«La cosa davvero tremenda è l’inutilità del dolore». Federico Roncoroni racconta “Un giorno, altrove”.


POZ_6761Federico Roncoroni oggi ha 68 anni e vive a Como dove cura il prestigioso fondo delle opere di Piero Chiara sin dalla morte del grande scrittore italiano, avvenuta nel 1986. Intellettuale raffinato, Roncoroni è un rinomato linguista, autore di numerosissimi volumi di grammatica e antologie di testo italiana, nonché volumi critici e numerosi classici latini tradotti. Nel corso di quarant’anni di attività, Roncoroni ha cambiato molti pseudonimi firmando con il proprio nome solo pochi volumi come il più volte ristampato “Manuale di scrittura non creativa” (Bur, 2010, pp.543). A questi si aggiunge ora il suo primo romanzo, “Un giorno, altrove” (Mondadori, pp.391 €20), un libro molto forte in cui l’autore parla di dolore, morte, malattia e amore senza mezzi termini e partendo da fatti autobiografici. Difatti, alla vigilia di Natale del 1999, Federico Roncoroni ricevette una diagnosi spietata: «mi dissero che ero spacciato: linfoma non Hodgkin». Partì così la lotta per sopravvivere, attraversando la sofferenza della terapia, cercando e riuscendo a guarire per la donna che amava ma una volta guarito, lei era scomparsa. Riapparve anni dopo, già gravemente ammalata e ormai in fin di vita. Roncoroni ha voluto portare su pagina questa parte della sua vita, in balia dell’amore e del dolore per la malattia, con una delicatezza che sconvolge. In pagina il suo alter ego è Filippo Linati, un intellettuale maturo ritiratosi fra i suoi amati libri a Como, dopo esser sopravvissuto ad una malattia mortale. Finché la sua amata, Isa, riappare via mail dopo essere scomparsa per sette anni. Per mesi i due vanno avanti a scriversi mail – il lettore potrà leggere solo quelle di Filippo in un delizioso gioco a rimpiattino – portando in pagina un duello verbale, un gioco fatto di ricordi e rimbrotti fra amanti verso lo spiazzante epilogo finale…

Dopo numerose grammatiche italiane e libri per bambini firmati sotto diversi pseudonimi, con “Un giorno, altrove” ha scritto il suo primo romanzo. Perché adesso?

«Mi sono reso conto d’avere il fiato e l’argomento giusto ma soprattutto mi son sentito finalmente padrone di una tecnica linguistica e narrativa adatta per scrivere il mio primo romanzo».

È vero che è nato tutto con una mail?

«Sì, un bel giorno mi arrivò la mail di una donna con cui ero stato insieme anni prima finché la nostra storia finì. Il libro è il frutto delle esperienze fatte nell’ultimo quindicennio, tutte incentrate sull’improvvisa scoperta di essermi gravemente ammalato. Mi davano per spacciato e mi sarei anche arreso ma le persone che avevo vicino non me lo permisero. Mi curai all’estero e il primario di oncologia mi disse “lei è già morto quindi non ha nulla da perdere seguendo le nostre cure”. Andò bene, contro ogni pronostico».

Perché ha deciso di scrivere il libro?

«La gioia e il mistero legate alla riapparizione furono la scintilla ma da lì è partita una caccia a ritroso nel tempo, cercando di capire il motivo per cui andò via, raccontando anche la malattia e cosa ha significato per me».

Un romanzo epistolare ai tempi dei social network sembra quasi una provocazione…

«È stato naturale scrivere il romanzo sotto forma di mail perché proprio così è nata l’idea, la scintilla. Mi hanno detto che è stato un gesto coraggioso, fortemente innovativo, del resto credo che letteratura non debba adeguarsi alle mode ma debba sfruttare tutte le novità comunicative concessegli dal progresso».

Una provocazione dal punto di vista comunicativo ma anche una sfida narrativa, no?

«Senz’altro, ho dovuto raccontare a una voce sola quello che in realtà era un duetto. Il racconto in prima persona singolare impone che tutto passi per gli occhi di chi scrive, di conseguenza la scommessa è stata quella di veicolare tutte le informazioni necessarie, persino quelle del passato, mediante le mail che Filippo invia. Di tutto il resto il lettore non sa nulla, per cui deve fidarsi ciecamente del narratore».

Il tema della malattia è centrale nel suo libro. Scrivere serve a condividere anche il dolore vissuto o si scrive solo per se stessi?

«Sarebbe troppo pretenzioso dire che si scrive per gli altri e troppo egoistico pensare che si possa scrivere solo per se stessi. Il narratore deve dare una testimonianza ai lettori. Volevo lasciare un episodio terribile della mia vita che ha sconvolto tutte le mie certezze, i miei progetti. All’improvviso, dalla sera alla mattina, mi sono scoperto malato, tutto è mutato di colpo, annullandomi forze e speranze».

roncoroni okSi scrive molto sul senso del dolore anche sulla scia del pensiero cristiano. Lei cosa ne pensa?

«Il dolore non mi migliora, non fortifica. Il dolore distrugge l’umanità della persona, ti devasta, ti annulla. Ma vorrei precisare che del linfoma non conosco altro che la stanchezza iniziale visto che era totalmente asintomatico. La sofferenza patita era dovuta alla terapia subita che combattendo la patologia, ha distrutto una parte di me. La cosa davvero tremenda è l’inutilità del dolore».

Il titolo rimanda ad un “altrove”. Cosa potrebbe rappresentare per lei?

«Si allude ad una dimensione ultraterrena, non necessariamente cristiano-cattolica. Un luogo, magari immaginario, in cui ci illudiamo di poter finire».

Come linguista cosa ne pensa del livello linguistico dei bestseller italiani attuali?

«In generale piuttosto sciatto, direi, come nel caso di Fabio Volo, con un lessico e una strutturazione del pensiero molto semplice. Viceversa capita di trovarsi dinanzi a testi molto elaborati, quasi ardui da interpretare e comprendere, forse convinti che serva essere oscuri per diventare grandi narratori. Vede, per vent’anni ho vissuto accanto a Piero Chiara…lui era maestro di una scrittura esemplare e solo apparentemente semplice, dietro cui si celava un lavoro artigianale in cui ciascuna parola veniva pesata attentamente».

Il critico Gian Paolo Serino voleva farle ottenere la candidatura allo Strega con un battage partito dai social network stravolgendo le politiche editoriali. Le spiace non essere in lizza per Mondadori?

«Non volevo partecipare allo Strega, volevo vincerlo. È vero, era partita una campagna di lettori, “dal basso”, per farmi candidare ma si vede che quelli “in alto” non erano d’accordo. Non sono sorpreso più di tanto (fa una pausa e sorride, ndr) e del resto continuo ad aspirare al Nobel».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud

Informazioni su Francesco Musolino

Francesco Musolino, giornalista siciliano, classe '81. Scrive di libri e cultura su diverse testate nazionali. Ha ideato il progetto lettura noprofit @Stoleggendo su Twitter.

Pubblicato il 2014/04/04, in Interviste con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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