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Jöel Dicker: «Nel Paradiso degli scrittori tutto è possibile»

155150343-33817382Che fine ha fatto Nola Kellergan? Chi ha ucciso la quindicenne d’America? Eccezion fatta per l’“Inferno” di Dan Brown, il libro del momento è senza dubbio “La verità sul caso Harry Quebert” e pensare che il suo autore, il 27enne ginevrino Jöel Dicker, si era concesso un altro tentativo con la scrittura prima di cambiare strada. E invece il suo libro ha da poco sforato il milione di copie vendute – già premiato con il prestigioso Grand Prix du roman de l’Académie Francaise e in corso di traduzione in 25 paesi – in Italia è edito da Bompiani che punta forte su questo libro ambientato nella provincia americana con un esordio che rievoca le atmosfere di Truman Capote in “A sangue freddo”. Ma il suo vero punto di forza è uno stile narrativo simile a quello di una serie-tv americana di successo, capace di mescolare atmosfere thriller, dialoghi reali e una buona dose di humour pungente.  Il protagonista del libro, il talentuoso scrittore di successo Marcus Goldman, afflitto dal blocco della pagina bianca, decide di tornare dal suo maestro, il romanziere di successo Harry Quebert ma ben presto si troverà invischiato in un’indagine di omicidio in cui l’unico indiziato della morte della giovane Nola sarà proprio l’amico Harry. Una storia d’amore proibita, un editore senza scrupoli, un mucchio di segreti inconfessabili ma impossibili da proteggere sono gli ingredienti di una storia sempre in bilico fra verità e menzogna, in cui nulla è come sembra.

Il suo libro è il caso letterario del momento. E’ vero che aveva intenzione di smettere?

«Questo è il mio sesto romanzo. I precedenti cinque erano stati tutti rifiutati per cui, quando ho cominciato a scriverlo, ho semplicemente pensato che se anche questo sarebbe stato rifiutato avrei cercato altrove la mia strada».

Si muove di continuo fra verità e menzogna, in un gioco degli specchi ma com’è nata l’idea del libro?

«Ho cominciato a scrivere con l’idea di parlare del New Hampshire e da lì ho iniziato ad immaginare il rapporto fra Marcus e Harry che, evolvendosi, mi ha spinto a chiedermi cosa fossero verità e menzogna, in che rapporto si muovessero. Ma non avevo nessuna idea precostituita a riguardo. Mi sono messo a scrivere e in questo senso ogni giorno era una scoperta».

Il rapporto fra maestro e allievo si esplica in delle significative lezioni di scrittura che aprono ciascun capitolo. Come sono nate?

«Viene tutto dalla mia fantasia. Un libro che parla di un altro libro mi permetteva di inserire dei consigli di scrittura; in tal modo potevo definire meglio il rapporto fra Harry e Marcus e al tempo stesso introdurre il capitolo».

Va giù duro con Barnasky facendogli incarnare l’editore pronto a tutto pur di incassare profitto e produrre utili.

«Volevo mettere sotto la lente d’ingrandimento il mondo delle aziende e criticare quegli imprenditori, grandi o piccoli non importa, completamente prigionieri di una spirale in cui contano solo il bilancio, gli utili e la spasmodica ricerca del profitto. Al punto che non importa cosa producono, l’importante è che li faccia guadagnare».

images (9)Scrive che “La malattia degli scrittori è non voler più scrivere senza riuscire a farlo”. Pensa che Philip Roth riuscirà a smettere?

«Conosco la sua storia e il suo proposito ma non sappiamo se ha smesso davvero di scrivere. Voglio dire, magari non pubblicherà più nulla di nuovo e il suo lavoro non sarà più accessibile al pubblico ma è cosa ben diversa dal riuscire a smettere tout court».

In linea con i grandi maestri della letteratura americana come Ernst Hemingway e Jack London, ha associato la scrittura al pugilato. Cosa hanno in comune?

