è un uomo dai molteplici interessi e da anni è impegnato con la Messner Mountain Foundation con la quale aiuta attivamente la gente della montagna, tanto che attualmente sta interamente ricostruendo un paesino sul versante pakistano dell’Himalya, distrutto da un’alluvione. Nel suo recente passato annovera anche cinque anni (1999-2004) al parlamento europeo – sfruttando la frattura del tallone – culminati con la pubblicazione e la consegna all’ONU dei dieci comandamenti per salvare le montagne. La casa editrice Corbaccio ha voluto celebrare le sue imprese e il suo pensiero con Tutte le mie cime (pp. 344; €29), un prestigioso diario di viaggio ricco di annotazioni tratte dai diari delle salite e corredato di sessant’anni di fotografie – ben 600 fra b/n e colore – che celebrano Messner a tutto tondo, raccontando i traguardi, le riflessioni e i viaggi (dalla cima del Nanga Parbat al deserto del Gobi) di un moderno Ulisse.

Quando nacque la sua passione per l’alpinismo?

Ho iniziato a scalare a cinque anni con i miei genitori e da allora in poi ho cercato sempre di scalare le vette più difficili e suggestive. Ho cambiato vita più volte, scalando sia gli ottomila metri che le montagne sacre e attraversando i deserti. Sono sempre stato spinto dalla voglia di vedere cosa ci fosse, oltre l’orizzonte.

Sottolinea più volte come sia cambiato, nel tempo, l’alpinismo…

Cambia velocemente e diventa sempre più sport. Presto avremo il cronometro e prima o poi si faranno le analisi antidoping agli scalatori, del resto si sa che molti di loro ricorrono a sostanze proibite per cercare di infrangere i record. L’alpinismo sportivo non mi interessa, io non scalo per conquistare la cima ma per conoscere me stesso, le mie paure, la mia felicità. Solo nelle situazioni estreme l’uomo non può più nascondersi.

Ma cosa si prova lassù in cima?

Sulla cima non c’è alcun momento celebrativo, come spesso si crede, è un momento di cambio fra salita e discesa. L’aria è talmente rarefatta che si procede molto lentamente e visto che in cima non c’è alcuna sicurezza, si ha solo voglia di tornare al campo base, al sicuro.

Riusciremo a ritrovare il giusto rispetto verso la montagna e la natura in generale?

Con l’alpinismo sportivo le montagne non saranno più battute come un tempo. Oggi il 90% dei giovani si arrampica indoor, solo per fare ginnastica senza alcun rischio: nessuno ha più voglia di camminare, di trovare la via giusta per la salita. Credo che il turismo nelle Alpi sia necessario per la crescita ma non c’è nessun bisogno di portare la funivia in cima al Cervino, no?

Fonte: Settimanale Il Futurista – n°28 del 15 dicembre 2011