«Gli italiani perdonarono i fascisti vincenti, condannando gli sconfitti dalla storia». Pierluigi Battista ricorda il padre nel suo nuovo libro.


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Pierluigi Battista

«I figli dei fascisti sono molto più di quanto si creda, talvolta i padri non hanno raccontato la verità sul proprio passato». Pierluigi Battista, celebre editorialista de Il Corriere della Sera, torna in libreria aprendo il baule della memoria con “Mio padre era fascista” (Mondadori). Spunto della narrazione è la scoperta di un diario, in cui il padre, Vittorio, rivive l’onta del declino fascista, le vessazioni subite dopo il crollo della Repubblica Sociale Italiana, per la quale combatté poco più che ventenne e lunga prigionia nel campo di Coltano, finendo per divenire esule in patria. Proprio il mancato rinnegamento della radice fascista, causò fra Pierluigi Battista e il proprio padre, anni di profonde incomprensioni. La fiera convinzione delle proprie idee, tanto da essere fra i fondatori dell’MSI e l’odio per i voltagabbana, non vennero compresi dal figlio che oggi, con queste delicate pagine, rivive alcuni momenti personali, utili per rileggere la storia d’Italia. 

Parlare di fascismo, di un’appartenenza fascista è ancora oggi un’onta?

Oggi molto meno ma questo libro non avrei potuto scriverlo venticinque anni fa. Nessuno me l’avrebbe impedito ma non c’era un’atmosfera che mi consentisse di trattare questi temi senza dover passare le forche caudine del tribunale morale. C’erano ancora parole impronunciabili. Quell’epoca durante la quale io e mio padre ci siamo scannati, fatta di fascismo, antifascismo e comunismo, è finita. Oggi questi temi non hanno più quella fondamentale incandescenza emotiva d’un tempo.

cover-mio-padre-era-fascistaQuanto è stato doloroso sfogliare il diario paterno, rituffarsi in quella forte amarezza?

Il libro è pieno di pagine ritrovate di cui ignoravo l’esistenza. Conoscevo bene la vita di mio padre repubblichino, mi aveva raccontato tante volte il suo passato, soprattutto “la martirologia fascista”, il sangue dei vinti. Ma ciò che ho ritrovato mi ha sgomento.

Ovvero?

La dolorosa gogna cui è stato sottoposto un ragazzo ventenne andato a combattere per l’onore dell’Italia. Il ricordo degli sputi, degli insulti ricevuti da parte di altri italiani mentre veniva condotto al campo di prigionia di Coltano. Questa pagina ha segnato la frattura, l’esilio in patria di mio padre.

Come ha vissuto il fatto che suo padre non rinnegò mai le proprie scelte?

Nell’età della polemica e della contestazione, questo fu l’elemento scatenante della mia vergogna. Ma una volta raggiunta la maturità, avrei voluto poter tornare sui miei passi. Per mio padre sarebbe stato abbastanza semplice riconciliarsi con l’Italia anti-fascista e invece scelse di non farlo. Mi sembrò ingiusto allora ma oggi gli riconosco una fortissima dignità morale a prescindere dal contenuto politico, per la dignità con cui sopportò la sconfitta.

Il libro si apre con suo padre che denuncia il voltafaccia di Elio Vittorini, autore di “Uomini e no”.

Mio padre, a differenza di molti altri, non volle cancellare le tracce della propria appartenenza fascista. Vittorini era a Weimar nel 1942 ad un convegno con Goebbels ma rimosse il proprio passato e attaccò brutalmente i giovani della Repubblica Sociale, nonostante avesse avuto molte prebende e onori dal fascismo.

Come mai?

L’Italia ha paradossalmente concesso una forma di perdono nei confronti di chi ha vissuto il fascismo vincente. Il disonore, il marchio dell’infamia ha colpito quei ragazzi che sono stati fascisti nel momento del collasso, senza aver avuto alcun vantaggio dal regime; gli italiani, divenuti ormai in blocco antifascisti, si sono accaniti.

Raccontando il famoso congresso di Fiuggi lei narra un momento chiave della storia italiana.

Fiuggi fu un punto di intersezione fra privato e personale. Mio padre era già scomparso da quattro anni e io mi recai lì, inviato dal giornale, per raccontare il congresso di scioglimento del partito che lui stesso avevo contribuito a creare. Sentii fortissimo il senso di pena. Fu un doppio funerale, perché si celebrava il funerale politico di mio padre e fu un contraccolpo anche per me, poiché venivano meno tutte le ragioni che mi avevano indotto a bombardare, quella che Fini chiamò “la casa del padre”. A livello personale quel congresso per me ha segnato un vero e proprio cambiamento di fase, un momento di svolta emotiva, una possibile rinascita».

FRANCESCO MUSOLINO®

FONTE: GAZZETTA DEL SUD, 16 MARZO 2016

Informazioni su Francesco Musolino

Francesco Musolino, giornalista siciliano, classe '81. Scrive di libri e cultura su diverse testate nazionali. Ha ideato il progetto lettura noprofit @Stoleggendo su Twitter.

Pubblicato il 2016/03/17, in Interviste con tag , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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