Archivi Blog

«Il mondo e la vita vanno troppo veloci: serve coraggio per fermarsi». Luis Sepúlveda si racconta

MILANO. Dopo averci fatto innamorare della sua gabbianella che non sapeva volare e di un gatto e di un topo che divennero amici, il celebre scrittore cileno Luis Sepúlveda torna in libreria con una nuova favola, “Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza” (Guanda, p.95 €10), incentrata sul tema del tempo e dell’identità. Il giornalista, sceneggiatore e attivista sudamericano, naturalizzato francese, ha posto al centro della sua favola l’importanza della lentezza nella società odierna, valore scoperto anni fa insieme all’amore per la radio (tutti i lunedì ha una sua rubrica nella principale emittente radio spagnola). Possiamo fermarci, puntare i piedi e prendere il tempo necessario per capire cosa ci accade intorno? Questo si domanda Sepúlveda, esaminando una società in cui tutto è stato travolto dalla rapidità, dai sentimenti sino alla produzione e al consumo del cibo (a Milano ha incontrato Carlo Petrini di SlowFood). Sepúlveda era uno degli ospiti più attesi della terza edizione della kermesse letteraria BookCity, svoltasi la scorsa settimana a Milano, abbiamo parlato di favole e valori, società e futuro…senza perdere la speranza nel domani.

Una lumaca come protagonista di una favola per bambini. Una lumaca molto particolare, decisa a capire quale sia il proprio posto nel mondo…

«La mia lumaca si pone molte domande circa la propria identità, il rapporto con gli altri e il mondo intorno a se. Lei vorrebbe essere unica, irripetibile, tutti lo vorremmo in fondo. Poiché ogni cosa esiste dal momento in cui prende un nome, sente il bisogno di averne uno e subito dopo scopre che la sua grande particolarità è la lentezza. La lumaca va alla ricerca delle risposte e alla fine comprende che la lentezza e la sua fragilità non sono affatto dei difetti, fanno parte della sua natura e solo accettandosi potrà essere felice».

Perché ha scelto le favole? Era necessario un linguaggio semplice, non fraintendibile, per comunicare messaggi universali?

«Nella favola è più facile ridurre la distanza con il lettore, prendere le distanze dai comportamenti umani. Questo genere letterario mi ha sempre affascinato e interessato perché permette di narrare una storia che non sia solo un’avventura, consentendomi anche di parlare di sentimenti e valori».

Nelle sue fiabe il valore dell’incontro e della diversità è molto presente. Perché ha voluto concentrare qui il suo obiettivo?

«La vita è diversità, altrimenti non è vita. La stessa vita umana ci arricchisce mettendoci a contatto con le differenze culturali e razziali che ci circondano. L’unico punto comune è la giustizia, una società multietnica in cui essere umani diversi ed integrati, vivono rispettandosi l’un l’altro. La mia lumaca fa diversi incontri con altri animali e le sue necessità le permettono di abbattere ogni barriera: non c’è incomprensione, solo solidarietà ed amicizia».

Com’è il suo rapporto con il tempo? È scandito dalla lentezza anche nella sua quotidianità?

«Il rapporto con il tempo deve essere determinato solo dalle persone, dobbiamo essere capaci di dire “io decido il mio tempo, io decido come mi muovo, la mia velocità e la mia lentezza”. E’ un discorso culturale perché oggi l’unica forma possibile di movimento è la velocità vertiginosa, nutrita dal mito della comunicazione sempre più rapida. Ma, mi domando, questa velocità serve davvero? Prendiamo i rapporti umani. Quando due persone si incontrano, comunicando decidono se vogliono continuare a conoscersi e da lì in avanti, possono diventare sempre più intimi sinché nasce un amore o un’amicizia. Tutto questo è lento. Oggi invece abbiamo Whatsup che è velocissimo e fa degenerare tutto».

La lentezza gioca un ruolo anche nel suo processo creativo?

«Sono profondamente lento a scrivere. Molti miei editori sono arrivati vicino alla pazzia assecondando ai miei tempi biblici (ride). La lentezza è una parte del mio lavoro, passo dopo passo. Come diceva Enrico Berlinguer, andiamo piano piano ed arriviamo lontano».

È vero che lei ama scrivere con un sottofondo radiofonico?

«Certamente. Ho sempre avuto un rapporto particolare con la radio ma so bene che ai lettori più giovani questo può sembrare una stranezza. Quand’ero un bambino non c’era la tv, non c’era internet, né il videogioco e la radio era la grande finestra sul mondo. Ero ancora un ragazzino quando, una sera, cercando una stazione in lingua spagnola, raggiunsi le frequenze di Radio Netherlands e il fatto che a Santiago del Cile potessi ascoltare qualcuno che trasmetteva dall’Olanda, mi sembrava una vera e propria magia. Un giorno chiesero agli ascoltatori di spedire una lettera e raccontare com’era il proprio quartiere e un mese dopo, lessero la lettera di un bambino di 8 anni che scriveva dal Cile…Luis Sepúlveda».

