«Riprendiamoci il nostro futuro». Federico Rampini racconta “All you need is love”.


Federico Rampini

Federico Rampini

«All You Need Is Love è un libro-terapia per costruire un futuro diverso. Anzitutto, riprendendoci l’economia». Il giornalista e scrittore Federico Rampini si è sempre distinto per l’estro delle sue idee. Così, dopo aver raccontato il mondo dei banchieri, dei giganti economici asiatici e recentemente, il potere della rete, con “All you need is love – l’economia spiegata con le canzoni dei Beatles” (Mondadori, pp.279 €17) interpreta la nostra crisi economica contemporanea creando un suggestivo parallelo con gli anni ’60 e uno dei loro simboli più forti, i Beatles. Possibile leggere l’economia partendo dalle canzoni dei FabFour di Liverpool? Decisamente sì e oscillando fra presente e passato, passa sotto la lente di ingrandimento la Germania che tira la volata europea ma soprattutto l’America del 1964 – quando vi sbarcarono i Beatles, destinati a divenire mito – e quella attuale, con la presidenza Obama ma anche le nuove sacche di povertà e le proteste di Ferguson contro la polizia violenta. Corrispondente estero di grande esperienza, dopo anni a Pechino, Rampini è tornato negli States e recentemente vi ha ottenuto la doppia cittadinanza. Non senza un curioso intoppo al sapore di guerra fredda…

“La storia dei Beatles è la nostra storia”. Possiamo comprendere i nostri anni in parallelo con i mitici anni ‘60?

«Assolutamente! Gli anni Sessanta sono mitici per tante ragioni: musica, politica, cultura, costume, rivoluzione sessuale. Ma anche per una ragione economica: fu l’ultima Età dell’Oro per gli occidentali. C’era la piena occupazione. I giovani che si ribellavano, allora, erano figli del benessere. I loro titoli di studio aprivano le porte a tante opportunità.

Perché tutto è cambiato?

«Guido il lettore alla scoperta dei veri anni Sessanta, perché è un gioco molto utile per decifrare la crisi di oggi, e le vie d’uscita. Quanto era diverso il capitalismo prima della globalizzazione, prima dell’euro, prima di Internet? Ci sono delle lezioni importanti da imparare».

rampini1Steve Jobs venerava i Beatles, ragazzi capaci di attuare una vera scalata sociale. In che anni sono cresciuti i FabFour?

«I Beatles ebbero un’infanzia e un’adolescenza poverissime. L’Inghilterra del dopoguerra era Terzo mondo. Un paese stremato, dissanguato, dove i beni di consumo più elementari venivano razionati. Il fascino dei Beatles fu anche il passaggio fulmineo da quel mondo in bianco e nero all’universo colorato, psichedelico, della prima società dei consumi di massa».

“Oggi l’Asia è qui in mezzo a noi”. Cosa significa fare i conti con il gigante asiatico in termini economici?

«Usiamo il plurale. Cina e India, come minimo, o Cindia come nel titolo di un altro mio libro (L’impero di Cindia, Mondadori – 2007). Oggi è impossibile ragionare sul nostro futuro senza fare i conti coi nuovi protagonisti della storia. Di recente, dopo averci vissuto per anni, sono tornato a Pechino al seguito di Obama. Ho trovato una Cina in mano a un leader ancora più autoritario, con una censura inasprita. Ma il consenso sociale esiste. E’ generato proprio dallo sviluppo. Il diritto al lavoro di un giovane cinese è tutelato, nei fatti, meglio di quello di un suo coetaneo italiano».

Questo libro è diventato anche uno spettacolo teatrale in cui lei racconta anche le fragilità del modello tedesco…

«Della Germania dobbiamo invidiare un capitalismo serio, che investe nell’innovazione, non un capitalismo alla Marchionne che fa ingegneria finanziaria. Dobbiamo invidiare ma soprattutto imitare il patto di cittadinanza dei tedeschi: il rispetto delle regole, la cultura della legalità, l’etica del lavoro, la disciplina fiscale. Dove invece la Germania si sta avvitando in una spirale distruttiva, è nell’ideologia dogmatica dell’austerity. Ha provocato due ricadute nella recessione, ha impedito all’eurozona di agganciare la ripresa americana, alla fine sta danneggiando anche se stessa perché l’industria tedesca soffre la depressione dei suoi mercati di sbocco italiano e francese».

Nel libro si occupa anche delle rivolte di Ferguson. Da John Lennon a Martin Luther King, siamo ancora molto lontani dall’avverarsi del sogno americano?

«Il sogno americano è un grande cantiere incompiuto, con enormi passi avanti e anche tremende resistenze. Nel libro faccio dei confronti con l’America che i Beatles conquistarono nel 1964: era più razzista e sessista di oggi, e tuttavia era anche meno diseguale, aveva un patto sociale più coeso».

Recentemente lei ha ricevuto la cittadinanza americana dopo cinque anni di Green Card. Eppure il suo iter non è stato affatto ordinario…

«Cittadino americano senza rinunciare alla mia italianità, sia chiaro: tra Italia e Stati Uniti è ammessa la doppia nazionalità. Ho dovuto superare un esame standard, molto facile e molto bello perché prevede lo studio della Costituzione e della cultura democratica di un grande paese. Poi nel mio caso specifico c’è stato un esame supplementare, in quanto ex iscritto al Partito comunista italiano negli anni di Enrico Berlinguer. 25 anni dopo la caduta del Muro di Berlino, l’Immigration Service non ha aggiornato i suoi criteri…».

Vorrei sapere cosa ne pensa del movimento nostalgico che esalta i tempi antecedenti la globalizzazione, dell’euro e internet. Possiamo tornare indietro in qualche modo o sarebbe una catastrofe?

«Indietro non si torna mai. All You Need Is Love è un libro-terapia per costruire un futuro diverso. Anzitutto, riprendendoci l’economia: l’hanno sequestrata i tecnocrati trasformandola in una religione esoterica, incomprensibile, arcana. Tutto a nostro danno. L’economia è una costruzione umana: siamo noi a doverne ripensare le gerarchie, le vere priorità. Per cambiare l’economia, cominciamo a cambiare i valori dominanti».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud, 9 dicembre 2014

 

 

Informazioni su Francesco Musolino

Francesco Musolino, giornalista siciliano, classe '81. Scrive di libri e cultura su diverse testate nazionali. Ha ideato il progetto lettura noprofit @Stoleggendo su Twitter.

Pubblicato il 2014/12/14, in Interviste con tag , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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