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“Perché abbiamo fallito così tanto?”. Chigozie Obioma racconta la sua Nigeria ne “I Pescatori”.

Chigozie Obioma

Chigozie Obioma

Lo scrittore nigeriano Chigozie Obioma è stato uno dei protagonisti della settima edizione della kermesse letteraria romana Libri come, già finalista del Man Booker Prize 2015. Classe ’86, grazie alla calda accoglienza di critica e pubblico per il suo libro d’esordio, “I Pescatori” (Bompiani, tradotto con cura da Beatrice Masini), è considerato dal New York Times l’erede di Chinua Achebe. Obioma racconta la vicenda di quattro fratelli, dai nove ai quindici anni – Ikenna, Boja, Obe e Ben – che nella Nigeria di fine anni Novanta, scoprono la libertà quando il Padre viene trasferito in una città distante. Ma conosceranno anche il male, incarnato nel mendicante Abulu, nella sua fosca profezia. Possiamo opporci al dolore, come possiamo restare legati alle persone scomparse senza farci sommergere dalla sofferenza? Al di là di ogni possibile paragone, oggi Obioma incarna una delle voci più interessanti e mature della letteratura africana, capace di raccontare la dura realtà senza bandire dalla pagina elementi fantastici, metaforici ed animisti. Una delle voci su cui scommettere in futuro. Leggi il resto di questa voce

«Ho sempre saputo che sarei stato uno scrittore». Wilbur Smith, il re del best-seller, si racconta

Wilbur Smith

Wilbur Smith

Con 122 milioni di libri venduti nel mondo, di cui ben 24 in Italia, Wilbur Smith è considerato il re dei bestseller dell’editoria moderna. Nato in Rhodesia del Nord – oggi Zambia – nel 1933, dopo aver condotto un’adolescenza davvero avventurosa – a soli 8 anni uccise il suo primo leone – il destino lo parcheggiò in un ufficio statale come contabile per quattro lunghi anni. Gli si prospettava un futuro agiato ma piuttosto sobrio per i suoi gusti ed inoltre i suoi primi libri furono rifiutati da numerosi editori. Finché cambiò il vento. Nel 1964 scrisse “Il destino del leone”, mettendo in pagina ciò davvero conosceva e lo emozionava: la sua Africa, la passione per le belle donne e la fame per l’avventura. Nacque così una vera e propria cavalcata nel segno del successo che lo consacrò ben presto, come il re incontrastato dei romanzi d’avventura. Oggi, 82enne, è ancora sulla cresta dell’onda e gira il mondo con la sua quarta moglie, Niso – più giovane di trentanove anni – conosciuta nel 2000 in una libreria londinese mentre stava per acquistare un libro di John Grisham… A proposito di amore, la scintilla fra Wilbur Smith e i lettori italiani è scoccata subito tanto che quest’anno ha scelto l’Italia per l’anteprima mondiale del suo ultimo romanzo, “Il dio del deserto” (Longanesi pp.496 €19.90) in cui ritorna in pagina, ben 22 anni dopo, il suo alter ego, Taita, riaprendo il celebre “ciclo egizio”, nato nel 1993 con “Il dio del fiume”. In questa nuova avventura, Taita, il fedele e geniale consigliere del Faraone, vestirà i panni del mentore per le giovani figlie della regina Lostris – Tehuti e Bakhata – ma dovrà soprattutto affinare le sue arti di stratega per tenere sotto controllo la minaccia degli hyksos, i nemici di sempre, che hanno preso possesso del delta del Nilo, minacciando il regno del Faraone. Una trama avvincente e ricca di colpi di scena, incentrata sulla necessaria alleanza con il re Minosse, in cambio della quale verrà richiesto un sacrificio estremo per Taita. La Gazzetta del Sud ha incontrato Wilbur Smith dialogando delle regole del successo, della sua passione per la scrittura e delle prossime sfide future, nel segno di William Shakespeare… Leggi il resto di questa voce

«Gli Stati Uniti non sono il paese dei sogni». NoViolet Bulawayo si racconta

NoViolet Bulawayo

NoViolet Bulawayo

NoViolet Bulawayo è la prima donna di colore e africana ad essere stata finalista al prestigioso Man Booker Prize 2013, traguardo raggiunto con il suo romanzo d’esordio “C’è bisogno di nuovi nomi” (edito da Bompiani, pp. 265 €18). Un libro duro, doloroso ma anche ironico, narrato dal punto di vista di una bambina africana di dieci anni, Darling, e del suo colorito gruppo di amici (accanto a Darling ci sono Chipo, Bastard, Stina, Diolosa e Sbho) ogni giorno in strada a piedi scalzi e malandati, andando a caccia di guava per sopravvivere ai morsi della fame mentre il loro paese cade a pezzi. NoViolet Bulawayo racconta la durissima realtà dello Zimbabwe con il punto di vista candido, ironico e disincantato tipico dei bambini ma anche quando Darling finalmente andrà in America – nella seconda parte del libro – troverà una realtà difficile, molto lontana dal paese delle meraviglie e delle opportunità che le avevano imparato a far sognare. Ospite in questi giorni al Festivaletteratura di Mantova, NoViolet Bulawayo – nata in Zimbabwe e cresciuta negli Stati Uniti, ha cambiato il suo nome di battesimo per tributo alla memoria della madre, persa in tenerissima età – ha risposto alle nostre domande, senza lesinare i suoi personali dubbi in merito al valore degli interventi delle ONG del mondo occidentale nel Darfur, riportando in primo piano il dibattito sull’Aids, una catastrofe sanitaria troppo spesso relegata al silenzio dai mass media.

Questo libro è ispirato alla recente storia del suo paese, lo Zimbabwe. È stato un compito doloroso ma necessario?

«Assolutamente. Ha detto bene, questo è un libro doloroso e deludente perché è la storia di un paese che sta cadendo a pezzi. Ma era anche necessario raccontare una storia alternativa a quella narrata dai mass media, perché di alcuni aspetti non si era mai sentito parlare». Leggi il resto di questa voce