«Ho sempre saputo che sarei stato uno scrittore». Wilbur Smith, il re del best-seller, si racconta


Wilbur Smith

Wilbur Smith

Con 122 milioni di libri venduti nel mondo, di cui ben 24 in Italia, Wilbur Smith è considerato il re dei bestseller dell’editoria moderna. Nato in Rhodesia del Nord – oggi Zambia – nel 1933, dopo aver condotto un’adolescenza davvero avventurosa – a soli 8 anni uccise il suo primo leone – il destino lo parcheggiò in un ufficio statale come contabile per quattro lunghi anni. Gli si prospettava un futuro agiato ma piuttosto sobrio per i suoi gusti ed inoltre i suoi primi libri furono rifiutati da numerosi editori. Finché cambiò il vento. Nel 1964 scrisse “Il destino del leone”, mettendo in pagina ciò davvero conosceva e lo emozionava: la sua Africa, la passione per le belle donne e la fame per l’avventura. Nacque così una vera e propria cavalcata nel segno del successo che lo consacrò ben presto, come il re incontrastato dei romanzi d’avventura. Oggi, 82enne, è ancora sulla cresta dell’onda e gira il mondo con la sua quarta moglie, Niso – più giovane di trentanove anni – conosciuta nel 2000 in una libreria londinese mentre stava per acquistare un libro di John Grisham… A proposito di amore, la scintilla fra Wilbur Smith e i lettori italiani è scoccata subito tanto che quest’anno ha scelto l’Italia per l’anteprima mondiale del suo ultimo romanzo, “Il dio del deserto” (Longanesi pp.496 €19.90) in cui ritorna in pagina, ben 22 anni dopo, il suo alter ego, Taita, riaprendo il celebre “ciclo egizio”, nato nel 1993 con “Il dio del fiume”. In questa nuova avventura, Taita, il fedele e geniale consigliere del Faraone, vestirà i panni del mentore per le giovani figlie della regina Lostris – Tehuti e Bakhata – ma dovrà soprattutto affinare le sue arti di stratega per tenere sotto controllo la minaccia degli hyksos, i nemici di sempre, che hanno preso possesso del delta del Nilo, minacciando il regno del Faraone. Una trama avvincente e ricca di colpi di scena, incentrata sulla necessaria alleanza con il re Minosse, in cambio della quale verrà richiesto un sacrificio estremo per Taita. La Gazzetta del Sud ha incontrato Wilbur Smith dialogando delle regole del successo, della sua passione per la scrittura e delle prossime sfide future, nel segno di William Shakespeare…

cover (1)Mr. Smith con questo libro ritorna Tahita, un personaggio amatissimo dai suoi lettori. E’ vero che si tratta di un suo alter-ego?

«Mi piace pensarlo, proprio per questo ho scritto il libro in prima persona, creando una forte immedesimazione. Nel corso di questi anni il personaggio si è molto sviluppato, libro dopo libro, e ho voluto richiamarlo in azione perché mi piacciono il suo senso dell’umorismo e la sua umanità».

L’anno scorso annunciò pubblicamente che un team di ghost writer l’avrebbe supportata. Quando partirà questo nuovo progetto?

«Ho già selezionato due autori per i miei prossimi libri. Sono scrittori già noti e pubblicati in proprio, li ho seguiti attentamente prima di selezionarli e ci siamo a lungo frequentati per trovare il feeling necessario. Presumo che per la metà del 2015 cominceremo a lavorare gomito a gomito».

E’ vero che anche William Shakespeare si avvalse di ghost writer?

«Nessuno lo sa. La sua è stata davvero una figura sfuggente quanto affascinante. Del resto abbiamo solo un suo ritratto senza la certezza che fosse davvero lui ma recenti studi confermano che si sarebbe avvalso di un team di co-autori e se andava bene per lui, andrà bene anche per me».

Nel 2000, in una libreria londinese incontrò sua moglie, Niso. Aveva in mano un libro di John Grisham…e poi cosa accadde?

