Marcello Fois: «lo strazio è la maledizione e la benedizione delle isole»


marcello-foisNel lontano 1943, Vincenzo Chironi mise per la prima volta piede in Sardegna, finalmente abbastanza risoluto per andare alla scoperta della propria identità. Il protagonista di “Nel tempo di mezzo” (Einaudi, pp.363, euro 20), il nuovo romanzo di Marcello Fois – apprezzato scrittore di lingua madre sarda – è un uomo che ha deciso di abbracciare le proprie radici, finendo catapultato in un macrocosmo, un’isola sconosciuta, “una zattera in mezzo al Mediterraneo”. Dopo il successo di “Stirpe”, Fois riprende a narrare l’epopea della famiglia Chironi, conducendoci dal ‘43 sino agli anni di piombo del ’78, da cui ripartirà il terzo ed ultimo capitolo. Fois – già finalista del premio Campiello – fa parte della rosa dei magnifici cinque che si contenderanno il premio Strega: “Questa edizione dello Strega è davvero ricca di ottimi scrittori. L’appoggio della casa editrice è stato determinante, poiché mi ha testimoniato quanto credessero nel mio libro, frutto di anni di lavoro”.

Il tema fondante del suo libro è il viaggio intrapreso alla ricerca dell’identità. Perché la memoria, soprattutto il suo riscatto, è uno dei cardini della letteratura?

«Perché offre una visuale a metà tra la propria esperienza personale e quella di tutti. La memoria diventa letteratura solo a patto che abbia la possibilità di essere condivisa anche da chi non l’ha vissuta allo stesso modo. Direi che il cardine di questo processo è la parola condivisione: una storia deve passare dall’autore al lettore senza che quest’ultimo si senta un ospite o, peggio, un intruso. Quanto all’identità, a me personalmente quella parola non piace, preferisco “appartenenza” che sfugge alla casualità anagrafica e rappresenta una scelta: Vincenzo, il mio protagonista, sceglie di diventare sardo, la sua è una scelta di appartenenza, la sua identità anagrafica sarebbe altrove».

Vincenzo seppe molti anni prima quali erano le sue origini paterne. Perché scelse di andarle a scoprire solo in età matura?

«Proprio perché un’appartenenza si sceglie e quindi ci vuole la maturità, l’attrezzatura, la competenza, il coraggio per affrontarla. Non è semplicemente quanto sta scritto su un documento ufficiale. Non per caso si chiama “carta d’identità”».

Lei è di madrelingua sarda. Qual è il suo personale rapporto con l’italiano?

«É importante parlare più lingue possibile. La lingua madre ha un surplus affettivo e sentimentale che la rende insostituibile, inavvicinabile, ma non può e non deve mai essere confusa con un condimento folk, detesto il pittoresco. Su fatti linguistici cerco di non farmi tirare per la giacca: la mia lingua non si tocca».

Scrive che “lo strazio è la maledizione e la benedizione delle isole”. Perché proprio lo strazio?

«Per quel senso di depressione particolarissimo che caratterizza il fatto di dover abbandonare la propria terra ogni volta che ci si sposta, sette ore di mare non sono poche. Quando si cresce con l’idea che si abita in un luogo che rappresenta tutto lo spazio percorribile, ogni viaggio diventa uno sradicamento. Ho passato la mia infanzia all’interno della Sardegna ogni distanza sembrava infinita e un viaggio anche solo fino a Cagliari sembrava l’estremo dei viaggi, perché oltre non c’era nulla, solo mare… Quella particolare malinconia è quanto io definisco strazio».

A cosa si riferisce quando parla di “tempi esigui”?

«Sono i tempi in cui abbiamo deciso di abbandonare la Memoria e la Sobrietà; quando abbiamo spezzato il contratto col nostro delicatissimo e prezioso territorio in nome del “tutto e subito”; quando anche l’azione politica è diventata un’attività cash, pronto cassa; quando abbiamo deciso che nel paese dell’arte “di cultura non si mangia”… Più esigui di così… Io ho cercato di raccontare quel tempo di mezzo in cui siamo passati dalla coscienza della povertà all’illusione della ricchezza; quando abbiamo cessato di diventare cittadini e siamo diventati solo consumatori; quando da emigranti siamo diventati coloro che rimandano i profughi in mare…»

Come mai ha scelto questo preciso lasso temporale che va dal ’43 al ’78?

«Non cito mai il terrorismo, ma il ’78 è l’anno della morte di Aldo Moro e il ’43 il proverbiale anno della fame. Tra questi due numeri sussiste l’arco della nostra trasformazione genetica come italiani… Dalla rinascita dopo la lotta partigiana alla nuova lotta armata, due fasi sanguinose e intestine. Il resto è stata un’elaborazione ostinata di quell’escalation come i corni di un arco che di volta in volta si avvicinano o si allontanano a seconda delle tensioni. Seguirono gli anni ottanta e poi i deprimenti anni novanta all’insegna della parola senza sostanza, fino ad oggi: anni decisamente esigui».

Vuole anticiparci qualcosa del capitolo finale della trilogia?

«Sarà la saga di Cristian, si intitolerà “La Parola Profonda”, sarà pronto fra un paio d’anni… Ci vuole tempo per provare a scrivere bene».

 Francesco Musolino®

Informazioni su Francesco Musolino

Francesco Musolino, giornalista siciliano, classe '81. Scrive di libri e cultura su diverse testate nazionali. Ha ideato il progetto lettura noprofit @Stoleggendo su Twitter.

Pubblicato il 2012/06/22, in Interviste con tag , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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