Daniel Pennac: «la lettura non ti salva da niente ma non sarai mai più solo».


Daniel Pennac

Daniel Pennac

L’enunciazione dei diritti del lettore – contenuti in “Come un romanzo” (Feltrinelli, 1993) lo ha reso celebre nel mondo, liberando l’atto di leggere dal giogo pedagogico a favore di un approccio libero con i libri. Daniel Pennac, all’anagrafe Daniel Pennacchioni, nasce a Casablanca il 1° gennaio 1944, per oltre trent’anni si dedica all’insegnamento ma la passione per la scrittura è travolgente e lo consegnerà ad una nuova vita, tanto che nel 2005 riceverà la Legion d’Onore per le arti e la letteratura. Oggi Daniel Pennac è unanimemente considerato uno degli scrittori più influenti e letti, spaziando dai romanzi del ciclo Malaussène ai saggi (ricordiamo “Diario di un corpo”, 2008) sino ai testi teatrali (come “Grazie”, Feltrinelli – 2004), la scrittura per ragazzi (“Abbaiare stanca”, Salani – 1993) e persino i fumetti (“Gli esuberati” con Jacques Tardi, Feltrinelli – 2000).

Fabio Gambaro

Fabio Gambaro

Ospite alla kermesse romana LibriCome, Daniel Pennac ha incontrato i lettori al fianco del suo amico di lungo corso, il giornalista e saggista Fabio Gambaro – firma de La Repubblica e Le Monde, nonché suo personale traduttore – con cui ha scritto a quattro mani un corposo libro-intervista, “L’amico scrittore. Conversazione con Fabio Gambaro” (Feltrinelli, pp. 244 €15). Dai travagliati anni scolastici alle gioie dell’insegnamento, dal rapporto con la scrittura e la notorietà sino all’esperienza in teatro, Gambaro guida il lettore alla scoperta dell’universo narrativo di Pennac, con un coinvolgente racconto pieno di curiosità e consigli di lettura – da Maylis De Kerangal a Silvia Avallone – senza perdere mai il puro piacere della chiacchierata fra amici e tracciando la via per i diritti dello scrittore.

Com’è nato questo libro?

Fabio Gambaro: «Sono stato io a spingerlo, ad inseguirlo. Dopo averlo intervistato tante volte e averlo presentato in varie occasioni pubbliche, ero convinto che il suo punto di vista fosse davvero interessante, ricco di spunti. Lui era reticente, Daniel dice sempre di non aver nulla da dire. Nel giro di un anno, tutte le volte che ci vedevamo, cominciavamo a parlare, mescolando scrittura e amicizia, a spasso per Parigi e tanti luoghi per noi significativi. Il libro è stato scritto in italiano ma questa estate l’abbiamo riletto insieme».

PennacMolto interessante il fatto che lei, Daniel Pennac, affermi più volte di “non riuscire a definirsi uno scrittore”. Cosa significa?

Daniel Pennac: «Dal punto di vista psicologico essere uno scrittore non può essere il mio stato sociale. Per oltre trent’anni sono stato un professore e mi sento ancora così. La scrittura, per me, è piuttosto un modo di essere. Il caso ha voluto che io mi guadagnassi da vivere con i diritti d’autore e le tante interviste mi identificano come uno scrittore, ma per me è qualcosa che mi definisce solo esteriormente. Quando scrivo un romanzo sono totalmente immerso in me stesso e la scrittura, non l’aspetto sociale di ciò che faccio, è l’unica cosa che conta».

A proposito della scrittura lei ha detto che scrivere è come “un appetito da saziare” ma anche “un tentativo di liberarmi da me stesso”.

D.P.: «Nelle prime interviste mi chiedevano regolarmente perché scrivessi ed io rispondevo: “per fare veloce, per motivi di salute”. Ed è vero. Ma sicuramente se non scrivessi sarei insopportabile per chi mi sta accanto».

Gambaro a suo avviso, perché i libri e le storie di Daniel Pennac sono così amate?

F.G.: «Perché è uno scrittore generoso. Lo è nella sua scrittura, nella costruzione delle storie e dei suoi personaggi, nelle evoluzioni stilistiche, nelle scelte fatte sulla pagina. Ma è generoso anche con i lettori e con i giornalisti seppure l’altro giorno mi ha detto: “mi piacerebbe poter fare come Elena Ferrante, scrivere un libro e scomparire”. Credo davvero che Daniel sia l’amico scrittore che tutti vorrebbero avere».