«Si tratta in entrambi i casi di una dura lotta contro se stessi, una battaglia personale, esclusivamente personale, che ha senso solo per chi la compie. Guardando il pugilato ci si può domandare che senso abbia farsi prendere a pugni in faccia ma per il pugile il combattimento ha un senso profondo. Per la scrittura vale il medesimo discorso. Ad un certo punto ti chiedi se il libro piacerà o meno ma la cosa più importante è mettersi alla prova e lottare contro se stessi».

Per Mallarmé tutto il mondo è fatto per finire in un bel libro e lei fa dire ad Harry che solo la scrittura può donare senso alla vita stessa. Per lei la scrittura e la vita in che rapporto sono?

«Per Marcus e Harry solo la scrittura può donare senso al caos delle loro vite ma non è così per tutti chiaramente. Per quanto mi riguarda, io scrivo per realizzare me stesso, per cercare di superarmi e trascendermi. Oggi viviamo in un mondo allarmante e allarmista in cui manca del tutto la proiezione del futuro per la nostra generazione. Ai nostri genitori dicevano di guardare con speranza nei tempi a venire ma noi proprio non possiamo permettercelo e proprio per questo io intendo scrivere. Per lasciare qualcosa di me».

Lei come se lo immagina il paradiso degli scrittori?

«Bella domanda (ride). Lì tutto è possibile, proprio per questo è il Paradiso».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud

Olivia Corio: «La vera sensualità è il pudore del mostrarsi»

Dopo la prima fortunata uscita, la collana Iconoclasti, curata da Giulia Belloni per Alet, riparte con Colpiscimi (pp.208; €10) di Olivia Corio. Parlare di questo libro è semplice ma al tempo stesso arduo poiché la Corio – già giornalista e mamma  – esordisce con un libro denso di personaggi, punti di vista e temi, trattati e ben approfonditi. Il tema centrale del libro è la maternità (sia quella desiderata ardentemente da Sofia che quella inattesa di Mariasole) che stravolge tutto, i corpi come gli equilibri affettivi. Parafrasando Pirandello, i personaggi della Corio non cercano l’autore ma la forza per destarsi da una sorta di status quo, un limbo nel quale la vita e il Caso li ha fatti piombare.

La Corio candidamente confessa di aver scoperto solo recentemente il fuoco ardente della narrativa e con essa è esploso l’interesse per l’immaginazione, la vita altrui: «chi scrive un romanzo si muove su un terreno più vasto, a volte può perdere la strada, ma può anche ritrovarla».

 

In diverse accezioni il tema della maternità, desiderata almeno quanto temuta, è centrale in Colpiscimi. E’ stato difficile scrivere delle tante perplessità di Mariasole, ad esempio?
La maternità è un evento sconvolgente, porta con sé sentimenti forti e contrari: paura ed esaltazione, certezza e dubbio, benessere e malessere. Penso che anche le donne più decise, che hanno desiderato fortemente diventare madri, conoscano questo spaesamento. L’amore per un figlio proprio perché è totalizzante modifica per sempre il nostro paesaggio interiore. Mariasole è al centro di questo vortice. Lei un bambino non lo ha cercato. Il suo corpo e il suo cuore sono ostaggi. Anche Sofia, l’altra madre del romanzo, ha perso il suo baricentro. Lei un figlio lo vuole a tutti i costi, ma il desiderio di maternità ha occupato spazi non suoi, eroso tutto il resto, è diventata un’ossessione, per questo non è più libera.

Mi ha molto incuriosito la scelta di portare sulla pagina i Reborn babies. Ma a tuo avviso perché le bimbe hanno questa passione per i bambolotti, perché questo desiderio di “sentire il cuore che batte”?
Ho la sensazione che le bambine siano femmine prima ancora di sapere di esserlo. Questione di istinto, penso. Senza alcuna spinta si mostrano attratte dalla sfera emotiva, apprezzano il melodramma, piangono in maniera eclatante, sono donne anche a tre anni. Emulare la mamma attraverso l’accudimento di un bambolotto è naturale. Quello che mi ha colpito dei Reborn babies è la verosimiglianza portata all’estremo. La prima volta che li ho visti mi hanno ricordato i lavori di un artista, Ron Mueck, conosciuto per la replica perfetta di un cadavere nudo, Dead dad era il nome dell’opera. I bambini però non hanno il nostro sguardo, non vedono la morte dove la vediamo noi, tutto palpita, la vita è più potente di ogni altra cosa. Emma, per esempio, trova i Reborn babies bellissimi nonostante suo padre pensi che siano brutti come la morte.