Questo è il periodo più bello della mia vita che venne subito dopo la dolorosissima perdita della mia terza moglie, Danielle Antoniette, per mano di una crudele malattia. Quella sera del 2000 ero a Londra e vidi questa giovane donna di origini asiatiche e mi affascinò subito per via della sua bellezza. La seguì finché entro in libreria, dove stava per acquistare un libro di John Grisham. Mi avvicinai e attaccai bottone: il suo insegnante di lingua le aveva consigliato di leggere un libro di autore inglese. Le dissi di lasciar perdere Grisham e le misi in mano uno dei miei libri, “Monsone”, finché rigirandoselo in mano, nella quarta di copertina, vide la mia foto. Mi sentivo molto fiero di me ma non sapevo che in Russia, il paese da cui Niso veniva, gli scrittori sono stipendiati dallo stato, per cui sono decisamente poveri. Uscendo dalla libreria siamo andati a pranzo e da allora, abbiamo sempre pranzato insieme».

Wilbur Smith con Niso

Wilbur Smith con Niso

I suoi numeri fanno spavento e tutti i suoi trentacinque romanzi sono ancora in catalogo. Qual è il suo rapporto con la scrittura e con l’ispirazione?

«Per prima cosa voglio dire che non si può essere scrittori senza avere una ferrea disciplina, senza sapere cosa significa trovarsi alla scrivania giorno dopo giorno, dopo giorno. Bisogna veramente voler essere scrittori e sapere cosa comporta nella vita di tutti i giorni, cosa significa ricevere un rifiuto e come affrontarli senza perdersi d’animo e imparando dagli errori commessi. Cosa posso dire di più? Bisogna scrivere per se stessi, scrivere dal cuore e con passione».

Ad otto anni uccise il primo leone, nel corso del tempo è sopravvissuto alla polio e ha girato tutto il mondo per presentare i suoi libri. Ha mai pensato di essere un predestinato?

«Ho sempre saputo cosa avrei voluto fare, questo mi ha spianato la strada. Pensi, già a dieci anni scrivevo storie che venivano regolarmente premiate a scuola».

Oggi la sua Africa è funestata dall’ebola e i media usano la notizia dei contagi solo per fare scalpore. Come se ne verrà fuori?

«L’ebola è fuori controllo, proprio a causa delle tradizioni delle tribù africane e del modo in cui trattano i propri morti. C’è un antico rito secondo cui bisogna lavare il corpo del defunto per poi bere quella stessa acqua, ormai infetta. Oggi l’ebola è al massimo livello della sua potenza ma voglio sperare che ne verremo a capo nel giro di un paio d’anni, così come avvenuto con la polio e il vaiolo».

Lei ha scritto spesso di apartheid. Com’è cambiato il Sud Africa dalla morte di Nelson Mandela?

«E’ una domanda complicata, come tutto ciò che riguarda l’Africa. Sono cresciuto circondato dagli africani e li adoro ma chi arriverà dopo il presidente Jacob Zuma? Come facciamo a sapere che anche lui non si arricchirà con i soldi del popolo? L’unica eccezione nella storia di questo grande paese è stato Mandela, un uomo straordinario che si è ribellato all’apartheid e non ha mai abbandonato la lotta, nonostante gli anni di prigionia e le torture subite in nome della libertà. Era un uomo che non conosceva il male».

Mr. Smith ma lei ha ancora voglia di scrivere romanzi?

«Certamente. Non ho nessuna intenzione di cedere il testimone. Voglio continuare a fare quello che faccio».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud, 17 gennaio 2015

Informazioni su Francesco Musolino

Francesco Musolino, giornalista siciliano, classe '81. Scrive di libri e cultura su diverse testate nazionali. Ha ideato il progetto lettura noprofit @Stoleggendo su Twitter.

Pubblicato il 2015/01/21, in Interviste con tag , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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