Nel libro esprime tutti i suoi timori sull’Unione Europa. Cosa intende?

D.P.: «Ovviamente sono favorevole alla costruzione del soggetto politico dell’Unione Europea ma nella costruzione della sua identità, si è scelto di puntare esclusivamente sul punto di vista economico, non culturale, scegliendo l’inglese come lingua ufficiale. O meglio, una lingua inglese deteriorata, impoverita, perché declinata esclusivamente sul piano mercantile. Invece avremmo dovuto scegliere sulla costruzione linguistica dell’Europa e sin da piccoli, a scuola, avremmo dovuto avere la possibilità di conoscere e avvicinarci alle altre culture, mediante lo studio delle altre letterature, studiandole in lingua originale. Noi siamo tutti stranieri gli uni per gli altri e la nostra Europa poggia solo sul consumo e sulla moneta: è un disastro».

Perché ha smesso di insegnare?

D.P.: «Facevo troppe cose. Correggevo i compiti di notte, forse non con la giusta attenzione. Insegnare è una missione, ho smesso quando ho creduto di non farlo abbastanza bene».

I suoi libri sono politici ovvero propongono una sua lettura del mondo?

D.P.: «La scrittura è sempre un atto politico, in senso generale. Da quando l’uomo è arrivato allo stadio del linguaggio articolato ha sempre fatto ricorso alla metafora, cercando il senso della vita. Allo stesso modo i romanzieri si inseriscono in questo flusso di linguaggio e sperimentazione, cercando una visione di ciò che gli accade attorno».

A proposito del processo creativo, perché racconta molte volte la storia che intende narrare a chi le sta intorno?

D.P.: «È vero, lo faccio perché devo liberare la lingua dalla struttura. Credo che la storia sia fine a se stessa, ciò che conta è come si utilizza la lingua per cui racconto la trama più e più volte ma solo quando è tutto chiaro mi siedo a scrivere e finalmente, posso concentrarmi solo sulla lingua».

Da dove nasce il suo amore per il teatro?

D.P.: «C’è qualcosa di fortemente pedagogico nel mondo teatrale ma non basta a spiegarne il fascino. Al teatro avviene il mistero dell’incarnazione laica del testo. Quando leggi Bartleby di Melville a quattrocento persone, lì davanti a te, senti il testo prendere corpo nel pubblico. Tu che leggi diventi lo spettatore della sala perché il testo viene interiorizzato in modo diverso da ciascuno. Ed è un miracolo».

Ci dica di più di questa magia

«Conoscete “Bartleby lo scrivano”? La prima volta che Bartleby dice “preferire di no”, la sala ride, non il suo capo. Bartleby per la seconda volta dice “preferire di no” e la sala ride ancora e il suo capo, rinuncia senza capire. Man mano che la narrazione avanza e Bartleby continua a dire “preferirei di no”, la sala ride sempre meno e poco a poco l’inquietudine si insinua negli spettatori. Ciascuno di loro cerca nella propria vita, il motivo di quel rifiuto, di quel “preferirei di no”. Tu che sei in scena li vedi interrogarsi e alla fine quella frase, “preferirei di no”, non fa ridere più nessuno».

Monsieur Pennac, oggi tutti vanno a caccia dei lettori come fossero una specie protetta e capricciosa. Lei che ne pensa?

D.P. :«Non puoi proporre ad un bambino la lettura come un valore perché se va in contrasto con la voglia di giocare, non funzionerà. Ma se alla sera leggo qualcosa per te oppure, come faceva mio padre, semino per casa dei bei libri, posso fare di te un lettore. Con il buon esempio. La lettura non ti salva da niente, è vero, avrai comunque pene d’amore, ti ammalerai e morirai ma non sarai mai solo perché sarai accompagnato da Melville o Elena Ferrante. Questo cammino fianco a fianco, per me, è la vita vera».

FRANCESCO MUSOLINO®

Fonte: Gazzetta del Sud, 7 aprile 2015

Informazioni su Francesco Musolino

Francesco Musolino, giornalista siciliano, classe '81. Scrive di libri e cultura su diverse testate nazionali. Ha ideato il progetto lettura noprofit @Stoleggendo su Twitter.

Pubblicato il 2015/04/08, in Interviste con tag , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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