Non è insolito trovare un romanzo in cui diverse voci si incrociano nelle pagine ma nel tuo libro non c’è un vero protagonista perché lo sono tutti. E’ stato arduo gestire gli equilibri narrativi?

E’ stato stimolante. Li ho immaginati come atleti fermi ai blocchi di partenza, ognuno pronto a correre con il suo pezzo di vita.  Solo che non c’è stata competizione, nessuno ha rubato spazio agli altri, avevano tutti la loro umanità da mostrare: uomini arroccati e soli come Alberto e Sergio, donne solide solo in apparenza come Silvia e Sofia, folgori come Mariasole, rocce come Massimo, persone ordinarie, come noi, persone che abbiamo attorno, che incontriamo o sfioriamo nel nostro percorso.

Le scene di sesso non sono volgari ma non mancano di particolari espliciti. Soprattutto per quanto riguarda i rapporti omo, hai avuto la tentazione di moderarti o l’autocensura non fa parte (fortunatamente) del tuo bagaglio narrativo?
In realtà mi sono moderata perché c’è un punto oltre il quale non andrei nel racconto. Non è questione di autocensura ma di pudore. A mio parere, mostrarsi e mostrare tutto, raccontare il sesso nei minimi dettagli, toglie bellezza. Il pudore, invece, è sensuale.

Credo che i meccanismi, consci ed inconsci, legati alla scrittura possano rivelare molto tanto dell’autrice che sulla sua opera. Nel retrocopertina si accenna alla recente nascita della tua vocazione narrativa ma quando ti sei resa conto che avevi voglia di scrivere un libro? Rispetto alla tua attività di giornalista, hai avuto un approccio differente per scrivere il tuo romanzo d’esordio?
Scrivevo storie da adolescente, ma rileggendole trovavo sempre qualcosa che non mi convinceva. Ci sono voluti anni per arrivare a un buon risultato. Non è una questione di esercizio, ma di esperienza di vita, per questo ammiro certi scrittori che hanno passato i sessant’anni, come Cormac McCarthy o Philp Roth. A quindici anni non avevo la curiosità che ho adesso, i miei occhi erano rivolti al mio mondo interiore, sogni e deliri da adolescente. Oggi mi interessa la vita degli altri più della mia. La differenza tra scrivere un romanzo e l’attività di giornalista penso che stia nell’immaginazione. Nel caso di una storia da raccontare è un asse portante. Inoltre, chi scrive un romanzo si muove su un terreno più vasto, a volte può perdere la strada, ma può anche ritrovarla.

Se Colpiscimi fosse un film credo che i corsivi dovrebbero essere recitati da una voce fuori campo, del resto il tuo libro ha un deciso piglio cinematografico. Se potessi scegliere liberamente quali attori/attrici vedresti alla perfezione nei panni dei tuoi protagonisti?
Sul momento mi vengono in mente solo alcuni nomi: Filippo Timi nei panni di Pietro Ferro, Isabella Ragonese nei panni di Ginevra Capitale. Lorenzo Bich potrebbe essere Elio Germano.

Colpiscimi è la seconda uscita della coraggiosa collana curata dall’editor Giulia Belloni per Alet. Olivia ti senti, almeno in parte, un’Iconoclasta?

L’apprezzamento di Giulia Belloni è stato uno dei regali più belli che mi ha fatto la vita. Ora l’orizzonte mi appare luminoso. Detto ciò, preferisco che siano gli altri a stabilire se sono o meno un’iconoclasta.

 

Fonte: www.tempostretto.it del 1 luglio 2011