La pace è possibile. Le speranze di Noa per il Medio Oriente


NOA

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«Saluti dal nostro angolo del Medio Oriente, dove ultimamente si è scatenato l’inferno». Si apre così l’accorata “Lettera aperta al vento” che la cantante israeliana Noa (nome d’arte di Achinoam Nini) ha postato sul proprio blog alcuni giorni fa. Da anni lei rappresenta quella parte della società civile israeliana insofferente alla politica dei falchi di destra, che reclama a gran voce la fine della guerra e il dialogo per la costruzione di due stati per due popoli, Israele e Palestina. Eppure, proprio le sue posizioni pacificiste le sono costate la recente cancellazione di un concerto milanese, organizzato dall’associazione Adei-Wizo-Donne ebree d’Italia. La “colpa” di Noa? L’aver dichiarato ai media “Credo che Abu Mazen voglia la pace, ma non posso dire altrettanto del mio premier”. La Gazzetta del Sud ha incontrato Noa in occasione della presenza nel cartello del Milazzo Jazz Festival (vedi box) per lanciare l’album “Love Medicine”. Si tratta di un album ricco di contenuti, dalle forti contaminazioni, con la partecipazione di grandi musicisti quali Gilberto Gil, Pat Metheny e Joaquin Safina. Ma è anche un grande tributo a Papa Giovanni Paolo II cui sono dedicate le ultime cinque tracce fra cui “Little Star”, toccante brano dedicato alla memoria della Shoah. Durante un’ampia intervista spaziando fra la musica e l’ispirazione, la politica, la guerra in Medio Oriente e le speranze per il prossimo futuro, sul viso di Noa resta sempre traccia di quel caldo sorriso con cui racconta di un futuro diverso. Difficile ma possibile.

Partiamo dal suo nuovo album. L’amore ci può curare?

«Credo fortemente che non ci sia nulla di più importante dell’amore e della capacità di amare gli altri. Mio marito è un dottore, è stato il mio primo ragazzo a quindici anni e il 12 agosto saranno trascorsi trent’anni dal giorno in cui ci siamo conosciuti. Noi siamo nello stesso business: lui cura il corpo e io, con la musica, cerco di curare l’anima»

Le ultime cinque tracce di questo album fanno parte del progetto per il musical “La vera storia”, dedicato alla vita di Karol Woytila.

«E’ stata un’esperienza incredibile. Lo conobbi vent’anni fa in Vaticano e mi colpì molto, ma non sapevo abbastanza della sua vita. La presi come una sfida e documentandomi scoprii cose sorprendenti come le sue battaglie e il suo amore giovanile per una ragazza ebrea che mi ha ispirato “Look at the Moon”».

In “Little Star” per la prima volta parla della Shoah

«Non avevo mai scritto nulla sulla Shoah, un evento troppo grande e terribile: come potevo scrivere qualcosa che non fosse semplicemente patetico? Ma poi è nata “Little Star” e per raccontare una tragedia tanto grande sono partita dal ritmo di una ninna-nanna per i bambini e variando il ritmo della voce narro quei treni pieni di innocenti deportati che andavano verso i campi, il loro terrore per un futuro che gli veniva sottratto».

Lei è religiosa?

«Il mio rapporto con la religione è difficile. Sono ebrea ma non sono religiosa, diciamo che il mio rapporto con la fede è ben espresso dalla formula amore/odio. Ma in tutte le religioni c’è una norma che ho fatto mia: ama il tuo fratello come ami te stesso».

noaalbum (1)Lei non è una grande fan del premier israeliano, Benjamin Netanyahu

«No, affatto. Sono convinta che i tempi siano ormai maturi per cambiare e vorrei che i politici lo capissero. Israeliani e palestinesi si fronteggiano e combattono senza tregua da troppo tempo. Non può durare per sempre ma non possiamo aspettare che siano gli altri ad abbassare i toni: bisogna lavorare sul dialogo per la soluzione dei due popoli in due stati. E bisogna farlo adesso. Ora».

Due giorni fa il mondo del web è stato travolto dal video dell’esecuzione del reporter americano James Foley e pochi giorni or sono, il videoreporter Simone Camilli è morto a Gaza durante il disinnesco di un ordigno. I media devono continuare ad informare sempre, anche a costo della vita?

«E’ una domanda difficile ma è troppo importante che si tenga viva l’attenzione proprio lì dove si muore ogni giorno, sotto le bombe e per mano del fanatismo. D’altra parte alcuni media sono responsabili di una sorta di ossessione nei confronti di Gaza, cercando del tragico sensazionalismo piuttosto che il fedele resoconto della realtà. L’unica cosa importante è chiedersi cosa siamo disposti a fare, a dare, per raggiungere la pace. Dobbiamo lanciare segnali chiari e inequivocabili ai palestinesi che la pace, pur se difficoltosa, è possibile».

E’ preoccupata per questi frequenti segnali antisemiti lanciati dalle piazze e sul web?

«L’antisemitismo, secondo me, è come un virus in un corpo. C’è sempre ma finché è sotto controllo non accade nulla. Così al tempo di Rabin, Israele era ben vista e c’era feeling con il resto del mondo. Ma oggi non è così. E’ evidente che l’antisemitismo stia aumentando, ed è terribile. Ma se ciò accade la colpa è anche nostra. I nostri governanti devono capire che così facendo finiscono per legittimare le spinte antisemite».

Lei ha fiducia nel futuro?

«Mia figlia Ayehli ha tredici anni. Fra cinque anni dovrà fare il servizio militare di tre anni, obbligatorio in Israele. Sono terrorizzata. Devo per forza avere fiducia nel futuro e nella pace».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud, venerdì 22 agosto 2014

Informazioni su Francesco Musolino

Francesco Musolino, giornalista siciliano, classe '81. Scrive di libri e cultura su diverse testate nazionali. Ha ideato il progetto lettura noprofit @Stoleggendo su Twitter.

Pubblicato il 2014/08/26, in Interviste con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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