Ha detto che la lentezza è la via per la salvezza. La lentezza è anche una forma di resistenza?

«Sì, è un modo di guardare la vita, una forma di resistenza senza dubbio. Il mondo e la vita vanno troppo veloce e serve coraggio per fermarsi, girarsi e uscire da questo flusso velocissimo che travolge tutto e tutti. Il potere più grande è poter decidere cosa fare del proprio tempo».

La lentezza gioca un ruolo determinante anche nell’alimentazione. Ma tutto questo sembra ormai pregiudicato dalle colture ogm, no?

«I contadini, in qualsiasi parte del mondo, per produrre il mais dovevano rispettare i tempi dettati dalla natura. Seminare, aspettare la crescita, vigilare perché non mancasse l’acqua e prendere le precauzioni contro i parassiti e solo fine potevano raccogliere i frutti del proprio lavoro, quando il mais era passato dal colore verde a quello oro brillante. Questa cultura era dettata dalla logica della natura ma oggi è andato tutto a rotoli per via dalle colture transgeniche che stravolgono completamente i ritmi. In un anno il prodotto è quintuplicato certo, ma a che prezzo? Viene meno l’antico rapporto con la terra solo in nome del guadagno, pregiudicando anche la qualità del cibo che portiamo in tavola».

Oggi fra televisione, tablet, videogiochi i bambini sembrano avere una paura mortale della noia, del tempo morto. È possibile spiegare ad un bambino l’importanza del tempo dell’immaginazione?

«È senza dubbio difficile ma è una grande sfida. Per me il momento più importante in una famiglia è quello della cena, tutti insieme attorno alla tavola, poter parlare e raccontarsi la giornata appena trascorsa. Ecco, questo tempo è di una grande lentezza ma è scomparso in molte famiglie, assorbito dalla fretta quotidiana e dalla tv magari. Ma se un bambino cresce con questa abitudine, con il desiderio di parlare e stare ad ascoltare, sarà capace di fermarsi e fare tutto con più lentezza anche da adulto».

Com’è nata la sua passione per le favole?

«Quando ero un bambino amavo che mi raccontassero delle storie prima di dormire. Tutto ciò mi ha avvicinato alla scrittura, alla cultura. Mi piace scrivere storie rivolte ai bambini ma sono conscio che devono rivolgersi ad una piccola persona non ad un piccolo cretino che non capisce nulla per via dell’età. Le favole devono essere costruite con rispetto, devono parlare di valori e solo così facendo si predispone il bambino all’ascolto, senza usare una morale banale che finisce per allontanarli».

Lei ha fiducia nel futuro?

«Dobbiamo essere molto preoccupati ma non dobbiamo perdere l’ottimismo. Il mondo lo vedo messo male, malissimo e da solo non posso cambiare le cose ma se uno ad uno ci avviciniamo, allora sì che le cose possono andare meglio…».

Come potremmo fare?

«Il grande problema è la mancanza di coraggio, la forza di avvicinare chi ci sta vicino e dire “così non va bene, facciamo qualcosa insieme per cambiare ciò che ci sta intorno”. Io credo nel coraggio civile, nel coraggio della gente, ci credo perché lo conosco e so che solo ricorrendo ad esso le persone possono prendere in mano il proprio destino e cambiarlo in meglio».

Francesco Musolino®

Fonte: La Gazzetta del Sud, 28 novembre 2013

 

 

 

 

Anche voi siete chemofobi?

É meglio lo zucchero bianco o quello di canna? E’ vero che il caffè decaffeinato è cancerogeno? Il microonde altera davvero le molecole, dunque lo si può utilizzare? Sapete che tutto intorno a noi c’è il temibile monossido di diidrogeno? Cos’è il glutammato e perché molte aziende dichiarano di non aggiungerlo? Nel suo libro, Pane e Bugie (Chiarelettere) il chimico Dario Bressanini risponde a queste e a tante altre domande circa il cibo e la nostra chemofobia, ovvero la paura delle sostanze chimiche ma è un timore ingiustificato perchè «il 99,9% delle sostanze chimiche che ingeriamo si trova in natura». Voi lo sapevate?

 

Com’è nato Pane e Bugie?

Sono un chimico, collaboro da tempo con la rivista Le Scienze e mi affascinano particolarmente i temi legati alla chimica in cucina e agli alimenti in genere. Col tempo mi sono avvicinato anche a temi più “politici”, come il km 0, il biologico e l’OGM. Sono davvero tanti i luoghi comuni, le leggende metropolitane e i miti legati al mondo dell’alimentazione che spesso danno luogo a conseguenze imprevedibili, magari sfociando in catene di Sant’Antonio inarrestabili. Questo libro vuole far luce su tante questioni anche pratiche, ad esempio se sia meglio usare lo zucchero bianco o quello di canna, partendo da un approccio chiaro ma soprattutto scientifico.

