«La mia vita tra i vulcani». A tu per tu con lo scrittore Erri De Luca


MESSINA. ‹‹LʼEtna è un vulcano simpatico, un vero fuoco dʼartificio, niente a che vedere col Vesuvio››. I ricordi di quellʼanno passato a Sigonella a scaricare aerei riportano Erri De Luca sotto il cratere dellʼEtna ma il centro del suo mondo narrativo è da sempre Napoli, da cui si è estratto a diciottʼanni, ‹‹come fosse un dente dalla mandibola››, quella Napoli fatta di vicoli intricati cui sente di appartenere, che porta dentro di se ancora oggi, ricreandola nel suo cuore come sulla pagina e che troviamo anche nel suo ultimo romanzo “Il giorno prima della felicità” (Feltrinelli Editore – pp.144 – € 13). Erri De Luca risponde alle domande con tono posato, ciascuna parola è pesata, evocativa quasi e sentirlo parlare rammenta la dolcezza, la malinconia provata leggendo le sue pagine: ‹‹Scrivo per ritrovare parte del mio passato, ma non provo alcuna nostalgia, non vorrei tornare in nessuna stazione precedente. Napoli è un luogo in cui non posso tornare, quel luogo da cui io provengo non esiste più››.

Ha dichiarato di non provare nostalgia eppure i suoi libri sembrano sempre il frutto di un ricordo.

«Ho sempre bisogno di un soprassalto di memoria, di tornare nel mio passato per poterla ritrovare. Fondamentalmente scrivo per poter stare di nuovo con le persone che hanno fatto parte del mio passato, per chi legge quelli sono semplici personaggi ma per me quelle sono tutte persone reali, materiale preso dalla vita svolta. Intendo la scrittura come una macchina del ricordo, ma non della nostalgia».

Il personaggio principale de “Il giorno prima della felicità” è un orfano. Lei sottolinea diverse volte come lʼistruzione lʼabbia reso libero, come mai ha insistito su questo tema?

«Perché lʼorfano da chi riceve lʼinformazione, lʼeredità del passato? Solo la scuola può supplire a questa lacuna. Fuori cʼerano le disuguaglianze ma dentro le aule della scuola si poteva essere tutti uguali. Non si poteva essere uguali in nessun altro luogo, né nelle piazze né tantomeno nelle aule dei tribunali, ma la scuola aveva il puntiglio dellʼuguaglianza».

Parlando del suo passato ha dichiarato di aver vissuto in una casa tappezzata di libri. Come accade al suo protagonista, ha avuto un Don Raimondo che lʼha fatta innamorare della lettura?

«Un Don Raimondo esiste, sta a Napoli e fa il libraio. Ma è stato mio padre a mettermi i libri intorno e addosso, lui era un lettore appassionato e io ho dormito spesso dentro la sua biblioteca come se io stesso fossi un libro riposto in uno scaffale».

Il libro è narrato come una serie di episodi scanditi nel tempo, spesso dal sapore agrodolce. Come mai ha scelto questa costruzione quasi surreale?

«Non saprei dire se è surreale, io non so costruire, seguo semplicemente il tono di voce dellʼIo narrante che sta raccontando la storia. Tutta la mia arte consiste forse in questo, nel riuscire ad osservare lʼintegrità e lʻintonazione di quel tono di voce».

Descrive Napoli come “monarchica e anarchica allo stesso tempo, che non accetta lʼoccupazione, si libera ed insorge”. Non crede che questo possa esprimere un senso di abbandono, di solitudine, per cui Napoli sia quasi costretta a difendersi da sola?

«Napoli si è sempre difesa da sola. Si è difesa da sola dalle invasioni come dalle epidemie. Eʼ una città spalancata, facilmente conquistabile, ha trasferito la sua inespugnabilità nei cittadini. Sono loro ad essere diventati inespugnabili».

Napoli ricorre sempre nei suoi libri. Cosa ama ritrovarvi e cosa si porta dentro quando la lascia?

«Scrivo storie, dunque ho una buona capacità visionaria e ogni volto che me la lascio alle spalle me la porto interamente dentro di me, così facendo la posso riallestire, riprodurre ovunque, così comʼera, così come lʼho conosciuta. Se vado a Napoli oggi non trovo niente di quello che era, di ciò da cui io provengo. Napoli è un luogo in cui non posso tornare, ci posso solo andare, quel luogo da cui io provengo non esiste più».

Ha detto che lei da Napoli si è estratto, “come fosse un dente dalla mandibola”. Per lei è necessario allontanarsi da Napoli per poterne scrivere?

«Mi sono allontanato a diciottʼanni, è stato un addio irreparabile che non si è più ricucito. Scrivo da una distanza ma il ricordo è fatto così. Solo da lontano la posso ricostruire e non ho bisogno di esserci fisicamente dentro».

Napoli ha un rapporto particolare con il mare, la cui presenza si avverte in certi quartieri ma sembra sparire quando ci si addentra nei vicoli. Quale faccia di Napoli sente maggiormente sua?

«Io appartengo alla Napoli dei vicoli, alle sue vie intricate e tortuose. Per questo motivo raggiungere il lungomare era unʼuscita dalla città verso il largo…».

“Il giorno prima della felicità” è una toccante storia malinconica che serba anche pagine di grande ironia…

«Parlando di Napoli è facile, molto facile, mischiare il tragico ed il comico. Bastano poche pagine, pochi muscoli facciali, per passare dallʼuno allʼaltro».

Da Napoli alla Sicilia. Cʼè unʼesperienza, un passato, che la lega a questʼisola?

«Per un anno ho fatto lo scaricatore di aerei allʼaeroporto di Sigonella. Mi lega un passato sotto lʼEtna».

Dopo il Vesuvio cʼè stato un altro vulcano nella sua vita…

«Beh, lʼEtna è un vulcano simpatico, un vero fuoco dʼartificio. Il Vesuvio invece è un vulcano catastrofico».

LʼAUTORE. Avrebbe dovuto chiamarsi “Harry” come lo zio ‹‹ma a quel tempo era impossibile mettere nomi americani››, così sulla carta dʼidentità figura “Enrico”, ma per tutti è semplicemente “Erri”. Nato da una famiglia della media- borghesia napoletana, vive circondato dai libri della biblioteca paterna. Entra a far parte di Lotta Continua e, nel ʼ76, le amicizie lo portano in fabbrica e poi in giro per il mondo, da camionista a scaricatore di porto, da fattorino a muratore per circa ventʼanni. Ha detto di essere riuscito a sopravvivere perché ogni mattina si svegliava unʼora prima per tradurre pagine della Bibbia dallʼebraico antico e ‹‹quelle parole me le portavo dentro mentre lavoravo››. Autore di numerosi libri di successo – è un autore cult in Francia – il suo esordio con “Non ora, non quì” ha stupito la critica per la sua prosa al confine con la poesia. Provetto scalatore ha condiviso parecchie pareti e silenzi con Mauro Corona: ‹‹Durante la scalata non ci si parla. In cima ci si stringe la mano e si riscende giù››.

Francesco Musolino®

Fonte: 8 maggio 2009, Settimanale Centonove

Informazioni su Francesco Musolino

Francesco Musolino, giornalista siciliano, classe '81. Scrive di libri e cultura su diverse testate nazionali. Ha ideato il progetto lettura noprofit @Stoleggendo su Twitter.

Pubblicato il 2009/05/01, in Interviste con tag , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

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