Chi ha paura dei lettori? Jean-Paul Didierlaurent si racconta.


3127649-9788817079242Ogni giorno, un uomo si reca al lavoro prendendo il treno delle 6.27 che attende sulla banchina in mezzo a tanti altri pendolari come lui. Appena vi sale, anziché prendere posto nel vagone, si siede sul predellino e comincia a leggere le pagine sopravvissute alla distruzione che lui stesso comanda, seppur controvoglia. Il protagonista di “Un amore di carta” (Rizzoli, pp.192 €15 trad. it. di Maurizia Balmelli) il romanzo d’esordio dello scrittore francese Jean-Paul Didierlaurent, si chiama Guylain Vignolles ed è una delle tante persone che conducono esistenze invisibili. Lavora in una fabbrica di riciclaggio, al servizio di un’impietosa trituratrice di libri invenduti soprannominata “la Cosa” che ogni giorno fagocita pile su pile di titoli resi agli editori per farne una poltiglia puzzolente da cui verranno generati nuovi libri che, fatalmente, torneranno nelle sue fauci. C’è un modo per sopravvivere a questa quotidiana distruzione? Guylain ha scoperto che nei meandri della macchina poche pagine riescono miracolosamente a salvarsi e ogni sera, a fine turno, con la scusa di dover pulire la pancia del mostro, lontano da occhi indiscreti, recupera quelle pagine sfuse per poi poterle leggere allo scompartimento di pendolari al mattino dopo. Finché la sua esistenza solitaria e ordinaria viene sconvolta dal ritrovamento di una penna usb contenente il diario di una certa Julie, addetta ai bagni di un centro commerciale. La vita di Guylain è travolta da quelle pagine così personali e quelle parole saranno capaci di scardinare due esistenze invisibili, dando vita ad una ricerca romantica ma forse impossibile. “Un amore di carta” è il folgorante esempio del potere liberatorio della lettura dalle brutture, dal grigiore del quotidiano, riuscendo ad elevare anima, persino a mondarla dai peccati.

Recentemente ci sono stati roghi di libri a Mosul. Perché i regimi bruciano i libri?

«Ciò dimostra ancora una volta che i libri continuano ad essere considerati qualcosa da temere. Sono il simbolo stesso della cultura. Sin dalla notte dei tempi, purtroppo, assistiamo a questi tentativi barbari per fermare il progresso della conoscenza, rischiando di farci piombare nell’oscurantismo più cupo. Ma i libri finiscono sempre risorgere dalle ceneri. Volete una prova ? Pensate alla marea di disegni che hanno invaso il pianeta dopo il massacro atroce di fumettisti di Charlie Hebdo. Mi piace pensare che le penne siano sempre più forti delle armi e della violenza».

“La Cosa” è un vero e proprio personaggio, non solo un mezzo di distruzione. Perché questa scelta?

«Sì, era mia precisa intenzione che fosse così. Nella mia mente, una macchina che distruggeva libri e cultura doveva essere necessariamente brutta. Ma non solo. L’ho vestita con colori guerrieri, gli ho messo addosso un alone puzzolente, un’aria indistruttibile e chiassosa ma soprattutta è provvista di una vera intelligenza maligna. Le sue origini tedesche sono la conseguenza di tutto ciò, per il carattere guerriero connotazione quella lingua. Tale leviatano non avrebbe la stessa credibilità con un nome italiano, che gli avrebbe probabilmente conferito una sottotraccia poetica».

Ma com’è nata l’idea per questo libro, monsieur Didierlaurent?

«Nasce dal bisogno di dar voce agli invisibili, al piccolo popolo, a chi è stato maltrattato dalla vita, portando alla luce le loro storie per dimostrare che l’abito non fa il monaco, che le apparenze sono spesso ingannevoli e ci possono essere pepite nascoste in ognuno di noi, anche nei più umili. Persino in una donna che per lavoro, si prende cura delle toilette in un centro commerciale».

Leggendo le pagine del suo romanzo mi è tornata in mente l’atmosfera di “Una solitudine troppo rumorosa” di Hbrabal. In qualche modo ne ha tratto ispirazione?

«Ho letto il romanzo di Bohumil Hrabal solo successivamente alla pubblicazione del mio. Naturalmente i libri sono affini ma quest’ultimo, a differenza di “Un amore di Carta”, emana un terribile oscurità tramite il quale l’eroe del romanziere ceco comunica poeticamente ma anche drammaticamente, il proprio rapporto con i libri».

Il suo protagonista, leggendo a voce alta, celebra il potere della parola scritta e orale. È il suo rituale di liberazione?

«Senza dubbio. Guylain compie questa lettura ad alta voce, ogni mattina nello scompartimento, per il solo scopo di conseguire una forma di redenzione. Lui si sente prigioniero di questo ingranaggio di distruzione e ha bisogno di togliersi di dosso questa zavorra emotiva. Si può certamente parlare di un rituale di espiazione. Ma la magia della lettura va oltre, diventa, suo malgrado, un atto di comunione con gli utenti del treno. E quei venti minuti del tragitto, sono l’unico momento della giornata in cui Guylain Vignolles non è più un invisibile ma diventa una persona straordinaria».

Francesco Musolino®

Fonte: Gazzetta del Sud, aprile 2015

 

Informazioni su Francesco Musolino

Francesco Musolino, giornalista siciliano, classe '81. Scrive di libri e cultura su diverse testate nazionali. Ha ideato il progetto lettura noprofit @Stoleggendo su Twitter.

Pubblicato il 2015/04/07, in Interviste con tag , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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