Nel suo libro sfata tanti miti, uno di questi è il fatto che il 99,9% delle sostanze chimiche che ingeriamo si trova in natura…

Un chimico sa bene che tutto ciò che ci circonda è fatto di sostanze chimiche che si trovano in natura. Quando mangiamo un pomodoro o beviamo un succo d’arancia, stiamo ingerendo migliaia di sostanze chimiche diverse, poi la chimica moderna è stata in grado di sintetizzarne tante altre che prima non esistevano. Ciò che è importante sottolineare è la necessità di non generalizzare: ciò che è chimico non è necessariamente dannoso per noi. Anzi.

Lei rivela il clamoroso caso del Monossido di Diidrogeno (DHMO): un elemento presente nelle piogge acide e nelle cellule cancerogene. Eppure non è ancora stato messo al bando!

E’ una beffa che gira su internet che io ho ripreso e ampliato per far capire quanto sia facile creare allarmismo nel campo alimentare. E’ verissimo che questo elemento si trova nelle cellule cancerogene ed è anche un solvente industriale ma il DHMO è semplicemente acqua! Se invece dell’acqua avessi preso una sostanza poco conosciuta, avrei potuto creare un allarmismo o al contrario, proporre una fantomatica sostanza dagli effetti benefici.

Per lei il terrorismo mediatico legato al mondo alimentare è in parte colpa dei giornalisti, che usano male le fonti e il linguaggio scientifico, ma anche il frutto delle catene di sant’Antonio. Proprio pochi giorni fa ho ricevuto una mail con una lunga lista di prodotti “probabilmente” cancerogeni. Insomma, il singolo consumatore come può informarsi?

Prima di tutto deve cancellare le mail con le catene di Sant’Antonio: sono tutte false. Ci sono molti siti che smascherano queste bufale, come quello di Paolo Attivissimo. Capisco l’allarmismo ma il consumatore deve aprire gli occhi e fidarsi solo di fonti certe, già questo è un ottimo punto di partenza.

Cos’è la Chemofobia? Cosa comporta nel consumo di alimenti quotidiano?

La Chemofobia è la paura delle sostanze chimiche ma come abbiamo visto tutto ciò che mangiamo è chimico. Ma queste paure sono sfruttate a livello commerciale come nel caso del Glutammato, una sostanza naturale usata per rendere più appetibili i cibi. Alcuni consumatori ne hanno paura e per tale motivo la loro presenza è nascosta nelle etichette inserendo direttamente alimenti che lo contengono, come avviene per i dadi biologici. E’ legittimo per carità ma è fatto per fuorviare il consumatore, aggirando la sua paura delle sostanze chimiche.

Biologico vuol dire per forza “sano?

Affatto. Ma non vuol dire neanche “dannoso”. Il termine biologico si riferisce al processo di produzione che di per se non dice nulla sul prodotto finale. E’ bene dire senza fronzoli che le pratiche naturali non sono automaticamente sane tuttavia i terreni utilizzati dovrebbero essere meno soggetti all’inquinamento e ai pesticidi. Ma ovviamente bisognerebbe valutare il tutto caso per caso perché gli agricoltori “tradizionali” non vanno avanti solo grazie ai pesticidi, anzi, talvolta i “pesticidi naturali” sono più dannosi di quelli “chimici”.

Il microonde si può usare o no?

Credo che il microonde non faccia più paura oggi. La gente lo associa al concetto di radiazioni ma i termini scientifici hanno un significato preciso che a volte viene travisato nel linguaggio quotidiano. Addirittura, il microonde riesce a preservare le qualità di alcuni cibi, ad esempio le verdure.

Veniamo al decaffeinato. E’ vero che fa male?

Dipende. Il caffè stesso contiene sostanze tossiche in alte dosi, come la caffeina. Alcuni processi di decaffeinizzazione usano solventi organici dannosi ma ciò ormai non avviene più, almeno in Italia. Basta guardare la tazzina: quei vecchi processi toglievano tutta la cremina, invece oggi il decaffeinato viene realizzato tramite l’acqua. Io stesso, ad esempio, lo bevo con piacere.

Dario Bressanini è ricercatore universitario presso il dipartimento di Scienze chimiche e ambientali dell’Università degli studi dell’Insubria a Como, dove svolge anche attività didattica. Ha pubblicato circa sessanta lavori scientifici su giornali e riviste nazionali e internazionali. Collabora con la rivista «Le Scienze», su cui tiene la rubrica mensile -Pentole e provette- dedicata all’esplorazione scientifica del cibo e della gastronomia. È anche autore del popolare blog -Scienza in cucina-, dove affronta con taglio scientifico sia temi gastronomico-scientifici sia argomenti legati alle biotecnologie agrarie, alla produzione agricola, alla percezione del rischio alimentare e alla chimica in cucina. Nel 2009 ha pubblicato per Zanichelli un libro divulgativo sugli organismi geneticamente modificati dal titolo -Ogm tra leggende e realtà-.

Fonte: www.tempostretto.it del 4 maggio 2010